La sfida della castità

[Articolo di Lucetta Scaraffia pubblicato sul Messaggero di Sant’Antonio di Giugno 2011.
Corsivi miei.]

C’è un tema che ricorre costantemente sulla stampa e nei dibattiti televisivi: il celibato ecclesiastico. […] questo argomento emerge quando si manifesta qualche scandalo sessuale oppure quando si discute della crisi della Chiesa (in particolare in relazione a uno dei suoi sintomi più appariscenti, e cioè il calo delle vocazioni religiose) […] legati a una delle questioni aperte più scottanti: quella della morale sessuale predicata dalla Chiesa e della sua distanza dalla mentalità dominante.
Il comportamento di chi dà scandalo, ma anche la rarità delle vocazioni vengono fatti derivare dall’obbligo del celibato ecclesiastico, condizione definita come l’impossibilità di “vivere una vita sessuale normale” da parte dei sacerdoti.
Questo concetto, e cioè l’idea che l’essere umano debba – pena il suo equilibrio – avere una vita sessuale non è certo nuovo […] nuova però è la sfumatura scientifica che oggi ha assunto. Infatti la scienza medica, che studia il corpo in senso strettamente materialistico, considera la pratica del sesso una funzione necessaria, quasi come il bere e il mangiare, mentre la psicanalisi la considera una necessità psichica che garantisce l’equilibrio complessivo dell’essere umano.

Quanto alla normalità dell’istinto sessuale dell’animale umano, siamo d’accordo. Quanto alla necessità, è ormai da un pezzo che disconosco il valore della “prepotenza relativa” entro la gerarchia dei bisogni pensata da Maslow: in termini semplici, il sesso non è una stretta necessità, un bisogno primario da soddisfare, prima di altri più complessi, per essere interamente in salute (fisica e psicologica).
La sessualità è naturale, il sesso per forza è (una schiavitù) culturale.
Quanto a ciò che dice la Scaraffia del pensiero medico sulla sessualità, pur non avendone cognizione diretta nello specifico, posso rilevare che:
a) le scienze assistenziali, affini e talvolta intersecate alla scienza medica, non studiano nè considerano affatto la pura materialità del corpo: l’organicismo ed altri riduzionismi sono realmente superati nella preparazione dei professionisti del settore;
b) mi pare indubbio tuttavia che la parcellizzazione e specializzazione spinte in campo medico, e la cultura efficientista di stampo americano che più in generale ci contagia lentamente, compromettano nella pratica il rapporto della medicina con la persona e la vita concreta e globalmente osservata del paziente molto più di quanto non possa fare un cattivo insegnamento.

A queste due visioni – qui ovviamente semplificate, ma che in fondo in questo modo arrivano nel senso comune – si aggiunge la rivoluzione sessuale, che ha diffuso la certezza che il sesso libero da ogni regola e da ogni costrizione costituisca la via sicura per la felicità umana.
E neppure la costante smentita che, nella realtà della vita umana, riceve questa teoria, ha veramente intaccato la sua forza ideologica. E’ troppo attraente, infatti, la speranza che esista una felicità così a buon mercato.

Felicità a buon mercato che naturalmente ci si offre sotto numerose spoglie, delle quali il sesso però è principe: il comun denominatore di tutte è l’idea che la felicità si possa comprare oppure costruire – ma non con pazienza e fatica, costruire sulla base di un’esagerata ed immotivata opinione di sè (sto pensando a certi trainer motivazionali che rinforzano l’ego senza un solido motivo, che non curano traumi e solitudini ma illudono che essi non abbiano alcun peso).

La castità, quindi, costituisce una sfida a dogmi fondanti della modernità: ci si rifiuta di considerarla una possibilità umana […]. Riproporre oggi la castità per i sacerdoti significa dare una prova sostanziale della diversità del cattolicesimo, del suo non essere una dottrina “di questo mondo”, mutabile a piacimento come si fa con tutte le altre forme culturali umane.

Difendere una via difficile – che richiede sacrificio (parola ormai aborrita), ma che pone le basi non solo per una donazione completa della propria vita, bensì anche per l’addestramento a una disciplina indispensabile a ogni percorso spirituale – è fondamentale, anche se i costi che oggi si pagano al senso comune sembrano così alti.
Ma la Chiesa è realtà altra dal mondo, e non ragiona mai su piccoli guadagni immediati.

Molti vorrebbero che lo scandalo suscitato da gravi azioni umane (come lo stupro di un bambino da parte di un prete) giustifichi l’abbattimento della Chiesa, custode di una purezza che oltrepassa l’individuo, e con essa la fine del vero scandalo che si porta dentro: l’essere fedele ad una persona precisa, incarnazione del bene, più che a qualsiasi personalità che di volta in volta si propone come rappresentativa del bene.

