La scuola che non c’è

La scuola, l’unica vera scuola (quella che ti forma, e lo fa attraverso la disciplina e lo studio che danno spessore alla persona, non offrendo unicamente occasioni d’impiego per carne da macello) – la scuola non esiste più.
Lo fa intendere chiarissimamente la Mastrocola, ed io comprendo dal mio turbamento nel leggere il suo Togliamo il disturbo – Saggio sulla libertà di non studiare che la terribile realtà descritta, realtà da me in passato parzialmente affrontata, ha davvero infestato l’Italia intera, ed ogni livello di istruzione – anche la piccola nicchia dove al momento vivacchio io.
La cultura – questo emerge, fra l’altro, dalla riflessione dell’insegnante e scrittrice – è oggi, al pari della vita, intesa come oggetto e non concetto, un oggetto di cui disporre per raggiungere uno scopo pratico. Attenzione: non uno scopo concreto, ampio, di importanza umana oltreché quotidiana. Ma proprio pratico: cultura e vita hanno ormai per i più significato e valore soltanto se, e quando, garantiscano a chi ne fa uso il raggiungimento o il mantenimento di un obbiettivo: a) lavorativo; b) formativo (ma solo se professionalizzante, non se “meramente” volto all’approfondimento e alla crescita; c) di piacere, godimento, immersione in un comodo quanto falso senso di benessere.
La fatica, l’errore, l’impegno, la richiesta esigente letteralmente disturbano esistenze ben accomodate sui binari della superficialità che s’accontenta, della mediocrità presuntuosa. Si contempla solo ciò che appare usabile, spendibile (come si suol dire, con un termine rivelatore) e si rinuncia, o meglio si butta con malcelato sollievo, tutto ciò che per maturare ha bisogno di tempo e costanza, direi: di speranza.
Non è mica un caso se tante ricerche da Google (51 ad oggi) hanno spiaggiato qua naufraghi nostalgici dell’epoca che fu, quella in cui graziaddio la cattedra stava sopra ad un piccolo scalino com’era giusto che fosse. E, forse, io ne sono convinta, anche qualche pseudo-studente che cercava una scusa da addurre alla sua colpevole, ingiustificabile mancanza di voglia – dev’esser così: altrimenti, chi avrebbe digitato cosa serve la scuola? Appunto: a cosa serve?

Ma cosa te ne faresti?, mi chiese poche settimane fa un mio compagno sentendomi dire che, in altre circostanze, avrei senza dubbio scelto di frequentare la facoltà di Lettere; concludendo per altro: non serve a niente, non ha senso!
Potevo io, retrograda, strapparlo con una smorfia alla sua visione non più giovanilmente ingenua – ma già aderente a pieno titolo ad un’ottica sul mondo e sul futuro che disprezza quanto non dà guadagno immediato, facile, e certo: lo dà su un piatto d’argento, divertendo? Ma quando mai.
Potevo di fronte a tanta crudeltà (cioè crudezza, di pensiero e di cuore) spiegare ciò che non bisognerebbe dover spiegare: che è normale per chi sia appassionato di letteratura, scrittore, amante della cultura, o anche solo interessato a determinate categorie di realtà aspirare ad ottenere rispetto a quelle categorie il massimo livello di conoscenza, di cognizione possibile?
O che il sapere non è inutile seppure spesso non porta a casa la pagnotta, non è un vezzo per sognatori e perdigiorno?
E questo è solo un assaggio.

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20 thoughts on “La scuola che non c’è

