A te che mi scrivi… IV: I cristiani sono una cosa che si mangia

[…] diciamo che non sono praticante ma sono cristiano, non credo molto nelle prediche dei preti… […] sono stato in chiesa, ho pregato, ho pianto, ma mi sembra che nessuno ascolti le mie urla…

… forse ti aspetti una risposta sonora, magari sillabata? 😉
Perdonami se ti punzecchio, è che anch’io a volte – pur sapendo che non aveva senso – ho chiesto, anzi preteso, di più: un “segno chiaro e non fraintendibile”, qualcosa di evidente e forte. E’ umano chiederlo, specie se si è in difficoltà… ma sono guai se non si arriva a lasciar cadere questo atteggiamento, poco a poco, e non si capisce che:
a) i segni non mancano. Spesso si tratta di piccole e preziose conferme ed incitamenti, che spronano a proseguire il percorso e non scoraggiarsi, o ci rinforzano nel prendere una decisione importante. Cose apparentemente futili, che una persona priva di fede reputerebbe banali coincidenze, nella maggior parte dei casi. Certo, esistono anche i miracoli, che pur non alzando la voce parlano molto limpidamente della potenza divina.
Ma cosa saremmo noi, se Dio ci si sostituisse e ci si mostrasse sempre in maniera innegabile e schiacciante? Sicuramente non saremmo liberi. Non guadagneremmo nessuna esperienza e nessun merito dalla nostra sofferenza, perché non dovremmo fare alcuno sforzo di credere nonostante tutto;
b) chiedere è legittimo ed anzi consigliabile. Non si deve aver timore di chiedere, o di chiedere troppo! Ma non va dimenticato che il nostro bene è noto a Dio: non è facile (a volte ci è proprio impossibile) intendere le sue vie, il suo modo di aver cura di noi. Eppure è il nostro bene che Lui persegue, e quante volte ne sa più di noi… è uno che ci vede lontano!
Perciò la cosa migliore da fare è chiedere sempre anche che “non la mia, ma la Tua volontà sia fatta”: insomma, aver fiducia.

I preti, le prediche… sai quante volte ho sentito, e poi detto io stessa, parole come queste?
Beh, tante. Quando il modello si discosta troppo dalla realtà, almeno per le nostre personali aspettative, è facile abbandonarsi a commenti così.
Dobbiamo però avere il coraggio di ammettere, e di sostenere, che se una persona da cui ci aspetteremmo coerenza con il messaggio che trasmette non ne ha; non per questo il messaggio vale meno. Ma siamo poi sicuri che di quella persona, di quel prete, conosciamo il cuore e non ci limitiamo a criticare superficialmente azioni banali?
La verità è che i sacerdoti hanno sì un ruolo particolare e rilevante, ma non sono meno peccatori ed imperfetti di noi. Questo non significa che dobbiamo giustificare ogni errore, ma che dovremmo almeno astenerci dal pensare di poter distinguere sempre le mancanze dell’altro, sapere meglio dell’altro come dovrebbe comportarsi…

… infine, dici di essere cristiano ma non praticante. Anche questa è un’affermazione diffusa. Ma, credimi, è un imbroglio: se si hanno problemi a seguire una messa con convinzione, se ci si sente increduli di fronte alle pratiche che la dottrina richiede (non rifiutandole motivando il rifiuto, ma restando stupefatti, vergognosi, come di fronte ad un relitto del passato che non si ha il coraggio di chiamare così)… se l’idea del digiuno fa sorridere, e raccontare ad altri che si frequenta una chiesa imbarazza, per esempio; ecco: forse bisognerebbe almeno interrogarsi con sincerità sulla propria fede.
Partecipare ad una funzione certamente non basta a fare un cristiano. Ma la fede che rinuncia alle opere, alla partecipazione concreta, al legame con il vangelo vissuto non solo in una lettura mentale ma insieme ad una comunità; è una fede zoppa. Magari sincera, ma traballante, sempre pronta a cedere, destinata a non durare ed essendo debole, a rendere debole anche te.
Accettare genericamente il vangelo, e le nozioni più comuni sulla religione cristiana, ma allontanare da sè proprio chi potrebbe meglio di chiunque altro guidarti e aiutarti a crescere all’interno di essa; è un atteggiamento comprensibile, ma mette in luce una crescita spirituale insufficiente. E’ una divisione del tutto arbitraria quella tra chiesa come istituzione e chiesa come gruppo di fedeli, una divisione che fa il gioco (sporco) del diavolo: ognuno di noi, religiosi compresi, risponde personalmente a Dio delle proprie colpe e dei propri peccati, ponendosi fuori dalla comunione con Lui nel momento in cui li commette, che indossi una tonaca oppure no. E l’atto d’orgoglio più scontanto e rischioso, per noi, è proprio quello che ci induce a scartare a priori le parole di chi ha consacrato la vita a Dio – per insoddisfazione, per ripicca, per insofferenza…

… a questo punto, dopo tutte queste parole (numerose, ma spero non pesanti), ti chiederai il perché del titolo. No, non mi volevo riferire all’eucarestia, anche se è quella il modello del cristiano: appunto, il “darsi da mangiare”, l’offrirsi gratuitamente, ma non solo in senso metaforico! Al contrario, il cuore del cristiano non è fatto di una fede eterea, cioè inconsistente ed impalpabile: è estremamente concreto ed anche pratico, molto terreno.
Il cristiano è una cosa che si mangia: usa il corpo, le azioni, la voce, progetta e provvede in prima persona. A chi? A chi ha bisogno, te compreso.
Allora domandati se la tua fede è solo pensata, meditata, o anche attiva.
E se hai incontrato persone che si sono spese e ti hanno dato da “mangiare” il loro corpo, il loro tempo, e sì, anche il loro denaro… che smette di essere sporco soltanto quando viene usato per amore. Prendi esempio da quelle: non fanno altro che imitare Gesù, e vederlo in ognuna delle persone che toccano.
Ed apri il cuore anche a chi ti ispira meno fiducia: un prete.

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One thought on “A te che mi scrivi… IV: I cristiani sono una cosa che si mangia

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