H – Senza via d’uscita?

Della pedofilia vorrei tornare a parlare presto, per dirne l’essenziale, perché mi pare essere al contempo un’urgenza sociale fortissima, un pericolo, ed una fra le questioni più trascurate e banalizzate, nonostante (e forse anzi proprio a causa) del tanto parlare che se ne fa.
Ma non ora. Ora voglio soltanto dichiarare senza mezzi termini che una via d’uscita c’è, per il pedofilo e per l’abusato. A volte c’è persino un modo per evitare di finirci dentro, prima di trovarsi a dover riparare l’irreparabile – e se fossimo meno barbari, quanto più spesso questa possibilità verrebbe colta!

Scrivo questa premessa perché, fra le tante cose che del romanzo di Barbara Gowdy da me letto in neuro, Senza via d’uscita, mi hanno catturato c’è anche – appunto – il titolo; con tutto ciò che ne consegue. Lo dico subito, ‘ché non mi pare di spoilerare: non è vero, non del tutto almeno, che per i protagonisti non c’è via d’uscita.
La giovanissima ed acuta Rachel, dalla pelle nera e i capelli biondi, sua madre Celia e suo padre “architetto, nero, vive a New York”, che la bambina è certa di ritrovare chiedendone notizia ad ogni afroamericano dall’accento cittadino che incontra; sono loro malgrado legati a doppio filo alla coppia di rapitori, i quali – questo non è un poliziesco, baby – si mostrano in tutti gli umanissimi, più e meno accettabili, lati della loro personalità.
Lo stile è gradevole, l’aria tra le parole sa di fresco nonostante le molte ansie descritte, e insomma: il Canada colpisce ancora.
Voto: 8

Niente di tutto ciò: l’originalità, l’imprevedibilità, la leggerezza nel trattare temi forti; appartiene invece al secondo titolo delle mie letture ospedaliere, Il cielo è un posto sulla terra di Åke Edwardson. Anche la Svezia colpisce ancora, potrei dire, ma con un mattone che mi fa sinceramente chiedere se il suo autore sia indegno del premio per il miglior thriller svedese conquistato tre volte, o se sia quest’ultimo, il premio, a non meritare d’essere definito tale.
D’altra parte non stupisce questo ricorrente adagiarsi (!) su casi eccezionali, sulle falle del sistema sociale ed educativo del più brillante gioiello scandinavo e su trucchi narrativi che il già saturo filone di giallisti nordici pare copiarsi a vicenda.
Ne sono un esempio il porre attenzione a far comparire sempre qualcuno che, bonariamente o meno, commenti i fatti d’indagine usando termini quali negri e froci al solo scopo di rimarcare quanto la civiltà avanzata del paese sia spesso soltanto apparente; per non parlare dell’immancabile sospetto pruriginoso che i delitti siano legati a questioni (omo)sessuali – sospetto che non desterà disagio giusto nel great detective di turno, e magari nel suo braccio destro.
Oppure, potrei citare la mania di caratterizzare i personaggi, più che di descrivere una scena, attraverso riferimenti a pioggia al meglio di quanto moda (maschile), gastronomia (tendenzialmente locale, rigorosamente chic, molto spartana o ancora un mix delle due) e musica (soprattutto jazz) possano offrire. Anzi: non al meglio, che sarebbe magari qualcosa di maldestro epperò digeribile e godibile; ma a quanto appare più elegante e fascinoso.
Gravi o veniali che si vogliano ritenere questi difetti, ve ne sono altri che spiazzano e non consentono semplicemente di godere l’intreccio narrativo considerandolo una bella storia, piuttosto che un frigido dilemma prodotto in serie: a cominciare da una nutrita serie di intercalare (ma anche di intere frasi) in un inglese non tradotto, passando per delle locuzioni – modi di dire che non possono appartenere a tanti personaggi alternativamente, per finire con… la conclusione, ovvio: si scopre, a fine lettura, d’aver campato su sottintesi e rapidità, di non aver avuto occasione per tentare di dipanare la matassa, di intuire o supporre neppure un poco i retroscena come nel giallo classico; ma di essere stati costretti ad attendere quasi una spiegazione dei ragionamenti dei protagonisti. In due parole: un casino.
Voto: 5

Il pregio comune ai due libri, seppur sviluppato in maniera molto diversa, è quello d’aver presentato fra le caratteristiche del pedofilo anche quella del desiderio (paradossale per chi non abbia, graziaddio, un certo vissuto) di aiutare i bambini che prende di mira.

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