Sperare è uno scandalo

[…]
“La speranza viene a noi vestita di stracci perché le confezioniamo un abito da festa”,
scrive Paul Ricouer.
La speranza viene come un inizio, piccolo e povero, e si affida alle nostre mani.
Viene fragile e bisognosa di cure per diventare la seduttrice festosa del nostro mondo.
Viene come un mattino.
Ecco allora che il Magnificat è l’abito da festa della speranza del mondo.
In questa epoca delle “passioni tristi”, il deficit più rilevante è un deficit di speranza.
La speranza è la virtù-bambina, osserva Charles Péguy: la più piccola delle tre sorelle. Le due grandi – fede e carità – la tengono per mano. Sembra che siano le grandi a tirarla avanti. In realtà è la più piccola, la speranza, che trascina le altre due. Noi riusciamo a credere solo a ciò in cui riusciamo a sperare.
Allora, come per Maria di Nazaret, incinta, libera, gioiosa, in viaggio sui monti e dentro gli affetti, attirata dal futuro e dai sogni, anche per noi è vitale far cantare in noi stessi le nostre speranze; ripeterle, farle echeggiare, risuonare, vibrare. Dovremmo tutti comporre il nostro Magnificat, in cui l’elenco delle speranze dia il ritmo alla musica della storia e dei sogni.

[di padre Ermes Ronchi, ancora dal Messaggero di Sant’Antonio]

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