Io ce l’ho rara.

Eh sì. Io ce l’ho rara. Ma, un momento, cos’avete capito? Mica la topina, per far concorrenza a chi ce l’ha profumata, no… di raro ho una patologia ereditaria, o meglio, la mutazione genica che ad essa prelude.
L’ho saputo cinque giorni fa, al ritiro dell’esito di un test genetico appositamente effettuato su precisa richiesta della Neurologia dell’ospedale cittadino; che si occupa anche di inviare i dati sui casi trattati agli istituti epidemiologici ed alle associazioni. L’obbiettivo iniziale era fare il punto sullo stato di salute di mio fratello, ma dal momento che è morto due anni fa proprio a causa di questa malattia abbiamo colto l’occasione per fare questa verifica che avevo in programma da un po’.
La mutazione in sè significa tutto e niente: potrebbe provocare un esordio di malattia tra altri cinque giorni o tra vent’anni, innescare danni lievi, moderati o considerevoli, limitarmi soltanto in qualche funzione fisica oppure accoparmi. Come potrebbe benissimo rimanere silente ed inespressa per la vita intera.

La patologia in questione – l’encefalomiopatia mitocondriale, per gli amici sindrome MELAS – è particolarmente simpatica ed accattivante poiché, oltre a determinate compromissioni la cui manifestazione è costante (fatto salvo il libero arbitrio, e la libertà di espressione, del gene, che ad ognuno riserva una differente combinazione di danni ad intensità estremamente variabile; diciamo pure che è un gene multiculturale) procura in taluni casi malfunzionamenti temporanei a casaccio, agendo direttamente dalla sala di controllo che è il cervello per spegnere un momentino la connessione con i muscoli, schiacciare un tantino questo o quell’altro nervo, crackare una funzione cognitiva a piacere.
Il tutto, servito durante crisi periodiche a sorpresa.

Lunedì mattina, prima di andare in reparto, avevo scritto di avere sotto sotto paura. Una paura ed una tensione naturali, adeguate alle circostanze, ma che diversamente da quanto avrei fatto sino a un paio d’anni fa ho riconosciuto presenti ed ammesso di avere.
Il resto è stato un crescendo.
Io sono capace di sguardi intensi, ma quelli che ho avuto per mio padre, così fermi eppure posati, non mi appartengono: somigliano piuttosto allo sguardo di un uomo che conosco.
La consapevolezza silenziosa acquisita in un secondo, mentre la dottoressa si girava verso di me in corridoio – gesto inequivocabile – ed il sorriso appena accennato che le ho rivolto di rimando; sono il lampo visibile di un accordo che visibile non è.
Non più ipotizzando o temendo l’eventualità della malattia, della sofferenza e della morte, ma venendovi calata dentro senza mezzi termini; ho ucciso proprio l’incapacità di sopportare la malattia, la sofferenza e la morte in chi mi è vicino; incapacità che mi aveva impedito l’ultimo ed il primo vero passo per amare ed abbracciare la storia della mia famiglia. Se posso pensarmi malata, sofferente, morta e sopportare che chi amo mi debba veder così, cosa potrebbe mai farmi del male?
Posso affidarmi a chi ne sa di più, aderire alla Sua volontà.
Mia madre ascolta, pronuncia frasi che iniziano per “Sì, ma…” e per un attimo temo che voglia negare quanto le stiamo spiegando. Non cerco di capire subito se è davvero così, non insisto, non faccio confusione per soddisfare il mio capriccio di mostrare competenza.
Non faccio.
Ho da dire solo che sono pronta. E ringraziare.

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30 thoughts on “Io ce l’ho rara.

