L’amore precede la legge

L’amore (la carità) precede e fonda la legge, che da essa procede – e ciò vale per tutti, per coloro che sono per indole o esperienza di vita più adatti a con-formarsi alla tradizione e per coloro che, partendo dalle radici di una tradizione, sono più adeguati e orientati a (r)innovarla.
L’inverso, cioè la legge che decreta la giustizia (purità) o la scorrettezza di un atto a prescindere dal con-formarsi o meno di quest’ultima al principio di carità, non si dà: non nella logica divina di cui la teologia cristiana si fa custode.
La legge che, da se stessa, rispondendo solo a se stessa ed in modo univoco, giudica gli atti dell’uomo non è obbediente alla tradizione; ma idolatra, farisaica, e di conseguenza crudele. La fiducia nella tradizione non poggia su un corpo morto, si fonda sulla fiducia nelle persone che questa tradizione la trasmettono: è pur sempre un atto di fede ed una scelta intima che sta a monte di ogni rapporto dell’uomo con Dio, mai l’indicazione legalistica che giustifica la scelta.

Il nostro Sì al Signore sia offerto prima di aver contezza razionale della sua bontà, in uno slancio di fiducia! Se non c’è fiducia in Lui e nella possibilità che Lui fa vivere in noi, se non c’è un riconoscimento, un’intuizione sulla Sua persona che ci consiglia ad incontrarlo; la conferma ragionevole e lucida che cerchiamo mai l’avremo.
Questo passo nel vuoto (che vuoto non è, ma così appare ai nostri occhi di creature, “grumi di sangue impauriti” sempre in cerca di un appiglio sicuro), è possibile solo se prendiamo coscienza del fatto che – senza per questo diventare un padre snaturato e permissivo, per il quale “tutto è okay purché ci sia l’ammmore” – Dio ci ama e ci perdona prima che noi ci accorgiamo di Lui, lo scegliamo, e torniamo a sceglierlo ogni volta che cadiamo e ci pentiamo. Ci ama persino se noi pur incrociando le strade non lo scegliamo affatto: questo non ci toglie dal nostro inferno, dal quale siamo noi a dover uscire; ma sta a significare che non è il merito, nè la purezza (vera o presunta) che ci abilita ad essere Suoi figli, ma la sua stessa volontà, anzi il suo “modo di essere” tanto distante dal nostro.

<< Il fallimento delle nostre confessioni, in fondo sta tutto qui: andiamo per scaricare il nostro senso di colpa, consolandoci delle parole e dei gesti benedicenti del sacerdote (a questo livello inutili), non per riconciliarci con Dio e con i fratelli, unico modo per eliminare il peso che ci opprime. Abbiamo trasformato il sacramento della penitenza come il luogo luttuoso dove Dio ci perdona e non come il “luogo di festa” in cui noi prendiamo coscienza del suo perdono che ci precede. Il sacramento della penitenza non è il luogo dove noi “ci gettiamo a terra” supplicando una dilazione dalla meritata punizione (sperando di scamparla poi al momento della morte e del giudizio finale!), ma il luogo nuziale dove noi, riconosciutici perdonati prima ancora di pentircene, vogliamo ristabilire un rapporto nuovo con la vita e il suo autore >>.

E’ la comunione con Dio, inaspettata ed immeritata – ma nella quale dobbiamo imparare a credere, alla quale dobbiamo abbandonarci fiduciosi e non permetterci vigliaccamente di rifiutare con la scusa, il timore, il piagnisteo tutto umano di chi non si fida, non si ritiene degno – … è la comunione con Dio, padre, fratello ed amico che permette e stimola la conversione; non il contrario.
Questo significa forse che si dovrebbe normalmente ribaltare l’uso di far precedere la riconciliazione al ricevere l’eucarestia? Ovviamente no. Ma ci deve ricordare che il subordinare lo stare in comunione con Cristo ad un codice, per quanto di per sè corretto ed ispirato, è e resta un’idolatria: uno scambiare il mezzo (la legge) per il fine (la grazia), un sovvertire (!) la corretta sequenza con la quale ci dobbiamo interfacciare:
Carità >>
Comunione spirituale >>
Legge divina (Scrittura) >>
Magistero
+ Tradizione che svela il divino mediata dall’umano >>
Libertà
>>
Scelta, azione, incarnazione

