L’Ocse dice che bocciare non serve? Ed io boccio l’Ocse.

Secondo uno studio del Programma di valutazione dei sistemi educativi (PISA) dell’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) andrebbe abolito il vecchio sistema di far ripetere l’anno scolastico: rafforza le diseguaglianze e pesa sui bilanci.
Come scrivevo qui su Liquida, a me pare, lapidariamente, una somma stronzata: si incolpa il sistema di antieconomicità nascondendo sotto il tappeto il fatto che persone poco o male istruite costituiranno per il futuro un fattore antieconomico molto più serio della gestione di più studenti ripetenti.
Mi si chiede cosa ritengo, nel concreto, che sia una stronzata.
Rispondo: L’idea che bocciare sia dannoso, semplicemente.
I corsi di recupero durante l’anno già esistono (laddove, e sappiamo che non sempre è così, la scuola funziona bene), e la pesantezza che i ripetenti (escludendo dal novero coloro che hanno problemi personali gravi) sperimentano dipende più dalla mentalità diffusa che nulla si debba pagare, e di nulla si debba render conto; che da un’oggettiva difficoltà insuperabile. Non interviene, insomma, alcun trauma per il ripetente…
… la scuola non può essere una chioccia amorevole: attenta e rispettosa delle persone, questo sì. L’educazione alla responsabilità passa anche da questo, dalla richiesta di un certo livello formativo. I titoli scolastici non sono dovuti (e se è vero che il l’impegno non nasce soltanto dalla bocciatura come deterrente, è altrettanto vero che non bocciare nessuno fa il gioco contrario alla meritocrazia).

Advertisements

16 thoughts on “L’Ocse dice che bocciare non serve? Ed io boccio l’Ocse.

  1. hai perfettamente ragione, tra l’altro proprio ieri sera si parlava col figlio di nostri amici, coetaneo del mio maggiore, il quale esprimeva tutto il proprio disappunto perchè un suo compagno con insufficienze in ben 5 materie e un numero di assenza quasi pari al limite massimo fosse stato semplicemente rimandato anzichè bocciato. politiche di questo genere non fanno affatto il bene dei ragazzi, nè di chi viene “salvato” nè di chi ha fatto il proprio dovere e finisce per domandarsi chi gliel’ha fatto fare. insomma, un ennesimo esempio di diseducazione che per giunta arriva proprio dalla scuola, che invece dovrebbe educare.

  2. A me pare che il concetto stesso di “educazione” oggi sia a rischio, già abbondantemente frainteso ed annacquato.
    Io non ho i conti alla mano. Ma so che l’efficienza paga in molti modi, e questa mollezza invece costa un sacco. That’s it.

