Parola chiave: responsabilità

di Fabio Scarsato
[Articolo pubblicato su MsA]

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In un mondo a tratti dominato dalla legge del più forte, dove spesso si guarda all’altro con sospetto, è utile soffermare l’attenzione sull’esempio di quanti si sono assunti fino in fondo la responsabilità del loro essere uomini e donne, vivendo e amando con pienezza e in armonia. Si tratta di persone che hanno dato la vita per gli altri, per difendere un ideale o la dignità propria e altrui; spesso si sono battute per il bene comune, subendo umiliazioni e ingiurie. È al modello di queste persone che dobbiamo guardare, per ritarare il nostro agire quotidiano ed essere degni di definirci «uomini» e «donne».

Alle origini del male

Gli antichi dicevano homo homini lupus, cioè l’uomo è lupo per l’altro uomo, quasi che una natura maligna fosse inevitabilmente inscritta nell’essere umano. E a giudicare da quanto è accaduto nella storia dell’umanità, costellata di conflitti non di rado provocati da motivi banali, verrebbe da dar loro ragione.
L’essere umano, dotato di intelletto, razionalità e anima, si comporta a volte peggio degli animali. Lo sintetizza molto bene l’antica scritta che accoglie i pellegrini all’eremo di San Romedio: «Fatto stupendo cosa strana l’orso la belva si fa umana, stupor maggior che l’uomo nato, in belva or cerchi esser cangiato» (il riferimento è al famoso miracolo di san Romedio che addomesticò un orso). Dopo esserci infatti evoluti in numerosi campi, in quello delle relazioni umane sembriamo rimasti all’età della pietra. Talora raggiungendo soglie di eccellenza nella meticolosità, fantasia e capacità di annientare l’altro (fisicamente, a parole, in tv). Come se non bastasse, siamo maestri nell’arte di starcene a guardare, magari commuovendoci o indignandoci un po’, ma in realtà senza modificare nulla della nostra vita.

Il destino dell’uomo

Ma allora ha proprio ragione chi pensa che la natura umana sia fondamentalmente egoistica? Chi ritiene che a determinare le azioni dell’uomo siano soltanto l’istinto di sopravvivenza e di sopraffazione? Chi è convinto che ognuno veda nel prossimo solo un nemico?
Paradossalmente, la risposta a queste domande passa per altri quesiti. Vale a dire: che cosa può fare l’uomo dinanzi al male? Possibile che sia condannato, in una sorta di «maledizione», a reagire sempre con altrettanta (se non di più) violenza e aggressività per non soccombere? Ed è possibile che, laddove non ci sono violenza o sopraffazione, si scada in una sorta di «calma piatta», che non assomiglia neppure lontanamente alla leopardiana «quiete dopo la tempesta», la quale, almeno, ci avrebbe dato una parvenza di soledad, la solitudine romantica ed esistenziale?
No, questa non può essere la risposta alla violenza. Non può essere che tutto ci appaia uguale e indifferente, che dinanzi a ogni problema abbiamo sempre una giustificazione pronta: «È la mia vita privata», «Nessuno mi può giudicare», «Non sono una santa» e tante altre più o meno nobili motivazioni. Ma, allora, qual è il vero problema? Forse tutto sta in una parolina magica un po’ demodé: responsabilità. Oggi mai nulla è responsabilità di qualcuno: a sbagliare sono sempre e solo gli altri. Pare quasi che il noto «chi se ne frega» di fascista memoria sia tornato tristemente di moda.
L’homo sapiens, l’essere in grado di ragionare e di mettere in campo capacità critica, sembra aver lasciato il posto all’homo frigidus, indifferente, né caldo né freddo, sottospecie già presente e ben criticata anche nel libro dell’Apocalisse: «Poiché sei tiepido, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,15-16). Forse è proprio questa la «banalità del male» di cui parlava già oltre quarant’anni fa Hannah Arendt, oppure, semplicemente, siamo dinanzi alla più perfida tra le possessioni diaboliche.
Lo scriveva anche il demonio delle Lettere di Berlicche di C.S. Lewis al nipote Malacoda, altrettanto luciferino: «È buffo che i mortali ci rappresentino sempre come esseri che mettono loro in testa questa o quella cosa: in realtà il nostro lavoro migliore consiste nel tenere le cose fuori della loro testa».