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9 thoughts on “L’amore precede la legge

  1. Ragionevole è chi sottomette la ragione all’esperienza.
    Ma cos’è la ragione? Oggi, infatti, è come se si fosse smarrito il concetto di ragione, così che la speranza si riduce al sogno vago di un futuro avvertito allontanarsi sempre di più da un presente che non soddisfa. Su tutto sembra prevalere l’immagine tragica dell’ultimo uomo che insieme alla sua donna osserva declinare il sole per l’ultimo tramonto della storia, così come la fissa Giuosé Carducci in una sua poesia “Su Monte Mario”.
    Noi, invece, non possiamo rassegnarci che tutto finisca nel nulla, il nichilismo.
    La natura stessa della ragione grida: “Esiste un significato!”, ciò che anche Kafka afferma: “Esiste un punto di arrivo”.
    L’obliterazione dell’idea di ragione come apertura positiva al reale mi desta molta preoccupazione.
    L’esperienza, invece, causa una sincera attenzione ai bisogni veri dell’uomo.
    La ragione come libertà ridotta a puro parere, opinione e istintiva, snerva nell’uomo la creatività e lo rende schiavo dell’istinto, cioè ultimamente del potere, che in ogni epoca fissa regole e valori a seconda delle sue convenienze personali.
    Il mio punto di arrivo non è certamente il cinismo appassionato della cultura laica che fa considerare il mondo come un grande gioco, talvolta tragico, sempre venato di un sorriso amaro.
    Nessuno può generare se non è stato generato. E’ la fedeltà a una Presenza quello che fa del cristiano un diverso.

  2. Bello questo post, mi sa di sintesi esistenziale. Come a dire: ecco alcuni miei punti fermi, ciò che ho maturato e da cui voglio (ri)partire. Io, per conto mio, mi ritrovo pienamente nel tuo discorso, pur essendo convinto che una vera e propria linearità sia possibile più in teoria che nella pratica.
    Vista anche la ricchezza di prospettive contenuta nelle tue parole, mi sono fermato sulla prima… 🙂
    “L’amore precede la legge”, come recita il titolo, è un’affermazione che non fatica oggi giorno a riscuotere consenso. Ma un problema che è sempre più evidente è che la parola amore non ha per tutti lo stesso significato. Tanto che tu stessa aggiungi subito, tra parentesi, la carità. Ebbene sì, l’amore – che dovrebbe essere l’esperienza più universale e identificativa – ha bisogno di aggettivi, specificazioni… E’ un ulteriore paradosso, visto che è anche la realtà forse più difficile da spiegare…
    Che sia questa la vera Babele? La confusione delle lingue – e quindi delle menti – rispetto all’amore?

  3. Grazie per le buone parole (e chiare, e belle a leggersi), Gus.

    Spero che il mio scritto non ti sia appunto parso razionalista piuttosto che ragionevole; non lo esplichi e preferisco chiedertelo.
    Ho parlato anche in precedenza di questa differenza, che mi sta a cuore da sempre ma particolarmente da quando frequento alcuni blog – in primis quello di Claudio. E tornerò a farlo spesso.

  4. La risposta è sì, a tutto.
    (L’esperienza in questo “campo” per me è sempre venuta prima della teoria, non per mia scelta o precoce intel-ligenza della vita ma per indole; e questa sintesi come rilevi è un sunto di un percorso concreto).

