Lasciate a Cesare quel ch’è di Cesare

Pubblico un intervento che alcuni fra voi lettori conosceranno già (perché questo è il terzo blog che lo ospita), allegando in fondo altre due pagine:
> la prima altro non è che il medesimo post apparso su Libero con relativi commenti che vale la pena di leggere (io vi compaio con l’alias cecilia2day);
> la seconda è un comunicato critico in merito ad uno spot pubblicitario che invita le donne a scegliere il cesareo solo se necessario, che è poi lo stesso invito che io rivolgo loro, con un mio commento.

Chissà perché, quando viene denunciato (giustamente) un caso di malasanità legato ad un parto cesareo, ci si dimentica di far presente che in Italia (soprattutto al Nord, con Brescia ai primi posti) facciamo troppi cesarei assolutamente non necessari (cioè non a scopo preventivo-terapeutico ma al solo scopo di evitare il dolore più antico del mondo, del tutto fisiologico); e che al cesareo è connaturato un livello di rischio maggiore che al parto naturale, poiché eventuali complicazioni sono di rara e difficile risoluzione (leggi: il nascituro ci lascia le penne nella gran parte dei casi, e la madre lo segue a ruota).
Preciso che quando parlo di ‘evitare il dolore’ mi riferisco a quei casi in cui lo si vuole evitare per capriccio, per paura infantile o per un malinteso desiderio di palliazione rispetto al dolore ‘inutile’. Posto che la soglia di insopportabilità ed inutilità del dolore è inderogabilmente soggettiva, e che va tutelata anche la persona spaventata non dal dolore fisico in sè e per sè, ma dai danni secondari che questo può arrecarle (come nel caso di chi soffra di disturbi dell’umore); va altrettanto sottolineato che per soffrire meno esistono valide tecniche anestesiologiche.
Il cesareo non andrebbe inteso come tale, come un mezzo per schivare il dolore del parto, a meno che questa ‘schivata’ non rappresenti un atto preventivo (della depressione post-partum ad esempio, o di rischi potenziali, ma oggettivi, di altro tipo, per esempio la sofferenza neurologica per lo stress della nascita; oppure qualora il feto si trovi in posizione inadatta e le condizioni del parto risultino troppo aleatorie).
Sta al medico (e, credo, all’ostetrica in certa misura: non so e non approfondisco) stabilire i casi nei quali il taglio cesareo sia effettivamente utile, o comunque caldamente consigliabile – ferma restando, sempre, la libertà di scelta dei genitori in merito. Purtroppo, però, si sa che il personale sanitario tutto è composto di esseri umani che spesso tendono, essi stessi, a scordarsi di essere tali. E a ritenersi a prova d’errore, e di condizionamento.
Perché questo è: nella tendenza a scegliere il cesareo come al supermercato, scambiandolo per un’opzione tal quale ad un’altra e da valutare secondo le proprie personali preferenze, c’è un’ignoranza sottile (non siamo più quelli di una volta: abbiamo putroppo smesso di lavorare i campi, ci crediamo sapientoni, e di fatto ci basterebbe poco per sapere. Ma manchiamo sempre di fare quel misero passo, di mettere insieme l’enorme quantità di dati di cui disponiamo con la colla del buonsenso; professionisti e non). E c’è anche, da parte di chi dopotutto tiene il bisturi per il manico, una superficialità, una voglia di assecondare la moda ed il paziente stesso (per non inimicarselo, toh!), un timore di prendere posizioni scomode e/o di grane giudiziarie che taglia le gambe alla tanto sbandierata validità scientifica delle tecniche.

Il taglio cesareo è un’operazione chirurgica, destinata a risolvere situazioni problematiche quando non di emergenza-urgenza . A meno che non siate, o siate state messe, al corrente di un rischio significativo per il vostro bambino o la vostra bambina; non consideratelo nemmeno. Non vi riguarda.
Insomma, essere sottoposti ad un cesareo non equivale allo scegliere il colore di un corredo o il nome di battesimo. Non è una cosa di cui rallegrarsi o un’esperienza esotica da sfoggiare.
Se possibile, evitatelo.

