Cannavò ed i suoi pretacci

Non posso proseguire (o anche: proséguere, come dice il Trota emulo del ciclista d’antan) a leggere le storie dei pretacci adorati da Cannavò prima di stendere almeno le prime – nutrite – impressioni.

L’impressione più importante è, per dirla evangelicamente, che alcuni preti fra quelli dipinti dal giornalista ed il giornalista stesso non sappiano quello che fanno: cioè non comprendano che il loro “essere contro” (la Chiesa ufficiale innanzitutto, e tutto ciò che è vagamente normale, regolare e comune in casi estremi), che non è solo un’indole personale ma talvolta un comportamento preso scientemente a bandiera, non li fa essere più vicini a chi soffre ma soltanto gli preclude tanta realtà – proprio la realtà alla quale essi affermano di volersi rivolgere.
L’impressione immediatamente successiva per rilevanza è che le posizioni di taluni sono non problematiche, non critiche, non duramente costruttive; ma semplicemente inconciliabili con il Vangelo! (e non mi riferisco solo a don Gallo, sostenitore: dell’eutanasia, di un aborto terapeutico del quale ignora il senso corretto di terapeutico, del divorzio (anch’esso come l’eutanasia) legittimato unicamente da un generico libero arbitrio reso inservibile poiché preso come sinonimo di libertà totale, del preservativo come unica difesa contro l’AIDS, della legalizzazione della cannabis ritenuta innocua perché una volta l’ha pure provata… pensa te).
La prefazione di Gian Antonio Stella; l’introduzione di Cannavò alla sua raccolta di storie narrate in uno stile più banale che scarno, romanticheggiante, da liceale – nella quale parla in senso letterale di “chiesa vera”, di strada, da marciapiede e da carcere che si contrappone alla chiesa fasulla ed usurpatrice fatta di “burocrazia […] e coreografia di cerimonie dove la spiritualità si disperde nel culto dell’apparire, […] di ritualità pomposa e noiosa che non arriva al cuore della gente“, e per contro di una “chiesa parallela, da prima linea, da combattimento” e riporta le parole di don Bizzotto il quale definisce “accanimento giuridico” quella che ad avere un po’ di testa si comprende essere una necessità, un apparato irrinunciabile la cui evoluzione è giustamente lenta.
Si citano, sì, Martini Tettamanzi ed altri quale esempio di porporati e membri del clero distante dal popolo (sic) che sanno coniugare il loro ruolo ad un’attenzione non formale per le difficoltà della gente. Ma Cannavò pare passare queste notazioni – questo accennare di alcuni al legame con la Chiesa che, in tante situazioni cariche di fatica e dolore umano, non rappresenta una catena o un ostacolo ma una radice che nutre la propria azione a vantaggio del prossimo – in sordina.
Non dice che quanto racconta, di bello e confortante, entusiasmante, di queste persone, di questi pretacci; è vero non soltanto per loro che paiono assumere ai suoi occhi tratti mitici, ma anche parimenti di tanti altri che pretacci non sono ma giusto preti qualunque – senza un nome conosciuto ma altrettanta buona volontà. Non dice che la stessa Chiesa, quella da lui aborrita, si ingegna in mille modi per i poveri, i senzatetto, i carcerati, i tossicodipendenti, le prostitute, i malati. Nè sottolinea in modo troppo evidente che per far funzionare la baracca di comunità come quelle avviate da don Rigoldi per l’integrazione degli ex carcerati, alcuni extracomunitari clandestini, occorre tanta burocrazia – esattamente come occorre a quell’altra Chiesa che tanto gli dispiace – parla della Caritas come se ne fosse estranea. Per la “chiesa di strada”, non esiste burocrazia: solo organizzazione efficiente.
Leggendo al capitolo II la storia di don Brivio, anch’egli attivo fra carcere e parrocchia, penso per un attimo che sorbirò qualche melensaggine (purtroppo, devo rilevare, attribuibile alla scrittura di Cannavò e nient’affatto agli episodi citati che meriterebbero una migliore descrizione) ma almeno nessuna scemenza a proposito del rapporto tra Chiesa e mondo reale. E invece… don Brivio, stando a quanto racconta l’autore, gli dà ragione quando sospirando afferma che “sarebbe giusto e bello se i preti potessero sposarsi, secondo le regole di Santa Romana Chiesa, perché conoscerebbero più profondamente i problemi della vita“. Poco importa se, così facendo, Santa Romana Chiesa non seguirebbe affatto le proprie regole ma si snaturerebbe, e se conoscere profondamente i problemi della vita non è abilità che si acquisisce con quest’unica esperienza.
Banalità su banalità, che se pure potrei condividere parzialmente negli effetti non posso sottoscrivere nei presupposti. Stereotipi stantìi, ideali superficiali e zuccherosi. Vogliamo ad esempio citare quante volte viene nominato il povero de Andrè nel capitolo III, dedicato a don Gallo? Oppure ricordare come quest’ultimo sia stato elogiato persino dal grande, umanissimo e caritatevole Vasco Rossi? L’impressione generale, e persistente, che mi ha lasciato questa tranche del libro è che si voglia non accogliere anche il peccatore per salvarlo dal suo peccato o dal suo male, dalla sua miseria o sofferenza magari non cercata ma capitata; ma piuttosto esaltare il peccatore in quanto tale. Il che è quanto di più antievangelico io conosca.

