Going essential

Con la morte di mio padre, a me e mia madre si è imposta la necessità di rivedere non dico il nostro stesso stile di vita, ma almeno l’impatto economico sui nostri fondi (più o meno volatili) di molte nostre micro- e macroabitudini, di alcune scelte quotidiane; e in generale ci si è reso evidente che dovremo, tanto o poco che sia, rivalutare i nostri orizzonti.
Fare la doccia oppure il bagno non è più indifferente, e non solo a livello ambientale.
Comprare un testo universitario piuttosto che prenderlo in prestito può incidere sull’arrivare a fine mese.
Ogni spesa extra pesa. Ogni sfizio non è più cosa scontata.
Ma.
Sì, c’è un ma; per quanto da intendersi con cautela e lungimiranza; proprio il genere di cautela e lungimiranza che il vivere appena sul pelo dell’acqua tende a sviluppare.
C’è che ci son cose alle quali rinunciare non solo è inutile, ma addirittura sbagliato.

[…] La gente come me, che deve stare attenta ai soldi, lo sa che su queste cose non si deve risparmiare. Perché quando invece una persona può spendere, allora può suddividersi tra tante cose, tanti hobby, tanti oggetti, e ricava soddisfazione da tutti. Va in tutti i posti che vuole, può mangiare dove e quello che vuole, magari ha tante case dove stare e può scegliere in quale andare, ha l’attrezzatura per tutti gli sport e i vestiti per ogni occasione, e se una cosa si rovina pazienza, non è così importante, la si ricomprerà, in fondo è solo un oggetto, non bisogna essere materialisti.
Ma se tu devi stare molto attento con i soldi, allora non hai quasi niente, tranne una o due cose che hai deciso che, no, quelle erano cose tue e vanno fatte bene. E quindi queste cose te le coltivi, e diventano molto importanti, le guardi e le fai con amore, attenzione, un po’ ti ci commuovi dietro, e possono essere una passione o anche niente, solo cose importanti.
Allora su quelle cose non si può risparmiare, perché anche se lo sai che non potrai mai avere la cosa migliore, o quella che davvero davvero vorresti, comunque dev’essere qualcosa di bello, altrimenti anche quando fai la cosa che per te è importante se la fai con degli oggetti brutti, lisi e scricchiolanti, ti ricorderai ogni volta la fatica che fai nella vita e che tante altre persone invece non fanno e potresti intristirti al punto da perdere l’amore anche per la tua cosa importante, e allora, se perdi anche quello, potresti non avere più voglia di niente e non riuscirebbero più a convincerti. […]

C’è che ci son cose alle quali rinunciare non solo è inutile, ma addirittura sbagliato.
Nel caso di Irene ci sono un telone per coprire la bici ed una mantellina per andarci mentre piove.
Nel mio caso ci sono i cioccolatini ed i mandarini da regalare a mia madre per Santa Lucia (magari, i secondi incartati con la stagnola dei primi), una composizione di sabbia e piante grasse in vaso per i miei cari al cimitero, ma anche gli ingredienti per una rilassante e piacevole creazione culinaria da gustare in famiglia ed offrire ad un amico speciale.
Occorre dunque tagliare il superfluo, allo scopo di curare solo e al meglio l’essenziale.
Occorrono meno desideri, e che quelli rimasti siano più di valore, degni di nota, importanti: così anche per i libri. I propositi di lettura dovrebbero volare alto, non nel senso di sobbarcarsi un classico che non si ha voglia di conoscere, ma nel senso di un’impresa, un progetto personale con un minimo d’ambizione e di significato per la propria vita.
E dovrebbe di conseguenza volare alto anche la qualità dei nostri scambi, confronti, discussioni: che siano davvero dialogo, e dialogo ricco; non un’inutile lavoro certosino su menti mal disposte ed un’abbruttente costrizione alla difesa del nostro, legittimo, modo di essere ed esprimerci.

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32 thoughts on “Going essential

  1. sono nuovamente d’accordo con te. come sai anch’io da tempo devo fare i conti con un budget limitato però non mi sento povera, perchè alla fine ci si rende conto che spesso si è davvero sommersi dal superfluo e che l’essenzialità è qualcosa che può dare grande soddisfazione. usando la testa, si può riuscire ad organizzarsi bene e soprattutto, come giustamente dici, a non privarci delle cose che sentiamo come importanti. questa è anche la mia linea; ci sono molte cose inutili delle quali posso fare a meno, ma è proprio grazie a ciò che posso continuare a coltivare le mie passioni vere.

