Gli schiavetti dell’I-pad

Non sopporto chi pretende – perché di pretesa si tratta – che quando mi racconta del suo nuovo I-pad o di un oggetto simile pensato per leggere testi su un supporto digitale, io mi accenda di entusiasmo e riconosca una realtà ancora incerta ed una vera e propria falsità, cioè che:
a) sicuramente il cartaceo verrà del tutto sostituito (soppiantato) dal digitale;
b) il digitale non ha nulla in meno e di diverso dal cartaceo, anzi, e non essendoci differenza tra i due è incomprensibile come alcuni si ostinino a restarvi attaccati (come molluschi, sembrerebbe voler dire…).
Prima ancora di poter, seriamente e serenamente (e la serenità, a mio parere, discende proprio dalla serietà) discutere delle personali preferenze per il cartaceo o il digitale, delle proprie ipotesi (e non possono essere molto più che ipotesi) sul futuro del mercato, della fruibilità dei singoli modelli e via dicendo; parte un qualcosa di poco identificabile e palesemente ideologico che porta l’aficionado tecnologico a denigrare il libro di carta ed il suo utilizzatore, quando non estimatore – non diversamente da quanto accade con uno dei moderni atei da quattro soldi verso un credente che si definisca semplicemente tale.
Io di gente così, che il cervello l’ha digitalizzato e lo consulta un po’ troppo rapidamente giusto quando gli occorre per incensare le proprie brutture; non ho bisogno, grazie.

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17 thoughts on “Gli schiavetti dell’I-pad

  1. Trovarmi di fronte al pezzo di carta -magari con matita (o matite, colorate) per sottolineare, annotare, inserire punti di domanda per le parti non comprese o dei “riv.” per le parti da rivedere- mi dà un rapporto con il testo molto più profondo di quanto mi dia uno schermo. L’elettronica dà la velocità nel reperire le informazioni e, a volte, un contatto più diretto (v. blog ma non solo) con gli altri.
    Buona settimana!

  2. Anche l’elettronica permette di lavorare sul testo, ma come te trovo che le stesse operazioni compiute sulla carta obblighino, proprio anche per la minor rapidità dell’esecuzione, a soffermarvisi di più ed assimilare, elaborare in generale meglio.
    Non è diverso dal masticare il cibo con calma ad un tavolo, o ingollarlo in piedi in un angolo di fast-food. Si può essere ottimi lettori, ma la differenza strutturale, che induce a seguire ritmi diversi, resta.

    Buona settimana a te 🙂

  3. Per conto mio è anche una questione psicologica -o fisica? o istintiva? lascio a te la risposta, che nella materia sei addentro più di me 🙂 – nel senso che con la matita ho un rapporto più naturale che con tastiere ed altri congegni. E anche di stanchezza della visione: se sta troppo davanti allo schermo l’occhio di ribella.

  4. Ahi, come lo so! A lungo davanti a un libro l’occhio certamente si appesantisce, ma davanti ad uno schermo si stressa ben di più. Non per nulla sto temporeggiando con la visita oculistica per ridefinire i valori delle diottrie… -.-

    La fisicità conta moltissimo. Ma d’altronde la modalità con la quale impariamo e ci abituiamo ad usare il corpo contribuisce enormemente a plasmare la psiche, a creare concreti legami chimici che ci fanno poi inconsciamente propendere verso la carta o lo schermo…
    … detta così, qualcuno potrebbe sentenziare che allora davvero carta e schermo sono uguali, e tutto dipende soltanto dalla più o meno ricercata o casuale abitudine che fissiamo nel notro cervello. Peccato, però, che per quanto possiamo modellare la nostra psiche noi esseri umani rimaniamo creature di materia, facilmente deperibili; e nella natura seppur modificata e piegata al nostro uso abbiamo bisogno di trovare e riscontrare queste similitudini – anche se di questi tempi facciamo di tutto per negarlo e fingerci incorruttibili ed eterni.

  5. Io peraltro studio i libri per lavoro. All’Università ho già dato un paio di esami di Informatica applicata alle scienze umanistiche, o archivistiche, o biblioteconomiche (Informatica applicata ai libri, insomma), e dovrò darne altri ancora. Le problematiche relative all’edizione digitale dei testi cartacei che lo conosco abbastanza bene, e conosco bene anche le difficoltà MOLTO SERIE relative alla conservazione a lungo termine dei libri in formato digitale. E’ un discorso lungo, ma faccio un esempio al volo per far capire (una minima parte del) problema: i floppy disk che tutti quanti usavamo spensieratamente una decina d’anni fa, adesso riusciamo ancora a usarli?
    Ecco.
    E non è solo una questione di supporto (che al limite copi il file dal floppy alla chiavetta USB): è una questione molto più complessa, che riguarda il formato del file, la codifica dei testi, e così via dicendo.

