081011

Quando sento un adulto rimpiangere i tempi della sua infanzia,
tendo a credere che abbia una pessima memoria.
François Truffaut

Tutto è cominciato con Simenon che, in Memorie intime, scrive rivolgendosi alla figlia Marie-Jo scomparsa in giovane età. Forse altri troverebbero strano dire scomparsa di una persona che si sia suicidata; io invece trovo che spesso, con un’evidenza ignorata, i suicidi scompaiano dalle proprie stesse vite ben prima dell’atto – eclatante o meno – che sancisce la loro distanza dal mondo.
Avevi, da bambina, un bisogno quasi lancinate di esprimerti; le scrive. E questo, ed altro accenno a lei, mi commuovono perché è come se qualcuno – un gigante – avesse parlato di me, della piccola che ero e che conservo dentro, al riparo per quanto possibile.
Che scarto! Allora, e siamo tuttavia già nel mio caro ‘900, non esistavano le neuropsichiatrie infantili. Ma non sono certa che l’idea che la depressione può colpire un bambino fosse più inconcepibile di oggi che disponiamo – anche se poco noti al grande pubblico – di fior di servizi. Pochi giorni fa ne sentivo dire, in un veloce scambio di battute fra la mia adorata docente di anatomia dello scorso anno e la moglie di un medico: non rifiutavano l’idea, ma faticavano certo a non attribuire, per reazione o per indole, maggiore responsabilità all’educazione da parte della famiglia o all’eccessivo benessere rispetto al destino psicobiologico di una persona. Al modo in cui, semplicemente, le è capitato d’essere fatta e di nascere.
E come potevo in quel frangente non andare col pensiero ad Alice, e a quell’altro bimbo che ho avuto la fortuna di seguire e di conoscere, quando ho assunto l’incarico di portare Davide attraverso il guado della sua prima elementare insieme alla Duchenne? Un’altra bimba con disturbi dell’umore non capita forse da nessuno, costretta a tenersi una macchia sull’abito dell’infanzia, a navigare in tondo col timone rotto e nessuno che accetti di riconoscere che è proprio rotto: bisogna provare ad aggiustarlo, così potrà scoprire anche altri mari.
Della mia infanzia non sento più la ferita, non provo più per quegli anni una ricorrente, struggente, ripetitiva nostalgia (e la nostalgia è spesso un mezzo per ripercorrere strade infinitamente uguali, per recuperare lo spazio ed il tempo di una ferita non sanata). Non ho più per la me stessa di allora alcuna nostalgia, provo invece compassione, una compassione tenera e rasserenata.
Eppure quanti come me, ancora oggi?
Una sola persona mi conosceva intimamente e mi manteneva a galla, nonostante più d’una volta abbia minacciato – in una piena lucidità che l’istinto autoconservativo della società non sa e non vuole riconoscere ad un bambino – di impedire a quel mostro che avevo dentro, ma non faceva parte di me; di tornare. Nessun altro, a quell’epoca, mi conosceva o capiva. E conoscere già guarisce. Senza comprensione, senza accettazione di una realtà dolorosa apparentemente impossibile ma concretissima per chi la vive; ogni tentativo di rallegrare con il banale complimento inevitabilmente irrita e fa danno.
Chi desidera d’essere elogiato quando l’elogiatore non ha idea di chi siamo, e si ferma a trarre da noi un bel quadretto immacolato? Che uomo potrei mai accogliere e di quale uomo mi potrei fidare, se non di uno che trovi normale quella dannata follia che si chiama depressione infantile? Se non così, meglio sola: lo sarei certo di meno.

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6 thoughts on “081011

  1. (e la nostalgia è spesso un mezzo per ripercorrere strade infinitamente uguali, per recuperare lo spazio ed il tempo di una ferita non sanata) La sento profondamente vera. Hai toccato un tasto dolente… l’introspezione che nasce negli anni della formazione caratteriale è spesso causata da un ‘distacco’ dal mondo, da un esserne separati, tu hai avuto la fortuna di non essere rimasta sola.

  2. Proprio così: nella sfiga, consentimi il termine, una gran fortuna.
    Posso dirlo, non è un segreto: quella persona che mi ha ripescato dai pozzi un po’ più profondi è mio padre. Non provo nemmeno a dire qualcosa di lui, non riesco a tradurre il cuore che mi scoppia.

  3. Solo chi conserva con amore (con “compassione tenera e rasserenata”) la coscienza della propria infanzia ferita (e, al di là delle diagnosi, io credo che ogni infanzia sia ferita) può capire e, quindi, curare.
    Se, come credo di capire, ti occupi di bambini in difficoltà, questi sono davvero in buone mani.

  4. Sono ancora io. Ho dimenticato di dire che ho poco fa ho chiesto di eliminare il mio account…Bisogno di silenzio.
    Anna

  5. Non proprio, Anna.
    Ho fatto assistenza ad personam per due anni, prima di diventare O.S.S. e poi scegliere l’università. Con i bambini ho esperienze sporadiche. Molto belle, ma ammetto senza difficoltà che non mi sento portata, nè di conseguenza a mio agio (o è vero l’inverso?) a lavorare con loro, che abbiano un disagio o meno.
    E’ stato molto diverso… custodire un bimbo non iscritto alla scuola primaria ma di due anni, ricoverato in una struttura specializzata per un tumore (lo so, pesa dirlo. Ma la prevalenza è parecchio alta, mi dicono, è una realtà da non ignorare).
    In questo caso l’età tenerissima, la condizione di totale dipendenza (ben più marcata rispetto a quella che naturalmente vive un bimbo della stessa età, ma sano) ed il tipo di patologia (con il quale ho una particolare sintonia) hanno contato.

    Ma, ugualmente, mi fai un complimento stratosferico.
    E quel che ho imparato dalla classe in cui era inserito Davide (nome di fantasia, chiaro) lo porto con me.
    D’altra parte, se anche non diventasse il mio settore d’azione, l’area materno-infantile è giustamente parte integrante e consistente del mio programma di studi; e non è da escludere che una situazione, un ruolo differenti da quelli sperimentati come generica educatrice mi portino ad avere meno difficoltà con l’utenza piccina picciò 🙂

    p.s.: ne approfitto per segnalare a tutti gli interessati, professionisti e no,
    un convegno che capita a fagiolo.
    S’intitola Promuovere la salute mentale nell’età evolutiva,
    si terrà il 25 ottobre nell’aula magna dell’uni. degli studi di Milano;
    ed è promosso dall’associazione La Nostra Famiglia, che si occupa proprio di malattia e disabilità neuro-psichiatriche in età infantile.

    Trovate depliant e relativi contatti in questa pagina: http://www.eugeniomedea.it/formazione/corsi_convegni/index.php

  6. Lo capisco. Va bene così.
    Ma spero di leggerti ancora qui, e sulla Casa.
    (Casomai, poi, la mia mail è a disposizione: un salottino un po’ più intimo per ogni evenienza ^__^ )

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