Facoltà di non (cor)rispondere

di Marco Lungo

Il galateo è uno strumento per sapere come comportarsi e non un pretesto per dare alle vecchie comari motivo di spettegolare. E demonizzare la tecnologia non serve: lo spirito del bon ton può essere recepito o frainteso sia con che senza.
Tra l’altro, il motivo per cui il galateo mette al bando il telefono cellulare è essenzialmente uno: l’ostentazione. Invece oggi volevo parlarvi di quanto sia importante andare al ristorante per “staccare” dalla routine quotidiana.

Chi di noi riesce a farlo? Staccare, rilassarsi, godere del cibo, sorridere, se è il caso, ai vicini di tavolo. E quando mangiamo in compagnia, sia un pranzo di lavoro che una cena galante, evitare qualsiasi cosa possa distrarci dalle persone con cui siamo. I nostri commensali dovrebbero avere la priorità o, quanto meno, dovremmo evitare chiari segni del fatto che la loro compagnia non ci interessa o ci interessa meno di altro o ci interessa solo perché non c’è nessun altro con cui parlare (magari al telefono).

A proposito. Avete notato quante persone appoggiano i telefoni cellulari sui tavoli del ristorante? Ma farlo non era considerato volgare? Possibile che gli italiani abbiano così tanto bisogno di comunicare da non potersi concedere un’ora di svago? E nell’argomento di ingombrare il tavolo e rendere il lavoro difficile al personale di sala non entro nemmeno.

Mi sembra che l’educazione, il buon senso, la classe siano quotidianamente sotto il fuoco incrociato dei nuovi valori dell’immagine e dell’egoismo. Peraltro i ristoranti non aiutano.
Vogliamo parlare della musica nei locali, della qualità, del volume?
E l’esasperato eccesso d’informazione sulle cose che mangi? Non fai in tempo a gustare un momento d’intimità o un dialogo distensivo che il cameriere interviene e ti ricorda la sequenza giusta per mangiare i formaggi. Quasi più molesti dell’auto lasciata in seconda fila, delle discussioni con i colleghi d’ufficio, dei ficcanaso. Fateci caso, tra i tavoli c’è sempre qualcuno che sbircia per sapere cosa facciamo, come reagiamo, come siamo vestiti, cosa scegliamo, cosa avanza nei nostri piatti, che espressioni facciamo, come ci rivolgiamo al personale.

[…]

Io sto cercando di smettere.
Quando vado al ristorante voglio stare tranquillo, penso sia un dovere anche nei confronti degli chef che si dannano per trasmettere un’emozione.
Diciamo che sono nella fase Italo Pedroni, proprietario dell’Osteria di Rubbiara a Nonantola (MO), che chiude a chiave in un’apposita cassettiera i cellulari dei clienti. Condizione indispensabile per mangiare.

Niente più locali stracolmi, parcheggi impossibili, clienti che strillano, camerieri maleducati. Se vado al ristorante voglio stare tranquillo, altrimenti non esco. Siete autorizzati a segnalarlo alle autorità competenti.

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11 thoughts on “Facoltà di non (cor)rispondere

  1. 🙂
    E’ come la netiquette nei blog … molti pensano che poichè non vedi, dietro non esista un interlocutore reale, una persona per intenderci e aggiungono mondi e realtà parallele alla già faticosa sopravvivenza nel mondo reale … la netiquette o semplicemente la buona educazione, l’etica, o ce l’hai o non ce l’hai … io l’inserirei come materia su cui riflettere -quantomeno- a scuola e anche in Chiesa 😛
    Buon fine settimana a te e al gatto (j’adore!)
    Ciao

  2. Ogni etica, anche quando non supportata da relativi comitati e congressi, è fondamentalmente non scritta ma acquisita. Entra in gioco non una scoperta ma una tradizione; che però io non inserirei nelle scuole (quantomeno in quelle dell’obbligo e nel triennio superiore: a livello universitario, invece, ogni professionalità ha bisogno di un’etica meno lata, più specifica, che non spetta più – principalmente – alla famiglia ma direttamente alle autorità delle varie discipline trasmettere).

    La Chiesa, in vari modi, vive di etica. A te pare che ne manchi?
    Certo, ogni micro-contesto fa… testo a sè. Dove l’etica è centrale, dove persino troppa e pomposa, poco funzionale, dove al contrario scarsa o inesistente.
    Molto dipende, specialmente in questa nostra Italia, dall’attitudine e dall’attenzione che vi porta il singolo: forse però, questo vale di nuovo più nella scuola che nella Chiesa.

    Grazie per aver citato la netiquette: quanti se la scordano!
    Ma d’altronde sono forse gli stessi che, fuori dal virtuale che del tutto virtuale non è mai, si comportano come se la strada gli appartenesse e nulla fosse dovuto.