  2. Sì, da un lato la piccola crisi personale-economica mette in luce, concretamente e non solo idealmente, quanto possa essere lasciato perdere (non rinnovato, venduto, …).
    Ho la conferma, ancora una volta, che una maggior sicurezza economica, in sè di certo non disprezzabile!, non vale un decimo la mia serenità.
    Poi, grazie al cielo, ho qualche difficoltà ma conservo un tetto sulla testa; per esempio. Mica pizza e fichi. Ho la possibilità di sospendere alcune scelte e “vedere come va”, riflettere con calma, esplorare strategie diverse e nuove (prima d’ora non avevo mai pensato di investire, solo di risparmiare. Non che ora sia disposta a speculare e rischiare grosso, eh… solo a piantare un semino: per piccolo che sia, qualcosa frutterà sempre, con le Poste).

    Liberarmi del superfluo, d’altronde, è un’attitudine ed un’aspirazione che ho da sempre.
    Ho tutta l’intenzione di farlo anche con i libri che ho: non per masochismo o follia, certo, ma perché mi rendo conto che sfoltire, ripassare le costole con la mano e soppesare se e quanto sono affezionata ad un libro, mi permette di capire cosa vale la pena conservare, rileggere, approfondire e cosa non fa che appesantirmi.
    L’idea non è di comprare meno libri in assoluto (ne esistono così tanti che sarebbe impossibile limitare curiosità e desiderio) ma di comprare solo quelli, fra milioni, che nel lungo periodo manterranno la loro ragion d’essere su quello scaffale.

  3. Sono d’accordo su tutto, è quello che sperimento da quando sono andata a vivere da sola e cerco di farcela con le mie forze. La cosa bella è che se ti dico con che cifra riesco a vivere al mese non ci credi ma il fatto è che non mi manca niente. Cioè ok, non ho l’ipod e non vesto all’ultima moda, ma il fatto è che anche se avessi molti soldi non avrei comunque l’ipod o la pelliccia. Però non mi perdo un film che mi piace al cinema e esco con gli amici senza problemi. Per i libri, vado di biblioteca! Sono fortunata perché vivo in una città straboccante di biblioteche e trovo anche i romanzi appena usciti. Se poi c’è qualche libro che, dopo averlo letto in biblioteca, ritengo di dovere possedere, lo compro. E il cioccolato non me lo faccio mancare 😉 Tuttavia spero di non dover sempre avere una vita così “economica” perché una vita così la si può fare se si ha la salute. Anche se abbiamo ancora un buon SSN, se uno sta male devi comunque sostenere delle spese. Questa è la mia unica grossa paura (rispetto a questo tema; ho una paura per tutto!)

  4. Naturalmente non ti chiedo la cifra, per rispetto della tua riservatezza, ma avendo provato a vivere da sola (per un breve periodo) ed avendo un minimo di occhio a quello che succedeva, ed ora succede a me, in casa; un’idea ce l’ho.
    Magari sforo o esagero; personalmente trovo che i classici 1000 Euro al mese – in linea generale – possano bastare… eheh ^__^

    (Fra parentesi, neppure io ho l’iPod nè la pelliccia. Ma una sintetica, quasi quasi, bella morbidosa… recuperata alla Caritas a prezzo stracciato, uhm…).

    Devo concordare sulla salute: sia sul fatto che – per ora, ancora, finché la barca va e nessuno ci privatizza ulteriormente – abbiamo un discreto SSN, sia sul fatto che – a meno di non usufruire di agevolazioni ed esenzioni, segnali di situazioni problematiche pregresse – qualsiasi malattia, fosse anche un piccolo malessere, implica una spesa non indifferente, talvolta considerevole.

    p.s.: ma, se posso chiedere, dove vivi? Mica a Roma, èh, che mi sale l’invidia! :p

