Non di una, ma di molte conversioni abbiamo bisogno

Proprio come viene detto di Pietro stesso, le cui ripetute e rinnovate conversioni Carlo Maria Martini ha illustrato nel suo compendio di esercizi spirituali per sacerdoti – intitolato “Il coraggio della passione” -, anche noi non viviamo una singola conversione alla fede, scolpita nel tempo ed irripetibile. Al contrario, se la coerenza ci accompagna sperimentiamo costanti ed imprevedibili nuove conversioni, che vanno non tanto a sommarsi come detriti ma ad arare e concimare il terreno dello spirito con nuova linfa.
Può sembrare paradossale, eppure tanto più cresciamo nella fede tanto più ci sappiamo peccatori; e ad ogni mossa scopriamo che esperienza e conoscenza non svelano il Mistero, ma al contrario attraverso di esse ci si apre un orizzonte sempre più vasto, che ci lascia inizialmente spiazzati, più avanti stupiti, ed infine grati.

Ci riflettevo in questi giorni ripensando a come lo scorso autunno, pur essendo e dichiarandomi già cristiana – dunque avendo compiuto una prima, anzi forse addirittura già una seconda conversione – mi mancassero diversi passi a mutare davvero, significativamente direzione alla vita; a mettere in atto ciò che sentivo, credevo, professavo.
Avevo compreso infatti, ma non interiorizzato, la necessità della pazienza, del perdono, e del sacrificio di sè. Naturalmente, forse, ancora non ero matura per questo; intendo: per non limitarmi a prenderne atto, ma anche attuarlo.
Oggi, invece, so anche per esperienza personale e diretta che sacrificare le proprie grandi e piccole avidità e rivendicazioni è possibile; non un suggerimento buonista ed irrealizzabile.
Oggi so empiricamente che se rinuncio a determinate cose, che parrebbero a prima vista importanti, e la sola ragione pretende perché legittime; ne ricavo di viver meglio: un cuore pulito, una mente serena, dei muscoli tesi al lavoro ma non contratti nell’ansia.

Per arrivare a godere di questà felicità offertaci già sulla terra, là dove si compie il Regno (“il centuplo quaggiù”), occorre in realtà uno slancio soltanto: non intelligenza, non bravura, non competenza biblica nè grandi imprese; ma uno slancio d’amore per Cristo.
Senza paura (Chi non ricorda Giovanni Paolo II? “Non abbiate paura!”), e senza vergogna.
E le ragioni della paura, le ragioni della vergogna possono essere tante.
Una delle più comuni è il non aver scalzato dal cuore l’idea un po’ adolescenziale che “la fede è okay, ma la parrocchia… l’oratorio… frequentare messa… sanno di vecchio, di sorpassato, non hanno più nulla da dire”.
Una, che mi è appartenuta, è per esempio il timore che esponendoci in ciò che più amiamo e abbiamo caro potremmo ricevere non tanto un rifiuto personale, ma un dileggio, uno scherno, uno sputo proprio addosso a quella tenerezza che riversiamo su di esso. Ma, a ben pensarci, non è proprio al dileggio ed allo scherno, all’oltraggio per di più insensato, che Gesù si è esposto per noi? Non è esattamente questo che ha sopportato per mostrarci come solo attraverso l’accettazione della sofferenza, e l’obbedienza alla volontà del Padre; ci possiamo salvare? In effetti, si è incarnato (fatto uomo) e lasciato uccidere per insegnarci che questa follia, questa pretesa cristiana non è sovra-umana, ma alla portata di chi si fida, come Lui, del Padre.

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29 thoughts on “Non di una, ma di molte conversioni abbiamo bisogno

  1. Un passo dopo l’altro, quando con più fatica, poi con leggerezza.
    Ma la nostra natura, la nostra personalità è sempre li a chiederci (con orgoglio) di essere portate in questo cammino e spesso, è proprio ciò che è sedimentato nella nostra anima e nel nostro vissuto, che ostacola la piena adesione alla grazia ‘che sempre viene elargita a piene mani’.
    Beh, ricominciamo di nuovo, passo dopo passo, come se tutto dipendesse da noi.
    Ma quando si è mesti, i programmi, le riflessioni, mancano del mordente necessario che produca il ‘giusto’ effetto. Ma fatto sta che qualsiasi sia il nostro stato d’animo, bisogna continuare a muoverci.