  1. Mezz’ora fa stavo leggendo un libretto che si intitola “Santi”, e raccoglie alcune omelie fatte dall’allora card. Ratzinger riguardo la vita di alcuni Santi e Beati.
    Stavo leggendo le riflessioni di Ratzinger sulla vita di una certa Ermengarda di Chiemsee, beata, e ti assicuro che pensavo giusto a te. Poi son venuta sul tuo blog, e realizzo che hai fatto le stesse identiche osservazioni del Papa (mica male, eh? 😉

    Parlando di questa beata, che era ammalata, il Papa scrive: “non fu solo una che amò, ma anche una che soffrì, due cose tra loro inseparabili, perché dobbiamo riconoscerlo: chi non accetta la sofferenza, non può amare.
    A mio giudizio questa è una delle ulteriori miserie del nostro tempo, il fatto che non vogliamo più prendere atto della sofferenza, che non siamo più disposti e pronti ad accettarla, che cerchiamo di anestetizzarla o di eliminarla, quando essa vorrebbe farci visita. Vogliamo essere solo più persone che fanno, che agiscono, e che plasmano in prima persona la loro vita. Ma non possiamo cambiare il fatto che la nostra vita non è soltato attivtà, bensì anche “passività”, passione. Siamo messi al mondo e moriamo. Ci viene tolta la vita. Solamente se riusciamo a conciliarci con tutto questo, a viverlo dall’interno, […] se ci conciliamo di nuovo intimamente con l’aspetto passivo della nostra esistenza e della nostra vita, gioiremo di nuovo di essa
    “.

    E’ difficile commentare una notizia come questa, perché cosa dici? “Mi spiace”? “Spero che la malattia rimanga silente o almeno ben gestibile”? “Prego per voi”?
    Vabbeh, ovvio. Ma suona un po’ (tanto) banale.

    Oltre ad augurarti e augurarvi ovviamente tutte queste cose, io ti (vi) auguro di continuare sempre ad affrontare questa consapevolezza con lo stesso spirito che hai espresso in questo post.
    Per quel pochissimo che mi è stato dato di vedere, non c’è niente di peggio di una malattia che non riesce ad assere accettata dal malato. E comunque concordo con quello che scrivevi nel post precedente: “salute non è solo l’assenza di malattia”. (Anzi).
    In realtà concordo con te anche quando cancellavi il “solo”.

    E spero davvero davvero tanto di riuscire ad affrontare la notizia con il tuo stesso atteggiamento, se mai capiterà anche a me di vedermi diagnosticare qualcosa, a un certo punto della mia vita.

    Un abbraccio.

  2. Che rispondere di non banale ed ovvio? Non importa, sarò banale ed ovvia: grazie, Lucyette. Anche a me viene una gran voglia di abbracciarti, perché una piccola coincidenza come questa non la sento del tutto casuale, mentre trovo non sia per nulla una coincidenza, ma un prodotto della conversione che agisce, poter dire oggi che mi sento amata anche da persone che non conosco per nulla, non chiamo ancora amiche; ma lo sono di fatto.
    La tua preghiera non è una formula, e mi aiuterà anch’essa con qualunque cosa debba affrontare – anche, magari, chissà, il non ammalarmi mai. Perché hai ragione: fra le cose peggiori che la malattia porta con sè c’è il rischio di non riuscire ad accettarla nemmeno in parte (vale per l’interessato, e vale per i suoi congiunti). Eppure, quant’è più facile a volte adagiarsi nel solco della malattia! E’ qualcosa, in sè e per sè, di negativo; che però ci definisce, ci forma, a volte ci dà uno stimolo o una maschera ed ecco apparire la tentazione di aggraparcisi, di lasciarla espandere.

    Il nome di Ermengarda e l’accenno alla sua storia mi ricordano qualcosa di familiare, che lessi tempo fa, ma potrei confondermi con un’altra agiografia. Devo fare una ricerchina… e poi ti dirò! Ma in che testo trovo la riflessione di Ratzi?

    A proposito della salute che “non è mera assenza di malattia”, è uno dei concetti definiti dall’OMS sui quali concordo (ho scoperto di non concordare affatto su certi altri, ma non mi ci dilungo ora).
    E sì, nella definizione originale c’è quel “solo” che ho preferito togliere per dare non soltanto diritto di cittadinanza, ma anche priorità all’accettazione ed all’equilibrio come indici di salute a prescindere da eventuali patologie.

    Un’ultima cosa: più di ogni parola scelta o concetto espresso, ciò che mi fa amare (e sentire amata da) il tuo commento è quell’attenzione che hai avuto per noi, per i miei, per una famiglia, per un plurale.
    Altro che… faccio io, ci penso io; riguarda solo me… il corpo (la vita) è mio e me lo gestisco io. Grazie, baby.