  5. Io mi faccio delle domande, di tanto in tanto, guardando quei servizi in cui i giornalisti intervistano la gente per strada e le chiedono se sente la crisi. E le persone (persone comunissime, all’apparenza; non signore impellicciate) rispondono cose tipo “eh, riduciamo ad esempio le uscite al ristorante: non ci andiamo più tutte le domeniche ma una volta al mese, e poi saltiamo qualche volta il cinema…”.
    O__o
    Ma io al ristorante (o meglio: in pizzeria) ci andrò forse un paio di volte all’anno, se proprio ci salta vaghezza di coccolarci per una serata e andare a far festa per qualcosa!
    Cinema?? Discoteca di rito al sabato sera?? Regali di alta tecnologia per Natale?? Ma quando e dove?
    Molto spesso ho l’impressione che ci sia molta gente (non tutta, chiaramente) che è abituata a vivere secondo standard che a me, personalmente, sembrano folli (e che forse sono al di sopra delle loro stesse possibilità). E la cosa buffa è che a me non passa neanche per l’anticamera del cervello di spendere soldi per un IPod o di uscire sistematicamente per andare al ristorante o al cinema, e sto benissimo così: mentre invece, a qualcun altro, il mio stile di vita sembrerebbe probabilmente troppo sobrio; quasi misero.
    Sono stata molto colpita qualche giorno fa dall’incontrare una coppia di conoscenti, che hanno un bambino piccolo. Questo bambino aveva ai piedi un paio di stivali UGG. Ho controllato or ora su Internet, e ho trovato un sito che vende stivali UGG a 160 euro in offerta.
    E io mi sono stupita, e ho detto: caspita! Calcolando che i bambini crescono in fretta, e che quel paio di stivali non potrà più essere utilizzato l’anno prossimo, ho fatto tanto d’occhi: ma perché spendere 160 euro per un paio di scarpe che puoi usare una sola stagione? E questa coppia non naviga nell’oro, bada: non hanno degli impieghi particolarmente remunerativi, quindi non penso che abbiano chissà quale stipendio in cassa.

    Di spese inutili ne faccio anch’io, di tanto in tanto: ma ho l’impressione che molte persone ne facciano abitualmente e le considerino quasi indispensabili; come se rinunciare a un paio di stivali UGG sia automaticamente simbolo di povertà e di discredito sociale. E guardandomi attorno mi sembra di vedere tanta gente che ha sempre vissuto oltre i suoi standard, e che adesso non può più permettersi le spese inutili che però ormai sono diventate un’abitudine necessaria, e così va in crisi…

  6. Nemmeno io, che pure non sto affatto male secondo il mio metro di giudizio, mi ritrovo in quella descrizione. E non è che l’uscita per la pizza o al cinema sia un lusso, eh: in qualunque momento potevo decidere di prender su e andare – ora posso un po’ meno, ma non è che debba elemosinare per pagarmi una sera fuori. Semplicemente, il ristorante una volta alla settimana non fa parte del mio orizzonte nè del mio standard di famiglia media.
    E, per l’appunto, credo anch’io che molti (siam sempre lì: non tutti, certo, ma molti) vivano – spesso senza comprenderlo! – oltre le proprie possibilità.
    Tu hai scritto: […] come se rinunciare a un paio di stivali UGG sia automaticamente simbolo di povertà e di discredito sociale. Ebbene, ti dò una notizia: è così. In genere, non comprare (e non dico non potersi permettere) vestiti di marca definisce una condizione di povertà (in sociologia la chiamerebbero povertà relativa, ma insomma).
    Ovvio: tutto dipende, anche, dal gruppo sociale e dall’ambiente nel quale ti muovi, sei inserito, ti presenti col tale o talaltro vestito.
    Il fatto che io stia sfruttando i maglioni di mia madre, integri e decenti ma piuttosto vecchiotti e non giovanili, per evitare di spendere inutilmente (ora come ora, avendoli a disposizione trovo inutile ammucchiare camicine e magliettine che anche a indossarle insieme non scaldano mai abbastanza); viene recepito in modo diverso in università piuttosto che dai miei parenti, dai vecchi amici di famiglia che non ci vedono da un po’ piuttosto che dai miei amici, che sanno cosa mi piace mettere e quanto poco mi interessi l’ultima moda.

