Segni d’amore I

Trovo sarebbe un segno d’amore, un gesto non banalmente “carino” ma piuttosto significativo, promettente; accettare (o meglio ancora proporre per primi) di farsi un bel prelievo sanguigno (e non solo), per verificare e/o certificare il proprio stato di salute con riferimento al virus HIV e ad eventuali patologie gravi e/o rare al proprio compagno o alla propria compagna.
Trovo che sarebbe un segno di rispetto, un segnale dell’intenzione seria e determinata a costruire con il partner la vita, e non soltanto un gioco o un’esperienza temporanea.
Trovo che sarebbe uno splendido dono, un agire senza nascondimenti, vergogne e paure che – si sa – non sono certo il sale di una relazione. Un fidarsi dell’altro e della sua capacità di conoscere e comprendere, di accogliere, di integrare e sanare; se questa capacità c’è – ma sembra sempre meno diffusa. Spero che lo sembri soltanto…

… so già che, esplicitate o meno, fioccheranno molte obiezioni a questa breve considerazione.
Non solo sono pronta a riceverle e confutarle, ma ne anticipo qualcuna prevedibile e poco attenta:

  1. la mia non è un’accusa a nessuno. Avere una malattia, e magari una malattia terribile, non è una colpa (mai, nemmeno quando non ci si è protetti a sufficienza: lì figura indubbiamente una responsabilità, ma è positivamente responsabile anche prenderne atto ed assumersela);
  2. il mio è un suggerimento, non una dichiarazione di guerra, men che meno con pretese di obbligatorietà per alcuno. Mi pare invece che debba risultare naturale, entro una relazione sincera e con propositi profondi, sentire la necessità di condividere non tanto un pacco di informazioni sulla salute altrui, al meschino scopo di approvare o cestinare il partner, ma casomai un percorso di vita che non ignora la salute come elemento che riguarda sia l’individuo sia la coppia, che non separa i bisogni ed i problemi del singolo dalle aspirazioni e dai progetti comuni;
  3. dovrebbe essere pleonastico dirlo, ma salvo particolari eccezioni la norma della nostra società è la promiscuità sessuale, la quale – al di là di qualsiasi giudizio morale – comporta un livello di rischio per la salute altissimo. E allora, posto che gli altri metodi esistenti di prevenzione e protezione di sè non risolvono ogni cosa nè rappresentano una scelta facile quanto si crede; confrontarcisi è innanzitutto doveroso;
  4. infine, vorrei sottolineare come questa trasparenza e questa libertà di presentarsi per come si è, all’interno di una coppia, nella speranza-certezza di venir amati senza finzioni; è assai diversa dalla libertà pretesa e poco avveduta che, semplicemente, non vuole ostacoli nè limiti a qualunque espressione del sè – che considera sempre ed inequivocabilmente buona -, come differisce anche da quella che non è trasparenza ed accettazione di sè ma voglia di mostrarsi, di urlare e far acclamare dalla piazza non la propria autentica personalità, ma la propria immagine costruita ad arte.

Aggiornamento del 5-7-2012.
Di non esser la sola a pensare ciò che ho scritto qui ero certa, come son certa che alcuni professionisti sanitari offrano il suggerimento di effettuare il test dell’HIV – per esempio -, anche se mai in numero sufficiente e dandone lo stimolo ai pazienti prima che questi lo richiedano, spesso perché già sospettano d’averlo contratto.
Ma in questi giorni sta circolando sui canali Rai uno spot commissionato dal Network Persone Sieropositive; nel quale si vede una coppia di giovani al parco, lui che tende il classico cofanetto alla ragazza e lei che ci scopre dentro non un anello, ma un… referto di analisi: il ragazzo è risultato negativo per gli anticorpi specifici.
Molto bella l’idea, senonché mi pare un brutto messaggio quella specifica: negativo.
Un’ottima notizia per la coppia, senz’altro; ma il gesto del ragazzo è degno di stima non perché fortunatamente è risultato non affetto, ma per il fatto stesso che ha voluto verificarlo e comunicarlo alla partner. Non lo sarebbe stato meno se fosse risultato positivo al test… e mi stupisce che proprio un’associazione dedicata sia scivolata su questo cruciale dettaglio.

