A te che mi scrivi… III: Mors tua, mors mea

Se ci sono gli angeli custodi, se i nostri cari ci guardano e forse ci proteggono, perchè in 6 mesi non c’è nulla che mi abbia dato un minimo di speranza? Scusami se ti dico queste cose ma sto solo cercando in qualsiasi modo una piccola luce.

Caro S.,
volendo potrei mettere insieme, sul tema della morte, una gran quantità di riflessioni e di spunti, anche esoterici (ricordi? Il nostro scambio era cominciato da lì). Ma leggendoti è ad altre cose che ho pensato, forse non meno leggere ma sicuramente meno… come dire: didattiche, austere, severe, imponenti.
Per esempio, non so se tu sia anche solo un poco un lettore di romanzi e racconti horror, la primissima cosa che ho pensato rileggendo queste tue parole è stata una citazione classica e molto nota di Howard Phillips Lovecraft: Non è morto ciò che in eterno può attendere, e col volgere di strani eoni anche la morte può morire.
Che vuol dire? Lui si riferiva (così ho inteso io) a una serie di spaventosi dèi, del tutto inumani e dimoranti in una specie di dormiveglia nello spazio profondo, che presto o tardi da quel loro sonno si sarebbero risvegliati… e ti lascio immaginare il seguito. Beh, sembrerà da matti, ma io quella frase la riesco a leggere anche in un modo ben più ampio e positivo: nulla con la morte semplicemente decade e scompare, tutto ciò che noi siamo e tutto ciò che viviamo, gustiamo, amiamo continuerà ad esistere; senza filtri e divisioni.
Solo Dio è eterno (e non ha tentacoli, non urla frasi sguaiate dal centro dell’universo!), è in Dio che ci “ritufferemo” alla fine dei tempi (la fine dei tempi: non una catastrofe, ma un “eone strano”, cioè un’epoca diversa da tutte le altre, nella quale non saremo più sottoposti alla morte fisica, emotiva, spirituale e via dicendo che ora come esseri umani dobbiamo purtroppo affrontare).

Ma questa è la mia ossessione letteraria che affiora. Tu mi parlavi di qualcosa, anzi di qualcuno, non apparso sulle pagine di un libro ma vicino a te. Sì, chiunque sia la persona che hai perso, abbi fede nel fatto che ti è vicina… sai, ognuno di noi – come si dice spesso – reagisce in maniera differente, ma elaborare un lutto, ritrovare la pace con se stessi ed il modo di sopravvivere a chi ci ha lasciato pur ricordandolo con amore, di solito richiede anche parecchio più di sei mesi.
Forse è una risposta un po’ arida, e forse ti farà domandare in cuor tuo: ma allora, per quanto ancora? Quanta sofferenza ancora? Riuscirò alla fine a “sentire” che mi è vicino/a?
Io non ho risposta alla tua domanda, che è sempre personale. Non conosco te, la persona che hai perso nè il suo destino – ricorda cosa ti scrivevo del destino la volta precedente…
… però comprendo che hai bisogno di un appiglio, di un salvagente in mezzo alla tempesta. Solo tu, magari con l’aiuto di un amico fidato, di un consigliere, di un sacerdote anche (mi hai scritto che non credi molto nelle prediche dei preti: abbia pazienza, voglio parlarti anche di questo); solo tu con un valido aiuto puoi “indovinare” la pista giusta.
Non è facile, nemmeno quando si è condivisa una vita intera e momenti intimi. Ma ti racconto qualcosa che potrebbe risultarti utile, un esempio di come il conforto che ci occorre a volte passa attraverso “piccole luci”.
Il mio lutto più importante, anche se non è il più recente, è stato quello per mio fratello. E’ morto nel 2008, dopo lunghi anni di malattia (anni meravigliosi). All’inizio ho reagito relativamente bene, o così sembrava: essendo una persona molto razionale, in realtà, avevo trovato il modo di difendermi dal dolore dimostrando a tutti come sapevo comprendere e gestire efficacemente quell’evento traumatico. Il dolore però c’era, e sul lungo periodo “si è stufato” di non essere ascoltato e mi ha investito con tutta la sua carica, come normalmente accade subito dopo la perdita.
Io, infatti, fra le altre cose mi ero abituata a non raccontare nulla nè di questa morte, nè del fatto che avevo avuto un fratello! Nessuno per un lungo periodo, di tutti i compagni di studio, ne sapeva nulla. Per me, che istintivamente sceglievo di omettere, questo era normale… in realtà era, di nuovo, un sintomo di sofferenza. Solo quando sono riuscita, a spizzichi e bocconi, a parlarne senza prima indossare l’armatura della donna “a prova di bomba” ho cominciato lentamente a star meglio.
E sai cosa ho fatto poco dopo? Senza rifletterci su molto, una notte ho deciso di dormire nel letto che era stato di mio fratello invece che nel mio. L’idea era di farlo ogni tanto, ma quasi subito è diventata un’abitudine: non però quella di un bambino attaccato al proprio ciuccio, ma una bella abitudine, rinfrancante, che mi dava serenità e quella vicinanza che prima non avevo saputo trovare.
Oggi non sento più il suo odore sul cuscino. Ma sono tornata finalmente a parlare con lui.

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4 thoughts on “A te che mi scrivi… III: Mors tua, mors mea

  1. Beh, Ernesto, io leggo e commento ciò che mi piace (infatti ti ho inserito nei links). Non elargisco visite per far alzare il contatore, offro attenzione.
    Perciò se trovi bello questo blog la cosa migliore che puoi fare è venirci ancora: è anche per te che lo scrivo! 😉

  2. avevo notato l’inserimento, e già provveduto a “abbonarmi” ai tuoi rss per essere informato dei nuovi post. dunque, grazie e arrivederci! 🙂
    E.

  3. Pingback: Seven « Seme di salute

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