  3. Appunto!

    Secondo me l’etica non è solo acquisita, ci sono persone che nascono con un profondo senso della morale, del bene e del male e del rispetto dell’altro in quanto altro, per tutti gli altri serve l’acquisizione e soprattutto buoni esempi (preferibilmente supportati, ma questo accade raramente!).

    🙂

  4. Chiaro, Grace, che l’etica si fonda sulla sua trasmissione (articolata nell’esempio, non come un sapere piatto) ma che questa trasmissione è efficace solo quando incontra un diapason che possiede la medesima lunghezza d’onda; ed allora ne nasce un suono uniforme e significativo.
    L’acquisizione di un’etica occorre a tutti, non solo a qualcuno. Anche la morale personale, fosse pure forte e positiva, necessita di una guida e di potersi sviluppare.
    Il circolo è virtuoso, non si può separare l’uno e l’altro aspetto.

  5. mi è capitato un paio di volte di andare in ristoranti nei quali c’erano cartelli che invitavano esplicitamente a spegnere i cellulari: mi hanno fatto apprezzare ancora di più cucina e ambiente! purtroppo la mia migliore amica, quella che frequento più spesso, tiene sempre il cellulare acceso quando usciamo e quasi sempre succede che la chiamino, così si creano quelle situazioni imbarazzanti in cui te ne stai al tavolo fissando il muro e fingendo di non ascoltare la conversazione dell’altro… lo confesso, questa cosa di lei mi irrita moltissimo e vorrei che quelle due ore che passiamo insieme fossero solo per noi, lei però si giustifica dicendo che certe persone la possono chiamare solo in quegli orari. domanda: vent’anni fa come avrebbero fatto? 😉

  6. Già… in questa e diverse altre situazioni, se non ci fossimo abituati altrimenti sarebbe facile arrangiarsi: ma ormai spostare un appuntamento, aspettare un’ora o due, rimandare la soluzione a un dubbio o una comunicazione non urgente sembra fantascienza.
    A me capita, più che a tavola in generale quando sono fuori con altri, di rispondere (anche se l’unica persona che ritengo di dover sentire davvero è mio padre, perché non stia in ansia). Ma in quei casi aggiorno rapidamente l’interlocutore e mi accordo per risentirci – in realtà è anche capitato, ma era voluto, di passare la “cornetta” all’amico che era con me; se c’era già l’intenzione di condividere una conoscenza.

    p.s.: comunque è la prima volta che leggo e sento di ristoranti che adottano questa politica, cioè quella del cellulare spento. A maggior ragione ho voluto rilanciare l’articolo… pensa che l’ultima volta che sono entrata in Duomo Vecchio, che oltre ad essere un gioiellino architettonico-pittorico-ecc. è ovviamente una chiesa e meriterebbe almeno la decenza; mi sono imbattuta in un tipo che telefonava… e telefonava… e nonostante le ripetute richieste di chiudere la conversazione proseguiva! -.-

  7. Io quando sono a pranzo con qualcuno tendo proprio a spegnerlo, il telefono. O al limite lo tengo acceso per poter ricevere comunicazioni urgenti, ma se mi chiama qualcuno di “neutro” (chessò, una compagna di università), non rispondo certo. Non se sono in compagnia di altre persone.

    Ma più che del telefono, vogliamo parlare della piaga degli sms (gente che legge e scrive messaggi a tavola – ma porca la miseria, aspetta dopo per rispondere, no? Mica è urgente!) o della connessione a Internet? Con i cellulari che si connettono a Internet, o anche solo coi pc portatili, a me è capitato un sacco di volte di sentirmi dire “aspetta un attimo, mi connetto a Internet così scarico la posta o aggiorno Facebook”.
    Mentre sei in compagnia altrui.
    Costringendo l’altro a fissare il vuoto mentre tu navighi su FB.
    Ma si può??

    Posso ancora ancora capire il problema della telefonata, ché se ti chiamano devi per forza far qualcosa nell’immediato; ma gli sms e Internet?? Con un ospite costretto a fissare il vuoto mentre tu aggiorni Facebook?? Ma ce n’è bisogno??

  8. Leggendo il primo paragrafo ho pensato di essere effettivamente io la “meno civile” fra noi intervenuti, tant’è vero che mi sono sinceramente (e piacevolmente) stupita scoprendo che c’è chi abitualmente lo spegne addirittura: lo faccio in altre occasioni, ma per i pasti non ci avevo mai pensato.
    Poi, però, ho proseguito e letto il resto del commento. Ed ai comportamenti che descrivi posso almeno dire che non ci sarei mai arrivata. Non è un caso che non abbia e non desideri la connessione internet sul cellulare: potrei giusto capirla se fossi un manager, e comunque anche per il lavoro frenetico c’è tempo e luogo. Passi, chessò, portarsi avanti in taxi, ma a tavola no! Figuriamoci per cose futili… un’altra faccia della medaglia che – se non lo è già – porta dritti nella dipendenza.

  9. Pingback: Mahler, Gilbert e il cellulare « Seme di salute

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