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25 thoughts on “Segni d’amore I

  1. “salvo particolari eccezioni la norma della nostra società è la promiscuità sessuale”… appunto: una persona che sguazza nella promiscuità, che disponibilità può avere, ancor prima che sottoporsi a eventuali test di salute, a divenire “monogama”?

    Mi sembra un po’ mettere il carro davanti ai buoi…
    (parere mio, beninteso)

  2. Parere legittimo, ma se me lo consenti un po’ ingenuo.
    Ti invito alla concretezza (che non vuol dire giustificare e farsi andar bene tutto, anzi): considera per cominciare ciò che tu stesso richiamavi nei post precedenti, e cioè il fatto che la scelta di castità non è poi così diffusa.
    Nemmeno tra i cristiani, nemmeno tra i cattolici, o almeno – il che ripropone il discorso della promiscuità – non da sempre e da subito, cioè dall’inizio dello sviluppo sessuale.
    Non solo, dovrei essere un esempio sufficiente, alla scelta di monogamia e castità (da distinguere bene…) sono arrivata successivamente; ma vogliamo sì o no dire che la promiscuità esiste, è sicuramente uno stato infelice per l’uomo, ma è assurdo identificarla tout court con un errore singolo e definito, isolabile matematicamente?
    La promiscuità si evita, insieme ad altri fattori, grazie innanzitutto all’educazione – non solo alla prevenzione, discorso che in quanto operatrice sanitaria mi è chiaro, limpido e prioritario – ma in generale. L’educazione, sessuale e non, ad oggi vacilla. Benissimo: possiamo constatarlo e discuterne, ma allo scopo di giungere attraverso piccoli passi a fare qualcosa per la realtà in cui agiamo; oppure lamentarcene.
    A che pro?

    Ancora.
    Non esiste soltanto la scelta consapevole, netta e chiara nelle persone.
    Di nuovo non si tratta di giustificare, ma di comprendere che siamo per lo più fatti di un intreccio di variabili, di influenze, di mezze ignoranze e mezze incapacità che ci formano in un modo affatto lineare, univoco.
    Ti chiedo: hai una vaga idea di quante persone si ritrovino contagiate da un virus, non necessariamente l’HIV, per pura e quasi bambinesca ignoranza? Mi fanno incazzare, altroché.
    Ma questo per contro non mi consente di dedurre che chi ha vissuto in promiscuità, chi ha avuto più di un fidanzato, chi ha fatto sesso magari rendendosi conto a metà di quel che faceva (e nient’affatto perché gli andava bene), chi ha commesso un errore di valutazione (oh sì, esistono) semplicemente non sia interessato a vivere diversamente.
    Al contrario, conoscere molte delle debolezze (in senso lato) umane ti porta casomai a voler gettare un salvagente là dove qualcuno lo potrebbe desiderare, ma non lo sa cercare da sè.
    Non penserai davvero, mi auguro, che le cose che facciamo e scegliamo siano sempre conseguenza desiderata e intesa fino in fondo di un percorso esatto, senza una sbavatura, senza un ripensamento.

    Non dimenticare inoltre che io sto facendo una proposta più ampia del solo “raccontiamoci le reciproche infezioni di natura sessuale”.
    Qualcuno potrebbe persino trovare facile far questo, e poi però “crashare” quando scopre che il partner è portatore di una malattia genetica pesante, della quale magari neppure lui/lei era consapevole.
    Scapperà? Affronterà la cosa? Ne farà una colpa a qualcuno, o lo accetterà?
    In tutti questi casi, la condivisione, soprattutto previa, dei rischi di natura sanitaria è una cartina al tornasole eccezionale dello stato di salute, stavolta della coppia. Già dal momento in cui si avanza questa proposta e si saggiano le reazioni, in realtà – ed anche qui, mai pensare che se uno non accetta sia sicuramente perché è uno stronzo. Non potrebbe, invece, essere fragile, spaventato, impreparato?

