Certe responsabilità di genitore…

… fanno certo spavento, ma tali restano: responsabilità irrinunciabili.

Assumersi le proprie responsabilità, formula notissima ma poco osservata, è precisamente ciò che fa chi incarna una morale.
In fondo, nei suoi aspetti essenziali, l’etica non è poi cosa tanto difficile da comprendere.
Certamente dall’abuso del termine (abuso che però non può costituire una scusa per declassare l’etica da valore a futilità intellettuale), e dalla complessità della materia non si sono fatte intimidire due mamme; delle quali mi è capitato l’onore di leggere di recente.

Una è Adrienne Chelsea, di Londra, che insieme al marito – in seguito agli scontri avvenuti nell’agosto di quest’anno nella loro città, ed avendo riconosciuto, in un filmato mandato in onda dalla Bbc, la loro figlia (per altro, indegna ambasciatrice delle Olimpiadi del 2012) intenta a spaccare la vetrina di un negozio alla testa di un gruppo – l’ha denunciata, seppure in lacrime, alla polizia. Il fatto è stato raccontato da Annalena Benini su Panorama del 24 agosto; non rintracciabile nell’archivio.
[Ma che ho ritrovato e scannerizzato: Annalena Benini – Panorama 24 agosto 2011]
L’altra è la madre di Giuseppe Console, assassino di Alessandro Novacco; del cui delitto potete leggere qui. Apprendo da Sandra Sassaroli che la donna, dopo aver ricevuto dal figlio nascosto in una casa di proprietà della famiglia una telefonata allo scopo di ricevere soldi e guadagnarsi la sua complicità, ha messo giù la cornetta e l’ha rialzata per segnalare all’autorità la sua posizione.

L’arte (cinema, letteratura) approccia in questi ultimi anni il problema dal lato inverso; ma, credo, con i medesimi presupposti logici: l’etica è ciò che ci permette d’essere uomini e non bestie.
Porto ad esempio due titoli che ho una gran voglia di fare miei: Carnage di Polanski, e La cena di Hermann Koch. Buona visione, e buona lettura.

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7 thoughts on “Certe responsabilità di genitore…

  1. Ma già fanno coppia, e dunque non più unici 🙂

    Io sono convinta che “là fuori” non dico sia pieno, ma esistano persone così.
    Il guaio? Fossero anche numericamente rilevanti, restano isolate.
    La cultura dell’omertà, come la chiama la Sassaroli, fa non da salvagente a questi nuclei ma da insonorizzatore; a meno che qualcuno (per esempio un giornalista, come in questi casi) con adeguati mezzi le porti alla cognizione di molti.

    In ogni caso, le vedo come dei modelli; e non certo perché io aspiri un giorno ad avere un figlio delinquente giusto per il gusto di mandarlo in galera personalmente… come di certo qualche cinico-polemico penserà.

  2. hahaha, ci mancherebbe! però il punto è proprio questo: apri un giornale, guardi un notiziario o navighi si Internet, e quasi sempre leggi di esempi negativi. ora, se n’è parlato diverse volte e pare che mettere notizie positive abbassi l’audience (a meno che non sia roba eclatante), però io credo che invece sarebbe opportuno raccontare di persone che agiscono in base a certi valori, che fanno il loro dovere, che vivono onestamente, eccetera. chissà, magari qualche indeciso potrebbe pensare che c’è un’alternativa a questo stato di furbizia generalizzata?

  3. Vero, il bene abbassa l’audience.
    Al che spunta la domanda fatidica: sarà così perché ci hanno abituato alla morbosità (e noi ci siamo adeguati), o fa parte di noi prestare più attenzione allo scandalo e a ciò di cui possiamo spettegolare, su cui possiamo riversare le nostre insoddisfazioni?
    Io tendo a credere che sì, il rito mediatico della gogna è catartico, e ormai acclamare certi anti-eroi (chiamiamoli così, nobilmente, anche se nobili non sono) serva soprattutto a giustificare le proprie meschinerie.
    Però non penso di dire fesserie se ricordo che mica tanti decenni fa questa stessa funzione, altrettanto estrema ma meno banalizzata, lo scandalo la svolgeva senza per questo ricevere un’inopportuna risonanza mediatica.

    E sono d’accordo con te: non solo facendone a meno non moriremmo, ma più persone si sentirebbero a loro agio e privilegerebbero la scelta giusta a quella sbagliata, perché fare la scelta giusta verrebbe reso meno difficile e oggetto di derisione.

  4. Ho letto entrambi i libri citati, per pura coincidenza uno dopo l’altro.
    Consiglio Il Dio del massacro della Reza, ma non La Cena di Koch. Non mi ha entusiasmato.

    Buona serata, Cecilia 🙂

  5. Ottimo! Grazie mille, Pietro.
    Leggerò ugualmente La cena, perché a questo punto mi ha incuriosito per sin troppo tempo; ma poi non mancherò la Reza. E prevedibilmente, preferirò prima leggere lei e poi vedermi la trasposizione di Polanski.
    (Uh, che sofferenza. Me ne parli proprio in questo momento, mentre sto lottando contro me stessa per scegliere uno o due titoli da aggiungere al carrello su IBS… per altro non potendo superare il tetto di 20,00 del buono Nectar, eheh 🙂

    Buona serata a toi aussì, ragazzo.