La possibilità di scegliere

Eppure, all’encefalogramma piatto della nostra società non per forza deve cor­rispondere un elettrocardio­gramma altrettanto piatto.

Ci guardiamo attorno, o anche solo ci rifugiamo nella storia, e ci vengono in mente tanti uomini e donne che, invece, non hanno mai smesso di amare e vivere in pienezza.
Nel tentativo patetico di allontanarli da noi per non assumerli a modello, li abbiamo derubricati a «eroi» o messi sugli altari. Ma erano e sono persone normali, addirittura, spesso, antieroi che, paradossalmente, hanno fatto quel che han fatto prima di tutto per sé, e non per gli altri: non passava nemmeno nell’anticamera del loro cervello ergersi a maestri e neppure indossare la veste di salvatori di chicchessia. Semplicemente non si sono sottratti alla loro personale «responsabilità». E cioè alla loro «abilità di rispondere», in modo personale, qui e ora. Forse non è la più giusta o la migliore in assoluto, forse è persino criticabile e datata. Ma è la «loro» risposta. Magari pure sofferta, dibattuta, inquietante: che non lascia quieti, non fa dormire sonni tranquilli, che interroga in ogni istante della giornata e richiama continuamente alla coerenza, grillo parlante dei pensieri e degli atti. E magari è una risposta che li ha portati a «dare la vita» per non retrocedere dalla propria dignità, parola che fa rima con umanità e, in deroga alle rime, anche con coerenza.

Uomini e donne come noi
Fratelli e sorelle appartenenti a fedi, culture e lingue diverse; usciti dalle più disparate  esperienze personali e storiche; che hanno vissuto dentro percorsi esistenziali e sociali particolari e spesso sfavorevoli; che non erano più bravi o più istruiti di noi, ma che hanno preso maledettamente sul serio il proprio mestiere di uomini e donne. Che hanno detto, gridato o sussurrato, con le parole strozzate dall’emozione o con i fatti resi audaci dalla passione, il loro «eccomi». Dando la loro del tutto personale risposta all’invito della Pirké Evot (I detti dei Padri): «Laddove non ci sono uomini, procura di essere tu un uomo».

Perché qualcuno dovrà pure cominciare, dovrà pure provarci, qualcuno dovrà pure essere meno gregge e più uomo, dovrà pure mettere qualcosa d’altro al primo posto invece dei propri bassi interessi e bisogni immediati, dei propri beni e del successo in società. Qualcuno saprà pure vedere un po’ più in là.
Questi, i famosi «eroi», sono uomini e donne che hanno fatto i conti – possiamo dirlo anche se suona così «preistorico»? – con la loro coscienza. Ecco, forse il nocciolo sta tutto qui: recuperare la «voce della coscienza» che ha inquietato, interrogato, costretto tanti uomini e donne a prendere posizione di fronte al male, cercando – a volte con sofferenza – una via d’uscita onorevole che salvasse la dignità personale e altrui, sempre in modo responsabile, mai banalmente, pagandone di persona le conseguenze.
È l’ora, questa, di insegnare ai nostri ragazzi e ai nostri giovani che esiste un «luogo» – più intimo a noi di quanto non lo siamo noi stessi – dove a ognuno è data la possibilità di incontrarsi con la parte più vera di sé e anche la più esigente.

Dove il credente è certo di trovarsi faccia a faccia con il suo Dio, e dove il non credente ha forse l’unica possibilità di fare seriamente i conti con la propria vita, senza essere in balìa di qualsiasi folata di vento. Dove, l’uno e l’altro, possono attingere con insperato coraggio alla verità dell’uomo, alla sua forza nella libertà e nella carità. Non è questo ciò che desideriamo dire quando affermiamo che è Dio che abita in noi con la forza del suo Spirito? Non è questa la parresia (la franchezza) che caratterizza il cristiano, il suo linguaggio e, più in generale, la sua vita?

