Saturday, out. October 15th.

Il paese è un nido caldo; nonostante a tratti, al’improvviso, singoli edifici spogli se non del primo intonaco ed ancora appena accennati, balzino fuori dal lato della strada con la loro fittizia imponenza imitando un’antichità ed un’austerità che non possiedono.
I muscoli intorpiditi non se ne vergognano e gli occhi bevono senza fretta l’immagine di altri muscoli, che un ragazzo con una cassetta a spalle porta adosso, tonici senza mostrarsi con prepotenza e modellati senza parere; impegnati solo a muovere il corpo.
Se pure è vero che camminare è un po’ inseguire un sè futuro, io mi perdo ad accarezzare, proseguendo, le case più vecchie e le loro finestre rotte dentro le quali sbircio. I campi ai limiti dei confini, sui quali guardavo scendere il sole mentre accompagnavo mia madre a buttare l’immondizia, per pochi lunghi metri d’asfalto che adesso ripercorro lenta e piena d’amore per un quartiere residenziale che non mi appartiene più, per i giardini curati, gli angoli di aiuole in ombra riposanti sotto il tetto di tigli e castagni. C’è anche un albero che non son certa di conoscere, ha foglie come piccoli ventagli, alcune più aperte e con una sorta di taglio nel mezzo, vellutate d’un verde fresco: ne stacco una, rimproverandomi il gesto, perché mi faccia compagnia.
Ghiande, foglie morte, qualche cartaccia e bottiglia.
Esco da quel sottobosco e sfilo di fronte al campo silenzioso, sul cui fondo una vecchia fabbrica sopravvive, vuota e inutilizzata.
Alla fine della strada una cascina, un fosso dalle acque sempre vive e fredde, e sul fianco dell’abitazione un dipinto devozionale di un nome noto, che so essere amico di mio padre: Sant’Eurosia, mi dimentico ogni volta che si tratta di lei. Le dono la foglia di gingko, o di quello che credo essere un gingko; e riprendo il cammino.
Incontrerò una ragazza che appartiene al passato, ed al passato la lascio anche se non trovo voglia o coraggio di declinare il suo invito a rivederci. Passo per la piazza, dove d’estate si può comodamente trascorrere qualche ora scrivendo in pace, al sole, tra persone che vanno, vengono, si ritrovano a chiacchierare o bere: anziani di giorno, stranieri la sera.
Rientro. Basta poco a lavare via i pensieri in eccesso e rinfrancare lo sguardo.

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5 thoughts on “Saturday, out. October 15th.

  1. Se “ha foglie come piccoli ventagli”, io penso che sia proprio un gingko.
    Ma che bel posto, questo in cui ti muovi e che ci descrivi, ” per rinfrancare lo sguardo”!
    Buona domenica.

  2. Come mi pare lontano, quel 15 ottobre…
    Quella Anna che commentava il tuo post con tanta simpatia per te, non c’è più. Più precisamente: la persona “reale” che ti leggeva e ti legge con simpatia e, ultimamente, con crescente ammirazione e rispetto, c’è ancora ma, non riconoscendosi più nel nome con cui si firmava e non avendo voglia di trovarsene un altro, è accaduto che la persona “virtuale” che commentava è sparita.
    Cara Denise Cecilia, dal mio silenzio (da dove sono uscita un momento per contraccambiare quel tuo sorriso di allora, e dove rientrerò) (è un periodo così, di meditazione, diciamo. Un po’ “autistico”, direbbe qualcun altro. Passera. Forse), ti ho mandato tanti pensieri di bene, ti sono stata molto vicina… Davvero con tutto il cuore. Spero che tu l’abbia sentito.

  3. E, se non passerà, se dovessi continuare a tacere, sappi che continuerò a leggerti, che continuerò a nutrirmi di ogni “seme di salute” che ci doni.

  4. Ciao, fu-Anna-oggi-senza-nome ^____^
    E’ un piacere ritrovarti, silenziosa o meno.
    Impossibile distinguere, nella marea di accenti e di abbracci caldi che mi circondano tutti insieme; quale sia e dove inizi proprio il tuo, e dove finisca. E’ bello così: però posso dire di averti sentita, questo sì, pur senza riconoscerti.
    A volte c’è proprio bisogno di un sostegno simile, un LEC morbido in cui abbandonarsi senza chiedersi ad ogni istante chi e come ci ha sostenuto. Andare avanti è un imperativo che ora mi permetto di percepire, perché non ha più un carattere di pesantezza, di dovere indesiderato.
    E insomma: grazie, davvero.

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