Allegati:
> 158 – Lasciate a Cesare quel ch’è di Cesare – su Libero
> Cesareo: uno spot superficiale e fuorviante

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9 thoughts on “Lasciate a Cesare quel ch’è di Cesare

  1. Aggiungo il testo di un paio di articoli comparsi su Repubblica,
    sempre a proposito di cesareo.

    Il primo ribadisce quella che io, nel commento al secondo allegato, ho definito “connivenza medico-paziente” nell’operare scelte dal valore clinico discutibile, che vien però alimentata dall’ignoranza, dalla cultura dell’evitamento a tutti i costi del dolore e dalla sempre maggiore aggressività nei rapporti tra pazienti e strutture, istituzioni, personale sanitario (testimoniata da un banner, nella stessa pagina, che suggerisce di rivolgersi a dei legali per difendersi da errori medici; un tipo di pubblicità in piena fioritura).

    Cesareo, troppo spesso una scelta per paura
    Nel 38% dei casi si sceglie il taglio cesareo. Decidono il timore di donne e medici. Le prime temono il travaglio, i ginecologi eventuali contenziosi.
    Occhio alle conseguenze su una seconda gravidanza

    di Adele Sarno

    Il parto naturale fa paura. Non solo alle donne ma anche ai medici. E così si preferisce il cesareo. Una tecnica che si pratica in media nel 38% dei casi, un record in Europa. Basti pensare che in Francia i valori si attestano intorno al 20%, in Inghilterra al 23%. Ma perché si sceglie? Le donne vogliono il cesareo perché hanno timore di soffrire, lo considerano sicuro ed efficace. Motivo questo che le spinge a optare per questa scelta prima ancora della gravidanza. Mentre nove ginecologi su dieci ricorrono al taglio cesareo per il timore dei contenziosi. Questo tipo di intervento si programma perché è sicuro e mette al riparo il medico da eventuali conseguenze legali.

    E ancora, sulla scelta pesano motivazioni organizzative più di quelle cliniche: 59% contro solo il 32%, un caso su tre. Ma c’è un problema anche nella formazione perché la preparazione del ginecologo/ostetrico al parto vaginale è inadeguata per il 59%. Sono i dati dell’indagine condotta, su circa 200 centri (per il 91.6% pubblici, distribuiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale) condotta dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) da maggio a settembre 2009, presentati al congresso nazionale di Bari.

    “Le donne cercano il ‘bio’ in tutto, nei cibi, nella contraccezione ma in un’esperienza unica e naturale per definizione come il parto preferiscono affidarsi alla tecnologia”. Commenta la professoressa Alessandra Graziottin, direttore del Centro di ginecologia e sessuologia medica del San Raffaele Resnati di Milano, e spiega: “Il parto cesareo va fatto su indicazione medica, cioè quando ce n’è bisogno. Bisogna infatti considerare che una donna arriva alla gravidanza in media a 30 anni, ciò significa che qualora volesse avere un altro figlio potrebbe andare incontro a problemi collegati al pregresso cesareo. E le conseguenze possono essere generali (come quelle legate all’anestesia) o specifiche (come la localizzazione della placenta al parto successivo)”. Insomma se una donna di 30 anni vuole il cesareo, ma anche il secondo figlio, deve valutare la propria condizione fiscica per capire se il parto naturale sia la scelta migliore.

    NON DEVE DECIDERE LA PAURA
    “Le donne – continua la Graziottin – scelgono il cesareo per paura del ‘trauma’ del parto, delle manovre violente di cui hanno sentito parlare, del ‘taglio’ (episiotomia) che viene fatto per favorire l’uscita del bambino, del forcipe o della ventosa, di avere danni permanenti dei muscoli del pavimento pelvico, con successiva incontinenza o prolasso, e non ultimo, per la paura di danni irreversibili al bambino in caso di sofferenza fetale grave”.

    Paure che nascono dall’aver già fatto o sentito esperienze negative di parto vaginale o dall’avere complicanze della gravidanza in corso ma anche per desiderio di autoprotezione di sé e del bambino, usufruendo di una modalità di parto “programmata”, percepita come moderna, sicura e garantita.

    IL RISCHI DEL CESAREO
    Il cesareo aumenta dell’1-4% il rischio di una mal posizionamento della placenta (“placenta previa”) e del 25% altre patologie placentari che complicano poi notevolmente le gravidanze successive. Purtroppo però si corrono anche rischi non praticandolo. Esistono infatti delle motivazioni materne al cesareo, presenti in circa l’1% delle donne, che vengono spesso trascurate dai ginecologi, portando a parti vaginali difficili, sofferti e problematici. Per esempio la fobia del parto vaginale può condizionare ‘l’ipertono’, ossia lo spasmo del muscolo elevatore, che chiude in basso il bacino e che dovrebbe distendersi per far uscire il bambino”. In pratica non avviene il rilassamento e il parto “naturale” può diventare estremamente traumatico e rischioso.