Non posso che sperare che gli uomini che compongono questa “chiesa di strada” tanto osannata non siano davvero perfettamente paralleli alla Chiesa di Roma che in teoria ne è tutrice: perché le rette parallele, si sa, non si incontrano, e se non si incontrano sufficientemente con una guida queste manifestazioni sincere e produttive di carità rischiano di mutare in un volontarismo autocentrato.
Caso don Gallo a parte, che per come si esprime pare non avere la minima capacità di ascolto autentico di chi ha davanti, povero o meno; a prescindere dal suo aderire a questa o quell’altra chiesa.

[Vado a pubblicare un primo commento a questo intervento,
con considerazioni integrative sui capitoli successivi
].
114 – Alessandro Cannavò su don Rigoldi

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9 thoughts on “Cannavò ed i suoi pretacci

  1. Il viaggio prosegue, nel capitolo V, tra preti operai (sic), zingari che secondo Cannavò non sarebbero più propriamente tali perché divenuti stanziali (sic, sob, gulp), “belle persone” solitamente acculturate ad un’imprecisata fonte che s’intuisce però non essere quella comune, “baracche miserabili sulle quali si notano i padelloni della tv satellitare […] la miseria è tanta, ma l’auto è sacra”.
    Unica nota non puerile e paci-finta, come alcuni direbbero: si parla di un accordo preso con la Casa della Carità di Crescenzago, che accoglie alcuni di loro, di non chiedere elemosine. Chissà se Cannavò sa anche che la cultura Rom del furto non è un’invenzione propagandistica – come ancora sento proferire persino da professionisti – ma un fatto reale; non una stretta ed occasionale necessità ma un’azione sistematica (anche al di fuori del racket).
    Di certo comprende e descrive la differenza tra quei campi o strutture, e quelle famiglie, con un progetto ed un futuro – “dove chi arriva si presenta, ha un’identità, e diviene responsabile di quel che riceve”; e quelli che non sono altro che abbruttenti.
    Ma comprenderà allora che i secondi non sono bene per nessuno, nè per i Rom nè per i milanesi che a suo dire vivono in un altro mondo? Sembra di sì: poche righe dopo fa presente il problema della sistemazione delle persone sloggiate dai campi (appunto: quante di loro, come accade nella Casa della Carità, intendono realmente e seriamente impegnarsi per una casa o comunque una sistemazione decente, una vita di qualità più alta ma diversa da quella cui sono avvezzi ed aggrappati?).
    Come già per i precedenti capitoli, scopro la vera semplicità e praticità in alcune parole del pretaccio di turno, don Colmegna: “[…] la provvidenza non è elemosina, ma offerta di occasioni […]. Capisco la paura di tanta gente, e mi rendo conto che chi subisce aggressioni a furti trova difficoltà a credere nei princìpi. Ma non ci sono scorciatoie: la sicurezza passa per la dignità dell’accoglienza. Ci sono dei canoni elementari: fiducia, doveri, responsabilità“.

