Chi ci muove alla pace…

23 feb

… non siamo noi, da soli.
A rifare l’uomo non bastano le buone leggi – quando ci sono – e neppure una buona decisione e un deciso impegno della persona. Dio stesso si mette all’opera per modellarci nuovamente, e il tempo della Quaresima ci è dato perché noi possiamo nuovamente affidarci alle Sue mani.

Ieri sera la cena di classe è stata, prevedibilmente, uno strazio moderato solo dal sonno che mi pressava ai fianchi e dai pochi momenti di condivisione con alcuni compagni che sento più vicini di altri.
Sono uscita nuovamente dopo una giornata lunga e pesante, ad un orario già tardo, rischiando quasi di non incontrare gli altri perché X.Y. si è confuso sull’appuntamento che era stato dato. Ho mangiato male (portandomi dietro sino a casa, sullo stomaco, il peso di una pizza che sarebbe più onesto definire pastone per cavalli); dopo aver preso il posto (sbagliato, perché all’estremità della tavola in cui sedevano le persone con cui avevo meno da spartire, e che non han certo cercato di coinvolgermi un minimo: d’altra parte, ogni “discussione” era un puerile esercizio di banalità).
Stamane, dopo una notte scombussolata ed agitata, mi sono svegliata, prevedibilmente, più tardi di quanto avrei voluto se avessi avuto lo stomaco in ordine, al suono dolcissimo di due galline in lotta furibonda: mia madre e mia zia. Il dolore provato nel vedere due persone care scannarsi così, per altro non capendo l’una ciò che affermava l’altra ma tirando avanti con la propria tiritera meschina ad libitum, credevo mi avesse definitivamente rovinato l’unica giornata libera dopo mesi. C’è poco da ricamare: quando ignoranza ed incapacità di comprendere i propri limiti e fidarsi di altri si incontrano, quando limitatezza mentale e sensoriale si sommano, e tu sai di esser più o meno sola a dover sopportare e limitare i danni; il tracollo è dietro l’angolo.

Però, e perciò, ecco: essermi costretta ad alzarmi dalla sedia davanti al pc nella quale mi ero rintanata, e andare a cercare mia madre (consapevole della mia tristezza ed arrabbiatura, ma al solito senza coglierne il motivo neppure superficialmente), averla cercata e averle chiesto con un gesto di non parlare e non aggiungere, ma di abbracciarci soltanto; tutto questo l’ho certo fatto io con coscienza, volontà, ecc.
Ma l’ha fatto in maggior parte lo Spirito che coscienza e volontà le sa guidare meglio di quanto non sappiamo noi, da soli.

Dimitri Shostakovich

22 feb

Accade che chi non ha cultura musicale (in particolare classica)
riconosca al volo alcune composizioni note, ma non le sappia associare ad un nome.
A me, infatti, capita di continuo: quando ho sentito i primi due brani che allego,
mi è stato chiaro che non avevo mai sentito nominare (!) l’autore, che io ricordi,
mentre la sua musica l’avevo già sentita eccome.
Ad ogni modo, di questo trittico inevitabilmente il pezzo che preferisco è il terzo:
mi è piaciuto metterlo lì per spiazzare l’orecchio e qualcos’altro.

Jazz Suite No. 2 (Suite for Stage Variety Orchestra): VI. Waltz 2

Composer: Dmitri Shostakovich (1906-1975)

Conductor: Dmitry Yablonsky
Ensemble: Russian State Symphony Orchestra

“Tahiti trot (Tea for two)”
Mariss Jansons & The Philadelphia Orchestra

“From Jewish Folk Poetry”
For three singers and orchestra

Polish Radio Symphony Orchestra
Conductor: Amos Talmon
Warshaw, Poland, May 2008

Se l’ascolto di questi tre assaggini non vi è bastato, ma anzi vi ha fatto venir sete,
provate ad orecchiare qui:
@ Guide all’ascolto dell’autore a cura dell’Orchestra Virtuale del Flaminio;
@ I demoni di Shostakovich; articolo di Luca Belloni della serie su Florenskij.
Di entrambe le segnalazioni, da me giusto lette ed esplorate, non sono in grado di valutare la validità dei contenuti. Però mi paiono entrambe un punto di partenza originale ed utile.

