La dipendenza da Internet esiste

Fazio, ministro della Salute, non mi è mai piaciuto. Ma quando afferma che la nuova tendenza, legata alle tecnologie ed in particolare al personal computer, a passare una gran parte del proprio tempo impegnati nel loro utilizzo dà luogo in alcuni casi (non certo eccezionali come si crede) ad una vera e propria patologia e dipendenza dagli stessi; ha ragione. Non fa che esporre una realtà già in atto.
Che poi parli specificatamente di social network non è sintomo di una sua avversione (come molti sembrano credere) o peggio, parte di un piano diabolico per limitare la libertà d’espressione nel Paese… è invece perfettamente logico, se si considera che la dipendenza in questione nasce molto spesso da carenze emotive e relazionali che trovano nei rapporti indiretti (e soprattutto, fruibili 24 ore su 24) una valvola di sfogo ed un’ancora di salvataggio.
Analogo discorso, anche se con alcune significative specificità, riguarda gli online games; ovverosia quei videogiochi che richiedono una presenza lunga e costante allo schermo, e sono giocati in tempo reale, di solito assieme ad altri utenti collegati alla rete.

Vignetta di PV (Pietro Vanessi)

Conosciamo tutti i facili isterismi ai quali vanno soggette certe tipologie di genitore, ed il fastidio che genera il sentir proferire analisi da mercato del pesce su attività che, come giovani (magari pure “nativi tecnologici”), ci interessano da vicino o personalmente: interazione virtuale, videogiochi, giochi di ruolo, blog e social network…
… ma, se siamo svegli e ci abbiamo avuto a che fare abbastanza, dovremmo per contro intuire, per esperienza o per averlo notato in altri, quanto facile, banale e rapido sia il cadere in una forma – appunto – di dipendenza, di piccola ossessione, di piacere ripetitivo e frustrante, ma al quale si torna continuamente. E’ sottile. Ma esiste: e per ammettere che si sta esagerando una discreta dose di palle ci vuole.

Se ti interessa l’argomento, clicca anche qui:
>>> Schiavi di Internet: cosa è la dipendenza da Internet e come si interviene
(della Dott.ssa Francesca Saccà)
>>> La vita reale e Second Life: un percorso di consapevolezza
>>> Come liberarsi dalla droga Facebook? (… e come era la mia vita appena 4 anni fa)

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16 thoughts on “La dipendenza da Internet esiste

  1. oh sì, indubbiamente esiste. per ogni invenzione esistono cattivi usi, l’importante è additare quelli e non l’invenzione in sè. un po’ come per i peccati e il peccatore, insomma.
    (per quanto mi riguarda, non sai quanto desidererei avere nel reale ciò che ho trovato nel virtuale, ma poichè mi è impossibile riuscirci, continuo a godermi il virtuale, cercando che non diventi una dipendenza)

  2. Quel che dici sul cattivo uso è vero, Guchi (e fai giustamente la distinzione tra peccato e peccatore, che è una delle basi dell’essere cristiani). Io però identifico con “cattivo uso” splendide cose come pedofili che infiltrano le chat, spamming-phishing-trojaning-cracking–ecc. a scopo di ruberìa e danneggiamento, e un vecchio classico come il rintracciare i dissidenti politici per sbatterli ad vitam in una galera che schiferebbe i topi.
    Atti orrendi ma consapevoli e voluti.
    Per questo non mi è piaciuto leggere tanta polemica verso Fazio, perché che si detesti i blogger, i social, le community che contestano il governo è un dato di fatto, prevedibile, sul quale discutere – (più spesso che no per me facciamo il gioco non dell’opposizione sana, ma dell’antipolitica: ma questo è un altro discorso)…
    … è una polemica però che inevitabilmente fa passare in secondo piano, se non addirittura per una spacconata delle solite, un problema che purtroppo c’è. Ed è un problema di salute, non di fazione.

    (Impossibile? Uhm).

  3. La vignetta è divertente e significativa, e per inciso noto che i blog aperti per protagonismo sono qualitativamente i peggiori.

    Detto ciò, io sono dipendente da internet e mi va bene così.
    No, sul serio, fermiamoci un attimo a riflettere che non è detto che la dipendenza sia un male in sè. Per natura l’essere umano dipende da una quantità di fattori – cibo da mangiare, aria da respirare, eccetera – di cui non può letteralmente fare a meno, pena la morte. Per cultura ed habitat dipendiamo da altri fattori, di cui non potremmo fare a meno se non peggiorando radicalmente la nostra vita. Sono dipendente dal mio lavoro perchè ho bisogno di soldi per comprarmi il cibo, altrimenti finirei a fare il senzatetto. Sono dipendente dalla mia fidanzata perchè senza di lei sarei molto molto infelice (lo so, è una frase terribilmente smielata, ma così è). Ci sono libri e telefilm che mi piacciono così tanto da darmi quella che non esito a definire una dipendenza: mi alzavo alle 5 del mattino per guardare la nuova puntata di LOST, adesso passo ore a leggere A Dance with Dragons. E sono dipendente da internet perchè lo uso per informarmi, per esprimere il mio pensiero, per coltivare e mantenere relazioni sociali con amici e conoscenti, insomma per fare cose che hanno una certa importanza nella mia vita.
    Ah, sono dipendente anche da Dio, certo.
    Il mito dell’indipendenza assoluta come ideale positivo da perseguire è storicamente recente nella storia umana e può dare luogo ad alcune aberrazioni notevoli – avevo scritto un racconto in proposito.

