Le onde del lutto

Mi si perdoni l’immagine un po’ banalotta, ma io visualizzo il lutto come un mare nel quale ci ritroviamo immersi inaspettatamente e nostro malgrado, le cui onde ci sbattono in ogni dove quando meno ce l’aspettiamo: meglio allora, almeno, cercare un porto che non sia scalcinato e pieno di ladri (d’anime).
Non è mai facile capire e riconoscere a chi affidarsi con serenità, con la fiducia che – mentre noi siamo parzialmente o totalmente occupati nella fatica di riemergere, di ricostruire noi stessi e la nostra vita – ci tratterà con garbo e ci guarderà le spalle. Capita purtroppo che chi potrebbe aiutarci (magari perché è un professionista) ci costringa ad impegnare ulteriori forze nel tentativo di raccontarci, di spiegare ciò che sentiamo; invece di sfruttare empatia ed intuito per alleviare il nostro carico.

Su questioni come queste non è mai bene semplificare e generalizzare troppo: ognuno deve, insieme alle persone a lui / lei più care e vicine in prima istanza, creare un proprio percorso di risalita; con i propri tempi e ritmi. Vi sarà chi troverà un ottimo sostegno in un rapporto terapeutico di tipo psicologico, chi non ne vorrà sapere (e non ne avrà effettivamente bisogno) ma troverà sfogo e possibilità di ripresa in nuove attività, chi necessiterà di venir spronato a parlare del proprio lutto (a me è successo) e chi per converso mostrerà il suo disagio parlando persino “troppo”… quello che io voglio proporre è soltanto un piccolo ventaglio di occasioni (di confronto e di conforto, di riflessione e di apertura al mondo) che personalmente ho vagliato, provato, o anche solo sbirciato – e trovato per un verso o per un altro interessanti.

Edvard Munch, Despair

Ω Il sito dell’associazione Maria Bianchi offre alcune soluzioni alle persone in lutto, quali: le indicazioni per contattare un classico gruppo di auto-mutuo aiuto (sul territorio nazionale), colloqui individuali (dei quali non mi è chiaro il funzionamento, diciamo così), e – questa l’opzione da me testata, che ho trovato valida ma inadatta al mio caso – le “conversazioni”, ovvero comunicazioni epistolari (s’intende anche, volendo, via e-mail) con operatori appositamente formati.
L’associazione, dandone esempio attraverso il sito, esplora anche varie altre possibilità di elaborazione del lutto – per esempio le modalità di scrittura (non solo autobiografica) e di racconto – oltre ad argomenti di cultura “tanatologica” (relativa, legata alla morte) in generale.

Ω Morena Fanti ha perso sua figlia Federica sul finire del 2001. Ha raccontato il suo primo anno senza di lei in un libro pubblicato dall’editrice Il pozzo di Giacobbe, intitolato “Orfana di mia figlia”, del quale potete leggere un estratto qui su GoogleBooks.
Ha scelto di chiamarsi orfana, ma noi sappiamo che comunemente non esiste una parola per identificare chi perde un figlio: non essendo un evento atteso perché nell’ordine “naturale” delle cose, non esiste forse alcuna lingua che ne contempli una descrizione per mezzo di un vocabolo – se esiste, prego chi la conoscesse di informarmi.
Regalo queste pagine di condivisione a tutti coloro che ne sentono il bisogno.

Ω Perché mio figlio?, di Andreana Bassanetti,  propone (come da sottotitolo) l’elaborazione del lutto “per una nuova fecondità”. La prospettiva del testo, leggibile in parte su GoogleBooks, è cristiana; e nello specifico guarda alla sofferenza del Cristo per dimensionare e dare senso alla sofferenza di chi abbia perso la carne della propria carne… Contemplando la morte del Figlio, stando bocca a bocca, cuore a cuore, con “l’uomo dei dolori che ben conosce il patire” (Is 53,3), un genitore impara a contemplare la morte di suo figlio, il grande mistero, umano e divino, del dolore e della morte. Ora riesce a percepire quella diversità e insieme quella somiglianza, che si verifica in ogni possibile croce umana.