  1. ancora una volta, spero di non ripetermi. col figlio piccolo che deve scegliere a quale scuola superiore andare, siamo stati a un paio di open-day: ragioneria/geometri (anche se ora non si chiamano più così) e liceo scientifico/tecnologico. sono uscita dal primo nauseata e dal secondo scossa dalle risate. il succo era, nel primo caso, che ragioneria non è più quella di una volta in cui si imparava fondamentalmente a tenere la contabilità, adesso invece si studia economia aziendale e marketing così i ragazzi imparano a vendere (!!); il concetto è stato ripetuto almeno venti volte. nel secondo, l’apice della presentazione è stata l’affermazione secondo la quale i saperi di tipo generale che dà il liceo sono importanti per fornire ai ragazzi strumenti di creatività per affrontare il loro futuro (e fin qui ci potrebbe anche stare), ma l’unico esempio di creatività che è stato portato è stato quello di un ex-alunno che ora gestisce un importantissimo salone da parrucchiere a New York. cioè, ti rendi conto? mando mio figlio al liceo scientifico perchè così andrà a fare il parrucchiere a New York. e tutti che stavano zitti ad ascoltare senza battere ciglio… mi chiedo solo come mai io, che ho fatto il classico, adesso non faccio l’estetista a Tokyo.

  2. PS: dopo aver elencato almeno venti attività collaterali, tra le quali gite, concorsi e laboratori vari, e aver lodato il bar interno che fornisce panini freschi ed è un importante punto di socializzazione, è stato anche detto, per inciso, che ai ragazzi è richiesto di studiare con impegno. ma và! e io che credevo che si iscrivessero solo per vedere Mirabilandia!

  3. Questo è uno degli aspetti che la Mastrocola tiene ad evidenziare.
    Pur avendo sperimentato io stessa fior di laboratori, ore alternative, gite e concorsi gentilmente offerti dagli istituti frequentati; ricordo che queste iniziative e possibilità oltre ad essere – anche giustamente – vissute in modo giocoso e spensierato producevano ancora qualche sussulto, qualche discussione, qualche riflessione.
    Maldestra, per lo più. Sarà imputabile all’età? Eppure la china scivolosa già l’avevamo davanti agli occhi (Dio: parlo di 8 anni fa quando terminai le superiori, mica secoli).

    A scuola, pare, si va per socializzare e tessere effimere reti, per svagarsi e mostrarsi, farsi un’immagine ed acquisire… status!
    L’ultimo degli obbiettivi è rappresentato dall’ovvio non più tale: imparare.
    Ma non imparare a “destreggiarsi”, a risolvere problemi contingenti; imparare della sostanza: fuori moda, out.

  4. (Il mio vissuto scolastico superiore, io credo, non lo so leggere oggettivamente.
    E’ come un pianeta lontano anni luce, uno scampolo di vita precedente che non ha grande attinenza col presente.
    Comunque).

  5. Oh, ripetiti pure invece: fa bene.
    Specie considerato di che parliamo!
    Mi chiedo, ad esempio, che differenza reale corra tra la contabilità e l’economia aziendale, a parte che nel secondo caso si attinge ad un bacino di conoscenze… orrore!, volevo dire competenze più ampio. Ma un ragioniere che non sappia tenere la contabilità, in ogni caso, che vale?
    Che importa la mirabile prospettiva futura di lavoro se uno non sa più far di conto perché alle elementari non insegnano più le tabelline ecc., e non le insegnano perché appensantiscono gli alunni con del nozionismo? O.o

  6. Libertà e volontà sono due dimensioni umane il cui legame è imprescindibile, secondo il mio punto di vista.
    E sono dei punti nodali dell’educazione.
    La libertà è comunque legata ad un atto coscienziale che sta alla base di ogni processo di apprendimento.
    Se neghiamo questo, rimane il crudo determinismo legato al “principio del piacere” e il risultato può essere alienante.
    Credo non si possa essere liberi se non ci vengono prospettate delle mete che poi possono essere superate.
    Il compito di un’autorità educativa, ed in primis dei genitori, non è quello di imporre e comandare, ma di far conoscere la vita, la dignità dell’uomo che ha delle tradizioni che non possono essere ignorate, casomai studiate, capite per poi modificarle se necessario. L’interesse deve essere coltivato. Quindi ci vuole un’induzione, una volontà.
    Antoine De SAint Exeupery diceva: ” Se vuoi costruire una nave, non chiamare la gente che procuri il legno, che prepari gli attrezzi necessari; non distribuire compiti, non organizzare il lavoro. Prima invece sveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano”