    Il capitolo VI mi porta nel mondo telematico anti-pedofilia di don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter: stavolta, nessun piagnisteo.
    Solo Cannavò che, per creare un contrasto poetico (o meglio: provarci) con le nefandezze descritte dal pretaccio, scrive di una certa “trattoria dove il pesce ha il sapore del Mediterraneo che ci sta davanti”. Quale sapore celestiale, mi chiedo, quello di detersivo? :p 😉

    Capitolo VII, padre Mario Golesano, che ha preso il “posto” di Pino Puglisi al Brancaccio.
    Alcune condivisibili osservazioni cannaviane (?) sulla politica: quella pre-elettorale, definita “bassa”, ed una inespressa ma che mi pare di leggere implicita nella distinzione tra “palazzo” (aridaje) e strada – e cioè, che la politica non è solo quella comunemente intesa ma soprattutto quella fatta di impegno, responsabilità, vivere civile.
    Ed anche l’accenno del pretaccio alla necessità di intrattenere rapporti con il potere, con le istituzioni, purché non mafiose (a mio parere non dettata da un imprecisato senso del dovere, ma dall’effettiva, per quanto aleatoria, utilità di quel potere e di quelle istituzioni alle persone nel bisogno. Lo pensavo prima e lo penso, a maggior ragione, ora che devo pormi nella prospettiva di essere io a trovare compromessi, accordi, soluzioni per ottenere un bene ai pazienti).

    Il capitolo VIII, che presenta don Benzi ed il suo lavoro, salvo che per la chiusa al solito anticlericale (anche se non feroce) in cui Cannavò generalizza, decreta che qualsiasi vescovo “con la mitra in testa” è lontano da Cristo e cita prediche deludenti (mi chiedo quante prediche abbia realmente sentito ed ascoltato); lo trovo finora il più onesto e toccante.
    Sarà che le vicende delle vittime della tratta mi stanno particolarmente a cuore; ma il racconto pur nella sua semplicità per me fin troppo estrema mi sommuove.
    Sinceramente, ho di don Benzi un ricordo televisivo ormai molto vago, piuttosto negativo. E perciò mi chiedo se, al di là dell’ammirazione dell’intervistatore, andando ora a riscoprire chi fosse quest’uomo (e prete, ma lasciamo stare il “pretaccio”) non mi rinfrescherei la memoria, e magari anche le idee.
    Me lo chiedo perché ho già intenzione di farlo, ça va sans dire.

    Io però, con la mia contro-cronachina del libro mi fermo qui; perché ad ogni pagina mi prude la mano per la voglia di prendere appunti, ed invece voglio rilassarmi un tantino.
    A prescindere da tutte le sciocchezze lette, e rinnovando l’augurio conclusivo del post, ringrazio tutti i pretacci che portano avanti un lavoro importantissimo (quelli che recriminano, ma senza fare i capipopolo).

  2. Ma come vi è finito don Oreste in un libro del genere? 🙂
    Lo sa l’autore cosa pensava e diceva il prete riminese su castità, famiglia, aborto…?
    Tra l’altro, proprio oggi il Corriere della Sera pubblica una recensione di un libro recente di don Gino Rigoldi, a firma di Alessandro Cannavò…
    Il volume si intitola “Io, cristiano come voi” che sarebbe anche un bel titolo, se il contenuto non lasciasse intendere che “voi”, cioè “noi”, siamo parte di quei milioni di persone a cui la gerarchia ecclesiale impone i suoi principi, inculca la sessuofobia, sbatte in faccia la propria ricchezza, lascia intendere che si può sorvolare sugli obblighi e i diritti civili…
    Volendo pensare bene, immagino che il recensore abbia un po’ forzato o tagliato il pensiero di don Rigoldi, anche lui arruolato fra i “pretacci”. Non posso credere che, a detta del noto sacerdote, la ripetizione quotidiana della Messa “rischia di togliere solennità”. Dovrei leggere direttamente il libro, dunque. Ma l’idea non mi attira per niente…