  2. @ Ale: già! Una vita cristiana non può fermarsi allo stadio contemplativo scordandosi delle necessità del mondo, ma come scrive Ratzinger – in uno degli interventi riportati in “Perché siamo ancora nella Chiesa” – a proposito di Teresa d’Avila, un’azione che non si fondi sulla contemplazione e dunque innanzitutto sull’accettazione semplice di Dio e del suo amore, ma si preoccupi esclusivamente di ottenere un certo risultato; non è che un umanissimo rincorrere qualcosa che ci salvi dal timore di fallire. Sarebbe molto… protestante.
    Diversamente, il fondare le opere su una previa comunione con Dio che non chieda nè argomenti, ma soltanto ascolti; diventa garanzia di solidità.

    @ Santi: è proprio questo il bello, una parte del bello, del cristianesimo. Ti accorgi che funziona, che è “la cosa giusta”, quando sei a terra e scopri che l’abbraccio che vorresti (ed in cui magari nemmeno speri) immancabilmente arriva.
    Non c’è modo di farsi fino in fondo cristiani se non si sperimenta la perdita: è in quello stato che Dio si fa più vicino a noi, e che noi possiamo a nostra volta decidere davvero se rischiare e puntare su di Lui, o se diffidiamo. E’ in quei momenti che si fa, appunto, il salto.

  3. “Non c’è modo di farsi fino in fondo cristiani se non si sperimenta la perdita: è in quello stato che Dio si fa più vicino a noi, e che noi possiamo a nostra volta decidere davvero se rischiare e puntare su di Lui, o se diffidiamo. E’ in quei momenti che si fa, appunto, il salto.”
    E’ di certo qualcosa di meraviglioso il fatto che l’uomo sia sostenuto dalla Misericordia e dalla bontà di Dio nel momento del peccato….
    L’abbraccio del padre che ritrova il filgliuol prodigo è qualcosa di eclatante; ed è qualcosa di rivoluzionario…. il festeggiare il ritorno della pecorella smarrita !!!
    Il “rischio” però è puramente teoria …. o meglio non c’è rischio!!
    Il Signore ci lascia liberi di non abbandonarci a lui, anzi … di rifiutarLo!!!
    Ma se pensiamo che nella immensa finitezza della “REALTA'” possiamo ogni istante della nostra vita percepire il miracolo dell’esistenza nel pianto del neonato che dopo il parto viene alla vita o nel fatto che ogni giorno il Sole è li sospeso nel vuoto assieme alla Terra ed ogni altro pianeta o satellite o stella, quis dubitare potest?
    E’ in quei momenti che Dio ti “elargisce a piene mani la fede”

  4. E’ vero, forse il rischio di cui parlo attiene soprattutto ad una fase iniziale, più o meno lunga e articolata che sia, della “scoperta” della fede o del ritorno alla stessa.

    Per quel che citi, però, io mi riferivo non al momento del peccato, ma al momento del dolore e della sofferenza, di quando la vita impugna la mazza e ti si scaglia addosso.
    Che, se non ho capito male, è ciò a cui faceva riferimento Santi: uno stato d’animo di mestizia.

  5. Che belle queste riflessioni…! 🙂
    Mi hanno proprio riportato con il cuore a quei confessionali “a vela”, la pagina più commovente – e forse, per molti, più vera – della Gmg di Madrid… L’orgoglio che ci tiene lontani da lì, la superbia vestita di umiltà di chi si confessa peccatore ma poi conta solo su di sè, perfino la paura di essere liberi, di essere felici… ecco alcune delle “mie” conversioni (ancora da accogliere). 😀

  6. Oh! La superbia, il contare solo su se stessi (non solo: contare su di sè non con l’aria dei sopravvissuti in un mondo ostile, come nei fumetti, ma farlo perché si crede davvero di raggiungere così le stelle, e di più ancora – il trono che è di Dio).