  7. Appunto.
    Ma non si può avere nostalgia di un mare che non si conosce e non si intuisce; perché nessuno ha voluto mostrarcelo.
    Nessuno, d’altronde, auspica una scuola impositiva, ma direttiva sì. E’ il suo naturale compito. Chi insegna guida; chi impara, pur nel rispetto della propria personalità e dignità, segue. O dovrebbe – pena rimetterci i propri stessi diritti, quelli di avere un’opportunità di crescere, verbo emblematico.
    Questo mi ricorda ben altre discussioni…

  8. Un’ulteriore riflessione.

    Riprendevo qui l’idea, sacrosanta, che educare (e l’insegnante, il docente, il professore sono educatori) significhi “essere non passivi trasmettitori (ripetitori…) di saperi, ma rispondere con la nostra intera persona al bisogno dell’altro, evidente o latente che sia”.
    Vero, lo sottoscrivo a distanza di tempo.
    Ma: esiste un rischio, e grosso, che è quello di offrire allo studente di vario grado e titolo non la nostra propria esperienza, conoscenza, sistema di valori; ma un generico e generalista palinsesto di attività che mirano a “rispettare la sua personalità”, senza però offrire in cambio nulla. Senza intervenire, restando “neutrali”, “obbiettivi”, insomma distaccati da lui / lei.
    Facendo interagire non persone reali, capaci di imparare anche a confrontarsi con pensieri strutturati diversi per poi assorbirli o declinarli; ma una specie di life-coach, o di personal trainer, con idealissimi superuomini che hanno bisogno soltanto di essere aiutati ad esprimersi. Non è questo che fa (che dovrebbe fare) la scuola: è nata per ben altro. E d’altronde, soprattutto, non è invitando un bimbo che ancora non sa camminare da solo ad “esprimere liberamente la sua mobilità” che lo si aiuta ad ottenere quella capacità, ma casomai sostenendolo con le nostre mani; dunque un po’ obbligandolo a stare al nostro gioco.

  9. Non ho letto il libro della Mastrocola (per non farmi del male e attizzare la nostalgia per la scuola, nonostante tutto) ma mi ha molto colpito una sua intervista in cui sostanzialmente diceva: in una società del benessere, anche la scuola sarà una scuola del benessere, dove ciò che più conta è “stare bene”, non crescere…
    Tante volte mi sono chiesto cosa serva per cambiare le cose… Non saprei dare una risposta sicura, ma sono certo che sbaglia chi ne fa soprattutto una questione normativa e politica. Non che questi aspetti siano trascurabili, tutt’altro. Ma è prima un fatto culturale, e di ciò che la società (le famiglie??? Non sia mai!!!) chiede alla scuola, e cosa è disposta a riconoscerle, in termini di patto sociale, prima che sindacale.
    Perchè uno dei grossi problemi che ricordo bene è che nella scuola spesso si concentrano persone frustrate, insicure, in cerca di conferme. E non parlo degli studenti… Che bello vedere i giovani prof, pieni di voglia e di equilibrio! Ma non ne nascono tanti. Ed è comunque una figura tutta da costruire, diversa da quella del passato.
    Beh, meglio che mi fermi… Ma questi erano proprio giorni bellissimi in classe, i giorni della “lettera al prof”… 🙂

  10. In effetti ora come ora sarebbe tragico: rinfocoleresti la nostalgia della scuola che funziona, quella delle lettere sincere; e al contempo proveresti pienamente il disgusto dell’andazzo generale (e i due aspetti, certo, possono convivere in una stessa classe, persona)…
    … perché, anche in questo libro si parla di “scuola del benessere” che deriva direttamente dalla società dell’agio ad ogni costo, scontato, divenuto ovvio e preteso come bene primario. Infatti nella mente di molti genitori, ma anche purtroppo educatori stessi (!) lo è diventato: non educare, non migliorare, non vivere in pienezza, lavorare con gusto, aspirare a qualcosa; ma crogiolarsi nella propria comodità è l’imperativo.
    Le eccezioni, per belle che siano, confermano la regola.