  3. Con il tuo stesso atteggiamento di voler pensare senza preconcetti: perché fare il test dell’HIV e non delle altre malattie a trasmissione sessuale?
    Mi sembra ci sia in giro una certa ipocrisia nell’insistenza con cui si parla di una malattia e la meticolosità nel tacere le altre…

  4. Certe analisi di altri blogger mi tornano, mi risuonano proprio perché noto personalmente, nel quotidiano, come i giovani (anche quelli che lo sono un po’ meno in una prospettiva meramente anagrafica) siano sempre più imbrigliati in questo genere di meccanismi sintomo di immaturità.
    In particolare, posto che un simile comportamento di solito non è ragionato, mi colpisce la logica sottesa al prendere un singolo, magari trascurabile aspetto del sè ed innalzarlo agli onori di tratto fondamentale ed irrinunciabile. Oppure, in una versione meno adolescenziale, il far coincidere una propria caratteristica, in genere problematica (transessualità, malattia, un vissuto turbolento, un carattere schivo, disgrazie familiari e non, traversie politiche) con la propria persona. Una sovrapposizione che porta alla frammentazione ed all'(auto)esaltazione totalitaria.

  5. con riferimento al virus HIV e ad eventuali patologie gravi e/o rare al proprio compagno o alla propria compagna” >> il mio è solo un’esempio, sbit.
    Capisco che possa toccare le corde e la sensibilità di alcune persone, ma sarebbe stata la stessa cosa se avessi scritto HPV, sifilide, SLA, SM, epatite C… inoltre non l’ho esplicitato, ma sottintendo che – posta la libertà di ognuno – questa condivisione va a considerare anche le malattie trasmissibili ai figli; nonché l’eventualità che uno dei due partner in futuro possa manifestare complicazioni gravi di una malattia latente: l’amore che io auspico dovrebbe certamente essere un percorso che porta non alla selezione preventiva di un compagno “senza difetti”, ma all’accettazione e cura – nel senso più esteso del termine – dell’altro in ogni situazione e ad ogni condizione. Tuttavia, secondo la mia esperienza è spesso (non sempre) un bene conoscere per tempo, di modo da potersi preparare in ogni senso, certi rischi anche potenziali.
    Non tutto si può prevedere, grazie a Dio. Ma quel che si può prevedere, ometterlo sarebbe uno spreco nel migliore dei casi, un’inganno nel peggiore.

    Se affermare che l’AIDS è una patologia grave, e sempre più diffusa contrariamente a quanto il senso comune suggerirebbe, è ipocrisia; allora sono certamente ipocrita.
    Ho scelto questa e non altre perché ha un certo impatto, tutti sanno che è sessualmente trasmissibile mentre su altre malattie sarebbe stato più facile confondersi, minimizzare, sottilizzare… ecco perché.
    Mio scopo è far soffermare chi passa più di un secondo, far riflettere. Non demonizzare, cosa che non appartiene nè a me nè all’intervento.
    Ti chiederei invece quali sono le malattie a tuo parere sottaciute, e da chi.
    Ti faccio anche presente che io scrivo questo blog da tre mesi soltanto, ho già pubblicato parecchie cose, ma non mi occupo solo di salute e pure mangiare, dormire, farmi una doccia ogni tanto e studiare mi tocca: chiunque, però, è libero ed anzi invitato a suggerire o richiedere che si parli di un tema a lui caro, o che considera sottovalutato. Invito anche te a farlo.