  6. La difesa ad oltranza dei “bravi ragazzi”

    di Roberto Marchesini
    22-10-2011

    L’ultima immagine del caleidoscopio offertaci dagli scontri di Roma è quella del padre di “er pelliccia” che dichiara: “Io pensavo che mio figlio stava all’università” (psicologia, per la cronaca). Invece lanciava estintori alle forze dell’ordine. Lo “studente” dice di essersi “lasciato trascinare dagli avvenimenti” (sai com’è, vedi qualcuno che incendia un blindato e ti parte di mano un estintore…), confermando l’immagine di “bravo ragazzo” fornita dal papà. Un “bravo ragazzo”, di buona famiglia, con qualche precedente per droga.

    Vengono in mente altri padri di “bravi ragazzi” di buona famiglia, ad esempio quello di Carlo Giuliani (anche se dalle intercettazioni emerge un altro ritratto del “bravo ragazzo” morto dieci anni fa a Genova). In questi padri non colpisce tanto la difesa ad oltranza del figlio; nemmeno la banalizzazione dei reati e dei precedenti commessi. Quello che colpisce è l’assoluta mancanza di vergogna.

    Potremmo pensare che non è lecito aspettarsi dei sentimenti di vergogna da parte di chi non ha fatto nulla di male. Ma in questo caso faremmo torto alla genitorialità, che implica la responsabilità da parte dei genitori per l’educazione impartita ai figli.

    Questo non significa che “le colpe dei figli ricadono sui padri”. Non significa nemmeno che i genitori non possano commettere errori. Di genitori perfetti non ne esistono, e non ne sono mai esistiti. Tutti i genitori hanno sbagliato, e il mondo è andato avanti lo stesso. Tutti i genitori hanno sbagliato, e tutti hanno creato delle sofferenze (chi più, chi meno) ai figli; ma mai con l’intenzione di fare loro del male.

    Tuttavia è singolare che i padri non provino vergogna per le colpe dei figli, non se ne sentano (a torto o a ragione) responsabili, non si chiedano se e dove abbiano sbagliato.
    Perché i genitori (anche se non sono responsabili delle azioni dei loro figli, soprattutto se maggiorenni) sono responsabili dell’educazione dei figli, anche quando non lo sanno.
    In effetti si nota una tendenza sempre più evidente: quella dei genitori deleganti (la loro responsabilità educativa). Delegano ai nonni, alle insegnanti, allo psicologo, al prete, persino ai loro stessi figli. Sono i figli a potere (e dovere) decidere cosa indossare, cosa mangiare, cosa comprare. Anche se, ovviamente, non solo non hanno alcun criterio di scelta, ma non hanno neppure la capacità cognitiva per decidere se a gennaio sia meglio indossare la canottiera di Hello Kitty o la maglietta di Ben Ten. Quante volte capita di sentire “Sa, lui non vuole…” (ad esempio prendere le medicine), o “A lei piace…” (qualche schifezza imbevibile o immangiabile) e di trovarsi a pensare che forse non sono i bambini a dover decidere se prendere o non prendere le medicine, cosa e quando mangiare. Il fatto che decidano i bambini non è affatto, come si crede, responsabilizzante, anzi: essere responsabili significa essere capaci di rispondere delle proprie azioni, presuppone quindi che ci sia qualcuno che chiede conto delle nostre azioni. Ma questi bambini non devono rendere conto a nessuno, quindi (giustamente) non sono responsabili. I genitori, invece, sono responsabili, nel senso che devono rendere conto (alla società) delle azioni del figlio.

    Certo, assumersi delle responsabilità implica il dover dire di no; un piccolo sacrificio che i genitori hanno sempre fatto per il bene dei figli. Ma che ora pare non siano più disposti a fare.
    Qualcuno dice per comodità; e certamente affrontare un litigio a rischio di Telefono Azzurro per un sorso di Coca Cola è un’impresa che fa tremare i polsi a chiunque.

    Ma forse anche perché i genitori sono stati terrorizzati dai famosi “esperti”: guai a provocare traumi, a minare l’autostima dei bambini! Senza pensare che i traumi fanno parte della vita e che l’autostima si forma conoscendo i propri limiti.

    Oppure perché i ruoli genitoriali sono stati stravolti, invertiti (è sempre più facile imbattersi in papé e mammi), confusi con altri (l’amico, il compagno di giochi, il baby sitter…).
    O magari perché lo stato è diventato così invadente che i genitori pensano che sia la scuola, lo stato, la società a dover educare i propri figli.
    Sia come sia, anche questa è educazione.
    Non rimpiangiamo certo l’educazione “all’antica”, fatta talvolta di ricatti morali e sensi di colpa; ma forse questa educazione “deresponsabilizzata” e (di conseguenza) “deresponsabilizzante” non è il massimo.

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