Nelle piccole cose

Quant’è vero che il cristiano lo si vede e riconosce nelle piccole cose.
Soprattutto nello sforzo di fare ciò non gli piace, o non gli va,
ma sa essere un bene (spesso banale eppure prezioso) per un altro:
per esempio, dire soltanto sì (alla domanda: Stai bene?)
oppure no (alla domanda: Sei arrabbiata con me?)
quando si vorrebbe argomentare a puntino per soddisfare il proprio io.

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15 thoughts on “Nelle piccole cose

  1. Qui utilizzerei, in modo molto siciliano, la parola ‘cristiano’ in senso esteso di uomo! 😀
    Vedi, ciò che mi fa piacere di alcuni degli atteggiamenti che descrivi… è che sono caratteristiche puramente umane, che non vanno al di là della nostra più intima umanità.
    È da questo che parte il viaggio che sto intraprendendo alla ‘scoperta’ di un tipo di spiritualità diversa, che non sia proiettata al di fuori, bensì al di dentro e che non cerca un dio, ma la divinità, l’umanità dell’uomo stesso.
    Non so dirti di più che non confonda ulteriormente il quadro, so solo che sto provando una sorta di fiducia/attrazione per ciò che può essere espresso dalla realtà di una natura ‘effettiva’ dell’essere, e dico effettiva intendendo il fatto che non abbia rimandi esterni od estranei rispetto a sé stessa, sempre che questi termini siano appropriati alla questione, ma non credo lo siano.

    Spero riuscirai ad intravedere ciò che avrei voluto scrivere, ma credo di aver esposto maldestramente! :°D

  2. Già, è un utilizzo del termine che abbiamo anche qui, penso sia molto diffuso, ma Montalbano ed altri mi insegnano che voi l’avete in massimo conto 😉 Qui si usa molto per far risaltare la differenza tra uomini e animali (e che nessun animalista s’offenda per questo: non è un modo per dire che gli uni sono migliori degli altri).
    Anche se poi ci sono quelli come mio zio, che quando la moglie gli suggerisce di tirare il collo ad una delle loro galline, sgrana gli occhi e protesta in dialetto: “No eh! Sono cristiane anche loro!”. E le chiama “le mie piccoline” ^__^

    Sul fatto che un comportamento come quello che descrivo sia “puramente umano”, ho due cose da dire:
    a) sì, è “puramente” umano. Nel senso che è un esempio di quella purezza relazionale che è propria, come scrivi, dell’intima natura umana; quel nucleo originario che nessun peccato originale può cancellare – ma che ci è alquanto difficile ritrovare ed agire;
    b) è pienamente, e specificatamente, cristiano. L’obiezione per la quale anche un ateo, un buddista, un musulmano, un giainista, un disinteressato alle religioni può compierlo è esatta, ma non coglie il punto: nel momento in cui si fa il bene dell’altra persona a prescindere dall’utilità del gesto per noi (e quando parlo di utilità, mi riferisco anche alla soddisfazione egotica per l’approvazione che sappiamo di ricevere), ci si comporta a tutti gli effetti da cristiani (se non mi sono bevuta il cervello, la Chiesa fondandosi sul vangelo afferma che a viver così, seppure senza volere o saper essere cristiani, ci si salva: non è la forma ma la sostanza a fare testo).
    Certo, non è un singolo, o un ripetuto gesto a convertirci in senso proprio, ma chiunque imitando Cristo pur senza rendersene conto abbia com-passione di un “piccolo”, è proprio Lui che sta seguendo ed al contempo è Lui che sta servendo (dai un occhio al vangelo secondo Matteo in questa pagina).

