Almeno lo sapevo

Senza giungere a vette intellettuali di spicco, ho anch’io in passato commesso il peccato non piccino di aderire, nel pensiero e nelle conseguenze, a tanta parte di un certo filosofeggiare neognostico; innamorato delle estremizzazioni, del paganesimo romanticheggiante visto come la panacea di tutti i dolori, della perenne ricerca spirituale sempre sul filo tra sincretismo sano (sì, ritengo che esista un sincretismo sano) e deriva possibilista, di una brodaglia magica ottenuta da entusiastiche quanto immature operazioni di archeologia esoterica.
L’ho fatto anch’io, ma almeno sapevo in cosa mettevo le mani; pur con tutti i limiti del mio tutt’ora acerbo e monco alberello della conoscenza. Credevo nel dualismo spirituale e lo riaffermavo, ma non l’ho mai confuso nè tentato di spacciare per un credo cristiano, figurarsi per cattolicesimo. Così per altre convinzioni.
Per tacere della mia sempiterna e probabilmente presuntuosa insoddisfazione per le idolatrate figure – o alternativamente i traguardi – dei vari Evola e Nietzsche.

In definitiva, a leggere questa carrellata sul (catto)adelphismo di Manfredini, nonostante tutte le mie resistenze interne nei confronti della Chiesa; mi viene una gran voglia d’attaccarmi senza ulteriori indugi alla gonnella del Papa.

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8 thoughts on “Almeno lo sapevo

  1. Grazie per questo articolo da Avvenire. E’ bene rendersi profondamente conto della portata di questo neopaganesimo avanzante ed è bene farlo, secondo me, alla maniera di Lorenzo Fazzini piuttosto che con quello stile alla Roberto Manfredini che, mi dispiace dirlo, ma ha qualcosa di così aggressivo che, a leggerlo, mi si fa il deserto nell’anima.

  2. Ma è pur sempre vero che di ciò che si ama si può sempre parlare.
    Pur ripetendosi si dicono ugualmente cose nuove, perché il cuore vero è sempre nuovo.
    Andrea Emo è un grande pensatore ignorato. Qualcuno, mi sembra un quotidiano ad alta diffusione nazionale ha riesumato la sua figura.
    Secondo Emo la Chiesa è stata per molti secoli la protagonista della storia, poi ha assunto la parte non meno gloriosa di antagonista della storia.
    Oggi è soltanto la cortigiana della storia.
    Io non voglio vivere la Chiesa come cortigiana della storia.
    Se Dio è entrato nel mondo non è per essere cortigiano, ma redentore, salvatore, punto affettivo totale, verità dell’uomo.
    Questa passione mi tormenta.
    Nella contingenza di una decisione si può, evidentemente, sbagliare, ma lo scopo per cui agiamo è solo questo: che la Chiesa non sia cortigiana, ma protagonista della storia.
    Questa immanenza della Chiesa alla storia incomincia da me, da te, dove sono,dove sei.

  3. essere protagonisti significa avere la capacità di testimoniare agli altri la possibilità di una vita umana che si realizza oltrepassando i soliti modelli freddi e incomunicabili. Se così non è, essere protagonisti si risolve sempre, in un modo o nell’altro, in una sopraffazione, in una violenza sull’altro: questa sarebbe una definizione di protagonismo del tutto inumana. La via che porta a un diverso modo di pensare il protagonismo umano è quella di consentire agli altri di realizzare fino in fondo la vocazione al proprio destino promuovendo la vita sul piano di una continua partecipazione. Guardare chi è protagonista è guardarci in uno specchio che ci restituisce un’immagine piena di speranza, affrancandoci dall’angoscia e dalla banalità dell’insignificanza quotidiana.