    Insomma, il problema non è di per sè l’essere dipendenti da internet, ma le modalità in cui si esplica questa dipendenza.

  4. La chiave, Claudio, è nell’ultima tua frase; che poi è il succo della faccenda e della distinzione tra passione (fosse anche estrema e pervasiva) e malattia.
    Di solito una dipendenza ti coinvolge contro il tuo reale volere ed il tuo benessere anche in termini di tempo, ma ovviamente è la capacità di farne a meno che conta.

    Io infatti capisco il discorso che fai su serie tv e simili, per tutta una serie di attività è valido per me come – penso – per i tre quarti dei nativi tecnologici.
    Però non puoi paragonarmi internet al cibo: una cosa è la dipendenza intesa come interrelazione tra soggetti ed oggetti (come giustamente rilevi, noi tutti siamo in piccola o grande parte dipendenti: da supermercati e negozi, per esempio, per cibarci, ora che in pochissimi possono permettersi di curare direttamente tutte le materie prime); un altro paio di maniche è la dipendenza non necessaria alla vita fisiologica (informazione e relazione comprese), ma che la sorpassa e (è il caso in questione) invade.
    Ragionando in termini di stile di vita, un fighetto viziato e dedito ai cocktail party dell’alta società avrebbe ben diritto di includere la cocaina nel suo carnet, e di non considerarla una dipendenza.
    Ma stile di vita e qualità della vita non sono equivalenti: se tu passi dieci ore al giorno al pc, ma per scelta e non per vincolo o compulsione, conservando inoltre un buon equilibrio in ogni altra sfera della tua vita, non sei dipendente.
    Se ci passassi anche soltanto due ore, sviluppando però un bisogno ed un attaccamento sottili e pervicaci, per quanto tu faccia anche un buon uso del tuo tempo collegato saresti nè più nè meno dipendente.
    Perciò occhio a non… relativizzare troppo il concetto di salute: esso infatti è sì soggettivo, nel senso che è valutabile soltanto nel quadro della vita specifica ed integralmente considerata di ogni singola persona; ma non può esulare dal riferirsi alla soddisfazione dei bisogni. Il bisogno di relazione è naturale, ma se riesco a soddisfarlo soltanto parzialmente, e per questa parziale copertura mi affido alla rete più di quanto non farei se avessi degli amici sinceri (e pur sforzandomi di fare altro); sono già in area patologica.

    Nessuna aberrazione sociale da delirio di onnipotenza, anzi.
    Non si tratta di fare di ogni attività esercitata un po’ più a lungo della media una dipendenza, ma di riconoscere che la dipendenza non è necessariamente un evento eclatante. Dannoso, però, sempre.
    (Evito di proposito di parlare di dipendenze avanzate di un certo grado, del tipo degli hikikomori, per non fare il gioco della spettacolarizzione sociologica, e non contribuire a far dimenticare come appunto queste situazioni si configurino spesso in maniera apparentemente innocua).

  5. Un commento integrativo.
    Ho di proposito sostenuto le parole di Fazio in merito alla dipendenza dalle tecnologie, e non ho invece riportato quelle che parlavano delle misure curative che andrebbero poste in essere. Questo perché le potrei condividere solo se fossero più precise; e soprattutto se – a fianco delle terapie farmacologiche tipicamente utilizzate per i disturbi dell’umore, giustamente ricordati come possibili derive di qualsiasi dipendenza che abbia un effetto psicoattivo – avesse citato anche altro.
    Cosa? Ma è ovvio: le terapie psicologiche e di sostegno rieducativo. Può darsi che le abbia genericamente comprese fra quelle “socio-riabilitative” che le strutture da lui citate operano.
    E tuttavia ciò non basta a giustificare la mancanza: la verità è che, in questo caso come negli altri, la medicina tende purtroppo a classificare come “mentali” problemi che magari sono ancora pienamente psicologici, e gestibili pertanto senza psicofarmaci. Gli psicofarmaci vengono sempre citati, le terapie relazionali e psicologiche ben poco; troppo poco, criminalmente poco.

    L’intento del mio post era dunque ribadire la necessità di riconoscere la dipendenza dalle tecnologie per tale, non ridurla a barzelletta, ed attrezzarsi (anche con la prevenzione, anch’essa degnata di poca attenzione) per affrontarla.
    Ma, dopo aver letto questo articolo su La Bussola Quotidiana, ho preferito spendere qualche parola.
    Perché non passi il messaggio che, individuato un problema, i farmaci siano l’ovvia e più corretta soluzione: l’ambiguità di Vasco sta proprio in quanto individua La Bussola, cioè nella scarsissima autorevolezza e credibilità che assumono le sue affermazioni.
    Un depresso che dica: i farmaci non sono tutto, ma talvolta sono purtroppo necessari; ha la mia stima.
    Un (ex?) tossicodipendente che veicola l’idea che i cocktail di farmaci siano la salvezza; come minimo preoccupa. Tesse le lodi di droghe legali, come se parlasse di una ricetta universale e non di una misura tragica cui è costretto per i suoi passati eccessi… pessimo!

  6. Pingback: Frammento V | Seme di salute

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    Keep in touch, so 🙂

  9. Ciao Denise, mi sono permessa di prelevare la vignetta che, come hai fatto tu linkerò al proprietario, grazie,è sempre istruttivo passare di qua 🙂 Buona domenica.

  10. Pingback: Rifatte senza glutine: Blitz di mele. « Accantoalcamino's Blog

  11. Pingback: Unplug yourself! « Seme di salute

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