  3. Già, dopo quello che dici, cosa può farti davvero del male?
    P.s. Scusa se, intanto che imparo, rimango ancora tanto banale… 🙂 grazie!!!

  4. Bene: mi aggiungo anche io al corteo dei “banali”, mandandoti un abbraccio (virtuale, ma sempre meglio di niente) e felicitandomi per chi, come voi, riesce a “guardare intorno a sé”, anche in un contesto prettamente “personale”, quale può essere una malattia: di fatto non viviamo avulsi dal resto del mondo, e tantomeno dalla cerchia di coloro che ci sono cari.

    Proprio in questi frangenti emerge la Fede, quella vera, quella che ti fa dire: “sia fatta la Tua Volontà”… molti – credenti o sedicenti tali – pronunciano questa frase, ma pochissimi continuano a ripeterla nel momento in cui si accorgono di avere un “vero problema”.

    Io sono di quelli che il “solo” lo vuole conservare, perché – come dicevo qualche giorno fa – meno salute si ha, e più si comprende quanto essa sia preziosa. Ma è semplicemente “un altro modo” di sottolineare il medesimo concetto, quello, come dici tu, relativo ad “accettazione ed equilibrio”: di fatto, chi non li ha, sta male anche se sta (fisicamente) bene.

    Di riflesso, e non paradossalmente, nel momento in cui ci si trova a faccia a faccia con la morte (è qualcosa, per quanto mi riguarda, come essere spenzolati sul ciglio di un burrone; più della metafora non è possibile usare, in questi casi) e, specie per me (a molti sembrerà assurdo, lo so, ma io sono di quelli che ritengono ANCHE il corpo – non solo l’anima – un grandissimo dono del Signore. Sì, anche “questo” corpo, sottoposto alla caducità e a tantissime imperfezioni), con la prospettiva di menomazioni o impedimenti fisici permanenti, ci si rende conto che, senza un aiuto “dall’alto”, non è possibile continuare a vivere nella sofferenza e/o nell’incertezza, e conservare lucidità mentale e pace interiore.

    Il banale… le piccole cose belle di ogni giorno, prima date per scontate e poi viste nella consapevolezza che è facilissimo “perdere tutto”: sono quelle che continuano a dar senso alla nostra vita.

    Così come l’amicizia con persone conosciute “solo” attraverso i pixel di un monitor.

  5. Sì, Gustavo, in effetti offrire considerazione se non attenzione alle persone che mi sono care significa aver capito – che sia per esperienza, intuito oppure forma mentis personale – chi sono, cosa voglio e cosa conta conta per me.

    Quanto al fare la Sua volontà, eh! Mi consola notare come anche qui io funzioni su un doppio binario: se la cosa da fare è importante, il problema grave, la fatica e la concentrazione richieste alte, allora di mio ci metto che ingrano subito e mi presento lucida, energica. Mentre se c’è da fare giusto un piccolo sforzo, ahi… quando mi sono aperta il ginocchio in due non ho fiatato, ho coordinato i soccorsi e rincuorato quelli che erano con me, e invece quando mi faccio un taglietto sotto l’unghia svengo (è successo più di una volta). Se salgo i gradoni di un palazzetto dello sport devo attaccarmi bene al corrimano perché mi par di cadere, però sullo spuntone del Falzarego che gettava direttamente sulla valle ci ho camminato con nonchalance.
    Certo, questa è una faccenda un po’ più complessa, e meno fulminea.
    Però non me l’aspettavo (quasi) per niente, essendo (quasi, credo) asintomatica da sempre.
    Dici bene: l’incertezza è una bestia ardua da tenere a bada.
    Che il Signore mi aiuti, appunto.

    Sì, il corpo conta.
    Non sia mai che lo neghi, e no che non lo nego.
    Forse il mio insistere su altro, pure se non a rischio d’essere ignorato, deriva in parte dall’aver sofferto in passato di grandi tempeste psicologiche: sia a livello di difficoltà caratteriale, sia a livello di patologia (depressione, e un po’ meno ansia). Quest’ultima, pur coinvolgendo anche (talvolta importanti) aspetti organici, è a tutti gli effetti una deriva di quel mancato equilibrio interiore, di quella mancata accettazione e capacità di sopportazione di… se stessi.