    Attenzione però a non demonizzare il cesareo. “Il cesareo è necessario quando compare una sofferenza fetale acuta o un problema materno, come una crisi ipertensiva grave o un distacco di placenta, che richiedono l’estrazione urgentissima del bambino. Ma non deve essere praticato per indicazioni mediche e ostetriche [aprioristiche, N.d.Cecilia]. In pratica a decidere non devono essere il ginecologo e la paura”. E invece oggi l’Oms dice che la media dei cesarei dovrebbe essere intorno al 15%, mentre come detto la media italiana è del 38%.

    (29 ottobre 2009)

    @@@

    Il secondo, dalla titolazione ambigua (forse il titolista reputa che le crociate abbiano una buona nomea?) ed in disaccordo con il testo; riporta altri dati ed indicazioni utili per una valutazione del tipo di parto da portare a termine.
    Il cesareo, infatti, non comporta soltanto rischi immediati e contingenti, ma anche futuri per coloro che vogliano diventare mamme nuovamente.

    L’ultima crociata contro il cesareo
    “Parto naturale senza dolore, si può”

    L’esempio parte da Milano: all’ospedale Buzzi di Milano: dimezzato il ricorso alla sala operatoria. Le nascite con il taglio ridotte al 20 per cento del totale contro il 40 della media nazionale
    di CINZIA SASSO

    MILANO – Il professore è appena rientrato dagli Stati Uniti, Detroit, ospite del National Institute of Child Health, chiamato a spiegare quello che gli americani si chiedono ormai come un tormento: come fare ad affrontare l’ultima emergenza del sistema sanitario, l’aumento costante del numero dei parti cesarei. È una battaglia mondiale.

    Perché da trent’anni quella curva è in salita e lui, Enrico Ferrazzi, primario di patologia della gravidanza all’ospedale Buzzi di Milano è un’autorità. Insieme ai colleghi è riuscito in un’opera che ha del miracoloso: ridurre al 20 per cento, dopo una marcia che sembrava crescere in maniera infinita, la percentuale dei cesarei. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità quella percentuale non dovrebbe superare il 15 per cento; in America però nel 2010 ha raggiunto il 34 e in Italia sfiora il 40 (con la Campania che supera il 60 per cento). Il paese che ha il numero maggiore è il Brasile; il secondo al mondo è il Portogallo e subito dietro arriva l’Italia.

    Numeri di un’emergenza che una campagna nazionale si ripropone di ridurre a livelli accettabili. Perché non è vero che il cesareo sia il metodo più sicuro, né che i vantaggi – la comodità di decidere il momento del parto, la mancanza di dolore – siano superiori agli handicap: si tratta comunque di un intervento chirurgico con tempi di degenza e ripresa più lenti. “Promozione della naturalità del parto”, si chiama lo spot che Onda, l’Osservatorio nazionale per la salute della donna, diffonde dal suo sito. Una campagna a tappeto, che per raggiungere lo scopo parte dall’analisi delle cause. “Una volta – spiega Ferrazzi – il parto era vissuto come un evento naturale, che la famiglia allargata rendeva semplice e ovvio. Oggi la donna madre è sola, dunque impaurita, e il parto viene caricato di significati spaventosi, così che si pensa che il cesareo limiti i problemi e annulli del difficoltà“. Aggiunge Francesca Merzagora, fondatrice di Onda: “Se si chiede alle donne italiane cosa vorrebbero fare, l’80 per cento risponde che vorrebbe partorire con il metodo naturale; poi però succede che la metà ricorre al cesareo e questa è una tendenza che dobbiamo invertire”. Secondo un’indagine dell’Osservatorio sono soprattutto i ginecologi a suggerire il ricorso al parto chirurgico, e trovano un terreno fertilissimo. “Il fatto è che il cesareo – dice Ida Salvo, anestestista al Buzzi – viene venduto come l’acqua santa. Mentre invece la vera soluzione sarebbe introdurre in tutte le maternità il parto indolore”.