  6. Secondo me hai delle strane pretese (anche se poi concordo con te praticamente su tutto).

    In un mondo dove il politically correct ha fatto disastri , dove una persona che ha delle difficoltà viene definito diversamente abile (neanche fosse l’uomo ragno o qualche altro supereroe con strani superpoteri e non una persona che proprio perché come noi, ma con difficoltà, deve essere maggiormente aiutata) tu vorresti che, semplicemente per amore (e dico per amore e non perché sta scritto sulla costituzione, nuova bibbia moderna) le persone per un rispetto reciproco e con progetti futuri per la vita si mettessero nudi l’uno di fronte all’altra?
    Che scandalo!
    Beh nudi si possono mettere, in lingerie o latex ma addirittura affidarsi nelle mani uno dell’altra? Così?!? Fidandosi?!?! Ma sei una pervertita?! (ahahahhahahaha :-D)
    Questa sì che sarebbe una cosa dell’altro mondo. Scoprire e mostrare i propri difetti o imperfezioni (anche fisiche) e chiamarle tali, mostrarsi per quello che si è dando e cercando comprensione, rispetto, aiuto disinteressato . . .
    Sai? Continuamente mi torna alla memoria il tuo esempio sulla coppia di vecchietti; strano no? L’amore nel sentire comune è quello travolgente di Angelina Jolie e Brad Pitt anche se io ho davanti gli occhi qualche vecchietto che tutte le mattine incontro a fare la spesa per la sua “lei” chiusa in casa per qualche acciacco (parliamo di diabete o Alzheimer niente di tanto cool o che fa vissuto come una malattia sessualmente trasmissibile ;-P), o qualche vecchietta che sceglie quello che il suo “lui” gradisce tanto mangiare (magari perché senza denti) “come lo faccio io”. Insomma il potere delle piccole cose che rendono migliore il mondo e non si fermano davanti a nulla.
    Con questo non voglio dire che la bellezza, l’avvenenza siano un difetto ma riuscire a porre ogni cosa sotto il suo giusto valore non sarebbe poi così male. Così come la malattia che come tu ben dici “non è una colpa” ma riconoscendo la situazione per quello che è eviterebbe di creare una società tanto interessata a creare dei diritti (soprattutto di togliersi dai piedi quando si è imperfetti perché non rispondiamo più agli standard di felicità che la società pare avere determinato) ma toglierebbe tante paure e vere discriminazioni oltre a creare vero rispetto.
    ACC…. Mi sono lasciato andare e mi sa che ho “sparlato” … porta pazienza … forse è Alzheimer … sono un diversamente intelligente (idiota) ;-P

  7. Sparlato, Roberto?
    Fossero venute in mente a me le cose che scrivi, nel modo in cui le hai scritte, gongolerei 😉
    Forse riesco ad essere caustica e mordace solo oralmente, eheh – e qui, chi in grado di farla, faccia pure la battuta sconcia.

    Spezzo giusto una lancia (non l’auto, ma l’arma) a favore di Imprudente: non condivido nè apprezzo il concetto di “diversabile”, non farei correre Pistorius fra i normodotati, eccetera; però apprezzo invece lui come persona (per quanto poco intravedo leggendolo) e per il suo lavoro.

    Triste, piuttosto, notare ancora una volta come l’esperienza sia fondamentale ma insufficiente a se stessa, e come anche fra chi ha avuto esperienze (per esempio, per citarti) di familiari deceduti in seguito a grave malattia vi sia chi riesce a parlare poi solo del dolore che ha visto: non dell’affetto intensificato, non di piccoli doni e conquiste, non della bellezza, del fatto che la salute non è assenza di malattia.
    E lo fa purtroppo non perché ancora immerso in quel dolore ma perché incapace di assumerlo in una prospettiva di senso.

  8. Anzi: nella maggior parte dei casi si tratta di fragilità o impreparazione, non di cattiveria fine a sé stessa.

    Sono ingenuo, dici? Bene, ma io continuo a pensare che chi, per prima cosa, decide di seguire una strada difficile (senz’altro difficile), come quella che implica “monogamia e castità” (due cose diverse, come giustamente dici, ma collegate in un circolo virtuoso), non abbia poi problemi – MA in un secondo passaggio – a mettere a nudo il proprio stato di salute.

    Anzi: sono io il primo, posto che non godo di una salute di ferro (anche se nulla ha a che fare con malattie sessuali), a “mettere in chiaro” il mio stato, ANCOR PRIMA che una storia prenda una piega definitivamente seria. Ma questo lo faccio, e senza che alcuno me lo chieda, PROPRIO perché vedo già ben chiara, e da molto tempo ormai, la strada che intendo percorrere.

    Perciò, più che ingenuità, si tratta di voler considerare certi fattori nel giusto ordine, fermo restando, come ho già scritto sopra, che si tratta di un mio parere, e ciò che per me viene “dopo”, per te potrebbe benissimo venire “prima”.

