Un dio per ogni stagione

Con questo titoletto un po’ pacchiano posso ben immaginare che, fra i simbolici tre lettori che attualmente passano di qui, il primo se ne sia andato trovandolo blasfemo (poiché dio ci fa la figura della borsetta), ed il secondo sia pure lui telato pensandomi politeista (un dio per ogni stagione : in totale quattro dei).
L’ultimo rimasto è in numero perfetto: sufficiente perché il mio non sia un monologo (che riceva o meno una controbattuta) e al contempo non eccessivo (un buon tampone per la hybris strisciante, in costante agguato).

In realtà, in un’ottica un po’ più seria, quella frase indica che dio – cristianamente inteso: il ‘dio cristiano’, che non è possesso dei soli cristiani ma padre di tutti senza eccezione – è adatto ad ogni stagione: lungi dal credere che Egli debba adeguarsi a noi creature secondo le nostre esigenze e richieste, ciò significa piuttosto che la sua vicinanza al mondo e la sua efficacia concreta sul mondo non cessano nè variano mai d’intensità, non conoscono appunto stagioni.
Smitizzando senza entrare nel merito, per adesso, due stereotipìe diffuse, si può correttamente affermare che:
a) dio, nella sua accezione di padre e creatore dell’universo, non è indifferente alle sue sorti nè permette il male per impotenza o difetto di bontà;
b) il Cristo non ha mai nè predicato nè desiderato la mortificazione, l’umiliazione (ma piuttosto un’umilizzazione benefica, ad esclusivo vantaggio…) … dell’uomo.
Al contrario, Egli ha goduto della vita e insistìto sul valore positivo della festa, della comunità che gioisce e manifesta gioia anche all’esterno dei propri tracciati identificativi, del piacere anche materiale – con l’unica indicazione di discernere e scegliere quel piacere che a lungo termine si dimostri costruttivo e vivificante, appunto, per l’uomo stesso, e fare dei beni che lo procurano un uso lungimirante e non egoistico.
Parallelamente, rifiutando l’approccio egoistico alla vita, non ha mai scordato o voluto accantonare allora – nè lo fa ora –  i propri fratelli / figli in difficoltà, privilegiando anzi l’andare loro in soccorso ante concedersi al riposo.
In tal senso è davvero un dio per tutte le stagioni: presente comunque, ovunque vi sia una scintillina di benevolenza; a prescindere dalle condizioni entro le quali essa scocca.
Non è infatti ‘vietato’, riprovevole, sorridere o anche ridere in presenza di dolore, e viceversa non è peccato ed ingratitudine ascoltare una tristezza o la voce di un’incompiutezza che ci stride dentro mentre intorno si hanno musica e canti – e qualcuno sottintende, sollecitandoci ad aderirvi, che non abbiam diritto a remare contro.
In entrambi i casi, se accolte con coscienza, le istanze apparentemente stonate (perché in controtendenza con il contesto) possono svelare e promuovere in un caso una speranza inattesa, e nell’altro una lotta, un germe di crescita faticoso a svilupparsi e dall’aspetto meschino e piagnucolante, ma estremamente necessario.

E’ anche vero che questo dio privo di stagionalità – e di limiti di stagionatura – non ha neppure un volto fisso, o un destinatario dal volto univoco: è – e si rivolge al – giovane quanto (al) vecchio, (alla) donna quanto (all’) uomo, include e raggiunge ogni nazionalità, orientamento sessuale, quoziente intellettivo.
Casomai, sua caratteristica definita è senz’altro un preciso – e precisamente infinito – quoziente affettivo. Un carattere che, paradossalmente, ci risulta forse il più difficile da concepire ed accettare (astrattamente ed emotivamente) dal momento che tanta abbondanza e tanto calore ci sono sì propri – così credo, in forza della grazia che ci è insufflata – ma si presentano inevitabilmente come mutilati e malaticci.
Amare qualcuno che non è in grado di amarci a sua volta in ugual misura, si sa, è uno strazio. Almeno per noi. Anche in questo dio non sottostà ad alcun giudizio di merito, men che meno di legittimità: non vi è uomo meritevole (del suo amore¹) più o meno di un qualsiasi altro, se non quell’uomo ‘perduto’, smarrito (la pecorella della parabola, almeno mi pare sia una parabola…). E persino tale preferenza non nasce – così come quelle accordate con il discorso della montagna – da un elemento che, di fondo e per sua propria costituzione, qualifica come migliore l’uomo smarrito rispetto al fedele ben indirizzato sulla buona strada: si tratta invece, passatemi il concetto, di una preferenza meramente logistica. Una specie di scelta metodologica che garantisce al padre di non veder rovinato, o peggio morto, il frutto del proprio amore, il soggetto in funzione del quale (!!) Egli stesso liberamente persiste a sussistere.

E’ bene fermarsi – prima che la sfiducia prenda piede – e soffermarsi su questi aspetti del farsi incontro di Gesù all’uomo, qualora il tarlo del dubbio cominci a rosicare. Perché il timore di non essere amati, di non essere (davvero, alla fine dei conti) salvati è tutta farina del nostro sacco, non appartiene invece a dio – il quale si spende per sostituirla con farina appena uscita dal mulino, ignaro com’è di partite doppie e cifre in rosso.
Mica male. Ce n’è abbastanza per farsi venir voglia di conoscerlo meglio: dicono che offra un vino pazzesco e un pane che così riuscito² non sa più farlo manco Nonna Papera.

>>>

¹ Essere tutti, parimenti, meritevoli dell’amore di Dio – cioè avere pari dignità creaturale – non equivale a trovarsi tutti nella medesima condizione di grazia fronte a Lui, in questa e nell’altra vita: stato di grazia e stato di peccato dipendono anche da come scegliamo (entro limiti per ciascuno differenti) di condurla, la vita. E, se pure prima ciò incide sulla qualità del nostro esistere, al momento del giudizio farà una seria differenza.
Più che da ingenui, quindi, credo sia da menefreghisti-opportunisti affatto credenti pensare che il peccato abbia in fondo poco peso, e che alla fine della fiera Dio, dato che ci ama, appianerà tutto.

² A proposito dell’eucarestia ammetto decisamente di non aver le idee chiare. Non so neppure se considerarlo un sacramento o un rito di altro tipo, se e su quali basi credere alla transustanziazione oppure approcciare una lettura puramente simbolica delle specie presentate, alla presenza dello Spirito ma non del corpo di Cristo.
Nel momento in cui scrivevo questo intervento (l’autunno scorso) già da tempo non ricevevo l’Eucarestia cattolica, e nel frattempo stavo appena approcciando la chiesa valdese cittadina – che ne dà un’interpretazione assai distante. Ho condiviso con la comunità valdese più di una Santa Cena, ma ciò non tragga in inganno: a confondermi non è, diciamo, l’abbondanza di tesi ed operati differenti al riguardo, quanto piuttosto la mancanza di una ragione radicale, sostanziale che mi permetta di capire – al fondo della questione – cosa realmente sia e debba essere questo atto, e di sentirlo con convinzione.
Sulla questione dovrò, appunto, tornare.

Advertisements

One thought on “Un dio per ogni stagione

  1. Pingback: Seven « Seme di salute

Lascia un commento... vuoi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...