    Se i cesarei sono in aumento a partire dagli anni ’80, quando si assestavano al 12 per cento, gli ultimi anni registrano picchi all’insù anche a causa di nuovi fattori. Dice Mario Merialdi, direttore del dipartimento salute riproduttiva dell’Oms: “Oggi l’età della gravidanza si è spostata in avanti e spesso c’è il ricorso a terapie ormonali. A 40 anni ci sono più preoccupazioni da parte della donna e un maggior timore dei rischi da parte dei medici”. Aggiunge che quello che è radicalmente cambiato, è anche la cultura: altro che Genesi (“la donna partorirà con dolore”), oggi siamo meno disposti ad accettare il dolore. Ma è questo il terreno della nuova sfida: “Per ridurre il numero dei cesarei – dice Salvo – bisogna fare in modo che il dolore del parto venga trattato come tutti gli altri dolori, e che passi il messaggio che per partorire non è necessario soffrire”. Il primo passo, quindi, è la diffusione dell’epidurale che però richiede la presenza di anestesisti a turno continuo e quindi non è praticabile in tutti gli ospedali (a Milano il 25 per cento delle donne ricorre all’anestesia epidurale, ma in Italia solo il 19 per cento delle maternità ne dispone). In Italia i punti nascita sono 551 e in 289 si praticano meno di 800 parti l’anno, impossibile che siano tutti attrezzati. Al Buzzi si sperimenta anche l’uso del protossido di azoto, il cosidetto “gas esilarante” e a Firenze è in corso una sperimentazione con il remifentanil, un farmaco oppioide. Tornare a rendere il parto un evento naturale è una sfida di oggi. E a Detroit il professor Ferrazzi ha raccontato che uno dei segreti del Buzzi è stato quello di rimettere mamma e bambino nelle mani delle ostetriche. Altro che sale operatorie.

    (03 ottobre 2011)

  2. Verissimo il fatto che, per evitare il dolore, c’è la possibilità di ricorrere ad anestesie apposite (che poi… okay: se ti fanno un cesareo eviti i dolori del travaglio, e fin qui siamo d’accordo; ma quando passa l’effetto dell’anestesia e ti ritrovi con un taglio nella pancia che deve richiudersi, e nel frattempo hai anche un neonato a cui badare, non so se è proprio proprio una passeggiata :-S)

    Comunque: vero, se si tratta di evitare il dolore c’è l’epidurale.
    Ma vogliamo parlare di quelli che sostengono che l’epidurale è il Male Assoluto perché il parto è una cosa fiosologica e il travaglio è la cosa più bella della vita di una donna e chi si fa fare l’epidurale è “un po’ meno mamma” delle altre??
    .___.
    Ho sentito persone (anche donne!) che lo sostenevano, giuro!

    Questa mi sembra proprio un’idiozia bella e buona: è fisiologico sentire male anche quando un dentista ti cava un dente; e allora, perché non c’è nessuno che critica l’anestesia anche in quel caso?! Se si parla delle possibili complicazioni dell’epidurale, d’accordo; ma che senso ha dire che non va fatta perché tanto il parto è una cosa naturale e bellissima, su su, che bisogno c’è?

    Fermo restando che sono d’accordissimo con te per quanto riguarda il cesareo: peraltro mia mamma l’ha fatto (avendone bisogno) e mi diceva che la convalescenza era stata abbastanza pesante, pur essendo andato tutto alla perfezione e senza complicazione alcuna 🙂

  3. Ho giusto pubblicato nel primo commento un paio di articoli che riprendono questi stessi punti. Spesso le dichiarazioni (quasi di guerra) vanno da un estremo all’altro: dal “La Chiesa vuole obbligare la donna a partorire sentendo dolore” (!) al – come tu dici – “La donna che rifiuta il dolore del parto non merita il proprio bambino” (!bis).

    Io personalmente tendo a rimarcare la necessità di tornare a percepire il dolore, in linea generale, come fatto del tutto connaturato alla vita umana; da evitare se possibile ma non forzatamente, da conoscere e fare proprio.
    Ma da qui al demolire chi, magari per non arrivare a detestare il neonato che si ritroverà in braccio, prende precauzioni ponderate; ce ne passa (facevo l’esempio della spossatezza post-parto, e di chi abbia disturbi dell’umore, nei commenti al primo allegato; per indicare in che tipo di situazione il cesareo per evitare il dolore può a mio parere essere giustificato anche in assenza di altre gravi complicazioni fisiche).