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19 thoughts on “La sfida della castità

  1. sì! Mia mamma è abbonata da sempre e conosco alcune firme, come il bravissimo p. Ermes Ronchi…
    Vorrei intervenire sul tema, ma ora ho un po’ di difficoltà.
    p.s. vedo ora il tuo commento a Madrid/3! sì, un’autentica criniera leonina (l’ho pubblicata per invidia)! 🙂

  2. (Sì, nonostante il caldo la sfoggerei volentieri anch’io una criniera così!)

    Ermes Ronchi piace molto anche a me (se non dico castronerie, prima di Cantalamessa era lui a fare una piccola presentazione del vangelo del giorno per A sua immagine >> Edit: ho controllato, è vero, ma… al contrario. E’ lui ora a condurre la rubrica “Le ragioni della speranza”).
    Noi siamo abbonati grazie a mio fratello, che ha cominciato a leggerlo quasi dall’inizio della pubblicazione (e grazie davvero, bestiola mia adorata…). Nonostante lui non ci sia più, anzi a maggior ragione, è bello continuare a leggerlo sapendo di stare condividendo qualcosa più di una serie di parole.

    Per il resto, se vorrai tornare quando avrai più tempo (o voglia, o…) io sono qui 😉
    Penso di non pubblicare altro fino a lunedì, oltretutto, hai un vantaggio su di me… da (aspirante) leone a gazzella, approfittane =D
    Io, piuttosto, dovrei studiare. Mi prendo ancora 5 minuti… solo 5, ehehm!

  3. Afferma il card. Martini (non so bene dove) che “la castità è educazione e allenamento a superare ogni mentalità di tipo proprietario e padronale nei confronti della propria e dell’altrui persona. Si oppone frontalmente a quella mentalità utilitaristica e narcisistica che tende a usare e ad abusare di ogni cosa quasi fossimo arbitri supremi di noi stessi, del nostro corpo e delle nostre pulsioni, come pure delle persone e del mondo circostante. La si può considerare come una forma esigente e quotidiana di povertà evangelica”.
    L’accostamento con la povertà (evagelica) mi sembra molto bello!

  4. Un accostamento quanto mai appropriato: in effetti, anche se l’aspetto della castità che riguarda la vita sessuale è certamente centrale e spesso – purtroppo – il solo conosciuto e dibattuto, in realtà questa scelta coinvolge l’intera vita; non è un semplice proposito, secco e specifico (e di solito inteso come una rinuncia) ma un atteggiamento da adottare globalmente rispetto alle relazioni.
    Che restituisce un rispetto profondo e non formale per l’altro.

  5. mi ritrovo molto in quello che dici: la castità è un atteggiamento che riguarda (tutte) le relazioni con gli altri, la povertà quelle con le cose, l’obbedienza quella con Dio. Naturalmente sarebbero da scavare un po’ anche queste ultime due… 🙂

  6. Qui si parla di sesso, ma il senso che c’è sotto è appunto valido per ogni tipo di scambio e relazione. Parrebbe un caso che io capiti a leggere proprio questo intervento oggi, ma non lo è.
    Ritorna il discorso della scelta: la vera scelta, che è sempre moderata (o se preferiamo: lungimirante e ordinata) lascia sempre un senso di pulizia e soddisfazione. E questo vale anche per il corpo: quando invece le “esperienze” si accumulano per il piacere della collezione, o dell’apparire “normali”, nella loro superficialità lasciano comunque sulla pelle i detriti del disgusto e del sospetto.
    E formano una pellicola che fa “sudare”, in tutti i sensi.

    (Su povertà e obbedienza, beh: ti prendo in parola, prometto che a tempo debito scaverò 🙂

  7. Sono, di fatto, tre atteggiamenti che si compenetrano, e possiedono un’unica radice.

    Complimenti a tutti e due per la bella disamina.
    :))

  8. Toh guarda: sto leggiucchiando proprio in questi giorni Preti di Vittorino Andreoli. Vittorino Andreoli è uno psichiatra agostico-ma-non-ateo (ci tiene a specificarlo più volte), che un bel giorno s’è messo in testa di scrivere un saggio sul sacerdozio dal punto di vista socio-psicologico. Boh? Io non l’avrei preso, me l’ha regalato il mio parroco in cambio di un favore che gli sto facendo: “me ne hanno regalate due copie nell’arco di pochi mesi e non l’ho ancora letto: se vuoi, una copia è tua”. Vabbeh.
    Tutto ciò, per dire che ho iniziato a leggerlo senza troppe speranze e sono rimasta piacevolmente stupita dal capitolo in cui Andreoli analizza il celibato ecclesiastico… e ne dice bene!! Proprio da una prospettiva psicologica, lui dice che la castità non è ovviamente solo il mero voto di astenersi dal sesso, che sarebbe banale e anche un po’ ridicolo, ma sottintende tutto uno stile di vita “che si rivolge al cielo, dove il corpo non ha accesso”. (Ehm. Vabbeh). E aggiunge che la castità è anche e soprattutto bellezza, rinuncia ai vizi, educazione, modo di porsi, rispetto nei gesti, vittoria sulla volgarità. E scrive persino che lui lo trova normale, che un uomo che decide di dedicarsi interamente a una Persona accetti gioiosamente di vivere in castità: quando sei innamorato di qualcuno (o di Qualcuno), mica hai più bisogno di andare a cercare piaceri altrove.