  3. L’articolo di Giorgio Israel sulla vicenda merita d’essere qui riportato.

    BOCCIARE FA BENE AL MERITO

    Dunque l’Ocse raccomanda di sopprimere le bocciature a scuola. Con quali argomenti? Il più inconsistente è quello economico, e cioè che le bocciature inciderebbero del 10% sul bilancio educativo. Con questo criterio tanto varrebbe tornare a qualche secolo fa: chi ha i mezzi paga un precettore, gli altri si arrangiano come possono. L’istruzione moderna è un investimento e non un lusso. Tuttavia, l’Ocse sostiene che il sistema delle bocciature è inefficace, produce perdita di fiducia, isolamento, ingresso ritardato nel lavoro e che la qualità dell’istruzione è migliore nei paesi in cui non si boccia, secondo le sue stime; circa le quali vi sarebbe molto da dire, visto che i modelli da imitare sono la disastrata scuola inglese e quella finlandese i cui “successi” – come mostrano numerose analisi – sono molto discutibili.
    Il nodo a cui l’Ocse non da risposta è: quali strumenti restano per premiare il merito? In Italia, la soppressione degli esami di riparazione autunnali non ha conseguito l’effetto di eliminare le “ripetizioni” private, che sono diventate ora un immenso giro d’affari da far impallidire quello artigianale di un tempo. In cambio, ha tolto alla scuola uno dei principali incentivi allo studio diligente. Il mantra già diffuso, «Chi me lo fa fare di studiare, visto che tutti vengono promossi?», diventerà il primo comandamento dello studente. Se non si chiarisce quali incentivi e penalizzazioni efficaci introdurre in cambio, vuol dire soltanto che si mira a una scuola in cui il merito non vale niente.
    È malinconico dover precisare un concetto evidente: offrire pari opportunità è ben diverso che garantire il successo a tutti. Il primo punto di vista è tipico di una società aperta, liberale, che riconosce che non siamo e non saremo mai tutti uguali. Non tutti possono diventare premi Nobel, ma è giusto e nobile che la società offra a tutti la possibilità di concorrere a diventarlo. Su questa base, i migliori hanno il diritto a un riconoscimento che non spetta ai peggiori. Il secondo punto di vista è tipico delle società illiberali, che conducono alla frustrazione dei migliori e all’inefficienza. Tutti vanno avanti comunque e, alla fine, ottengono un “portfolio” che inserisce in un canale sociale predeterminato. Tale visione ha al centro l’obbiettivo del “successo formativo garantito” come espressione di un demagogico egualitarismo secondo cui il successo scolastico è un “diritto”.
    Non è possibile in un articolo di giornale analizzare l’intreccio di influssi culturali che sta dietro queste concezioni. Ma non va dimenticato che l’idea del successo formativo garantito ha un antecedente nell’attacco alla “scuola di classe”, “selettiva” e “repressiva”. Ricordo bene, quando ero giovane assistente, i professori “progressisti” che – distruggendo una tradizione di rigore degli studi cara alla sinistra – aprivano i verbali di fronte a una fila di studenti registrando un voto unico per tutti, e i cui epigoni di oggi permettono di copiare agli esami, fornendo essi stessi traduzioni e soluzioni. Quella demagogia ha infettato non solo l’Italia e l’Europa. Molto tempo è passato e i sogni rivoluzionari sottostanti a quelle pratiche si sono spenti e trasformati in ideologie pedagogiche che hanno trovato asilo nella tecnocrazia. Quando un superispettore francese dichiara che una decina d’anni di “lotta militante” (testuale) basteranno a “distruggere” la scuola tradizionale, non si assiste soltanto alla fine di una figura di funzionario ligio alle direttive democraticamente stabilite, ma al riproporsi dell’ideologia totalitaria del successo garantito sotto vesti tecnocratiche e la cui essenza è il rigetto di ogni forma di meritocrazia.
    A dire il vero, tale affermazione va corretta, perché se gli studenti vengono esentati da ogni controllo di merito, questo viene riservato soltanto agli insegnanti, trasformati in burocrati delle ideologie egualitarie, non più maestri ma meri esecutori delle prescrizioni tecnocratiche, meri “facilitatori” (secondo uno squallido neologismo). Non a caso il massimo astio dei fautori della scuola del successo formativo garantito è riservato alla categoria degli insegnanti, accusata di “resistere” e di arroccarsi su un’idea “vecchia” e “superata” di scuola, cui si vuole contrapporre la scuola-azienda volta alla soddisfazione dell’utente.
    Con tutto il rispetto per l’Ocse, ci sembra che l’eliminazione della scuola meritocratica – un modello che ha garantito straordinari successi culturali e scientifici all’occidente, imitati in tutto il mondo – è una scelta troppo importante per essere delegata agli “esperti”. È in gioco qualcosa che coinvolge il futuro delle nostre società e che non può essere deciso con l’esibizione di statistiche e al livello di organismi tecnocratici. La vicenda in oggetto può apparire minore, ma in realtà è solo l’ultimo gradino di un declino delle strutture europee dell’istruzione che sembra inarrestabile, consegnato com’è a organismi e gruppi che si mostrano totalmente insensibili, se non sordamente ostili, alle denunce e critiche di tanti insegnanti, uomini di cultura e tanta parte dell’opinione pubblica.

    (Il Messaggero, 27 luglio 2011)

  4. sono stratagemmi contro il valore legale del titolo di studio. A che serve un titolo? è il voto che conta
    poi non esiste cosa meno quantificabile del merito

  5. Non mi è chiaro il senso della tua prima frase.
    Sul resto, dissento. Che il merito sia inquantificabile è falso: pur non trattandosi di una misura matematica, consta di precisi fattori; a partire dalla rispondenza della propria preparazione ai criteri minimi riconosciuti validi dai professionisti del settore, fino alla capacità di rielaborare creativamente quelle basi traendone una competenza personale, passando dall’immancabile impegno – che se c’è, si vede.

    Senza titolo, poi, non si va da nessuna parte.
    Per quanto scalcagnata sia la nostra scuola – università compresa – senza titolo puoi fare soltanto l’imprenditore, o lavori non qualificati. Neppure il lavoro di fattore ti è consentito, senza fior di titoli.
    Che il voto conti più del titolo, è vero: ma il voto è il succo del titolo acquisito, non sussiste di per sè. Non c’è voto senza titolo, that’s it. Ma è logico: che senso ha un voto, se non a dare la misura, appunto, di una conoscenza o capacità ben precisata?