    Mi auguro anch’io che l’editoria digitale riesca a superare questi problemi, perché sarebbe una comodissima per N ragioni: ma, allo stato delle cose, io NON spenderei mai i miei soldi per comprarmi degli e-book.
    Ci sta che fra una decina d’anni questi e-book risultino essere totalmente illeggibili (al contrario di un buon vecchio libro di carta).
    Non è detto che sia così, io spero di no; però c’è il rischio.

  6. Uh, fuori dai denti, quanto vorrei ora rapirti e costringerti a disquisire per me in proposito, forte della tua esperienza…! =D

    Faccio anch’io i miei auguri all’editoria digitale, che non disprezzo certo.
    Continuando però a collezionare libri e nascondere i buoni vecchi soldi… di carta sotto il materasso, alla faccia della finanza 😉

  7. Gli schiavetti della tecnologia:

    «La tradizione occidentale sarà distrutta e il mondo sarà governato da una tecnica senza etica».

    Così è intitolato un articolo, riportato da Newton RCS Periodici con il servizio «Scommetti sul futuro». L’autore è il filosofo Emanuele Severino, docente di ontologia fondamentale all’università vita-salute del San Raffaele. E questo di seguito è il testo relativo.
    La tendenza in atto – sostiene il prof. Severino – fa intravedere sempre più radicalmente la distruzione della tradizione occidentale e siccome l’Occidente è alla testa del Pianeta, assisteremo alla disintegrazione dei valori che hanno dominato la Terra. Questa distruzione è operata dal pensiero filosofico degli ultimi due secoli, che mostra ciò che comunemente viene chiamata la morte di Dio, cioè la fine di ogni verità assoluta, di ogni fondamento, di ogni centro del mondo. Se non c’è alcun Dio, e cioè nessun limite, nessuna verità che argini e guidi l’azione dell’uomo, allora la scienza e la tecnica hanno via libera, ricevono da parte della filosofia del nostro tempo l’autorizzazione a procedere al dominio totale delle cose. Sto parlando di una tecnica e di una scienza che tendono ad avere sempre più come scopo l’incremento della capacità di produrre scopi.
    Avremo un mondo regolato dalla scienza, che ha la scienza come autoreferente, ma con questa essenziale precisazione: non sarà la scienza degli scienziati che intende in modo ingenuo la tecnica come strumento. Fino a quando c’è un’ideologia, che in laboratorio dice al tecnico fermati, perché oltre un certo limite tu non puoi andare, altrimenti ti scontri con il mio messaggio cristiano o islamico, oppure umanistico, questa tecnica è debole. L’etica non è più ciò che era un tempo, cioè la guida che dice alla tecnica: “Tu puoi arrivare fin qui e non oltre”. Ma è la tecnica a servirsi dell’etica, per aumentare la sua stessa potenza».

  8. La cosa triste, ma utile, è che tutto questo non mi sorprende più.
    Di questo devo ringraziare degli ottimi blogger.

    Severino, povero lui, è un pazzo che neppure tenta di travestirsi da sano; si mostra tal qual è. Ha la fissazione per queste profezie altisonanti che se le avessi espresse io alle superiori in un tema mi sarei giocata la reputazione e la media; e la sua disgrazia è che verità ed etica non sono donne succinte che battono i viali nei quali lui s’aggira per poterle uccidere (ed informare subito dopo i mass media, perché facciano di lui un mito. Oops… alcuni l’hanno già fatto).