    Beh, è stata una piacevole sopresa 🙂
    Sono appena all’inizio del libro e non ho idea di come prosegua, ma questo passo mi è piaciuto! Tantopiù che è stato scritto da uno psichiatra non credente, che senz’altro non è di parte…

  9. Di Andreoli non ho ancora capito cosa penso, forse perché ancora non l’ho letto abbastanza. Apprezzo senz’altro il suo evidenziare il suo agnosticismo, che nella mia esperienza più spesso che no è un indice prognostico positivo perché chi si sente in ricerca di qualcosa che lo completi e gli dia senso abbia successo.
    Quanto al corpo che non avrebbe accesso al cielo… beh, glisso anch’io, confidando che l’intelligenza della castità come stile di vita integrale (e non integralista…) sia sufficiente a fargli intendere anche, prima o poi, che l’anima separata dal corpo è una concezione (greca, per farla breve) che al cristianesimo non appartiene di diritto.
    Non ti dirò che lo leggerò presto: sarei una bugiardona, con tutti i titoli che da anni attendono nella lista di quelli che mi sono stati consigliati. Ma se duro abbastanza, cercherò di recuperare il meglio 🙂

    Insomma: castità non è mera astinenza dal sesso, o continenza degli impulsi sessuali: infatti non riguarda soltanto il sesso.
    Così come non è soltanto affare di chi si consacra a Dio, ma un invito anche per chi è in coppia, sposato o meno; in diversa forma ovviamente.

    p.s. 1: benvenuta! 🙂
    p.s. 2: bello il tuo nuovo template 😉

  10. Caspiterina la Scaraffia, mica pizza e fichi. Io la conoscevo perché ha scritto l’introduzione di un libro di Cristiana Dobner.

    Andreoli è uno strano tipo. A me infastidiva il carattere morboso, “psicanalitico” che aveva di procedere, ad esempio nel libro che ha scritto su Pascoli (“I segreti di casa Pascoli”, 2006), il che non gli dà delle gran credenziali ai miei occhi, ma sono passati cinque anni e queste sue ultime peregrinazioni, a quanto pare, hanno suscitato l’entusiasmo di diversi sacerdoti, probabilmente non solo per il libro, ma per il fatto che è ospite su Avvenire (che peraltro ospita anche preti spretati che danno contro allo stesso direttore della testata, ma tant’è…). Comunque Avvenire è a “rischio secolarizzazione”, nessuno me lo leva dalla testa.

  11. La Scaraffia non mi entusiasma, talvolta condivido ma più spesso non sono in sintonia con lei – più per una questione di prospettiva globale che di singole idee.
    Non conosco invece il testo di Andreoli su Pascoli – come rammento pochissimo di quel che di suo avevo tempo fa letto.
    Quanto ad Avvenire, non so che pensare di quanto dici: nemmeno sapevo che per qualcuno fosse a “rischio secolarizzazione”! Anzi, io lo leggo volentieri (quando mi capita, non abitualmente) perché di solito mi ritrovo nei toni e negli accenti. Non so proprio dirti, però, su quali firme mi sia casualmente soffermata… piuttosto, quali sono questi “preti spretati che danno contro”?

  12. Di Lucetta Scaraffia io ho letto solo l’introduzione che ti dicevo.
    Che “prospettiva globale” ha?

    Per Avvenire: magari sono io che spesso tendo ad estremizzare, comunque non trovo quasi mai della stampa che mi soddisfi.
    Il “prete spretato” è (don) Gianni Gennari, che recentemente ha contraddetto il (suo) direttore Roberto De Mattei, proprio sulla questione del celibato sacerdotale.

  13. Concordo con piccic: nessuna estremizzazione, ma neppure io rimango generalmente soddisfatto (pur rimanendo un lettore semiregolare) di Avvenire.

  14. Cercherò info su Gennari, per cominciare, dunque.
    Poi, se magari io leggessi i quotidiani più spesso, potrebbe tornarmi utile… eheh 😉
    La Scaraffia la leggo sul Messaggero di Sant’Antonio ed occasionalmente altrove, in rete. Non sono in grado di descriverti la sua prospettiva: non è così definibile neppure per me, ma c’è (come per ognuno di noi), ed alle volte mi urta.

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