Una strana eredità

21 feb

E’ una strana eredità, questa che fra le altre mi lasci.
Prima della tua morte sussultavo quando ti scrocchiavi le dita, ne rimanevo addirittura impressionata – ed inoltre le mie giunture hanno sempre scrocchiato poco, per quanto indolenzite potessero essere. Ora, da quel primo giorno senza te attorno, non faccio altro che scrocchiare anch’io: spesso ripetutamente, con gran gusto, con sollievo.
L’altro giorno, in bagno, mi sono – con un certo stupore – resa conto che le due abrasioni che ho sotto il seno e sulla spalla non sono, come credevo, irritazioni da strofinamento dovute al ferretto; perché me ne sono spuntate altre in punti improbabili. E somigliano parecchio, ora che son cresciute, alle macchie di pitiriasi che ti avevano tanto preoccupato alla loro comparsa e che mi facevi controllare così spesso.
(No, adesso non ti agitare: a me della pitiriasi non importa nulla, mi procurerò il sapone allo zolfo e quel’altro detergente acido, e via. Capirai).
Sarà anche lo stress, poi, ma i ciuffi di capelli bianchi stanno aumentando sulla mia testa a un bel ritmo: non avrai mica pensato di passarmi tutti i tuoi, vero, per andartene a zonzo sulle nuvole sfoggiando una giovane chioma castana? Almeno accontentami e fatti crescere pure i baffi… se sei davvero ringiovanito, come credo, allora ti vanno a pennello. Come nella foto in corridoio.
Magari fa’ una capatina in sogno, così ti vedo e te li pareggio. Ghe pensi mì.

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Cosa salvare

17 feb

Oggi, mentre passeggiavo (leggasi: mi trascinavo a mo’ di zombie) per la city, ho capito che questa seconda fase (l’ho chiamata la fase della normalizzazione) è stata necessaria e positiva, mi ha portato a riprendere contatto con la routine ed a – per esempio – tornare a concentrarmi sullo studio, stanchezza permettendo, come se esistesse solo quello e non dovessi rendere e rendermi conto di scadenze, udienze, sorellastre e amenità varie.
E’ stato un bene, ma è tempo di cambiare.
I miei impegni non spariranno, anzi, e infatti non è su quelli ma sul mio tempo libero e sul modo in cui lo vivo che intendo agire; anche piuttosto drasticamente. No, non sto dicendo che il blog chiude, ma di certo ho bisogno, per un periodo indefinito (ma non infinito) di poterlo utilizzare come non era nelle mie iniziali intenzioni: cioè come cestino dei rifiuti del mio processo di elaborazione del lutto.
Di nuovo, questo non significa che da oggi chi passerà di qui leggerà unicamente lamentazioni o poesiacce d’abissale tristitudine. Anzi! Non mi interessa ora come ora quel che è stato, ma il divenire. Voglio essere presente al mio divenire, guidarlo, approfittare della crisi per renderla salutare anziché puramente dolorosa.
Per quel che riguarda questo piccolo mondo, allora, si tratterà di farlo diventare non un diario, ma almeno un mezzo di possibile sfogo, se riterrò sia il caso. E di lavoro su di me. Ma il grosso del lavoro rimarrà, ovviamente, fuori dallo schermo. Perciò sospenderò sino a nuovo ordine la pubblicazione di interventi molto densi ed impegnativi, e calerà anche la frequenza dei nuovi post – ma approfitterò dello spazio che intercorrerà tra questi ultimi per riproporre vecchi scritti mettendoli in prima pagina.
Dopo aver esaurito le restanti bozze valide; oltre ai miei flussi di coscienza voglio pubblicare prevalentemente divertissement, annotazioni sulle nuove letture ed i nuovi ascolti musicali, roba così.
Vedremo se saprò farlo con criterio e se saprò rendere un minimo appetibili, e cristallini, i nuovi o rinnovati percorsi che mi si aprono davanti.
Ho bisogno e voglia di questo, per un po’.
Del domani non v’è certezza, ogni sera prima di addormentarmi mi figuro disastri imminenti; ergo non aspetterò per esaltare il meglio di ciò che incontro.

Ah, come li invidio!

17 feb

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