Sull’autenticità

Se c’è una cosa che mi fa male, e che fatico a comprendere è il non essere creduta (poiché non è nelle mie corde: non mi è spontaneo dubitare di quanto gli altri dicono di sè, e non mi aspetto per contro che altri lo facciano con me).
Del resto, tra gli ipocriti e coloro che con gli ipocriti hanno a che fare, come si fa a credere che io dica esattamente quello che penso?, si chiede Guchi. E me lo chiedo anch’io; senonché spesse volte chi non mi ha creduta non l’ha fatto per ipocrisia ed incapacità a considerare oneste, dunque diverse da lui/lei, altre persone, ma per diffidenza congenita nei confronti dell’universo mondo e cecità spinta.
Poi, ci sono quelli (numerosi) che di te si son fatti un’idea realistica solo a mezzo, ed han riempito l’altra metà con un’immagine della persona che gli piacerebbe tu fossi, quella persona tanto simile a loro che gli permetterebbe di elogiare se stessi senza apparire egocentrici. Sono quelli che hanno per descriverti ed accarezzarti, manipolandoti, aggettivi precisi e fissi, che diventano nel tempo un elemento familiare. Se però li deludi… se ti mostri per ciò che sei senza remore, pur non facendo torto a nessuno… apriti cielo! La condanna sarà dura ed inappellabile – finché non farà comodo al giudice, che periodicamente riaccoglie i propri animaletti da compagnia.

Di ipocrisia s’è parlato di recente. L’ipocrisia è una discrepanza, più o meno grave, interna alla persona: tra pensiero e parola, tra parola ed azione concreta, tra comportamento e comportamento inconciliabili l’uno all’altro. La vicenda norvegese ne è un fulgido (o meglio: fuliginoso) esempio: come scrivevo altrove, chi uccide nel nome di Cristo non è mai Cristo che sta seguendo, ma altro; qualunque cosa affermi.
Ma qual è il suo contrario, lo stato personale e relazionale per l’uomo più confacente e dall’uomo più desiderato, che ne sia consapevole oppure no? E’ l’autenticità.
In Dio vi è perfetta coerenza tra intento ed azione, tra essenza e manifestazione (nelle culture semitiche la parola è l’oggetto, quindi il nome di Dio è Dio, e la Parola di Dio è quello che Dio dice e fa e contemporaneamente lo stesso Dio – così Berlicche).

Autenticità.
Sii autentico, cioè te stesso.
Diversi vocaboli vengono utilizzati per indicare l’autenticità: congruenza, accordo interiore, genuinità, trasparenza.
L’autenticità è da distinguersi dalla sincerità. Benché collegate intimamente, autenticità e sincerità non sono la stessa cosa. Se, per esempio, una persona crede di essere generosa e si descrive come tale, è sincera anche se è avara; le sue parole sono in accordo con ciò che lei pensa di se stessa, anche se ha un’opinione erronea di sè, non autentica.
L’autenticità non va confusa con un’assoluta franchezza. Vi è tuttavia un limite minimo di autenticità che va osservato, consistente nell’evitare di comunicare l’opposto di ciò che vivi e senti. Per procedere correttamente occorre tenere conto di diversi fattori: la capacità di ricezione dell’interlocutore, il momento opportuno, la valutazione dei vantaggi e degli svantaggi che potrebbero derivarne alla relazione. Perché l’autenticità possa riuscire efficace, occorre che tu sappia comunicare in modo adeguato ciò che avverti.
Non meravigliarti se avverti delle resistenze a comunicare le tue reazioni al comportamento degli altri, soprattutto se sono negative. Togliere le tue maschere non è facile perché ti espone a modificare l’immagine con la quale appari davanti agli altri. Ne può andare di mezzo l’autostima e il desiderio di essere approvato.
Un altro ostacolo è costituito dalla paura di far soffrire. Quest’ostacolo cade se sai distingure tra far soffrire e danneggiare. Ci sono circostanze in cui l’aiuto offerto non può evitare di causare sofferenza, come nel caso in cui la persona viene messa di fronte ad alcuni suoi atteggiamenti inappropriati.
Il tuo intervento potrà, sì, farla soffrire, ma si tratterà di un soffrire occasione di crescita.
L’essere autentico ti consente di utilizzare tutta la tua persona nella relazione. La capacità, poi, di accettare te stesso e di mostrarti agli altri secondo modalità appropriate senza il bisogno di nasconderti dietro maschere, favorisce la comunicazione. Infine, se il tuo interlocutore riesce a conoscere dove ti situi nei suoi confronti potrà più facilmente sviluppare sentimenti di fiducia e, nello stesso tempo, apprendere ad essere autentico.
Non va dimenticata la fonte del Vangelo. In Gesù puoi ammirare la parresia, cioè quella franchezza propria dell’uomo libero, in possesso di se stesso, dotato di una sana autostima, che gli consente di esprimere ciò che è, ciò che pensa e sente. Nel praticare l’autenticità, Gesù mira sempre al bene delle persone, utilizzando questo atteggiamento per far crescere coloro ai quali si rivolge. Anche quando entra in conflitto con gli scribi e i farisei, il suo parlar chiaro non ha una finalità distruttiva.[Frammenti di testo tratti da “Attraversare il guado insieme – Per un accompagnamento psico-pastorale del malato”, di Angelo Brusco]

Essere autentici significa esprimersi in maniera chiara e non costretta alla difesa; dirsi, dire se stessi, nel rispetto tanto dell’altro quanto appunto di sè; nella pienezza, aderente alla realtà e non limitante. Significa mettersi in gioco: non abolendo la prudenza e l’amor proprio, ma partecipando ad un incontro fra persone vive, reali.
A questo proposito, è illuminante notare come per alcuni un dettaglio come l’esporsi con il proprio cognome in rete, invece di scegliere di ometterlo per svariati motivi (tra i quali tutelare la propria privacy, come nel mio caso), sia indice di autenticità di un blogger più della globalità dei suoi scritti e della coerenza interna degli stessi. Ma una maschera (intesa non come finzione ma come rappresentazione parziale, particolare di ciò che siamo) può avere una funzione utile e benefica. Solo il confronto regolare e duraturo con l’altro, e con l’Altro per eccellenza, costituisce la prova del nove di cosa stiamo combinando con la nostra vita.