  9. Ricordo sempre certi discorsi di Ernesto Balducci che usava definire la nostra società come un feudo all’aria condizionata. Il nostro cervello accoglie il “nuovo”, il tecnologico come miglioria. Sempre e comunque. Ma, finchè si parlava di lavatrice questa tecnologia aveva la funzione di sollevare la fatica soprattutto femminile, e potrei citare mille altri esempi innovativi volti al “buono”. Ma la tecnolgia è andata ben oltre, una volta scoperto che certi mezzi, specialmente legati alla comunicazione, sono tecniche di controllo sociale, quindi logiche di potere.
    La tecnologia offre possibilità e limitazioni. Ma il suo uso, quando prevale, si sostituisce alle nostre funzioni “non tecnologiche”. Come dire che senza non aver memorizzato sul cellulare noi non siamo in grado di imparare a memoria il numero – o meglio, sappiamo ancora farlo ma siamo disabituati dal farlo e così il leggere pagina per pagina un libro. Perché farlo se internet ti dà la sintesi immediata? E così l’alienazione di non sentirsi solo solo perché si crede di avere 700 amici su FB. Il problema è che internet dà potere. Di conoscenza spicciola, di relazioni spicciole, di velocità idiota. Ma pur sempre una forma di potere. Da schiavi, ma pur sempre una forma di “protagonismo”.
    Il danno di queste relazioni orizzontali e virtuali è quello di dimenticare le emozioni, le percezioni tattili, olfattive, sensoriali, emotive. Liquefacendole sull’altare dello schermo.
    E creando una potenza immaginaria ed illusoria tutta volta alla distrazione e alle interruzioni cognitive. E così siamo in-formati ma non formati, digeriamo pillole di fatterelli ma non sappiamo piu contestualizzarli in una analisi piu generale. Sappiamo tutto sul particolare ma nulla del generale.

  10. Exactly. E ce lo stiamo scrivendo proprio attraverso internet, da schermo a schermo – dunque non nella posizione di chi rifugge e condanna la tecnologia o le nuove forme di comunicazione a priori.
    Tra parentesi (virtuali), questa conversazione e ogni altra qui dentro, pur se mi manca il vostro odore e la percezione, chessò, della vostra stazza e dello sguardo; la conduco anche da cuore a cuore.
    Non a caso tendo a limare le pagine-amici, piuttosto che a rimpinguarle. Certo non io sola, così come non solo la sola a leggere libri splendidamente profumati secondo la carta e l’inchiostro utilizzati, facendo un catalogo mental-e-motivo… alla faccia di quelli come Severino.

  11. Non sono un esprto, ma il tuo giudizio su Severino mi sembra nasca da un equivoco. Da come lo capisco io, Severino afferma che la tecnica vuole sostituirsi alla verità e che nei pensieri e nei cuori di molti ce la sta facendo, ma, allo stesso tempo, la verità non è effettivamente sopprimibile. Perché la verità è l’Essere (che non può non essere ed è quindi eterno). La tecnica è l’ultima distrazione, dopo le distrazioni precedenti, da questa verità.
    Rimando a http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=48

    La verità è come il cielo. Se un cacciatore pensa agli uccelli e spara agli uccelli, non vede il cielo. Ma il cielo splende sempre al di sopra della sua testa. Lui crede di non vedere altro che i volatili, le migrazioni degli uccelli e magari pensa a un cielo e “Chissà mai quando mai lo vedrò! Chissà mai se lo troverò”.
    No, il cielo è qui da noi. Noi siamo nel cielo.

  12. Mi piacerebbe dirti che hai ragione, e ho mal interpretato.
    Ma a me pare evidente che quest’affossamento della verità Severino lo fa godere: d’altra parte la sua “eterna verità”, ritrovata in diversi articoli, puzza al mio naso di gnosi e non certo di umiltà di fronte al mistero; di ricerca frustrata dai limiti umani ma desiderosa di inverarsi in un incontro; come se ho ben capito suggerisci tu.
    La metafora del cacciatore, forse, non esce a caso: perché proprio un cacciatore e non il classico sciocco che guarda il dito e non la luna? Perché, forse, proprio di un cacciatore si tratta: di uno che la verità non la vuole preservare, ma impallinare.

    Ad ogni modo, ora vado a leggermi il resto della pagina che mi linki.
    Ti faccio osservare però che già nell’esordio di Severino questi mostra subito una della sue fissazioni: delegittimare ogni forma di asserzione e proposta della verità. Bastano le sue prime parole a squalificare la Chiesa. That’s it.