    L’idea del gettare il salvagente mi piace, nonostante la mia personale esperienza mi abbia fatto amaramente constatare che, nella maggior parte dei casi, “affonda chi vuole affondare”: una mia amica, che fra i suoi numerosi vizi annoverava pure la droga, a un certo punto me lo disse senza mezzi termini: “ciò che mi prospetti tu è una figura che TU vedi e desideri: non è detto che io condivida la cosa”… e non solo non l’ha condivisa ma, stando a qualche sua confidenza posteriore, i suoi “scheletri nell’armadio”, col tempo, sono cresciuti in maniera esponenziale… fino a spingerla, fra le altre cose, a troncare definitivamente il suo rapporto con me.
    Per quanto sta a me non me ne sono certo pentito, e rifarei la stessa cosa (offrire un aiuto, pur sapendo che difficilmente tale aiuto verrà accettato), in un contesto simile.

    E no, non penso affatto “che le cose che facciamo e scegliamo siano sempre conseguenza desiderata e intesa fino in fondo di un percorso esatto, senza una sbavatura, senza un ripensamento”.
    La mia vita (molto fallimentare, per certi versi), ne è un esempio concreto.

    E non voglio affatto lamentarmi (“a che pro?”, appunto), come dici più sopra, ma altrettanto non capisco cosa tu intenda per “fare qualcosa per la realtà in cui agiamo”: in concreto, dico.
    Cos’altro possiamo fare se non parlarne e discuterne, e fra i pochissimi (troppo pochi, sempre) che hanno deciso di seguire la medesima strada?
    Con gli altri, ogni argomentazione cadrebbe, e questo lo sai tu come lo so io.

  9. La salute non è “solo” assenza di malattia: in questo modo io leggo la tua frase.
    Perché esiste, ed è importantissima, anche la salute fisica: Giulia aveva ancora “molto da fare”, così come Chiara Luce, e così come tutti i martiri fanciulli, ossia tutti coloro che sono morti quando ancora non avevano raggiunto la piena giovinezza.

    In queste testimonianze di vita ogni persona di buon senso deve far forza a sé stessa, per negare che esista un Qualcuno che infonda vigore, che dia “grazie speciali” (così diceva un sacerdote a me molto caro) proprio nei momenti in cui, umanamente parlando, tutto va a rotoli.

    Sono certo che esistano tante situazioni simili, perché quelle che salgono alla cronaca (buona cronaca, in questo caso) rappresentano solo la classica punta dell’iceberg.
    Questo lo posso asserire con piena consapevolezza, perché ho potuto veramente toccare con mano certe realtà, e da molti anni ormai.

    Anche l’episodio della signora incontrata nella basilica di Sant’Antonio mi ha richiamato alla mente una situazione analoga: nel momento in cui “gli amici (o meglio: quelli che venivano ritenuti tali) scompaiono”, quasi dal nulla, e sempre inaspettatamente, appaiono altri amici, amici veri; magari incontrati per pochi minuti, o per poche settimane, ma con i quali si instaura un legame che neppure la morte potrà spezzare.

    Vedete: io sono convinto che se il mondo ancora non viene distrutto dall’ira divina, è proprio per queste testimonianze – conosciute o meno – di lento e doloroso martirio: lento e doloroso, ma paradossalmente fonte di una pienezza e di una apertura dell’anima che non potrebbero essere raggiunte in maniera diversa.

  10. @ Gustavo: io ho risposto alla tua metafora, ma personalmente non ne faccio una questione di prima / dopo. Ogni storia è appunto storia a sè: gli sviluppi possibili, troppi anche solo per elencarne degli esempi. Certo, una certa mentalità permissiva ed incurante ed una certa scelta di rispetto mal si accordano, non si incontrano.
    Questo penso si evidenzi da sè, mentre a me preme evidenziare ciò che è il fattore chiave dell’educazione tutta: intravedere, cogliere, agganciare e modellare, potenziare, sviluppare una o più possibilità, caratteristiche della persona. Dove non c’è che aridità nulla è possibile nemmeno al più raffinato dei professionisti, ma dove c’è anche solo un semino raggrinzito, si possono fare molte cose; capacità, tempismo ed anche un po’ di fortuna permettendo.
    Può sembrare un controsenso, ma nel mio girovagare da un esperimento affettivo-sessuale all’altro, pur non conoscendo ancora realmente il valore nè del corpo, nè del sesso; conoscevo però quello di una relazione. E mentre usavo male di me stessa nel sesso, usando perciò male anche dell’altro di turno; il mio approccio al corpo ed alla vita delle persone che restavano ad intrecciare un’amicizia, un qualcosa che non si spegnesse subito; era già contemporaneamente di profondo rispetto.
    A volte cose antitetiche, semplicemente, coesistono perché vanno a toccare e stimolare aspetti diversi di un’esistenza o di una relazione: la nostra mente non è una casa a stanze blindate, ma neppure un’immenso specchio in cui ogni cosa è piana ed evidente.