Se facciamo le cose solo per l’idea di Cristo, o per qualsiasi altra idea, saremo sempre e solo dei moralisti malinconici, tesi a reagire alla cattiveria del mondo che è anche la nostra; dei ragazzini disordinati e senza amore.
Ma se a Cristo ci rivolgiamo come alla persona reale, umana quanto noi, viva e presente fra di noi ed in noi ora; possiamo sperimentare l’autenticità dell’esperienza cristiana.
Gesù fu un assertivo ante-litteram. Seguire il suo esempio conduce, anche, ad una piena conoscenza ed accettazione delle radici della persona umana, sulle quali si innestano le radici di ogni individuo.

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8 thoughts on “Sull’autenticità

  1. ottimo post, completo ed esauriente come sempre! mi ero fermata all’ipocrisia l’altro giorno perchè mi avevano fatto arrabbiare in particolare per quel problema, ma i motivi per non essere “creduti” sono anche altri. spesso tendiamo a proiettare sugli altri ciò che vorremmo essi fossero, cristallizzando su di loro una prima impressione che ci fa pensare di aver trovato la “persona giusta”, quando ciò che stiamo facendo in realtà è ammantare un nostro desiderio con le loro sembianze. in quel caso temo che, per quanto uno sia autentito, l’altro persista nella sua “delusion” (mi viene da dirla all’inglese!)

  2. Oh, yes! 😉
    Ecco perché desideri e sentimenti andrebbero non certo aboliti (non siamo integralisti… 😉 ma educati, per usare un altro termine caro a questa pagina.
    Il rischio è di falsare l’altro (più di quel minimo che a tutti capita, s’intende) mancandogli con ciò di rispetto, di illudersi perdendo al “risveglio” un po’ di speranza e di fiducia, e per di più di starci male perché tutto è avvenuto sulla base della buona fede.

    Per non parlare, obviously, di quando la buona fede manca e ci si trova con un pugno di mosche o qualche danno grazie a persone che erano perfettamente consapevoli della nostra posizione di debolezza.

    Qualcosa ho imparato. Non posso evitare la totalità delle fregature, ma un occhio più attento c’è, forte del senno di poi, della voglia di star bene e trattarmi bene… fra le altre cose, oggi so che la vita è mutevole, sì, ma “del doman non v’è certezza” è una colossale scempiaggine: ci sono relazioni fatte per durare, e lo sono perché il nostro approccio non è quello ansioso ed ansiogeno di chi vive in una continua rivoluzione, si aspetta grandi catastrofi e grandi imprese, e sente che deve dare il tutto per tutto, subito o mai più. Non funziona così!

  3. è vero, ci sono relazioni fatte per durare, e per fortuna! ne sono prova le mie amicizie storiche, che mi “trascino” da decenni. so che uso questo termine in senso improprio perchè dà un’idea di fatica e quasi fastidio, mentre invece si tratta di rapporti vivi e vegeti, ancora capaci di darci molto reciprocamente, rapporti realistici, fatti di uno scambio reciproco, ben bilanciato, ma anche, ovviamente, di grandissimo affetto e altrettanta stima. dici poco!

  4. Putroppo, come sai, le mie amicizie più grandi hanno subìto una sorte diversa. Ma, che diamine, non saranno le ultime!
    L’affetto (quello sano, e non la dipendenza affettiva o l’innamoramento morboso) discende dalla stima: evidentemente la mia la devo dosare con più accortezza.
    Sono ottimista… nemmeno questo è poco, considerati i tempi 🙂

  5. Trovo molto calzante a certe situazioni che ho visto, che ho vissuto, la descrizione che fai di quello che io chiamo l’egoista di riflesso: lui non pensa solo se stesso, ma no, macchè, lui vuole il tuo bene, ama proprio te…
    a patto che tu sia come si aspetta lui.
    E quando li deludi, sono rogne.
    Da questo falso amore, che è solo un egoismo riflesso in uno specchio oscuro, me ne sono letteralmente scappato. Meglio gli egoisti consapevoli, quelli almeno sono “onesti” con sè e con gli altri.

  6. Meglio, sì.
    Io ci ho messo un bel po’ ad inquadrare questo personaggio, l’egoista di riflesso (prontamente ti copio l’espressione 😉 Ci ho messo un po’, ma per un motivo per il quale ringrazierò fino alla fine dei giorni: ho amato e amo (in senso lato, non romantico) proprio una persona così, una che è estremamente. Estremamente crudele ed estremamente bisognosa. Potrebbe allungare la mano e “cogliere il frutto” della consapevolezza se solo volesse; ma per superbia e paura insieme non lo fa.
    Il suo egoismo me ne ha fatto allontanare, ma il suo destino mi rimane caro.

    Poi, beh, scrivendo pensavo soprattutto ad esempi recenti.

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