  6. Con questa spiacevolissima e toccante notizia che ci dai, colgo l’occasione per inviarCi questo link
    http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/apost_letters/documents/hf_jp-ii_apl_11021984_salvifici-doloris_it.html
    per rilfettere bene su come “usare meglio” la nostra sofferenza.
    Non credo che qualcuno di noi abbia parole per descrivere il sentimento e l’emozione provati dopo che, per la tua CORAGGIOSA decisione di rendere pubblica l’attesa di un test imoportante per la tua vita, ci hai anche voluto rendere noto il risultato del test…
    Un fraterno abbraccio per la condivisione … piccola … della tua sofferenza è il minimo. Di certo ciascuno di noi aggiungerà te fra i pensieri che, in forma di preghiera, rivolgeremo a Dio.
    Coraggio, ma ne hai da vendere.

  7. Grazie, Alexandro: ho dato un’occhiata ai titoletti, è promettente (e come potrebbe non esserlo? Si tratta pur sempre di Ratzinger che parla, con riferimento ad un tema particolare e centrale, di Cristo!).

    Ho preferito aspettare qualche giorno per (cercare di) vedere con chiarezza cosa di questa esperienza può essere utile e d’aiuto anche attraverso il blog a qualcun altro (a noi e, come sempre, anche a chi non commenta); senza diventare un mero raccontare fatti personali a casaccio.

  8. Ciao, ci sono, osservo e contemplo per capire. Mille domande ma non le solite e neanche le più stupide. Io ho un rapporto strano con la morte o con la malattia o con la debilitazione fisica e psichica o con il dolore, per me sono operazioni di ‘vita’, connaturati alla vita come e quanto la gioia, l’amicizia, l’amore. Due cose solo desidero dire, se da un lato ti chiedo di affidarti a vivere “l’attimo presente” e accoglierne i suoi conseguenti inviti, dall’altro non posso non temere l’assenza di una voce.

  9. Io ti so presente, in ogni caso.

    Io, al pari tuo, ho sempre saputo che dolore e morte non sono diversi nè estranei alla vita. La stranezza del mio rapporto con loro è consistita per un lungo tempo nel perdermici dentro anche volontariamente, nel cercarli di proposito (o meglio, cercare un avvicinamento) per capirli entrandoci dentro fino in fondo.
    Ma questo “fino in fondo” era chiaramente una mia pretesa, giustamente disattesa.

    Per quanto concerne la mia… assenza, credimi, non è per pedanteria ma per darti una piccola consolazione immediata e concreta che ti dico questo: dovesse mai (e non è detto) emergere qualche complicazione, qualche danno appunto legato alla malattia; in nessun caso sarà tanto rapido e immediatamente devastante da impedirmi di tornare qui, farmi presente a mia volta, spiegare e proseguire un dialogo con voi tutti finché possibile.
    Mi ripeto: attualmente le mie condizioni sembrano tanto buone da giustificare persino un cauto ottimismo per il futuro; pur con tutte le precisazioni del caso – ecco, sicuramente racconterò più nel dettaglio che roba è ‘sta MELAS successivamente, soprattutto per altri familiari o pazienti. Se anche dovessero intervenire i sintomi tipici, o alcuni di essi; avrei tutto il modo di farvelo sapere e anche di discuterne.
    Mi raccomando… non vorrei mai che io me ne stessi divanata a studiare e cazzeggiare, pensando giusto a che maglia abbinare ai pantaloni del pigiama fichissimi comprati apposta per il ricovero di controllo (post 8 settembre), mentre qualcuno dall’altra parte dello schermo si mette una mano sul cuore ed una sulle palle… detto molto schiettamente… eheh! ^__^

  10. Grazie per averci fatto sorridere (ridere), ho voluto far partecipe mia moglie del contenuto del tuo post (come ho fatto con qualche altro), perchè non potevo riservare la tua eccezionalità solo per me. Laura e Santi

  11. Acciderbolina… allora sono famosa! =D
    Grazie ad entrambi.
    Consideratevi “pregati” in coppia.
    (E pure gli altri che han letto, per loro una preghiera collettiva è assicurata. Tanto, Dio non conosce anonimi 🙂

  12. Azz.
    Commento spontaneo a lettura terminata.
    Do anche io per scontati i commenti più ovvi sull’argomento – preghiere future, solidarietà, etc. – e ti esprimo la mia ammirazione.
    Per la serenità dimostrata, e per il coraggio di mettere in rete una parte così intima del tuo sè.