    Ho parlato di fare qualcosa per la realtà in cui agiamo, in modo generico, perché non ci stavamo riferendo a nulla in particolare. Neppure soltanto al sesso.
    Ma non esiste soltanto la discussione – anzi: l’educazione filtra attraverso ben altro!
    Non le parole per se stesse sono agite, ma primariamente:
    il corpo, lo sguardo, un tocco amorevole che è già testimonianza di un suo buon uso;
    la telefonata senza termine e senza fretta fatta all’amica che ha combinato un casino e pensa di prendere una pillola del giorno dopo;
    il vivere con un gruppo di maschi ed esser loro amica, permettendosi contatti stretti ma non intimi senza tema d’essere giudicati ma esibendo persino con sfrontatezza la bellezza condivisa;
    l’ascoltare una persona incinta che sente la gravidanza come la somma di tutti i suoi errori;
    l’esporsi per primi, anche senza l’appoggio dell’altro, nella propria debolezza, per indicargli che non è un colpa e mostrargli la dignità portando il proprio carico con gioia: senza spiegazioni, solo vivendo bene!;
    il raccontare come cambia la vita quando smetti di sfruttare te stessa e darti un valore di baratto: lo si esprime a parole, ma è un fatto, un vissuto concreto.

    Testimonianza, ma soprattutto esempio, che stimolano all’imitazione.
    Se parti dal presupposto che tutto questo sia incomunicabile, beh… quale esempio o racconto o persino persona viva in azione ti sarà mai sufficiente per cambiare idea?
    A me non crea problemi il fatto che tu senta queste limitazioni, e non ti attacco perché il tuo modo di vedere mi infastidisca. Ma, non averne a male se te lo dico schiettamente, ti vedo desideroso di esserci ma teso, schiacciato al muro da quel che è andato storto. Se prosegui nel tuo ribadire che siamo in pochi, che ti pare si possa fare ben poco; è perché vorresti di più.
    E se ti provoco, magari ti faccio solo sbuffare, ma potrebbe pure darsi che invece tu esca dall’angolo in cui ti rifugi.

  11. Eppure avevi messo la faccina sorridente… va beh, vuol dire che smetterò di provocarti…
    (noto che ieri e oggi hai risposto alla stessa ora, minuto più, minuto meno: sei una ragazza molto precisa, mi pare, e non è una provocazione)

  12. Il problema non è la provocazione (che per altro non mi era sembrata tale finché non l’hai esplicitato tu), ma il non permettere che l’altro la intenda.
    Io infatti non ti ho scritto “smetti di provocare”, tanto più che questo tipo di provocazione non è offensiva o caustica ma condotta per ottenere un dialogo più efficace; se riesce.
    Ti ho scritto che non mi piace che si alluda (in questo caso a degli imprecisati “perché”) lasciando poi cadere il discorso. Se hai una considerazione anche minima da fare, falla. E se credi che non abbia ancora i mezzi per capire qualcosa, ci sta, ma almeno spiega grossomodo di che si tratta: sennò sembra che tu voglia paternalisticamente nominarti mio nume tutelare 😉
    (E’ tornata la faccina: va meglio?)

  13. Ehh… eventualmente di un nume tutelare avrei bisogno io: nel mio percorso di vita ho sbagliato tante cose, e non posso – e non voglio! – di certo ergermi a maestro di qualcun altro.

    Ti rispondo con la tua medesima frase, a dimostrarti come “il perché” era già in tua mano (evidentemente, magari per puro caso, possediamo dei “percorsi mentali” almeno in parte simili): “questo tipo di provocazione non è offensiva o caustica ma condotta per ottenere un dialogo più efficace”.