    Mentre, sempre in quei commenti, più di una donna assicurava che il cesareo non è affatto meno doloroso del parto naturale: il dolore è diverso, interviene in seguito – quando l’anestesia termina il suo effetto del tutto – ma non è attenuato come si crede.
    Di questo però non ho esperienza personale nè conoscenza non mediata.

  4. Guarda: io sono una che, dieci anni fa, si è fatta una ustione elettrochimica a un piede che le causa ancor oggi un lieve dolore, sopportabile ma comunque cronico. Ovvio che sarei stata meglio senza avere dolore, grazie tante, ma non lo trovo ASSOLUTAMENTE un dramma: concordo assolutamente con te quando dici che è importante ricominciare a percepire il dolore (anche e soprattutto psicologico) come fatto naturale. Non sono una che ricorre agli antidolorifici per ogni doloretto, e anzi lo ritengo un atteggiamento anche un po’ sciocco.

    Però.
    Voglio dire.
    Posto che il dolore del parto, a quanto mi si dice, non è propriamente una bazzeccola; posto che è un momento talmente delicato in cui capisco che una donna possa magari andar nel panico al pensiero del dolore che dovrà affrontare; posto che attualmente esistono delle tecniche abbastanza sicure per aiutare le donne a sopportare il travaglio… io mi domando: perché no??

    Nei pressi di Torino c’è un ospedale che è famoso per il suo approccio al parto e al puerperio, che si cerca di rendere il più possibile naturali e poco medicalizzati.
    In questo ospedale rifiutano l’epidurale PER PRINCIPIO, perché “ah, noi siamo per il parto naturale”.
    Ma non nel senso che te la sconsigliano: nel senso che – a quanto mi è stato detto – ti dicono subito di metterti il cuore in pace che tanto non te la faranno mai, salvo casi rarissimi in cui si ravvisano serie ragioni cliniche per cui è opportuno far intervenire un anestesista. E se non ti va bene, vatti a cercare un altro ospedale, ché quello lì promuove parto naturale.

    Ma… @___@
    Allora facciamo anche le amputazioni senza anestesia, è tutta natura: non capisco per quale ragione, se esiste una tecnica tendenzialmente sicura per evitare un dolore intenso, questa debba essere negata a priori per una questione di principio.
    Ma te credo che poi una ragazza particolarmente spaventata dal dolore comincia a sognare il cesareo: ma scusa!! :-S

  5. Eh. Te credo pur’io, te credo.
    La cosa più naturale del mondo sarebbe spiegare come Dio comanda (già) che esistono molte strade, ognuna corretta ed adatta per situazioni e persone differenti.
    Che la naturalità non è un fake, un mito, ma che effettivamente è un tantino esagerata ed esasperata (vedi l’esempio che porti…). Che ciò che si cerca nel “naturale” è solitamente qualcosa di più generico ma più forte: rispetto ed attenzione.
    Una donna ascoltata spesso del parto naturale se ne strafrega, perché sa che in ogni caso sarà seguita con cognizione e cervello. E fra le altre tante ragioni per le quali il naturale è tanto incensato, c’è il desiderio di sentirsi al sicuro: evidentemente, posto che certi costrutti culturali e psicologici son duri a morire, non siamo poi così bravi a rendere ragione della normalità e sensatezza delle anestesie.
    C’è anche da dire che il dolore del parto è senza dubbio atroce, ma relativamente limitato nel tempo. Lo stesso discorso non si applica altrettanto bene alla richiesta di antidolorifici per alleviare gli stati di cronicità… eppure, anche in quel campo, vi sono medici che neppure pensano a proporre un oppiode; perché dopotutto gli parrebbe di drogare il paziente.

  6. 04/01/2012
    Relazione della Commissione d’inchiesta della Camera sugli errori sanitari. Troppi i cesarei, soprattutto al Sud.

    Più di un quinto delle segnalazioni (104 su 500) di presunti casi di malasanità all’esame della Commissione d’inchiesta sugli errori sanitari della Camera riguardano episodi legati a gravidanza o al parto. In otto casi su dieci l’esito è stato tragico, con la morte della mamma o del neonato. Evidente lo scarto tra Nord e Sud: la metà delle segnalazioni sono infatti pervenute da Calabria e Sicilia, rispettivamente con 32 e 20 segnalazioni.
    È proprio a partire da questi dati che la Commissione presieduta da Leoluca Orlando ha avviato un’indagine per approfondire il tema della qualità del percorso nascita in Italia, che si è conclusa con l’approvazione di una relazione pochi giorni prima di Natale.
    I dati forniti dalle aziende sanitarie alla Commissione (che ha anche proceduto a numerose audizioni) hanno costituito la base dell’analisi del campione relativo a 344 punti nascita sui 570 presenti in Italia.