  13. Eh già, azz.
    Il fatto è che sono sempre stata io a riportare mio padre con i piedi per terra quando, pur avendo cognizione dei meccanismi essenziali della malattia, si confondeva un tantino e si convinceva che io non potessi averla per una serie di ragioni.
    Però sapere che c’è questa possibilità (senza mai verificarla) è un conto, scoprire di essere di fatto portatori sani è un altro.

    Per ora è tutto “in sospeso”, in attesa di rifare il benedetto test di ammissione all’uni.
    Poi c’è il ricovero programmato, e ne sapremo qualcosa di più: eventualmente, sarà lì che dovrò tirar fuori gli attributi; soprattutto per permettere ai miei di preoccuparsi (com’è normale) senza che entriamo tutti appassionatamente in crisi. Vedremo.

    Scoperchiare il mio intimo mi viene naturale.
    Anzi, sto imparando al contrario a dosare questa mia tendenza, a capire che talvolta è più opportuno proteggermi ed anche non invadere chi ho davanti.
    Ho avuto davvero coraggio, piuttosto, quando ho ricominciato a parlare di mio fratello – semplicemente ammettendo che era morto, e non fingendo di essere figlia unica per schivare l’argomento, o addirittura perché quando mi chiedevano se lo ero rimuovevo la cosa e… mi “dimenticavo” proprio di lui!

    Scontatamente: grazie.
    Anche tu “sei pregato” individualmente, ma pure in coppia con Lucy 😉

  14. Tendenzialmente tendiamo tutti a “coprirci gli occhi”, di fronte a realtà difficili; poi, a seconda del grado di maturazione acquisito, si impara a spostare queste benedette mani, per cogliere la realtà così come essa è: dura, dolorosa, e incerta…
    Ovviamente, vi sono moltissimi che le mani non le sposteranno mai…

    Quando una persona a noi cara soffre, o addirittura ci lascia (come è successo dentro la tua famiglia) ci si rende conto che, forse, sarebbe “più facile” essere attori che non spettatori: almeno per me è così.
    In altri termini, preferisco soffrire io, piuttosto che veder soffrire chi mi è caro…
    Per questo dico che, tutto considerato (e ovviamente, per quel poco che ti sto conoscendo… ci vuole pazienza, l’hai scritto anche tu), ora come ora di coraggio sembri averne così tanto che tutto lascia supporre potrai “passarne una parte” al resto della tua famiglia.

    Sempre sperando in bene: soprattutto tenendo conto del fatto che voi avete già – e tanto! – dovuto soffrire in questo senso.

    Se la mia visuale non è sbagliata (potrebbe ben esserlo, posto che si basa sulla mia esperienza personale, e non, tanto per dire, su uno studio in doppio cieco), e se terrai fede al tuo atteggiamento attuale, indipendentemente da ciò che potrebbe accadere (e, ripeto, speriamo non vi siano evoluzioni in negativo), noterai un forse lento, ma costante aumento della tua pace interiore.

    Mai si cresce così tanto (sempre se i presupposti sono “validi”), così come quando si percorrono (per necessità, ovviamente) itinerari molto difficili.

    (non so perché, mi viene da pensare a come possano essere, ‘sti fichissimi pantaloni del pigiama…)

  15. Gustavo, oltre che per il fatto che mi trovi d’accordo su ogni cosa, per una volta voglio star zitta e semplicemente trattenere ciò che mi scrivi.