  3. Innanzitutto mi fa piacere che a te don Benzi risulti fuori luogo in questa raccolta. Come scrivevo, l’impressione è stata ottima, e mi sono chiesta se la mia avversione di anni fa fosse ancora più lontana nel tempo di quanto mi pare di ricordare, e se dipendesse in certa misura dalle assurdità ideolologiche di cui ero intrisa.

    In generale, come scrivevo, mi pare che in diverse circostanze Cannavò forzi il corso del fiume (delle parole, delle idee ed intenzioni di questi preti), tanto o poco, per avvalorare la sua tesi che esista una chiesa che vive di “antiortodossia, anarchia” ed è migliore e più vera di quella gerarchica. Come se, fra l’altro, tutti questi pretacci ne stessero fuori…

    … quanto a don Rigoldi, non è certo il più agguerrito, ma la polemica la fa partire anche lui, la distinzione fra “palazzi” e “ala sinistra” (non so se attribuisca all’espressione un significato politico) della chiesa la fa lui stesso.
    Chiaro: io do per inteso che le parole riportate da Cannavò ed attribuite agli intervistati-osservati siano corrette ed esatte. Almeno quello, professionalmente, non credo gli manchi.

    Io leggerò senz’altro l’articolo, che a questo punto mi interessa ed incuriosisce ancor di più. Mentre francamente, pur non sentendomela di sconsigliarti il libro, sono certa che ti basteranno pochi capitoli per assimilare l’antifona… tanto per rimanere su una metafora a tema ecclesiastico 🙂
    Che la ripetizione quotidiana della Messa rischi di togliere solennità, poi, oltre che una fesseria è un’idea proprio in contrasto con quelle che sembrano essere le preoccupazioni di Rigoldi.

  4. p.s. I: aiuto, riesco a trovare solo un articolo a firma Cannavò, su Rigoldi, del 2009! O.o

    p.s. II: ovviamente l’antifona è innanzitutto un elemento letterario, ma poi anche ecclesiastico, o liturgico che dir si voglia.
    Mi scusi l’antifona se l’ho turbata ^__-

    p.s. III: non trovando l’articolo a cui ti riferisci, ho spigolato nei risultati di Google e Liquida e trovato quest’altro, su Palazzo Apostolico; nel quale si dice (e non mi stupisce) che Rigoldi così come Colmegna ha sostenuto ed appoggiato Pisapia, e che il primo dichiara: “[…] il cattolicesimo democratico, che io amo definire il cattolicesimo della scelta evangelica, è fatto così: tollerante, non ideologico, e capace anche di schierarsi politicamente seppure nella consapevolezza di non avere in mano la verità assoluta, il bene assoluto“. Un ibrido osceno tra relativismo e protestantesimo del tipo più ingenuo.

  5. Non capisco perché WordPress ha deciso che la tua faccina fosse spam; comunque… ti ho salvato dall’oblio 😉
    E a proposito, la faccina per cosa sta? Disappunto per don Rigoldi…? O per ciò che ne scrivo io?

    (Adesso vedo se riesco a pubblicare in commento il file .pdf con l’articolo da te segnalato) >> Ecco, ho pubblicato il file in coda all’intervento: basta cliccarci per leggerlo.

  6. … se così a Lui piace.
    Il più delle volte fatico a credere che le sciocchezze raccontate da certe persone possano avere un’utilità, anche a lungo termine, ma in altre circostanze questa utilità la intravedo e allora… mi sembra meno assurdo il “sopportare pazientemente”, e mi ricordo che Dio da ogni male può trarre un bene.
    Ogni epoca ha le sue magagne. Vedremo dove ci porterà questa, senza volerla cambiare più di quanto sia in nostro potere.

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