    Ho cercato maldestramente di spiegarti che esiste un modo di essere e di vivere che non può essere soltanto umano, ma è precisamente cristiano; perché nel momento in cui lo si adotta – al di là delle ragioni e del come ci si è arrivati – si è agli effetti concreti discepoli di Gesù. Se noi oggi possiamo fare riferimento ad un certo tipo di atteggiamento e di relazione, marcatamente anti-utilitaristica ed anti-egoistica (le scelte culturali che salvaguardano una nazione, affini alla salvaguardia di una specie, vi sono comprese), è proprio in forza dell’aver sviluppato una cultura cristiana forte: non è, insomma, cosa scontata come parrebbe. Se non sono stata chiara tu per favore dimmelo: anche se non dovessi condividere per nulla, cercherò di esporre diversamente (e magari più concisamente).
    A proposito di quel che hai cercato maldestramente di spiegarmi tu (:), credo sommariamente di aver capito, anche se non saprei ritrasmetterlo a mia volta (!).
    E’ un viaggio alle radici, mi pare, quello che stai compiendo; che ti chiede non solo di “scavare” per trovarle ma anche di lasciar cadere pesi ed orpelli che, pur affascinanti e degni di rispetto, non rappresentano il cuore dell’uomo e ti sono d’ingombro nell’incontrarlo.
    Quello che conta, per me, è che non stai cercando un modo per “divinizzare” l’uomo rendendolo ciò che non è, attribuendogli doti ed un ruolo che non sono suoi (come d’altronde fa il satanismo), ma stai cercando ciò che nell’uomo è già intrinsecamente divino.
    E’ abbastanza scontato, ma non banale nè inutile, che a questo punto io ti dica – molto sinceramente – che non sono mai stata più profondamente, interamente umana (e tale perché immersa nel divino) come ora che mi specchio in un altro Uomo. Prendila come una nota più che un suggerimento: qualunque parola e descrizione io usi, non può fartici entrare dentro – solo un incontro lo può, e quello lo vivi e lo intuisci “dentro”, nel tuo intimo. Nessuna circostanza è privilegiata per produrlo.
    Insomma… auguri! 🙂

  3. Ti pongo una domanda riguardo questa affermazione: esiste un modo di essere e di vivere che non può essere soltanto umano, ma è precisamente cristiano;

    Sei sicura che il modo ‘precisamente cristiano’ non derivi immancabilmente da un modo di essere umano e che, quindi, nel cristianesimo si sia semplicemente fatto un lavoro di ‘riutilizzo’ di caratteristiche umane più o meno positive per creare dei principi guida per l’umanità (cosa che, per altro, varrebbe per qualsiasi altra religione che pone delle virtù)? Cioè, quello che voglio provare a farti capire e che mi interessa capire a mia volta, è che tu stai seguendo, appunto, un uomo(o Uomo), non stai seguendo un dio o un uomo con doti divine (se escludiamo la questione dei miracoli e ci rivolgiamo principalmente al messaggio divulgato), un uomo che ha provato ad insegnare agli uomini un modo di vivere virtuoso. È questo un po’ il centro delle mie riflessioni attuali. Il dio è una proiezione di virtù e caratteristiche che non vanno al di fuori della concezione umana di esse; sì, proprio una proiezione, non saprei come definirlo meglio!
    In breve: un modo di vivere umano è diventato propriamente cristiano, ma non nasce come cristiano; il cristianesimo lo ha ‘soltanto’ preso in esempio e innalzato a virtù peculiare!

  4. Io sì, Alexis, sono sicura di quanto ho detto.
    Ciò che descrivi è una filosofia in tutto umana: degna di rispetto, ma non corrispondente al cristianesimo. Un messaggio positivo, ma che esclude Dio dall’orizzonte: perciò, comunque, lo si consideri, cosa altra rispetto al messaggio cristico.
    E’ evidente che tu hai un orizzonte diverso, e che se parlo di Gesù come dio e – insieme – uomo, ma inteso come uomo per eccellenza, non puoi semplicemente accettarlo per tale (saresti cristiana! 😉 Ma non accettarlo come (unico) dio, e in particolare come proprio signore; è una scelta che non modifica la natura di Cristo che egli stesso ha rivelato.
    Vedi, oltre alle parole stesse di Gesù su se stesso, è la natura di questa religione ad impedire che (nonostante la storia sia costellata di questi tentativi) possa venir scambiata per una dottrina come altre: infatti a monte del vivere cristiano non vi è una dottrina, perché la dottrina è soltanto, per quanto importante perché noi ci si orienti nella vita, una conseguenza dell’incontro e della relazione personale con Gesù.
    Così come non esiste un messaggio cristiano separato dal Cristo stesso e dalla sua vita concreta: il messaggero è il messaggio, citando McLuhan, ed ogni interpretazione contingente, storicizzata, è una sovrastruttura falsante – il discorso era uscito anche qui, nei commenti.
    Quando si parla di relazione con Cristo, non si parla di adesione (a distanza temporale e spaziale dal momento in cui fu pronunciato) al solo suo insegnamento; ma anche e nondimeno di partecipazione alla sua presenza viva e reale, qui e ora, per ognuno.