    Solo una cosa te la devo proprio dire, anzi svelare, perché mi sentirei meschina altrimenti: i pantaloni del pigiama sono a tre quarti, con l’elastico in fondo, di colore nero con disegnate delle zampette di gatto bianche.
    Ma tu non lasciarmi con il dubbio: ora che lo sai dormirai sonni tranquilli, oppure ti ho procurato degli incubi? 😉

  16. Uhm… un pigiama “felino”, dunque: mi piace!
    Ma ora il dubbio è un altro: quanto sei “felina”, tu?

    Per il resto: sì, trattieni ciò che ho scritto, perché è il mio modo di “tenerti per mano”: posto che si tratta di percorsi personali (tuoi e miei), e non di “sentito dire”, il legame c’è, e ben forte, almeno per quanto riguarda il mio modo di vedere.

  17. Eh, sono piuttosto felina. Piuttosto e anzichenò. Ma qui bisogna sfatare il mito secondo cui il felino è scarsamente affettuoso: certo, se si prende la selettività per puzza sotto il naso per forza lo si crede…

    … il legame, che resiste nonostante le differenze e le nostre difficoltà (oserei quasi dire: nonostante noi) è la radice che ci permette di star qui a parlare della morte che diventa vita, letteralmente. E’ qualcosa di straordinario dentro le cose ordinarie.
    Buonanotte.

  18. Ciao Cecilia,
    forse è il primo commento che lascio (non ricordo), ma mi piace molto come scrivi e volevo dirtelo. In particolare “guarda, di eccezionalità ho fatto il pieno… il banale comincia seriamente a piacermi”, be’, credo sia una delle più belle frasi che io abbia letto negli ultimi mesi.

    Mi ha colpito anche molto quello che hai detto riguardo all’ansia, e a questo inquadramento, tipicamente moderno, delle pene interiori come “malattie”. In particolare, continuo a restare perplesso di fronte ai pericoli (spirituali) che pone il considerare presupposti “organici” in queste difficoltà. Mi piacerebbe riparlarne.

    Per l’esame che hai fatto, voglio solo aggiungere una cosa a quanto detto da Gustavo: da un punto di vista di fede è un “mezzo errore” (se non intero) pensare di dovere “sentire” di avere la forza di vivere una situazione, poichè la grazia attuale (come dice appunto la parola stessa) ci viene data nel momento preciso in cui ci serve, non prima. Per cui, se Cecilia “si senta” al momento coraggiosa o meno come la vedete non è granché importante. È importante invece che ricordi che, per fede, sa che il Signore le darà il coraggio necessario – o qualsiasi altra virtù – nel momento in cui ne avrà davvero bisogno.

    Un abbraccio,
    Claudio (però LXIX, non LXXXI, chè è un “pivello”… :P)

  19. Ciao Claudio 🙂
    Sì, salvo ben possibili vuoti di memoria, pare proprio anche a me che sia la prima volta che passi di qua.
    Intanto ti ringrazio per l’apprezzamento (altrimenti, per l’appunto, poi la memoria mi gioca un brutto tiro e faccio la parte della screanzata); dopodiché vado a tracciare un paio di appunti che volentieri potremo riprendere in mano insieme.

    Concordo a proposito di quanto scrivi sulla grazia attuale (oh! Lessi queste distinzioni l’anno scorso, più o meno in questo periodo, per prepararmi al test di ammissione all’università cattolica: non avevo mai letto il Catechismo ufficiale, nè per intero nè per sbaglio. Ma come sogliono dire alcuni ottimi blogger di nostra comune conoscenza, il Signore scrive diritto sulle righe storte).
    Sì, il sentire non può e non deve venir demonizzato, ma è certamente influenzabile.
    Ciò che io sento è un cambiamento a livello profondo, che però nelle singole occasioni va costantemente rinnovato e rinvigorito; non da me sola – questo è pacifico. Certo, la grazia non va presa come “scusa” per non lavorare su se stessi.