    Nulla è più concesso e riconosciuto all’autorità – se pronunci la parola, oggi, ti sotterrano senza funerale. L’autorità tradizionale è negata tout-court, ma il vuoto deve pur essere riempito: e lì interviene la dittatura della massa; non solo consumistica ma pseudo-democratica ed egualitaria apprescindere.
    Addio al merito, benvenuto qualunquismo.

    (Pardon, non volevo intristire.
    Ma preparati, perché non sarà l’unico post nè sul libro nè sull’argomento).

  11. Nessun intristimento… 🙂
    Anzi, leggerò volentieri i prossimi!
    Ma spero che per gli studenti, te compresa, arrivino presto le vacanze… 😉

  12. Beh, io da ieri sono ufficialmente a casa, ma come puoi immaginare sono oberata di impegni… il che poi non sarebbe neppure un problema, senonché una delle questioni che devo risolvere è davvero ansiogena. Spero di sistemarla presto; ma che peso!
    Quando potrò e dovrò tornare a studiare farò salti di gioia, credimi.

  13. Ciao Cecilia, un abbraccio.

    Scusami se non mi sono fatto più sentire, non ho più visitato i blog e nemmeno messo in atto nulla di quanto dicevo.

    Però stasera, finalmente, ho scritto a Don Luciano, alias il tuo carissimo vescovo, mandandogli il ricordo del caro Don Rino.

    Per ora un Buon Natale con tutto il cuore, che avrà bisogno (il cuore) di dilatarsi parecchio. Non correre!

  14. Piccic, grazie della visita e non scusarti!
    C’è un tempo per fare ogni cosa (ed anche per non farla, per non riuscirci, ma sempre secondo un certo Disegno…).

    Ricambio gli auguri e… cerco di seguire l’ottimo consiglio ^__^
    A quando vuoi.

  15. Ho insegnato un anno alle scuole superiori, scienze ai ragazzi di un biennio, ed ho riscontrato molto di quanto hai scritto.
    C’è da dire, però, che a guardar bene esistono ancora studenti davvero motivati, curiosi, affascinati dalle novità di alcuni concetti che si cerca di trasmetter loro.
    Io mi sforzo prima di tutto di infodergli più che altro un metodo, al di là dei programmi, che spesso sono esagerati nei contenuti e nelle pretese.
    Ho riscontrato, purtroppo, molte pecche nell’impostazione di base della scuola, nella sua organizzazione, intesa oggi quasi come un’azienda… Direttori e presidi che pensano più al numero degli iscritti, dei promossi e dei bocciati, che all’offerta formativa ed educativa (quest’ultima messa sempre in secondo piano).
    Tutto questo, comunque, non mi demoralizza. Mi spinge, semmai, a continuare per la strada che ritengo più giusta.

  16. Un atteggiamento, il tuo, encomiabile.
    Forse poco diffuso?

    Io, personalmente, faccio fatica ad immaginare un programma di “troppe pretese”. Perché la normalità si fa pretesa quando appunto mancano le basi.

    Ritornerò sul tema, sempre tenendo come filo conduttore la Mastrocola.

  17. Ti ringrazio, ma non servono encomii per chi si sforza semplicemente di lasciare il miglior contributo possibile svolgendo il proprio mestiere.
    Io opterei più per la redarguizione di chi, nella scuola in modo specifico, pensa più a progetti e progettini, riempiendosi la bocca di programmi innovativi e approfondimenti spesso superflui, tralasciando di dare il giusto, necessario, fondamentale peso, appunto, alle BASI.

  18. Sono d’accordo.
    Non mi piace l’eccessiva premura per premi e complimenti: è un sintomo che di meritevole c’è rimasto poco, sia che si tratti di docenti o di altro.
    Ma moralmente, fare bene il proprio mestiere è forse la cosa più apprezzabile in assoluto; per me.

  19. Pingback: Sfaticati & spensierati | Seme di salute

  20. Concordo 🙂
    Io continuo a ripetermi che il miglior riconoscimento, quello più autentico, lo dà la risposta dei propri alunni.

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