A te che mi scrivi… II: Mad world

[…] quello che mi chiedo spesso è: perchè le persone infime, cattive, che fanno della cattiveria mentale, se la cavano sempre e le persone buone come me, ad esempio, devono soffrire per torti subiti e menzogne, senza vedere uno spiraglio di luce? Tu credi che se fai del male, col tempo, riceverai lo stesso dolore? Sotto qualsiasi forma intendo.

No, S., non lo credo.
Innanzitutto perché da cristiana non credo in una giustizia karmica, quasi quantificabile e sempre bilanciata; per cui ad una precisa azione corrisponde una precisa ed esatta reazione del cosmo. Credo invece nella giustizia divina: che è altrettanto esatta, perché restituisce a ciascuno il suo, ma non come una reazione chimica, piuttosto come farebbe un padre che conosce a fondo i propri figli, e sa per esempio quanto di quel male fatto era cosciente e voluto, quanto inconsapevole e frutto dei nostri limiti ed incapacità.
Dio non è un farmacista che per ogni grammo di dolore che causiamo ce ne somministra altrettanto, nè un giudice indifferente ed estraneo come l’egiziano Anubi che si premura unicamente di stabilire con freddo rigore la nostra purezza. Ci lascia liberi, ma spera sempre che noi scegliamo il bene, perché ci ama e non per poter eseguire dei calcoli.

Ma è vero d’altra parte che le persone buone, cioè che si fidano di Dio e seguono i suoi comandamenti (i quali non sono catene, ma indicazioni per essere felici) dovranno subire come tutti noi il “mondo” e la sua cattiveria, eppure al tempo stesso ne saranno sollevati e guariti. Non soltanto nella vita futura, che sarà di felicità piena, ma in parte già ora: il mondo non smetterà di causarti dolore, ed anzi se scegli di seguire Cristo ti osteggerà ancor di più; ma tu sarai in grado di accettarlo e sopportarlo, di non cadere ogni volta nella triste illusione che non ci sia nulla da fare, che il male è più forte, che in fondo la sensibilità e la bontà non pagano.

Ho già detto che il male che facciamo non si riflette su di noi come un boomerang, preciso ed inesorabile. Eppure è vero, il male che facciamo lo paghiamo, lo scontiamo, lo riceviamo indietro: non però attraverso delle “sfighe” assai terrene e del tutto umane, comuni. Ma sotto forma di un’impoverimento personale e morale, di un allontanamento a volte neppure evidente dalla gioia e dall’armonia interiore che non può dare nessun maestro, nessuna dottrina segreta, ma solo l’essere in pace e comunione col Signore. Come con un amico, e non con la soggezione che si prova verso un capo.
E’ questo l’inferno, banale e terribile: uno stato di cose costruito dalle nostre azioni, non una punizione divina ma la vita che noi stessi, singolarmente ed autonomamente, scegliamo; e che agisce già ora (proprio come per la grazia e la pace), ma che dopo il giudizio universale assumerà carattere eterno e intensità immensamente più forte. L’inferno è la conseguenza dell’allontanarsi da Dio, insomma: chi ti fa del male, e lo fa in modo consapevole, desiderandolo, vi è già immerso (pur potendo riscattarsi) e non è da Dio che viene punito, ma da se stesso.
Non è poi così vero allora che “chi fa il furbo se la cava sempre”. Di solito ha successo, un successo apparente e materiale, ma che è come carta velina esposta alla fiamma: inconsistente e destinato a bruciare.

Un’ultima cosa.
Il dolore, come l’amore, non è una quantità fissa e ben determinata di esperienze. Non c’è un tetto massimo oltre il quale nessuno può andare, non esiste una percentuale di amore o di dolore da spartire (per cui se amo molto una persona, dovrò necessariamente amare meno le altre che conosco; oppure se ho molto sofferto da giovane sicuramente le cose miglioreranno crescendo).
Non c’è un equilibrio di questo genere, nè interno alla persona nè distribuito fra i miliardi di persone che popolano la terra.
La vita umana è aperta, espansa, non circoscritta in gabbie (siano esse fatte di percentuali o di paure ancestrali per i fulmini dal cielo che temiamo di ricevere)… è un’avventura tutta da scrivere e non da subire!
E’ detto che nessuno riceve mai una croce, un dolore più grande di quel che può umanamente e personalmente sopportare: tu cosa ne pensi?