Ω Proseguendo su questa strada,  mi piace ricordare che la lettera apostolica Salvifici doloris, stilata nel 1984 da Giovanni Paolo II, interroga sul “senso cristiano della sofferenza umana”.
Me ne fu consigliata la lettura da Alexandro; e l’ho poi trovata bellissima e – com’è bene che sia un documento che si propone di trattare cotanto tema – confortante, rincuorante. Ma, da cristiana, sottolineo che questo conforto non è uno zuccherino che copre l’amaro del lutto, una misera consolazione: è invece una bevanda dolce, ma forte. Come bere acqua fresca e pulita quando si ha, nostro malgrado, la gola secca e riarsa: brucia, ma fa bene.

Ω  Figli in cielo è un’associazione dedicata, ancora una volta, ai genitori sopravvissuti ad un proprio figlio o figlia. E’ stata presentata in TV entro la trasmissione A sua immagine. Segnalo l’attivazione di un servizio pastorale chiamato “ministero di consolazione” – non sono in grado di darne, per ora, una valutazione in prima persona; ma evinco dall’opuscolo che l’organizzazione e soprattutto l’intenzione siano serie.

Ω Infine, queste slides preparate dalla Dott.ssa (psicologa e psicoterapeuta) Elisabetta Conte per l’associazione La Nostra Famiglia, trattano del tema del lutto visto all’inverso con gli occhi del figlio, o comunque del bambino, adolescente o giovane che viva un lutto nell’età dello sviluppo – sia esso genitoriale o meno. Affronta il tema partendo da un concetto di lutto ampio, di perdita in senso lato.

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6 thoughts on “Le onde del lutto

  1. molto interessante e, aggiungerei importante questo post. non ho mai visto il lutto come un mare nè ho mai immaginato gli altri come un possibile porto. ho sempre affrontato i miei lutti da sola, senza trovare nessun tipo di conforto, se non molto marginale, nelle persone che mi stavano accanto, e senza nemmeno che mi sfiorasse il pensiero di rivolgermi a uno psicologo o di cercare qualsiasi altro genere di aiuto, perchè di fatto, dopo il bailamme del funerale, ognuno ha pensato per sè. riguardo al mio lutto più grave (lo chiamo così perchè per me ha rappresentato la perdita più grave e quella con la quale non sono sicura di avere ancora fatto del tutto i conti malgrado i molti anni trascorsi), penso che nessuno accanto a me abbia veramente mai compreso quanto mi abbia devastato; non i genitori, non mio marito, non gli amici (a parte e in parte una). insomma, mi sono dovuta arrangiare, con risultati non so se soddisfacenti. credo che di questo argomento si dovrebbe parlare molto, vincendo quella sorta di tabù, o di semplice reticenza, che sembra avvolgerlo.

  2. Pensa che l’avevo iniziato prima del fattaccio di mio padre… ed ho trovato conferma di quanto scrivevo, potenziata – diciamo – rispetto a quando ho vissuto il lutto di mio fratello: non so se per altri, in determinate circostanze, esso possa manifestarsi con un senso di immobilità, ma per me è stato il contrario. Un sommovimento, un’agitazione incredibili e non legate soltanto alle faccende da sbrigare… addirittura più volte l’ansia è montata tanto da indurmi la nausea. Ho avuto dei conati a stomaco vuoto!…
    … mi dispiace che tu abbia avuto un’esperienza di tale solitudine, protratta anche oltre il momento della morte. E’ sempre vero che le attenzioni che si ricevono nei primi momenti tendono rapidamente a scemare; eppure individuare qualcuno, o qualcosa, che perduri nel suo sostegno è – io credo – indispensabile.
    Non per forza una presenza umana… a volte non c’è chi sia disposto a condividere, a volta non c’è nemmeno chi potrebbe (io mi chiedo spesso come mi sentirò se dovessi incontrare un uomo con cui voglia passare la vita, sapendo che non ha potuto conoscere un pezzo tanto esteso del mio cuore).

    Non mi stupisce comunque che tu in definitiva non sappia se il tuo barcamenarti è servito, e quanto. E’ anche più dura da dire se il lavoro (o la resistenza, l’opera di sopravvivenza) fatti su se stessi siano soddisfacenti; se nessuno li conosce.
    Vale quello che dici: ogni passo è un passo a metà se ci si lascia avvolgere dai numerosi tabù (fosse uno solo, grande e grosso! Invece proliferano, ogni scusa è buona per tacere, omettere, chiudere rapidamente un discorso.
    Non che mi stia capitando questo, almeno per conto mio e per adesso mi pare di non stare subendo questo tipi di pressioni. Però è un problema che la nostra società vive.
    Appunto: vive… ma in sordina).