    E quando ci si è convertiti una prima volta, poi, l’andare orgogliosi del proprio riconoscere ed inquadrare accademicamente il peccato per ciò che è… commettendone così un altro proprio nello stesso momento.

  7. Nope. Vado però ad avvisare appunto ediaco, perché non passa quotidianamente di qui e non so se è iscritto a questi commenti, è probabile che non sappia della tua richiesta.

  8. Chiedo scusa se sono stato un po’ criptico. Erano solo veloci riferimenti a ciò che talvolta sperimento sulla mia pelle: quella gratificazione che deriva dal fare la persona umile e disinteressata, mentre in profondità si gode nell’essere riconosciuti tali. Chiedere davvero perdono a una persona significa impegnarsi seriamente a non ripetere quel gesto, non sentirsi autorizzati a non cambiare nulla di sè solo perchè si comincia con un atto di umiltà… Circa la paura di essere liberi e felici, forse il migliore testimonial è George Gray dell’Antologia di Spoon River, a cui penso spesso ultimamente:
    http://cielilimpidi.myblog.it/archive/2005/06/02/dall-antologia-di-spoon-river-george-gray.html
    Ecco, in realtà non so se ho semplificato… 🙂

  9. Pardon, faccio riferimento alle statistiche di WP e non vedo il tuo blog nei referrer, nè ti leggo negli iscritti ai feed; ma forse mi raggiungi altrimenti… e così mi tieni d’occhio bene, eh? 😉
    Starò attenta a quel che combino, ghgh!

    (Tra parentesi: non so per quale ragione questi due commenti sono finiti in coda di moderazione. A volte succede, anche se non contengono molti link. Se non compare subito un tuo commento, non farci caso: devo solo notarlo e approvarlo).

  10. La paura di essere liberi e felici: quanto ci sarebbe da dire su questo!
    E quanti atteggiamenti, anche minimi, che mostrano la nostra schiavitù, a cui rinunciare…

  11. no no, non voglio osservare di nascosto…! 🙂
    vedo gli aggiornamenti dei post da FeeddlerRSS e ti ho fra i preferiti nel browser… quello che guardo di meno sono i commenti lasciati sul mio blog… 😀

  12. Eh, lo vedo! 🙂 Ma non importa, non sempre si commenta per avere risposta: spesso si lascia giusto una riga per dire “Mi sento così anch’io”.
    Allora ho capito cosa visualizzo e cosa no… credo, eheh.
    Grassie per l’apprezzamento, Ernie (puedo?).

  13. bah… mi rimane sempre un dubbio …
    Considero la frase che segue, parlando di peccato e non di status dell’uomo dovuto ad eventi che non dipendono dal proprio comportamento o dal comportamento degli altri, ma da eventi o fenomeni esterni…
    “Chiedere davvero perdono a una persona significa impegnarsi seriamente a non ripetere quel gesto, non sentirsi autorizzati a non cambiare nulla di sè solo perchè si comincia con un atto di umiltà… ”
    Il perdono si chiede… ma anche si da….
    Ma il perdono lo si deve dare in primis a se stessi …. anche per un atto compiuto per puro e mero egoismo o per individualismo.
    Il perdono ce lo si può dare, però, solo dopo averlo chiesto a colui ed (e non od) a Colui al quale l’offesa è diretta.

    Poiché nei fatti è vero che l’albero si distingue dai frutti, è conseguenza logica che almeno un frutto o un germoglio nasca dopo il “pentimento” o dopo l’atto di umiltà.

    Ma credo che quando ci sforziamo a leggere nelle tavole dell’antico testamento il carattere Sacro scolpito nella roccia dei dieci comandamenti, ci rendiamo conto che ci sono comandamenti che prima facie sembrano diversi, successivamente scopriamo un latro aspetto. Ce ne è sempre uno che è in un grado di “purificazione” superiore rispetto all’altro.