    E qui tocco l’altro punto che sollevi.
    Non vorrei infatti che il mio sottolineare l’origine non puramente organica dei disturbi d’ansia e dell’umore, il mio ricondurli (sempre) a ragioni esistenziali non meno che psico-biologiche; lasci intendere che sia errato e pretestuoso chiamarle malattie.
    Perché sono malattie.
    Come è giusto non sottovalutare o ignorare le difficoltà spirituali che preludono, o viceversa sorgono, a fianco di queste malattie; sarebbe assurdo sottovalutare o negare come alcuni fanno che hanno eccome un’origine organica e psicologica, di solito in concomitanza.
    La medicina non è una scienza esatta come la matematica, ma non è corretto trarre da essa solo ciò che torna a vantaggio delle nostre tesi (non dico che tu lo faccia, ma te ne metto in guardia perché è un’abitudine diffusa…).
    Ti porto un esempio differente. Di recente mi è stato detto che i sensi di colpa per i peccati commessi sono, quando non regrediscono a fronte dell’assoluzione, una tentazione diabolica. Io ho risposto che sì, può essere così senz’altro, ma bisogna considerare anche il carattere ovvero l’indole del penitente: il senso di colpa, senza tirare in ballo Freud & co., è un dato psicologico reale, umano, normale – e non necessariamente soprannaturale… anzi.
    Ora, ricordare che il soprannaturale (nel bene e nel male) agisce su di noi ed in noi è cosa buona e giusta, insistervi troppo trovo invece sia la vera tentazione.
    Non so se il mio pensiero è chiaro, altrimenti proverò a rispiegarmi: e tu annota pure tutto ciò che desideri; in particolare la depressione è un argomento su cui tornerò a più riprese (se ti interessa, prova ad inserirla come stringa nella casella di ricerca: un paio di post ci sono già).

  20. Ciao Cecilia,
    non per “farmi gli affari tuoi”, ma hai iniziato a studiare medicina?
    Sul discorso dell’organico, mi sa che si va sulla “filosofia della medicina”. Mi piacerebbe parlarne, poiché sono restìo a vedere come centrale l’aspetto organico. Parlo del termine ombrello “depressione”, non di malattie gravi.

    Sul secondo punto, penso sia una generalizzazione un po’ rischiosa. In genere le tentazioni (diaboliche o meno, perché anche noi stessi “ci tentiamo” nel senso che non confidiamo) agiscono “all’interno” degli stati d’animo, e in genere, di questo sono assai convinto, procedono per “immagini” (non necessariamente visive).
    Anzi, in questo si potrebbe addirittura dire che talvolta il senso di colpa che può permanere è la naturale conseguenza penale del peccato, ma che questo non deve certo scoraggiare. Teresa di Gesù Bambino suggerisce al riguardo l’offerta di questa pena, che accompagna anche mancanze leggere, in atteggiamento amorevole di fiducia.

    In generale ho una certa riluttanza verso tutto ciò che è psicologia in ottica moderna, mentre la psichiatria la trovo un ambito molto importante per tirare una “linea di confine”, se si vuole accessoria, ma nondimeno importante, tra malattia effettiva, e situazione interiore.
    Senza voler dare al demonio una potenza che non ha, ritengo che come “psicologo” possa fare enormi danni, mentre noi presumiamo di indagare con grande intelligenza.
    Forse è solo la mia esperienza, ma ritengo che la psicologia dovrebbe agire in maniera “trasparente”, non rischiare di oscurare lo sguardo semplice che ci serve per stare con Dio.

  21. Precisazione: ovviamente sul senso di colpa ho inteso dire che mi pareva “una generalizzazione un po’ rischiosa” quella di chi ti suggeriva l’idea dei sensi di colpa “come tentazioni”, non la tua. 🙂

  22. Se sono questi i fatti miei, fatteli pure, tranquillo.
    Non studio medicina, sono O.S.S. a breve nuovamente iscritta ad una triennale sanitaria. Questo per quanto attiene alla mia qualifica (che ti ricordo, non corrisponde alla competenza). Per quanto concerne invece l’aspetto esperienziale, ho personalmente vissuto la depressione (ed altro), e questo qualcosa conta.
    L’organicità o meno di una patologia può certo essere materia di speculazione filosofica, ma è primariamente e soprattutto una questione clinica. Ed in particolare, l’aspetto organico dei disturbi depressivi, di ogni tipo, è ormai ampiamente dimostrato – dagli studi ma anche dalle vite di chi ne soffre.
    Mi preoccupa piuttosto la tua frase: Parlo del termine ombrello depressione, non di malattie gravi; perché presuppone che la depressione grave non sia – e questo è falso.

