Maschile / Femminile

Alcuni affermano che Elena Ferrante debba essere lo pseudonimo di uno scrittore maschio, più che per lo stile (paragonato a quello di Goffredo Fofi, poi di Domenico Starnone, poi a chissà quanti altri) per la particolare ottica sulle donne che mostra di avere. Cos’abbia di tanto particolare e maschile questa ottica sulla donna, non so ancora dire: non ho letto la Ferrante.
Nè sono aggiornata su questo enigma, sulle supposizioni ed eventuali rivelazioni che possono esservi state: per me l’autrice rimane ancora la ‘senza volto, senza voce, mai comparsa in pubblico’ di cui molto s’è parlato. E mi piace così, fra l’altro. E’ una Mina che ha saltato a piè pari il passaggio dal pubblico al riservato, facendosi anonima subito ed integralmente; oltre le sue opere.
Ma non è per l’ammirazione che, in questo senso, le porto che mi ribolle il sangue quando vedo spingere avanti la tesi che sia un uomo: non sarebbe poi un peccato; nè una gran novità. Il fatto è che molti, a me pare, non esercitano una semplice curiosità, ma un vero e proprio rifiuto dell’idea che una donna possa scrivere così, con piglio e forza maschili ed esibendo una sensualità accentuata, anch’essa, in tal senso.
Non l’ho letta, ripeto, e magari (con buona probabilità) troverei persino poco marcati questi accenti presunti. Troppo maschile anch’io nella sensibilità?

Così scrivevo qualche mese fa, suppergiù tre, sul precedente blog.
Ma quando sono stata in biblioteca l’ultima volta mi sono voluta togliere lo sfizio, e stamattina ho preso in mano e mi son messa sotto gli occhi I giorni dell’abbandono.
Ora, dunque, anche se sulla base di una sessantina di pagine (il romanzo l’ho interrotto, contravvenzione alle mie abitudini non insolita in questo periodo, perché bello ma dilanante) so di che si parla.
Mi aspettavo uno stile più scarno, forte: invece è netto ma intenso, e non mi fa sorgere alcun dubbio sul genere di chi l’ha scritto. Non che con questo sottintenda stupidamente che il linguaggio crudo sia attribuibile solo ad un maschio, oppure che si tratti di una femmina perché certe analisi di sentimenti “solo una femmina le può fare”. Anzi. Mi piace, come prospettavo, questo suo tessere asprezze e ingenue debolezze in modo che restino distinguibili, ma non ambigue.
Da questo punto di vista, le somiglio; ed infatti l’ho apprezzata e divorata, fin là dove sono stata in grado di formulare un giudizio fermandomi appena prima di farmi risucchiare.
Io come lei sono la follia che si osserva nella propria marcescenza con crudele lucidità, la poesia che si incarna e fonde elementi nati diversi, separati; per un peccato originale che la nostra specie sconta ancora e tenta di superare nella scrittura.

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7 thoughts on “Maschile / Femminile

  1. No, spiegarmi non mi ferisce di certo – nulla di così personale: è solo che certi stati d’animo, di sconvolgimento, di disperazione descritti dalla Ferrante li conosco; anche se in maniera diversa da quella narrata nel romanzo.

    Ma non so quanto potrei essere più esplicativa: come sai, venir “risucchiati” da un testo, da una situazione, significa qualcosa di più che venirne coinvolti emotivamente, ma senza che il nostro equilibrio psichico, emotivo appunto ne venga alterato.
    I toni incisivi e il dolore raccontato con quei toni non solo toccavano le mie corde, come si suol dire, ma mi facevano sentire amara realmente, perché mi ci riconoscevo; col rischio di perder tempo e serenità dietro a vecchi ricordi. E, siccome questo non è bene e non lo voglio, ho interrotto.

    Hai letto qualcosa di suo?

  2. No, ma ora capisco ciò che intendi. Capita anche a me, e di certo a molti altri.

    Ho sempre pensato che siano le situazioni negative, difficili, dolorose a farci crescere – più di quelle positive -, ammesso sempre che le affrontiamo alla giusta maniera (che include anche il non lasciarsi interiormente sopraffare); ma non è bello, né buono, né utile “riesumare” – quasi rivivere – le passate esperienze: basta conservarne i frutti, l’insegnamento che da esse è scaturito.

  3. Uhm, anche l’essere sopraffatti dal dolore insegna, ed insegna molto, per lo più è inevitabile all’uomo specie quando il dolore sta proprio imparando a conoscerlo (e non dev’essere necessariamente un bambino).
    Però anche il dolore, come tutto il resto, può e deve subire un’evoluzione nel senso che indichi.

  4. Eh sì, perché la sopraffazione di cui parliamo esiste ed ha una sua durata (più o meno breve), ma deve avere anche una fine: vi deve essere un punto in cui la persona affogata nel dolore riesce a rialzarsi.
    Altrimenti la rovina – dell’interiorità, e infine della persona in toto – sarà inevitabile.

    Sui mezzi e sui modi di “rialzarsi”, poi, vi sarebbe tanto da dire; comunque anche questo fa parte del percorso personale di ciascuno.

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