  4. Provo ad argomentare – un minimo, e rapidissimamente- l’apprezzamento che ho espresso per l’articolo di Lorenzo Fazzini su Avvenire. Sono le cose che lui sottolinea del volume “La rinascia del paganesimo” che resencisce, ed il modo con cui lo fa, che mi piacciono.
    Due esempi: la caratteristica del gruppo degli autori (“il pensatoio bresciano”) che “non vuole fermarsi alla denuncia e prova a lanciare il cuore oltre l’ostacolo”. E la caratteristica che accomuna questi autori, questa “pattuglia di docenti” che lui definisce “Pacata ma intellettualmente agguerrita”.
    Ecco, l’essere intellettualmente agguerriti ma pacati , e il saper “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, sono proprio le cose che apprezzo di più. E mi piace che Fazzini le valorizzi.

  5. @ Anna: A proposito di Fazzini, anche a me piacciono le definizioni che riporti, in particolare quel “pacata ma intellettualmente agguerrita”. Sulla pacatezza ho mooolto da lavorare, ma proprio per questo è bello trovare nuove voci e figure, nuovi modelli talvolta; a cui riferirsi.
    In effetti, Brescia è proprio così come viene descritta: un fermento, il meglio del quale si scopre nelle piccole sacche, nei circoli che sono – come le colonie di virus nelle nostre viscere – spesso semisconosciuti ma efficaci, promotori del lavorìo più evidente.
    A proposito di Manfredini, invece, ti dirò che per l’ovvia ragione che si trattava di un’impresa improba, per la quale non sono preparata, non ho voluto entrare nel dettaglio o tentare di commentare il suo commento al commento del commento: troppo ci sarebbe da dire sullo scritto che ho linkato, che condivido per la tesi di fondo ma naturalmente non in ogni punto, ed anche su come percepisco l’autore (e dico solo: come lo percepisco io, perché non lo conosco certo nè abbastanza bene attraverso il blog nè tantomeno di persona). Anche per me, e non solo in quell’articolo, non manca un’eccesso di aggressività. Ma non entro nel merito: non è il mio scopo nè voglio rischiare polemiche fuori programma 😉
    Piuttosto, colgo l’occasione per spiegare, anche se forse non ce ne sarebbe bisogno, che tra i link si trovano pagine con le quali sono in perfetta sintonia, altre con le quali lo sono meno (ma vi trovo buon materiale, magari degli spunti approfonditi su materie di cui non so un’acca, motivi di confronto o anche solo di crescita)… e, anche, pagine che in massima parte nemmeno mi corrispondono, ma per ora restano. Presto sfoltirò in maniera anche più netta l’elenco.

    @ Gus: Grazie.
    Emo, appunto, lo ignoro (ma ora non più, e cercherò di farmi almeno una prima idea su chi sia).
    Dell’idea di Chiesa come cortigiana della storia leggevo da te, non ricordo se nell’ultimo post o nei commenti; comunque…
    … la vocazione, come misura non extra-ordinaria o folle di una vita ma come fondamento di una scelta, anche professionale, è qualcosa a cui tengo.
    Mi si rizzarono i peli delle braccia quando, due anni fa, una docente di etica c’informò (…) che la vocazione – diceva – non deve entrare nell’alveo professionale, e che l’assistenza sanitaria doveva avere come caposaldo la scienza umana: no, non era una laicista o chessòio, solo aveva a mio parere idee molto settarie e sicuramente confuse.
    Ho dovuto, alla fine, spiegarle che la vocazione (per altro nata, concettualmente, proprio in riferimento alla professionalità e non alla chiamata religiosa in senso stretto) non è cosa altra dall’attitudine ad una certa disciplina.

    >> Nuovi allegati: le risposte degli interessati all’articolo linkato nel primo commento.
    https://semedisalute.files.wordpress.com/2011/10/138-2-non-siamo-nuovi-pagani.pdf
    https://semedisalute.files.wordpress.com/2011/10/138-3-le-domande-dei-laici-sospesi-tra-agostino-e-camus.pdf

  6. Gghgh, ciao =D
    Mi riferivo al postone di Manfredini, linkato proprio in questo post.
    Ma mi interessa, còlto il nocciolo della questione, un tuo parere anche non sgrossato; ‘ché mi rendo conto della vastità della cosa.
    Mi incuriosisce proprio il rapporto tra l’editrice Adelphi, o comunque una serie di saggi da questa pubblicati, e certe correnti filosofico-mistiche-blabla.

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