  3. Io finora ai lutti di persone molto care ho reagito pietrificandomi, mi si sono bloccate le emozioni, e secondo me morte dopo morte mi è rimasta una cicatricina dura per ognuna di esse. Soprattutto per la perdita di mio zio giovane per suicidio (è lo “zio fantasma” di cui ho raccontato la dipartita anche sul mio blog), a cui ero incredibilmente legata (e lo sono tuttora). Ho osservato con sguardo “da sociologa” le reazioni mie e dei miei familiari per la perdita degli stessi defunti. Per me era mio zio, per es., per mia mamma fratello, per mia nonna un figlio. Mia nonna, il suo lutto se lo è portato sempre con sé, l’ha aiutata molto la sua fede, la messa tutti i giorni, ma non del tutto. Anzi a volte ho pensato che questo volersi aggrappare a tutti i costi alla “messa”, alla fede come conforto, non l’abbia poi aiutata moltissimo a elaborare, anzi. A volte quando penso alla possibilità, che purtroppo col passare degli anni sembra sempre un po’ più vicina, di perdere i miei genitori… mi sale una grande angoscia insostenibile (non penso di essere indelicata a dire questa cosa, se ti capisco un po’… se no, scusami). Proprio ora che non dipendo più da loro per vivere li amo come forse non mi sono mai accorta di amarli prima. Però non ho mai pensato all’eventualità dello psicologo… perché vedo il lutto come un evento possibile nell’ordine delle cose. Insomma, ognuno come dici tu trova i suoi modi, tuttavia quel che non sopporto è che con la gente normale (cioè anche gli amici) non si può mai parlare in pace della morte e della relativa sofferenza!

  4. Grazie per esserti raccontata, Ilaria.
    E non temere di essere indelicata: io stessa, cercando di evitare eccessi razionalizzanti (è un mio difetto), ne parlo qui intenzionalmente.

    E’ importante ciò che riveli a proposito di tua nonna, e di quella frequentazione quotidiana della Messa che ti sembra essere una forma di consolazione forzosa, e penosa – perché trascina in avanti la pena invece di porvi fine.
    La fede, per vincere la morte come un cristiano crede, ha bisogno di essere viva e vissuta, di conseguenza vivificante; non una serie di regole ed atti fini a se stessi.
    Putroppo (e per fortuna: per la nostra libertà) anche il partecipare alla messa al pari di comportamenti meno strutturati e più comuni (che so: rifugiarsi nel cibo, nelle dipendenze, nella scaramanzia…) è passibile di diventare un’arida abitudine che ci convinciamo ci faccia star bene.
    Solo Dio sa cosa si muove nel nostro cuore. Ma noi dobbiamo certo vigilare.

  5. Ciao, Ceci!:)))
    La medicina prima è lavorare, fare, muoversi e – per fortuna (o sfortuna) – a ogni lutto, specie se vicino, seguono strascichi materiali, formalità, adempimenti, riorganizzazioni tempestivi, inevitabili.
    Il momento che ho sempre trovato insostenibile è il rito del funerale, che però razionalmente rispetto e giudico indiscutibile e opportuno, qualsiasi sia la religione.
    Comunque, il lutto per quanto naturale e non sia che l’altra faccia della vita è una faccenda personale, io credo ai ricordi, a quello che poi di quella persona mi porterò dentro, e considero il lutto un fatto molto personale. Come fatto personale, mi è difficile parlarne con altri.
    Ciao, bella!

  6. Volenti o nolenti, interessati o annoiati; gli adempimenti ci tocca adempierli.
    Io ci sono dentro fino al collo, infatti – ma ad eccezione di una certa questione che pesa per i suoi risvolti umani e non per burocrazia in sè, mi diverto pure.
    Senz’altro, sto scoprendo da un nuovo punto di osservazione (e sensazione) cosa significa avere la responsabilità di una famiglia. Una famiglia!

    Personalmente, vivo il lutto (in generale, poi ogni lutto è differente) come fatto estremamente intimo e da custodire, ma al contempo quasi sempre entra proprio in quell’intimità che riconosco di voler condividere ed offrire ad altri.
    Così, le due dimensioni si incontrano in modo abbastanza naturale.

    Ciao, “vecchio” mio! 😉

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