Dell’amore, del potere e d’altre storie

Ciò che mi piace dell’articolo di Marchesini su Marrazzo è che (rac)coglie e porta in primo piano un aspetto dell’andare a puttane che solitamente si tace, quando non si ignora: è proprio vero quanto afferma l’ex presidente della regione Lazio in un’intervista rilasciata alla De Gregorio, “[…] una prostituta è molto rassicurante. È una presenza accogliente che non giudica. […] Mi sono avvicinato per questo a loro. È, tra i rapporti mercenari, la relazione più riposante. Mi scuso per quel che sto dicendo, ne avverto gli aspetti moralmente condannabili, ma è così. Un riposo. Avevo bisogno di suonare a quella porta, ogni tanto, e che quella porta si aprisse. […] Sono andato per suonare alla porta. Il desiderio è questo: suoni alla porta, e si apre. Poi riposi”.

Ciò che dell’articolo non mi piace è che, per evidenziare questa grande, scomoda verità al tempo stesso occulta – per quanto involontariamente – un’altra verità, che con la prima succitata non fa una gara di percentuali; e tuttavia esiste e conta.
Questa verità è che altrettanto spesso, chi va a puttane cerca – insieme all’amore disinteressato, che comunque non trova, oppure in via esclusiva – il potere: il potere sull’altro, o sull’altra; di condurre il gioco, decidere un destino, controllare un pericolo.
Perché l’altro, quando non lo si ama, è sempre un pericolo per noi. E l’altro lo si può amare soltanto se si impara ad amare se stessi, ad accettare di venir amati. Chi si prostituisce ha in comune con chi di lui o lei approfitta questa incapacità.

Advertisements

8 thoughts on “Dell’amore, del potere e d’altre storie

  1. Segnalo fra i commenti la frase che, fra quelle proferite da Marrazzo nell’intervista, condivido ed apprezzo di più; la riporto qui per non confondere ed appesantire il post anche se a suo modo c’entra eccome, riportandoci a quel nucleo di autenticità che tutti cerchiamo, in un posto o nell’altro:
    << Le persone comuni capiscono benissimo le vicende della vita, sanno distinguere, sanno giudicare e trarre le conseguenze. Sanno anche perdonare, se la colpa è una debolezza e non una frode ai loro danni. Ne sono sicuro, lo so perché lo vedo. La distanza di questa politica dalla vita reale è diventata il vero problema del paese. Hanno paura […] di tutto ciò che è autentico, anche nell’errore. >>

  2. Vero: non solo manca la carità (e infatti la politica è davvero distante dalla vita reale; i cittadini non sono “da servire”, ma “da spremere”), ma anche l’amore alla verità, all’autenticità…

    D’accordissimo con le tue riflessioni, e di mio ho sempre “esasperato” i due concetti: richiesta di amore e desiderio di potere.
    Ho sempre sentito più “vero” il secondo, perché in tali situazioni di amore ve ne è ben poco, e sempre ammesso che ci sia…

    È un dato di fatto (confermatomi anche da alcune dirette interessate; però si trattava di spogliarelliste, ma il discorso non cambia) che, generalmente (vi sono sempre eccezioni), la mercenaria non è mai disponibile a baciare il cliente.
    E non è affatto un paradosso.

    Di fatto si continua a “bussare a quella porta”, proprio perché ciò che veramente si desidera – semplicemente – non è lì, e non vi sarà mai.

  3. Sì, che si eviti di baciare il cliente non è certo un caso.
    Anche se poi ciò che Marrazzo chiama amore – e di fatto ne è un prodromo, anche se non è l’amore stesso: accoglienza, ascolto, disponibilità non solo formale – non dipende da un gesto in sè, che ne solo l’espressione esteriore, ma da un intero atteggiamento e comportamento.
    Ed in questo senso, vi è prostituzione e prostituzione.
    Una transessuale ricca, che lavori in appartamento e con clienti di un certo livello, non è una nigeriana che è partita dal proprio paese senza rendersi conto di che fine avrebbe fatto. Ci si può sentire accolti da entrambe, naturalmente, ma anche le condizioni di partenza fanno una discreta differenza.
    Non va dimenticato che la prestazione viene – sempre – adattata al cliente.

    Ho voluto usare il termine puttane, lo preciso, non per dispregio ma perché ciò che è crudo e affatto sentimentale crudo rimanesse.

    La tua ultima considerazione, tristemente, è spesso il nocciolo di tutto: si desidera l’amore, ma lo si teme e lo si fugge; incastrandosi di proposito (pur inconsciamente) in situazioni che impediscano di ottenerlo.

  4. Già: amore vero implica responsabilità nei confronti dell’altro, e quasi nessuno se ne vuole accollare il peso. Perciò il binomio amore-responsabilità diventa, di fatto, un ossimoro.

    E sono d’accordo anche con la crudezza dei termini: anch’essa serve a sottolineare lo squallore di certe realtà.

  5. Ciao!
    Grazie della segnalazione: mi sembrano molto interessanti sia l’intervista di Marrazzo che l’articolo della “Bussola”. Sentirsi amati è così essenziale che non possiamo farne a meno, tanto che si finisce per fare (quasi) di tutto per averne almeno l’illusione…
    Mi han fatto tornare in mente un articolo della “Civiltà Cattolica” dell’anno scorso, in cui si parlava della lussuria come una ricerca malata, “simbolica, spesso angosciante, dell’Assoluto, in cui si mostra una sofferta nostalgia di pienezza, da ascoltare e interpretare”. Naturalmente, insieme ad altro… La rivista dei gesuiti concludeva: “La sessualità vissuta all’interno di una relazione capace di esprimere più tenerezza affettuosa che erotismo sfrenato consente di ritornare sulle ferite del passato e di rimarginarle: la via della guarigione, come la tenerezza, è sempre possibile per chi la cerca con sincerità, disposto a sottomettersi alle sue leggi”.
    Dell’articolo di Marchesini, invece, ho sottolineato: “il paradosso è che ogni essere umano è degno di essere amato, e gratuitamente. Ma a volte non lo sa, o non ci crede”. E il finale sul padre…
    Ma la cosa più bella la scrivi tu nel finale del post, dove metti in relazione la capacità di amare con la disponibilità a lasciarsi amare. Che non è mai la mera risposta al mio bisogno, un riempimento per il vuoto che sento. Se è solo questo, di fatto si rimane da soli. E l’altro è un mezzo. Per questo – come ho spesso trovato, anche in me – è vero che “non ti amo perché ho bisogno di te, ma ho bisogno di te perché ti amo”.
    Accettare di essere amati è la premessa indispensabile per mettersi nelle mani dell’altro. Significa non aver paura della verità, lasciarsi liberare da lei. È da questa che, spesso, si fugge.

  6. Grazie a te.
    Io su questa “tenerezza affettuosa”, componente essenziale dellla relazione (potremmo a questo punto dire pure “casta”) ho trovato più di una parola chiara e degna di nota nel blog La logica del dono di Fra’ Eduardo, un francescano.

    L’intreccio fra amare e sentirsi amati, il bisogno dell’altro che è tale perché lo si ama, il non aver paura ma anzi ricercare la verità dell’altro ed offire la propria così com’è, ma anche la delusione dell’aver praticato questo amore avendone una cognizione solo parziale, ed incorrendo nell’egoismo di chi era di tutt’altro avviso; tutte queste cose le ho provate.
    Perciò a maggior ragione voglio un amore che si meriti questo appellativo.

Lascia un commento... vuoi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...