    Troppi cesarei. Analizzando le risposte ai questionari fornite da quattro Regioni rappresentative di altrettante macroaree (Nord, Centro, Sud e Isole) emergono dati, osserva la Commissione, che sottolinenano la spaccatura tra Nord e Sud riguardo la percentuale dei tagli cesarei sul totale dei parti effettuati: in Veneto, per esempio, sono il 29,5% del totale, in Toscana il 26,6%, in Campania il 47,3%, in Sicilia il 52,9%. La percentuale media in Italia risulta essere del 38,3%. Tutte cifre (più o meno) lontane dal 15% raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità.
    La media delle percentuali di parti cesarei, inoltre, risulta molto più elevata nelle strutture private (50,5%) rispetto a quelle pubbliche (36%).

    […]

    Fonte: IPASVI – http://www.ipasvi.it/attualita/italia-divisa-nell-assistenza-al-parto-id306.htm

  7. Pingback: Seven « Seme di salute

  8. Pingback: Il parto naturale non è… medievale. « Seme di salute

  9. Parti cesarei, il 43% ingiustificato
    25 gennaio 2013, dalla newsletter FNCO

    Il Ministero della Salute ha denunciato un eccessivo ricorso al taglio cesareo nei primi parti che, nel 43% dei casi sarebbe del tutto ingiustificato.
    Questo il dato emerso da un’indagine condotta dal Ministero con la collaborazione dei Carabinieri del NAS scattata su indicazione dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali.
    L’Agenas, infatti, aveva rilevato e segnalato ad alcune Regioni ed al Ministero problemi di validità delle informazioni contenute nelle schede di dimissione ospedaliera (SDO) con procedura di parto cesareo, in alcune strutture sanitarie, per quanto riguarda le diagnosi di “Posizione e presentazione anomala del feto”.
    Il fenomeno interessava in particolare la Regione Campania e con minore estensione le Regioni Lazio, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia.

    La condizione “Posizione e presentazione anomala del feto”, fortemente associata al taglio cesareo, e che di norma si presenta in circa l’ 8% dei casi, risultava in alcune strutture molto rappresentata, raggiungendo in molti casi valori superiori al 20% ed in alcuni addirittura superiori al 50%.
    Ciò ha fatto sorgere il sospetto di una utilizzazione opportunistica di questa codifica, non giustificata da reali condizioni cliniche.
    Sulla base della segnalazione dell’Agenas, il Ministero della Salute ha quindi attivato un’azione di controllo campionario sulle SDO ed i Carabinieri del NAS hanno acquisito e trasmesso al Ministero 3273 cartelle cliniche provenienti da 78 strutture ospedaliere pubbliche e private accreditate.

    Il Ministero ha provveduto alla verifica della corrispondenza tra le informazioni contenute nella SDO e la documentazione presente nella cartella clinica.
    Ad oggi sono state esaminate 1117 cartelle (il 34% del campione da esaminare) provenienti da 32 strutture ospedaliere collocate in 19 regioni e province autonome italiane. I risultati dell’indagine finora svolta sono analizzati e riassunti nella nota diramata dal Ministero della Salute il 18 gennaio 2013.

    Il Ministro Balduzzi ha affermato che: “In presenza di dati che creano ragionevoli dubbi sulla legalità dei comportamenti, c’è il dovere di perseguire la strada giudiziaria”, anche perché, ha aggiunto il ministro, in varie situazioni si è verificato che le cartelle cliniche «dicessero cose diverse rispetto a quanto documentato dalle indagini ecografiche o radiologiche, o che addirittura mancasse nella cartella clinica la documentazione stessa volta a supportare la diagnosi».
    Il Ministero della Salute ha ricordato che i rischi legati al parto, sia naturale che con taglio cesareo, sono oggi fortunatamente molto bassi. Tuttavia, essere sottoposti a un taglio cesareo elettivo a termine di gravidanza comporta alcuni rischi maggiori per la madre e per il neonato rispetto al parto vaginale

    Sul portale della FNCO, nella sezione riservata alla rassegna stampa, è possibile reperire una breve rassegna degli articoli che alcuni dei più importanti quotidiani on line hanno pubblicato sull’argomento.

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