    Mi piace la tua esuberanza letteraria, chiamiamola così: di riflesso, mi piace leggerti, e la mia “provocazione” (metto le virgolette appunto perché non ha alcunché di “malvagio”) non fa altro che immettere ulteriore lievito in tale esuberanza. Di fatto, hai scritto di più, in questo post, rispondendo a me, che non nell’articolo vero e proprio.

    Mi rendo conto che, non essendoci fra te e me quella confidenza che necessariamente ha bisogno di tempo per svilupparsi, certo mio modo di fare potrebbe essere mal interpretato: te ne chiedo scusa, ma sottolineo ancora una volta come tu abbia già – magari istintivamente – colto il vero motivo della “provocazione”.

    Buon pranzo e… non hai risposto alla mia domanda di qualche giorno fa: come te la cavi in cucina?
    (e neppure questa è provocazione, bensì mera curiosità)

    :))

  14. Oh sì, il bello dei commenti è che oltre ad approfondire quel che già è stato detto, dischiudono interi mondi alle volte. Non che siano più importanti dell’intervento stesso, ma lo sono almeno altrettanto.

    Continuo a non cogliere il motivo della tua provocazione (bonaria), ma a questo punto credo – visto quant’è difficile da esplicitare – non debba dirmi nulla di più di quanto già mi è passato attraverso le tue parole. Boh! O.o 🙂
    Ci incontriamo su alcuni punti, ma abbiamo evidentemente stili comunicativi diversi: dunque ciò che scrivi a proposito del rischio di fraintendere le reciproche intenzioni vale anche per me: vediamo di aver pazienza!

    [Ho già pranzato, e bene, grazie 🙂 Rigiro il buon appetito, se non hai già pranzato anche tu, e rispondo alla domanda che m’era sfuggita: in cucina ci sto poco, vorrei starci di più, e per ora nonostante l’inesperienza ed il pessimo forno di cui dispongo direi che me la cavo abbastanza. Come per altre faccende, non ho tecnica ma ho intuito].

  15. secondo me c’è troppa sfrenatezza sessuale, in giro

    lo sai, cara c.d., che non sono certo un bigotto sessuofobo e ben capisco come il desiderio erotico è più potente di ogni altra passione umana

    ed è anche meraviglioso il connubio d’amore nella sua concretezza

    ma, c’è un problema

    secondo me i giovani e non solo i giovani, in un contesto culturale, morale, sociale, privo di speranze, passioni vere e pregnanti, privo di scopi che possano fasciare di senso il vivere, finiscono per cercare uno stordimento, una fuga, un modo per non sentire il peso esistenziale

    il sesso come droga, per dirla in sintesi

    si consuma facilmente, in fondo è molto meno pericoloso delle droghe chimiche, ha per così dire dalla sua l’istinto naturale che come un’onda fa vibrare tutte le donne e gli uomini, specie nell’età infuocata, qualla che va dai 25 ai 35 anni (anche se la cronaca politica ci narra anche di signori piuttosto anziani fanatici del connubio con fanciulle)

    è questo il problema vero, il sesso come abuso di sesso

    poi è chiaro che ne derivano le conseguenze

  16. Chiaro. La pericolosità (non certo del rapporto in sè, ma della promiscuità o della non protezione dalle infezioni) cade sul lungo periodo, per fortuna e purtroppo. Anche se non è che chi fa uso, regolare od occasionale che sia, di droghe si ponga tanti problemi in più pensando alla possibile immediatezza del danno… ma d’altronde la sola idea mi schifa ed atterrisce così tanto che leggo il fenomeno ad una distanza di sicurezza troppo grande per saperlo.

    E sì, non occorre una dipendenza conclamata e fisica come quella da droghe per scadere nell’abuso: siamo tutti in cerca di qualcosa che riempia i nostri vuoti – so che può suonare come un’allusione, e perché no?, ci sta pure… – ma non tutte le ‘offerte’ o le occasioni per farlo sono benefiche. Nè possiamo pensare che esistano soluzioni rapide ed indolori. Ma la tentazione… la facilità di ottenere soddisfazione, anche se temporanea, come dici, ed anche se a posteriori lascia disgustati… sì, è potente.

  17. Pingback: Elogio del buonsenso « Seme di salute

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