    Sì anche ai quesiti che poni sul concetto di amore: la confusione regna, ma io continuo a credere che accusare con sdegno forme d’amore che si ritengono tali per eccellenza – ma non lo sono – senza cogliere ed utilizzare a nostra volta il linguaggio adatto, il linguaggio “nativo” o specifico di coloro ai quali ci rivogliamo; sia un darci lo scacco da soli.
    Capita ancora troppo spesso – ma che te lo dico a fare? E’ il tuo mestiere, questo! :)))

  5. Non c’è un vero contrasto tra ragione e osservazione.
    Disse una volta il premio Nobel per la medicina Alexis Carrel: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”. Osservo le vie, le persone, le chiese, i bar, le osterie, le ormai fatiscenti sezioni di partito… Ma dopo l’osservazione, appunto, viene il ragionamento, il giudizio, la sintesi. Carrel (in Riflessioni sulla condotta della vita): “Nello snervante comodo della vita moderna la massima delle regole che danno consistenza alla vita si è spappolata…La maggior parte delle fatiche che imponeva il mondo cosmico sono scomparse e con esse è scomparso anche lo sforzo creativo della personalità…La frontiera del bene e del male è svanita, la divisione regna ovunque”. ( Giussani) “Ognuno di noi nasce da una tradizione. La natura ci butta dentro la dinamica dell’esistenza armandoci di uno strumento complesso per affrontare l’ambiente. Ogni uomo fronteggia la realtà circostante dotato per natura di elementi che si ritrova addosso come dati, offerti. La tradizione è quella complessa dote di cui la natura dunque arma la nostra persona. Non perché abbiamo a fossilizzarci in essa, ma perchè abbiamo a sviluppare – fino anche a mutare e profondamente – quello stesso che ci è dato. Ma per mutare quello che ci è stato dato dobbiamo inizialmente agire “con” quello che ci è stato dato, dobbiamo usarlo. E’ in forza dei valori e della ricchezza che ho ricevuto che io posso diventare a mia volta creativo, capace di sviluppare quello che io mi trovo tra le mani, e addirittura è in forza dei valori e della ricchezza che mi è stata data che io posso anche cambiarne radicalmente il significato e l’impostazione. Noi diciamo che la tradizione è come l’ipotesi di lavoro con cui la natura ci mette nel grande cantiere della vita e della storia. Solo usando questa ipotesi di lavoro noi possiamo incominciare, non ad annaspare, ma a intervenire con delle ragioni, con dei progetti, con delle immagini critiche sull’ambiente, e perciò su quel fattore estremamente interessante dell’ambiente che siamo noi stessi”.

  6. E’ vero, non c’è contrasto o opposizione tra ragione ed osservazione, come non c’è tra osservazione, teorizzazione ed esperienza. Ma talora quando si parla di cose già di per sè complesse e controverse, almeno per farsi capire, può essere utile schematizzare una realtà che schematica non è.
    Così ho potuto anche far presente a me stessa ancora una volta che non sono, e soprattutto non sono stata, un manichino elucubrante ed inattivo, ma sono stata plasmata nel mio “elucubrare” dagli stimoli che incessantemente coglievo, non potevo non cogliere, e trovavo spesso meravigliosi ma sfiancanti.
    E con questo superare un tantino quella tendenza all’ossessività che ho riconosciuto vera nella diagnosi psicologica che mi fu fatta.
    (Vabbeh, piccola digressione, magari pure incomprensibile, tutta personale).

    Grazie mille delle citazioni.
    Diffido dei Nobel, e Carrel per ora lo conosco solo di nome e giustappunto per la prima affermazione che riporti (l’ho incontrata spesso), ma proprio quest’ultima mi fa dire che desidero approfondire. La seconda, è una conferma.
    A proposito dello “sforzo creativo della personalità”, suggerisco a chiunque legga un autore che coniuga con la spontaneità più pura pensiero sul mondo e sentimento del mondo, che sembra non avere screzio alcuno nel leggere il “noumeno” nel “fenomeno” come si direbbe in filosofia (credo…), che ha molto da dire in proposito, ed è un dire che amo e trovo per alcuni versi affine: Pavel Florenskij.

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