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15 thoughts on “A te che mi scrivi… II: Mad world

  1. ho letto, e devo dire che alcune delle considerazioni che fai erano già mie. questo forse ti farà domandare, a questo punto: “e allora perchè ti lamenti?” e io ti rispondo che hai ragione a chiederlo.

  2. Fantastico, ti ribattezzo “la one-woman band”, ‘che fai tutto da sola 😉
    No, non ti chiedo perché ti lamenti.
    Ti chiedo quali delle considerazioni sono già tue, e quanto a fondo.
    Ma sai, la disperazione quando emerge dalle acque nere del lago “non ho fatto, non sono capace, non ho ottenuto, non so, non fa per me” ti può condurre a pensare cose impensabili. Non è mica strano: è brutto.

  3. tutto il discorso sul male fatto che torna e la conclusione che nessuno riceve mai una croce che non può portare.
    il ragionamento sul male è qualcosa che ho fatto da anni perchè purtroppo capita di incontrare persone “cattive” ed è vero che alla fine pagano in termini di impoverimento personale e morale: mi vengono in mente almeno due persone così.
    la croce da portare poi, se uno la sostiene bene fino in fondo, va sempre a finire che ti fa crescere e ti può addirittura rendere una persona migliore, allora forse bisognerebbe addirittura aggiungere che “non tutto il male viene per nuocere”.

  4. “Beata” te, oso dire: io, che la croce di ognuno sia commisurata (o comunque non superiore) alle rispettive forze, non l’ho mai creduto, anzi mi ribellavo tiravo certi pistolotti a Dio che te li risparmio. Ora sì, ma da pochissimo, tanto che quando ci penso e mi interrogo sul futuro mi ritrovo quasi instupidita: come quando, dopo giorni di inutili tentativi, leggi la soluzione di un’equazione sulla lavagna e ci metti un po’ ad assimilarla; notando per di più che non era così difficile.
    Chi non capisce un’acca di matematica mi comprenderà…

  5. le persone che fanno del male,se lo ricevono sotto forma di impoverimento personale,tristezza o altro,credo che siano cosi stupidi da non capire perchè stanno cosi….

  6. A volte la grettezza lo impedisce, è vero.
    L’etimologia, cioè l’origine della parola “stupido”, spiega che fra le altre cose significa “stordito”. Il male stordisce, di solito senza effetti speciali ma anche soltanto abituando le persone a distrarsi, sottovalutare quel che succede loro, minimizzare e lasciar perdere quel che conta per pigrizia.

    E’ anche vero che sapere fino in fondo, o quasi, cosa hanno dentro gli altri è davvero difficile e raro. Presumere troppo, magari dare qualcuno per perso, è un errore: allontanati, se è il caso e se puoi, da chi ti fa stare male; ma credimi: c’è sempre un mare di occasioni per accorgersi di essere andati alla deriva e rimediare.
    C’è chi poi non le coglie. Nessuno però è completamente al sicuro da questo rischio, perché siamo umani. Senza cercare lontano potrei raccontarti più di una storia di persone che si sono incasinate la vita non poco, emotivamente e spiritualmente, ma si sono anche rimesse in piedi come non avrebbero osato sperare 🙂
    (Forse è banale, ma il bello di queste storie è che… sono vere, e frequenti).

  7. Grazie a te per la fiducia, e per darmi l’occasione di parlare anche ad altri che potrebbero aver bisogno di un aiuto.
    Alla prossima, direi. Mi hai dato molto su cui riflettere.

  8. Pingback: Seven « Seme di salute

  9. essere buoni è una cosa bella; però non significa necessariamente essere anche «capaci», con questo intendo che a volte chi è buono, anche sinceramente buono, non si sforza abbastanza per combattere con tenacia chi è cattivo, quasi per non mettersi sul suo stesso piano; ci vogliono dei buoni sinceri ma che sappiano anche giocare bene, altrimenti la aprtita è persa

    Tu sei buona, ma mi sembra che non sei una buona «debole» ma una buona «forte», anche se ovviamente di fronte alla durezza degli eventi non puoi sempre essere impavida, qualche volta è umano leccarsi le ferite

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