    Un po’ più tosta, la faccenda… 😉

  5. Ho scoperto la ‘verità’ come veicolo del passare ed essere pienamente se stessi, certo il modo come si fà è importante, come importante è farlo con amore e per amore, questo favorisce l’incontro, l’unico dubbio è lo spontaneismo del dirsi mentre la verità si forma, perchè anche questa è un’operazione che ti permette una più compiuta conoscenza dell’altro. Io provengo dalla vecchia scuola della delicatezza, del dire e dello scegliere del tacere, ma una mia nuova amica mi ha fatto riflettere che tacere è manipolare la verità per cui con grande mia gioia, e con tanti errori di un ‘cavallo’ ridiventato selvaggio, con lei, almeno, ne sto sperimentando tutta l’ampiezza, con buoni frutti anche se l’anima ne risulta completamente aperta e scarnificata, perchè scopro la verità di me stesso. Beh su questo, per quanto mi trovo situato su un sentiero nuovo, situato su un crinale vicino alle più ampie libertà, ho numerose domande, ma purtroppo pochissime risposte. Un amico mi chiedeva di riflettere su una frase del Vecchio Testamento che così riassumeva: ‘I segreti del Re non vanno comunicati, anche se è bene dirli agli amici del Re’.

  6. Quindi, lo si riconosce nella mitezza e nel sacrificio. Direi che sono d’accordo, sono piuttosto propensa a credere che hai involontariamente (per tua costituzione) mal interpretato.
    Vuoi provare a leggere la cosa, volutamente, in modo diverso?

  7. I segreti del Re non vanno comunicati, anche se è bene dirli agli amici del Re.
    Non mi è nuova, ma non ne conosco la provenienza. Prima di googlare, vorrei capire come l’hai intesa tu, come l’avete intesa voi.
    Chiaramente, anche se sospetto che il parallelo sia incorretto, mi viene da contrapporgli il neotestamentario Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.

    Lo spontaneismo è sempre una modalità critica (nel senso di problematica) di porsi.
    Io, da brava ossessiva, oscillo tra l’estrema spontaneità e l’estrema progettazione…

  8. se io chiedo a una persona “sei arrabbiata con me?” e quella persona mi risponde “no”, e non è vero, io non la chiamo mitezza e non lo schiamo spirito di sacrificio. Io dico che è una follia.

    Ma questo, perché io metto la verità, con la lettera piccola, per carità, davanti a ogni altra cosa. E ogni volta che io chiedo a qualcuno se sta bene e mi sento rispondere sì anche se magari so che il padre sta morendo e gli hai rubato la macchina io mi rendo conto di quanto intrinsecamente sbagliato è diventato il mondo e di quanto perversa sia la rete di realzioni sociali che intratteniamo. Essere abbastanza amici da sentirsi in dovere di chiedere “come stai”, ma con la certezza che la risposta sarà un tranquillizzante e consolante “tutto bene”.

    Comunque, già prese da sole queste cose mi indispongono nei confronti dell’umanità, se poi uno dice che da queste si vede un vero cristiano è ovvio che tutto il mio furore antireligioso adolscenziale saltà fuori con prepotenza.

    Per come la vedo io un vero cristiano quando un amico dice “sto bene” dovrebbe prenderlo per un braccio e dirgli, ok, ma come stai veramente? Oppure di dire, certo che sono incazzato con te, sei uno stronzo, vedi che puoi fare.

  9. Adesso sì, prettiestgirl, posso dire con certezza e non con probabilità che hai frainteso. Ma riconosco che a creare il fraintendimento è stata anche la particolare formulazione del mio scritto: breve ed intuitiva. Cerco di rispondere ai punti rilevanti del tuo commento e di chiarirti il senso delle mie parole.