    Violare il comandamento “non rubare” è uno stadio “mortale” che come gravità di per se non è meno mortale degli altri; però per aver sorpassato questo limite, abbiamo dovuto infrangere, necessariamente, almeno un altro di quei 9 precetti restanti: non desiderare la roba d’altri?

    Insomma, forse sarò un disco rotto, perché a me pare sempre che il male, che produce i suoi effetti verso il prossimo o comunque che esteriorizza rendedndoli visibili i suoi effetti, nasce sempre prima violando una regola che ferisce il prorio io oltre che, ciò che è peggio, Dio.

    Con ciò, voglio dire che l’atto di contrizione vera, già in se, è sempre un primo passo -un germoglio del ramo che sarà fiore e, poi, frutto?!- verso la conversione del cuore.

    Questo, penso, sia anche un po’ il senso della speranza e della confessione Cristiana cattolica (necessaria e non sufficiente per la conversione e l’ottenimento della Misericordia Divina).

  14. La risposta spetta ad Ernie (ediaco).
    Ne approfitto però, visto che, Ale, giustamente ricordi che il perdono dell’altro non “funziona” davvero se non si sa perdonare anche se stessi per il male fatto; per rilanciare l’argomento.
    L’avevo sinteticamente tracciato in questo precedente intervento.

  15. concordo assolutamente sulla necessità – e sul valore e la difficoltà – del perdonare se stessi! Il mio era solo un cenno autobiografico a come certi atteggiamenti di apparente umiltà possono nascondere un grande orgoglio, e quindi essere specchio del suo contrario. Tutto qua. Grazie per il dialogo

  16. hai studiato bene le diverse posizioni ….
    ma il punto è: Io cosa faccio?! mi auto assolvo?! o riconosco il mio peccato al terzo parlandone pubblicamente? o altro?
    Io procedo secondo la ma esperienza di fede.
    Mi confesso, cerco di perdonarmi, cerco di ottenere il perdono dell’altro ed infine non mi abbatto, ma cerco di purificarmi il cuore, ancor più dentro.
    Cerco… di farlo …. ma un giorno saprò cosa sarà della mia inconsistenza terrena.

    Però teniamo bene a mente un particolare.

    Noi veniamo scaraventati sulla terra per peccato originale… è solo successivo l’atto di PERCORRERE L’ESEMPIO DI CRISTO, ATTRAVERSO LA MADONNA.

    E senza di Lui non possiamo percorrere la scalata verso la Santità… cosa impossibile all’uomo.

  17. Cerco anch’io di fare lo stesso, ben consapevole che io sono davvero io solo con Lui… A volte penso che il purgatorio sarà (anche) la bruciante esperienza di come Lui perdona i miei peccati molto più facilmente di quanto faccia io stesso verso di me…

  18. A volte penso che il purgatorio sarà (anche) la bruciante esperienza di come Lui perdona i miei peccati molto più facilmente di quanto faccia io stesso verso di me… accipicchia: hai centrato in pieno.

    (Sì, Ale, da soli non possiamo.
    Eppure Dio chiede precisamente la nostra collaborazione alla salvezza).

  19. Accolgo in Toto ciò che dici del PURGATORIO….. Bella considerazione. Si trova qualcosa su “lettera dall’inferno”, mi sembra su un sito …. di Daniela…!

  20. Certo, ci vuole “tutti” … ma alcuni dicono “in molti” (ed io prefersico la prima, forse per deformazione professionale)…..salvi… e se non lo vogliamo noi … come fa Dio a rispettare il nostro libero arbitrio?!

  21. Beh, Dio ci vuole salvi senz’altro tutti: a meno che non si presenti a commentare un calvinista, direi che possiamo sottintenderlo! 🙂
    La riuscita, la ri-unione, dipende poi appunto dal nostro libero arbitrio. Idem come sopra.

  22. Pingback: Di cioccolate, auto ed alieni | Seme di salute

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