  6. “La scuola non può essere una chioccia amorevole” scrive Denise Cecilia sul suo blog (1).
    Il paragone scuola-chioccia è intrigante e indovinato, ma l’affermazione complessiva non può essere condivisa né generalizzata.
    I paragoni sono spesso usati nei discorsi e negli scritti e possono risultare utili e aiutare ad esprimersi e a capire. Ma vanno usati con cautela e verifiche perché – oltre ad avere dei limiti – possono anche confondere, ingannare, portare fuori strada. E non sempre all’insaputa di chi li propone.
    Denise Cecilia poi aggiunge al paragone una sua affermazione apodittica e soggettiva – “non può essere amorevole” – che cambia tutto, condiziona, rivolta e deforma le conclusioni. Perché mai la scuola non può essere amorevole? Chi lo vieta? Chi e cosa ci si perde? Forse non ci guadagniamo tutti se la scuola è amorevole?
    Così se avessi un allevamento o un pollaio avrei interesse ad avere tutte chiocce amorevoli.
    Ovviamente non è proibito, è lecito propendere e auspicare una scuola o una chioccia non-amorevole. Ma non si può spacciare questa scelta individuale come un dato oggettivo, o un punto di partenza valido, utile, ottimale e condivisibile da tutti o un obbiettivo da raggiungere.
    I corsi di recupero? Finanziati a livelli assolutamente risibili, sostanzialmente non esistono se non come mero adempimento formale.
    “I titoli scolastici non sono dovuti”: pienamente d’accordo. Non si tratta – almeno secondo me – di regalare sufficienze e diplomi ma di attribuire semplicemente i voti meritati.

    (1) https://semedisalute.wordpress.com/2011/08/07/locse-dice-che-bocciare-non-serve-ed-io-boccio-locse/

  7. Vincenzo, dal momento che usi la terza persona per indicarmi immagino che tu abbia pubblicato questo tuo commento sul mio intervento altrove: ma dove?

    Ti ringrazio per l’attenzione, e chiarisco una cosa: che la scuola non debba essere in alcun caso amorevole (e che anzi, magari debba essere autoritarista) nemmeno io lo penso. Se scrivo che “non deve” essere amorevole, è perché in questo contesto “amorevole” assume la connotazione di mollezza di cui appunto mi lamento.
    D’altra parte, questo risulta chiaro dal fatto che non suggerisco una scuola disinteressata al bene anche affettivo dei frequentanti, in marcia forzosa verso degli obbiettivi nozionistici puri; ma al contrario elogio una scuola (che pure esiste) che sia invece “rispettosa ed attenta” a loro.

  8. «Se scrivo che “non deve” essere amorevole, è perché in questo contesto “amorevole” assume la connotazione di mollezza di cui appunto mi lamento.»
    Ma quale scuola ti rifersci? A quella reale attuale o a una ipotizzata?
    Quella attuale è caratterizzata – secondo me – da iper-mollezza però nascosta e camuffata (con il contributo e la connvenza di tutti) da rigore e severità a parole e sulla carta. Negando la realtà non si può intervenire per recuperarla.

  9. Grazie, ho visto poi la pagina nei referrer. Ma è giusto che sia raggiungibile da qui.
    Mi riferisco, naturalmente, alla scuola reale. Non ci lavoro, ma ci ho vissuto, ed era già così anni fa. Quando dici che negare la realtà non l’aiuta, mi trovi d’accordo: il “problema”, per cui forse la mia polemica può giungere fastidiosa, è che io mi sono limitata a polemizzare con l’assunto dell’Ocse.
    L’operato dei vari governi in questo settore, ed il “nascondere e camuffare” sotto apparenze efficientiste il marcio, non l’ho negato – semplicemente, non me ne sono occupata.

    Ho dato una scorsa al tuo secondo articolo. Lo riprenderò domani con più calma.

  10. «…mi sono limitata a polemizzare con l’assunto dell’Ocse»
    L’Ocse non dice di non bocciare! L’Ocse segnala che recuperare per evitare poi le bocciature può essere conveniente.
    A dire ” l’Ocse dice di non bocciare” è stato qualcuno che andava di fretta oppure cercava appiglio strumentale per le sue tesi o le sue polemiche.

  11. Vincenzo, a me pare invece che i giornalisti che hanno costruito l’assunto “L’Ocse dice di non bocciare” abbiano colto nel segno. Certo, l’agenzia non lo dice, perché non le spetta di produrre politiche ma di fornire indirizzi di massima. Dice invece:
    Some policies that are used to group students according
    to their academic potential, interests or behaviour, such as having students
    repeat grades or transferring students to other schools, can be costly for
    school systems and are generally not associated with better student
    performance or more equitable learning opportunities.

    E, se è vero che vogliamo parlare di scuola reale e non potenziale, non possiamo prendere questa conclusione come un’affermazione teorica, fine a se stessa; ma come la base per un’indicazione pratica.
    Forse neppure suggerita, soltanto implicita: ma, a mio parere, da quanto sopra discende proprio il “non bocciare”. Con buona pace del fatto che, al di là di statistiche secche e risultati netti, l’Italia non è la Norvegia, o il Giappone – e mi vien pure da dire: grazie al cielo; il che è comico 😉

    Ciò che apprezzo del rapporto Ocse è piuttosto la nota posta a fianco del grafico:
    students who have repeated a grade might be better prepared for the labour market than if they had not done so.
    Che è in soldoni ciò che scrivevo rispetto alla presunta maggior economicità dei sistemi scolastici che la bocciatura non la prevedono.

  12. Pingback: Su istruzione, cultura e ’68 « Seme di salute

Lascia un commento... vuoi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...