H – Affidarsi alla terra

Per sopravvivere degnamente in un ospedale, bisogna imparare ad (af)fidarsi.
Attenzione: non a darsi via indiscriminatamente, a riporre nei professionisti (che troppo spesso, purtroppo, non sono degni di tal nome) una fiducia illimitata e non passata al vaglio della ragione (che osserva e valuta con cognizione).
Ma è necessario capire che spesso – sia fisicamente che metaforicamente – chiudere gli occhi, rilassarsi, lasciarsi fare, demandare, permettere zone d’ombra ed incertezze, attendere, sospendere, accettare senza chiedere spiegazioni; non ci espone a maggior dolore ma ci dona una serenità non rassegnata, piuttosto matura perché consapevole del limite umano, pronta ad attivare le energie per scopi rilevanti e non per una sfibrante soddisfazione dell’ego che desidera un impossibile ed eccessivo controllo.

Foto: Won’t you close your eyes, Michael Porter

Non c’è neppure il tempo per perdersi in minutaglie: in ospedale difficilmente si riposa, e finché si è dentro la “cosa” che ci coinvolge, qualunque essa sia, si ha scarsa occasione di meditare davvero su ciò che si ha intorno e dentro, di farsi abitare da impressioni, riflessioni, rifrazioni e ricordi – o progetti.
Ma bisognerebbe sempre avere, o ricavarsi in corsa, anche brevi momenti di sosta.
Coltivare un approccio di accoglienza, e non di possesso, verso il mondo e ciò che ci capita: perché non è vero che la salute conta più di tutto, quando con salute s’intende quella fisica, che quando c’è la salute c’è tutto, che quando si sta male non c’è parola che tenga testa al dolore. Se la parola è viva, e la persona che la pronuncia ci è intima; se parola e persona esprimono e comunicano amore, il dolore si vince – silenziosamente.
Il legame intimo, che resiste nonostante le differenze e le nostre difficoltà (oserei quasi dire: nonostante noi) è la radice che ci permette di stare a discutere della morte che diventa vita, letteralmente. E’ qualcosa di straordinario dentro le cose ordinarie. Ci permette di superare e ridurre il divario che separa il sano da chi vive una condizione che allontana dal mondo, impedisce di entrare in relazione attraverso la parola studiata, complessa, inceppa i quotidiani meccanismi della lingua, del pensiero, della volontà.
Chi riporta un danno neurologico che inficia la volontà, inquina il pensiero, blocca il movimento e l’eloquio fluido che tutti tendiamo a dare per scontato; può salvarsi – prima che con la farmacologia e la riabilitazione – con l’intuito: con l’impulso a riconoscere, nei momenti di lucidità, una presenza amorevole ed affidabile, e protrarlo dentro il proprio blackout, radicarlo in una parte di sè più profonda e certa dell’abilità cerebrale a riconoscere un volto, a gestire la paura, ad orientarsi nelle stanze e nei corridoi.
Chi impara ad affidarsi quando è in grado di farlo al proprio ritmo, sarà maggiormente pronto a farlo – in modo immediato e non meditato – quando qualcosa andrà male e non avrà la possibilità di preparare strategie, di operare scelte, di decidere il futuro. Come il seme che per un significato che si porta inscritto dentro si lascia andare nella terra e lì si apre, vincendo il timore, invece di rinchiudersi in se stesso sempre più strettamente e morire nell’illusione di proteggersi.

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14 thoughts on “H – Affidarsi alla terra

  1. non ho avuto molte esperienze in ospedale, di quelle poche posso dire che ho trovato infermiere piene di umanità ma, talvolta, medici che trattavano i pazienti come pezzi di carne. inutile dirti che questa cosa mi ha sempre dato un fastidio terribile.