    Che Satana sia un fine psicologo è per me indubbio.
    Ma io non pretendo di poter sempre dire, e con certa precisione, quanta e quale parte di un mio modo di essere dipenda dall’una e dall’altra causa. Pretendo però che si riconosca l’esistenza ed il peso delle funzioni cognitive e delle disposizioni psicologiche individuali sulla vita dell’uomo; pena non essere affatto dei semplici di spirito, ma dei semplici di intelletto.
    La ragione non va idolatrata, ma neppure buttata nel cesso.
    Comprendo che la psicologia non sia cosa facile da trattare, ma non è – lo voglio ribadire con forza – una buffonata che lascia il tempo che trova, aria fritta che fa perdere tempo. Quella che tu chiami “situazione interiore” è una parte assai concreta, che può esser sana o malata, della persona. Non uno stato d’animo labile, ma uno stato dell’essere.
    Senza comprendere la psicologia di una persona, non la si può neppure amare…
    … e d’altronde, pur non essendo io del partito dell’antipsichiatria, ho visto in suo nome fare più danni, compiere più delitti.

    Perdonami se dovessi risultarti enfatica: ci tengo a chiarire bene ciò che so o che penso; ma le tue considerazioni anche dove divergono mi sono gradite.
    Solo, credo che a questo punto sarebbe il caso di proseguire il discorso in un intervento a sè stante: non ho tempo nè occasione ora di stendere nulla; ma senz’altro mi posso segnare questo scambio per il futuro.
    Che ne dici?

  23. Sì, sì, molto volentieri.
    Non intendevo sottolineare una maggiore o minor gravità delle malattie mentali, quanto piuttosto sottolineare un uso arbitrario che si fa ormai da un’eternità del termine “depressione”.

    Ho parlato di “filosofia della medicina”, non di filosofia in senso lato, proprio perché non intendevo una speculazione teoretica, ma il modo – anche pratico – in cui considero la medicina.
    Non intendevo fare uno schematico discorso di “ragione”, ed ho la difficoltà di non riuscire a dare un significato tangibile al termine “psicologico” senza sconfinare in un’area astratta. È per questo che parlo di “interiore”, diciamo che lo intendo come lo avrebbe inteso chiunque prima dell’età moderna.

    Senz’altro anche in psichiatria è stato fatto del gran male: riusciamo a farne dovunque mettiamo le mani da soli.

    Grazie per le risposte. Magari poi mi racconti cosa fa un O.S.S. Io faccio il grafico.
    Accipicchia. 🙂

  24. Sì, l’uso approssimativo e superficiale che si fa del termine “depressione”, puoi immaginarlo, mi manda in bestia per ovvie ragioni – per molte ragioni: personali, linguistiche, tecniche, professionali…
    … confondere un malessere passeggero o una tristezza comune con la depressione è un grave errore, che fra l’altro confonde le idee ai non addetti ai lavori e contribuisce a far passare i depressi per “quelli che non han voglia di far niente”. E vaffanculo, mi si consenta.
    Visto che citi le malattie mentali, ti informo allora che la depressione è proprio una malattia mentale, o psichiatrica che dir si voglia (curiosità offerta dalla casa).

    Sulla filosofia: ci siamo intesi, credo. La filosofia della medicina è pur sempre filosofia e non clinica, ben distinta dalla storia – e, piuttosto, affine all’etica, branca che adoro ma che inevitabilmente procura grossi tormenti 😉

    Che roba è un O.S.S. te lo racconterò meglio un’altra volta, ma lascia che te lo presenti come “l’assistente dell’infermiere”: con qualche competenza tecnica in meno, ma con lo stesso imprinting ed il medesimo obbiettivo di sostenere il paziente nel soddisfacimento dei bisogni primari (in ospedale, è lui / lei che al mattino ti mette in lavatrice se non sei autonomo) come pure quello di educare, riabilitare, creare una rete di relazioni significative attorno alla persona.
    Fa da ponte fra gli esperti di clinica e quelli di socialità, ne sa di meno di tutti loro ma produce di più in termini di contatti fra figure professionali diverse, di commistioni fra esperienze e operatività diverse, di integrazioni e soluzioni creative.
    (O.S.S. rule! 🙂

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