Una coscienza  rettamente formata
È solo sviluppando la coscienza che è possibile realizzarsi in pienezza come uomini e donne: una coscienza che certamente deve essere «educata», cioè nutrita di bene e di bello, di vero e di valori, di sogni e di serietà, di fantasia e di audacia. Dove il punto non è la perfezione o l’avere tutto sotto controllo, ma la tensione al bene, quella cioè che permette l’errore e la progressione dinamiche e consente di migliorare.
Purtroppo non sempre la coscienza è in cima alla nostra lista delle priorità, e basta guardarci attorno per esserne convinti. Ma, fortunatamente, abbiamo esempi virtuosi che restano un faro per tutti: Massimiliano Kolbe, Etty Hillesum, Jan Palach (il giovane cecoslovacco che si uccise per protestare contro l’invasione del suo Pae­se), il ragazzo cinese con la borsa in mano davanti al carro armato in piazza Tienanmen, Oscar Romero, Iqbal Masih, l’anonimo soldato tedesco che in Serbia venne fucilato assieme ai civili inermi perché si rifiutava di far parte del plotone d’esecuzione, Martin Luther King, Gandhi, Josef Mayr-Nusser, l’extracomunitario Cheikh Sarr morto per salvare un bagnante italiano, i nostri martiri di Sanzeno e tanti altri.

Sono uomini e donne come noi, che hanno vissuto le nostre stesse difficoltà. Ma, al contrario di noi, hanno saputo dire «sì» e «no» in modo chiaro. In qualche situazione hanno anche salvato vite umane, ma generalmente il loro sacrificio personale non ha deviato di un millimetro il corso degli eventi e non ha risolto alcun conflitto. La guerra è andata avanti, i massacri non sono cessati, alcuni uomini hanno continuato imperterriti a vessare altri uomini, i poveri sono rimasti tali e forse si sono ulteriormente impoveriti, l’esercito che stava invadendo un altro Paese non si è fermato, nel mondo alligna ancora violenza e razzismo, ingiustizia e menefreghismo.
Tutto inutile, allora?
Assolutamente no. Ciascuno di questi uomini e donne ci ha fatto riscoprire un po’ più umani. E, forse, ci ha rimesso nelle mani la possibilità di recuperare tutta la nostra forza: quella della responsabilità e della testimonianza personale. Della vittoria nella (apparente) sconfitta. Come Cristo in croce.

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2 thoughts on “Parola chiave: responsabilità

  1. il ragazzo cinese con la borsa in mano davanti al carro armato in piazza Tienanmen sta qui sopra di me, in un poster 100 x 70, perchè per me rappresenta un simbolo, un memento. condivido in pieno quanto scritto qui sopra e da sempre sostengo l’importanza della responsabilità e della coscienza, eppure a volte mi assale uno sconforto immenso, se mi guardo attorno e vedo la devastante realtà che mi circonda. eppure so che non tutti sono perduti, per fortuna, e che di persone dotate di responsabilità e coscienza ne esistono ancora, sennò non staremmo nemmeno qui a parlare, probabilmente.

  2. Sì, senza dubbio persone responsabili ancora esistono, e sempre esisteranno – aggiungo, più sicura che timidamente fiduciosa.
    La responsabilità è una caratteristica non solo propria dell’uomo, ma fondante l’uomo: il giorno in cui davvero non ci sarà più neppure un giusto sulla Terra (un giusto tra le nazioni, per dirla all’ebraica, tra i quali mi fa piacere ricordare Sugihara); allora sarà il giorno del Giudizio – perdonami se parlo con toni quasi da predicatore: a prescindere dalla fede personale, in ogni caso, quel giorno la specie umana cesserà di sopravvivere a se stessa.

    L’uomo che abdica alla propria responsabilità abdica con essa alla propria libertà. E’ un concetto, questo, tanto chiaro ed incontestabile quanto scarsamente compreso ed interiorizzato.

    Personalmente, fuor di retorica e senza tanti giri di parole, possiedo senso di responsabilità in abbondanza, da sempre. Ma soltanto diventando (concretamente e non più appena nominalmente) cristiana ho cominciato a sentir venire meno il peso, talvolta schiacciante, delle molte responsabilità umane.
    Il peso si allevia per due ragioni:
    a) non si è soli a portarlo (e soli con se stessi un po’ lo si è comunque, a prescindere dalle pur ottime relazioni che possiamo instaurare): si è immersi nella comunione con Dio e con i fratelli, che ha origine spirituale e non è comparabile con nessuna comunità o compagine interamente umana;
    b) il peso, la sofferenza, l’impegno hanno uno scopo che trascende il benessere contingente e terreno, pure tanto importante – guardano ad una mèta non astratta nè infinitamente lontana, ma già sperimentabile e sperimentata.

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