  13. La verità ha avuto in Occidente la funzione di un rimedio (al dolore).
    Non la funzione di darvi un senso, no: solo di tamponare.
    I giovani non conoscono il dolore.
    Ohssignùr. Evito di commentare.
    Il cristiano vuol servirsi della tecnica per realizzare il mondo cristiano.
    Semplificazione che non coglie il senso dell’uso della tecnica da parte del cristiano; ignorando che il cristiano, pur realizzando ogni giorno “il regno di dio in terra” (come in cielo, così in terra), non vive entro una prospettiva di riscatto storico integrale come le altre ideologie citate.
    […] è l’illusione, perché la tecnica ha un proprio scopo: quello di incrementare all’infinito la capacità dell’uomo di trasformare il mondo.
    Sì e no: l’ideologia moderna è questa, ma la tecnica non ha vita sè stante: Severino sembra qui già del tutto immerso della disgregazione che denuncia. Già: per lunghe righe, e lunghi attimi, mi son detta: wow, dai, dimmi che ho capito male.
    Eppure la sua denuncia, nella quale fa riferimento anche alla tradizione, si conclude ancora con un generico “la verità è presso di noi”. Vero, verissimo. Ma un “presso di noi” non contestualizzato, non affinato, nuovamente sa di mito dell’individualità e non certo di invito a guardarsi dentro.
    Fa bene Severino a suggerire una revisione ed una rivalutazione terminologica, anche se la “ricerca” della verità non pone affatto automaticamente la verità al di fuori della persona. Ma quando afferma che la verità è sempre in noi, occultata, cosa vuole davvero che guardiamo?

  14. Per conto mio, hai colto l’aspetto distruttivo di Severino, ma non del tutto il costruttivo (non che io pretenda di averlo capito più di tanto…).
    Severino è sicuramente un avversario della Chiesa (e, altrettanto sicuramente, non sa cosa sia la modestia…). Ma lo è anche della tecnica, che, per lui, sconfiggerà la religione (oltre all’umanesimo, al socialismo…). Il punto di vista di S. non è quindi né quello religioso né quello tecnico, ma quello filosofico. Più precisamente, il suo punto di riferimento è la filosofia di Parmenide.

    Riporto da http://www.emsf.rai.it/scripts/interviste.asp?d=222
    se noi dovessimo fare rapidamente l’elenco delle forme di rimedio dell’Occidente dovremmo dire che la prima è la filosofia, cioè il fatto di sapere in modo incontrovertibile il senso del mondo, il senso unitario del mondo. Poi la grande forma di rimedio è – quando l’esperienza antica del pensiero filosofico è andata al tramonto – il Cristianesimo e poi la scienza.

    Per Severino si deve quindi tornare alla filosofia (intendendo come filosofia più pura, alta e vera quella di Parmenide), perché:

    “il carattere disinteressato della teoria, e cioè il suo essere verità, consente di affrontare il problema dell’esistenza e della vita”.

  15. Ti ringrazio per lo spunto ad approfondire, Gino.
    Il lato distruttivo di Severino, che emerge certamente meglio sui quotidiani di ala sinistra piuttosto che negli interventi per RaiEducational, mi pare che non possa essere semplicemente bilanciato da un lato costruttivo che vi annega dentro.
    Ma questa è la mia personale lettura.

    Importante ed interessante la citazione che riporti in fondo: dopo aver ben difesa la filosofia dalla banale accusa di astrazione inutile, trovo emblematico delle sue gravi pecche che attribuisca alla teoria un ruolo di agente “disinteressato” (allora non è teoria: è asettica astrazione, principio primo e puro slegato dalla realtà), e vi leghi la capacità di affrontare la vita: la realtà.
    Se la verità è guida per la vita (realtà), non può essere diversa e distante da quest’ultima. L’uomo ha bisogno di una teoria che sia viva.

  16. Riposto, causa problema grafico nel messaggio precedente:

    Bella la tua conclusione, Cecilia!
    Credo che Severino risponderebbe che quella che abbiamo chiamato “parte distruttiva” del suo pensiero discende dalla “costruttiva”, come in Parmenide al concetto
    “L’essere è e non può non essere”
    segue
    “Il non-essere non è e non può essere”
    Per S. chi afferma il molteplice e il divenire (tecnica e religione) o addirittura il nulla (nichilismo) afferma invece l’assurdità che “il non-essere è”. Ecco quindi che il “filosofo parmenideo” deve criticarli.

  17. Nope, ho eliminato l’altro 😉
    (Ah, e pardon: ho corretto l’ultimo mio commento in cui ti chiamavo Gus… oggi ho la testa in pappa e tendo ad accorpare i lettori ;)))

    I dualismi quali essere / non essere sono necessari ma scivolosi; evito di entrarci ma mi è chiaro quanto scrivi (non altro e non oltre: “faccio” filosofia come ogni essere umano cosciente, ma a differenza della psicologia non ho della materia alcuna cognizione, nemmeno scolastica di base, organizzata).
    Può ben darsi che sia corretta tanto l’ambiguità che io leggo in Severino quanto il tuo ricondurre, giustamente, le sue singole affermazioni ad un quadro di pensiero ben delinato: non c’è contraddizione in questo, che l’autore convinca o preoccupi.

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