    Partiamo da queste ultime. L’esempio che porto è pensabile come ipocrisia, falsità oppure stupidità (più che follia) solo se si ritiene che la verità (per esempio: sto bene / sto male) sia univoca ed uniforme. Ma così non è.
    Fai l’esempio di una persona cui il padre stia morendo e sia stata rubata l’auto. Stabilire che una persona in questa situazione non possa star bene è un errore, oltre che una presunzione sull’altro.
    Non a caso c’è distinzione tra la domanda “Come stai?” e la domanda “Come va?”: si può star bene anche in mezzo a mille difficoltà, dolori, sfighe. E non perché si è immersi in un etereo spiritualismo, distaccati dal mondo, al contrario: perché si è tanto immersi nel mondo, e consci della sua finitudine, della relatività del dolore, della provvisorietà della morte (è morte del cuore anche un litigio) che si riesce, almeno in parte, ad assimilare tutto questo e superarlo.
    Ciò che fa la persona che dice “sto bene”, anche se non è proprio così, e dice “non sono arrabbiata con te” anche se non è esattamente così; non è mentire, ma anticipare (se possibile e se le riesce!) i tempi della riconciliazione, omettere quelle che in uno screzio sono piccolezze, piccole ripicche, che non scioglierebbero alcun nodo ma invece appesantirebbero il rapporto.
    E’ questo che non sono stata in grado di farti passare: parlo di piccolezze perché non suggerisco, nè penso sia sano e giusto (neppure cristianamente), ribaltare le carte in tavola: quando ho uno screzio con mia madre – tanto per essere più concreta – e mi rendo conto che, per quanto mi abbia ferito davvero, lei non è in grado nè di capirlo nè di porvi rimendio, la consapevolezza non cancella arbitrariamente l’arrabbiatura e la ferita. Ma è un balsamo: e quando metti del balsamo su un taglio, poi che fai, torni a grattarlo con le unghie ed infettarlo? No. Sopporti il giusto, te ne prendi cura. Se dovessi, per ogni piccola ragione che so di avere, puntare i piedi e pretendere che mi venga riconosciuta, solo perché ce l’ho (anche se so benissimo che non sposta di una virgola l’assetto del mondo) sarebbero guai per me e per chi si relaziona con me.

    E’ vero, io scrivendo ho fatto riferimento a piccoli episodi della mia vita cui non necessarimente il lettore può trovare un riscontro nella propria, o almeno non così evidente ed immediato. Ma penso anche che sia chiaro l’intento del gesto, che è poi il cuore del mio intervento: farlo per il bene dell’altro. E, si badi bene, non con questo procurando un male a se stessi (questa è un’estremizzazione indebita) ma piuttosto rinunciando ad un piacere, ad una soddisfazione in più: che richiede sacrificio perché non è cosa da nulla (lo sembra solo sulla carta!), soprattutto se si tratta di cambiare un proprio comportamento abitudinario; ma al tempo stesso non ci è indispensabile.
    Parlo non di togliere amore a se stessi, o di togliersi il necessario. Ma di comprendere che più spesso che no ciò che riteniamo “necessario”, “imprescindibile”, “intollerabile”, “inaccettabile”, e via dicendo non è affatto tale.

    Credimi (beh, provaci: non mi conosci, non posso pretenderlo)… la lealtà è uno dei valori che sento più forte, proprio come lo presenti tu. La cosa che più mi danneggia è il non essere creduta per come mi presento, e quella che più detesto che si inganni le persone adulterando la realtà delle cose.
    Una delle chiavi è la reciproca conoscenza, il livello di intimità, fra le persone interessate. Si può però essere veritieri, autentici, anche senza esporre le viscere per analizzarne ogni cellula: non è la franchezza totale, a prescindere da ogni altra considerazione; la vera sincerità – e questo cercherò di spiegarlo nel prossimo intervento, “Sull’autenticità”, che mi farebbe piacere tornassi a commentare.
    Capisci bene che il discorso è complesso. Potrei portare dieci esempi differenti, e immagino tu pure, per mostrare come il rapporto tra verità e bene è sfaccettato.
    Restando a quello che ha generato questo scambio, ti posso dire concludendo che dico la verità a mia madre quando le assicuro, per rassicurarla, che non sono arrabbiata con lei. Perché l’adrenalina ce l’ho ancora in corpo, il pensiero ancora non si è acquietato, ma l’esperienza di vita con lei e la consapevolezza di come la mia volontà ed il mio cuore si stanno indirizzando mi permettono di affermare, in sincerità, che non ho rancore.

  10. “Si può però essere veritieri, autentici, anche senza esporre le viscere per analizzarne ogni cellula: non è la franchezza totale, a prescindere da ogni altra considerazione; la vera sincerità”

    innanzitutto, grazie per la risposta paziente al mio intervento brusco e frettoloso. a volte mi sembra di non parlare d’altro che di verità, tutto il tempo, sono noiosa.

    riguardo alla frase che ho riportato sopra: non si può fare con tutti, ovviamente, di esporre le viscere. io però lo faccio sempre quando scrivo e l’ho fatto anche con qualcuno. E’ bellissima, quella libertà. E’ anche dolorosa, ma anche bellissima. Sono molto egoista, in questo. Però c’è da dire che le viscere degli altri non mi fanno schifo e le coccolo sempre, con una specie di amore. Mi difetta la pietà ma abbondo in compassione e questo è un mezzo disastro. esta il fatto che ancora non ho imparato a voler vivere in un altro modo. A mio padre mento sempre, e perdono tutto, come perdono tutto a un uomo. Ma era così bello quando non mentivo e piangevo un sacco, prima di perdonare. era tutto così vero.