  2. Già. Purtroppo non è infrequente. Io ho avuto ampio modo anche di sfatare il mito dell’infermiere: è vero che, per il tipo di professione che svolge (mi vien da dire: per la figura che incarna…) è in un certo senso (pratico, logistico) più vicino al paziente del medico; ma è anche vero che richiede capacità umane altissime, che non molti fra i laureati sviluppano (nel tempo, s’intende) pienamente, come e quanto sarebbe giusto.
    C’è poi da citare, necessariamente, la conoscenza e la tecnica. Perché se vogliamo parlare di professionisti, senza comunque scadere nella pedanteria, non possiamo accontentarci di una generica buona disposizione verso l’altro… vi sono situazioni, come (per dirne solo una, che velatamente citavo nel post) l’Alzheimer, che non possono essere affrontate solo con la buona volontà, un serbatoio che presto si esaurisce.
    Pubblicherò anche dei mini-raccontini che diano un’idea di come si lavora (o: si dovrebbe, si potrebbe lavorare) in ospedale. Una cosa del tipo trova l’errore… anche se io non sono un’enigmista e non sono così abile a nasconderli, gli errori! 🙂

  3. Bisogna affidare la propria vita nelle mani di Cristo con la certezza che tutto quello che accadrà è per il nostro bene.
    Ciao.

  4. Noi siamo nella stessa situazione descritta nel Vangelo, nel momento in cui Cristo chiede agli apostoli: “Chi credete che io sia?”. Rispose solo Pietro.
    La nostra vita ha solo il significato di dare una risposta, la stessa risposta di Pietro. Un sì.
    Dopo questo sì diventiamo come un treno che corre lungo i binari tracciati da Cristo. La destinazione si chiama “destino”, che teologicamente significa “ritorno al Padre”.

  5. Preferisco le ruote gommate ed le strade libere, ai binari; come metafora.
    Sono più cattoliche e meno protestanti ^__-
    Proprio come il destino, destinazione; che non è predestinazione.

  6. La mia esperienza di permanenza in ospedale (fortunatamente) è limitata a poche ore. Una volta sola, diciassette anni fa. Ne riportai però due impressioni: la prima concerne proprio la dimensione “totalizzante” del dolore, che finisce con l’estraniare (quasi) anche da se stessi. La seconda si riferisce proprio al senso di fragilità e di dipendenza, direi addirittura di povertà e spossessamento. Non ebbi un’impressione molto positiva di medici e infermieri, ma fu un ricovero troppo breve per poter trarre qualsiasi conclusione. Non deve essere facile, neanche per loro…

  7. La predestinazione è un concetto caro a Lutero e Calvino. Non mi piace.
    Il destino è un’altra cosa. Cattolica.
    Ciao.

  8. No, non lo è. Ma è una scelta, e a differenza dei pazienti disponiamo di tutti i mezzi per farvi fronte, e farlo bene.
    Spossessamento e povertà: la speranza è quella di tradurli in una “povera ricchezza”, quella di certi santi, come uno a te caro.

  9. Grazie.
    Ora posso postarti il destino:

    Senza la dimensione del rapporto col destino

    l’uomo perde tutta la sua dignità.

    E l’alternativa in cui cade è molto semplice e terribile:

    da una parte, la meschinizzazione di sé, il nichilismo

    (il fare quel che pare e piace): tutto è uguale,

    perché nulla vale; dall’altra, apparentemente in contraddizione

    con la prima, una presunzione senza limite: il tentativo

    di distruzione o di sostituzione del rapporto con il Mistero.

    E’ come se l’uomo fosse continuamente

    fuori di sé, nel senso propriamente paranoico o

    psicotico del termine: non riesce ad unificare,

    ad incollare una dopo l’altra le cose che fa.

  10. so di essere stata fortunata con gli infermieri, rispetto a certe storie che si sentono. ho una conoscente che lavora in un grosso ospedale, in rianimazione, e me ne racconta di quelle, sui colleghi…

  11. Posso (in parte) immaginarlo. Non mi interessa creare polemiche fini a se stesse, ma la professionalità degli operatori è imprescindibile… e chiaramente quando si lavora in contesti particolarmente delicati ogni mancanza è aggravata.
    Tanto per buttarne lì una, una volta un infermiere, raccontandomi di quando aveva lavorato appunto in rianimazione, usò l’espressione “vite inutili” riferendosi ai pazienti che, a suo dire, non stimolavano certo il desiderio di impegnarsi nelle proprie mansioni… pensa un po’ che stronzi, questi pazienti!
    Se quello che è un privilegio ed un onere da destinare ai meglio preparati e motivati viene indifferentemente assegnato a chi mostra una morale ed un’empatia tanto scarse; che fiducia dovremmo avere nel momento in cui usufruiamo a nostra volta di un servizio?

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