  11. Ti ho letta, e ti ringrazio. Se hai pazienza, tornerò più tardi o domani a risponderti (anche le tue parole toccano le mie viscere, e queste ultime che scrivi mi sono care).

  12. Rieccomi. Per la risposta, non c’è di che: lasciati dire che – nonostante tu ti sia qualificata come “furia antireligiosa” – non ti ho percepito come tale: che tu basassi la tua reazione sul tuo vissuto concreto era palpabile anche prima che lo confermassi in quest’ultimo commento.

    E in fondo la tua “ossessione” per la verità – non solo perché la condivido – è cruciale.
    Conosco il dolore e la bellezza dell’essere aperti all’altro, persino scoperti, dello scegliere se perdonare o perorare la propria causa, causa offesa, con la libertà garantita da un’offerta di sè – del proprio pensiero e sentimento – che sia totale; integrale. Oh, e non ho abbandonato questa bellezza.
    Ma ho imparato che quando la applicavo era così forte, così pura e crudele (etimologicamente: cruda) che nei tre quarti delle occasioni non veniva comunque compresa, non veniva sfruttata, e faceva paura.
    E allora ho deciso di provare un’altra strada.
    Di continuare a non mentire e non nascondere ciò che conta, ma riflettere meglio su cosa il mio interlocutore è in grado di digerire ed assorbire; per usare una metafora fisiologica. Perché? Per non alimentare un circolo vizioso di reciproche, false impressioni.
    Di continuare a rifiutare il compromesso, ma sperimentare il sacrificio. La differenza? Sta nella gratuità della (con)cessione, e nella gioia che si prova al posto della disperazione e della sensazione d’essere derubati, e d’esser stati noi stessi ad aprire la porta ai ladri. Che potevo accettarlo, che aveva un senso e che anzi portava frutto l’ho scoperto poi.

    Hai scritto una cosa sulla quale non ho nulla da dire, ma molto da accarezzare (nel ricordo, e nel presente): […] le viscere degli altri non mi fanno schifo e le coccolo sempre, con una specie di amore. Ecco, non esiste filosofia, dottrina o religione che insegni, come fa Cristo, ad osservare con una sapienza che non è neutra nè fredda le viscere dell’uomo. Ad averle a cuore, amarle e a spendersi per elevarle (qui la follia, lo scandalo). A desiderare che ciascuno, personalmente, chiamato per nome, arrivi a mostrare le proprie con dignità e senza vergogna (nè d’altronde orgoglio).
    Questo lo affermo dopo aver vissuto molte vite, ed aver ingoiato ed essermi sublimata in quelle di altri. Dopo aver sperimentato la diversità della vita evangelica, di cui ancora, persino, tasto solo briciole.
    Espongo le viscere (in modo particolare) quando scrivo e quando mi dichiaro amica di qualcuno (fatto raro: cerco di non didascalizzare ogni volta ciò che per me è l’amicizia, amore in senso pieno, conoscenza sublime e terribile; ma non mi è possibile accettare ed usare il termine per un di meno di questo).

    Intanto, buonanotte.

  13. 🙂
    In questo caso, sì …. ma si risponde sì e no, per piacere a Qualcuno che la sa molto più lunga di noi … nel caso di cui prima invece secondo me è diverso, a meno che uno sia consapevole che il Signore gli chieda di addossarsi la responsabilità della colpa, ma il qual cosa appunto, credo sia eccezionale, a meno che tu sia il Figlio di Dio.
    E torniamo al punto di domanda irrisolto (per me).
    Grazie di questo scambio edificante…. e così raro.
    Un abbraccio -ciao

  14. Grazie a te.

    Ma ci tengo a ribadire che quel versetto sul “sì sì, no no” trovo sia enormemente abusato. Dio ne sa certo più di noi, ma non ci ha creati stupidi e stolidi: qui non c’è in ballo, come dicevo (ma trovo anche ovvio) l’addossarsi il male del mondo intero credendosi chissà chi; ma il fare delle micro-scelte che spettano proprio a noi, perché siamo noi personalmente che viviamo quella vita, quel rapporto con la tal persona, quella criticità e via dicendo.
    Forse la formulazione impersonale del testo ha deviato il senso delle mie parole, ma fino a credere che io suggerisca atti eroici semi-divini, no eh…! :p

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