  7. Ho letto. Mi piace che tu non sia crucciata per quello stato che la sociologia – dici – definisce di povertà relativa.
    Siamo in tanti a condividerlo. Forse per ragioni e moptivi differenti.
    A me accade perché col passare degli anni sono divenuto sempre più intransigente e negato per compromessi, ed ho dato sempre importanza all’intelletto piuttosto che al guadagno.
    Mi raccomando, metti da parte la carta stagnola di tutti i colori, dopo averla stirata accuratamente e la sera che precede il prossimo 13 dicembre sai cosa dovrai fare!

  8. Fior, grazie mille!
    Stavo giusto pensando di mettere insieme un post con i miei consigli, spicci, per risparmiare qui e là; andando a pescare anche dai siti specializzati.
    Mi leggo con calma la categoria “barattolo dei risparmi”, dunque. Mi diverte ingegnarmi in questo modo, semplice e costruttivo. E’ uno stimolo ad innovarsi e rinnovarsi 🙂

  9. Ci mancherebbe: non ho mai desiderato essere “alla pari”, ma solo soddisfare il mio immaginario.
    E vuoi mettere il calore e l’affetto che ti avvolgono quando ti insacchi in un vecchio maglione di mamma?
    Comincio subito a collezionare stagnola! Nel corso dell’anno chissà quali altre idee mi verranno per utilizzarla… buona serata ^__^

  10. È un blog che leggo e rileggo . . . anche se non ho ancora messo in pratica i consigli per guadagnare soldi con i concorsi sul web (forse è l’età) . . . ma ci sono i consigli dell’america tradotti e per una come me che non mastica l’inglese, è un risparmio di tempo trovarli già tradotti! 🙂

    Anch’io è da un po’ che penso di usare un po’ di post linkandoli, per scriverne uno io! 🙂

    Ciao, Fior

  11. Mi sembra di aver capito che tuo padre non svolgeva un lavoro dipendente e quindi tua madre non potrà godere della pensione di reversibilità.
    Nella nostra vita c’è sempre qualcosa di superfluo, di inutile da eliminare,
    Non sacrificare la cultura.

  12. Per la verità era appunto lavoratore dipendente, ed ho già fatto richiesta per la reversibilità per mia madre. Cosa ti ha fatto pensare il contrario?

    Per la cultura, intesa in senso alto, nessun pericolo.
    Dovrei autoeliminarmi per farne a meno.

  13. Denise, forse pensavo ad una reversibilità più corposa tale da annullare gli effetti della mancata retribuzione di tuo padre.

  14. Ma nemmeno io ho ancora un’idea di quanto sarà l’ammontare.
    E’ anche possibile che, se non tutta, vada comunque a coprire una buona parte di quella che sarebbe stata la cifra spettante come pensione a mio padre: vedremo. Non voglio fare troppo l’ottimista, ma penso almeno che non avremo problemi ad affrontare le spese essenziali, ecco.
    Con meno spensieratezza di prima, ma senza ansia.

  15. Ciao.

    Ho letto il racconto di Irene e mi ha molto colpito la parte finale:

    “Allora [sulle cose importanti e che contano] non si può risparmiare, perché anche se lo sai che non potrai mai avere la cosa migliore, o quella che davvero davvero vorresti, comunque dev’essere qualcosa di bello, altrimenti anche quando fai la cosa che per te è importante se la fai con degli oggetti brutti, lisi e scricchiolanti, ti ricorderai ogni volta la fatica che fai nella vita e che tante altre persone invece non fanno e potresti intristirti al punto da perdere l’amore anche per la tua cosa importante, e allora, se perdi anche quello, potresti non avere più voglia di niente e non riuscirebbero più a convincerti.”

    Sono d’accordo che le cose che per noi contano devono (dovrebbero) essere belle, nel senso che ci facciano provare piacere anche fisico, nel vederle e nel toccarle. Ma seppure le cose che per noi contano davvero sono “oggetti brutti, lisi e scricchiolanti”, perché questo dovrebbe essere sufficiente per ricordarci la fatica che facciamo nella vita e per ricordarci pure che ci sono persone che fatica, invece, non ne fanno?

    La fatica che ci spetta e che ci tocca diventa un peso solo nella misura in cui la consideriamo un peso: solo quante volte guardiamo la vita con sguardo risentito, come se quella fatica fosse ingiusta. Tanto peggiore e più insopportabile diventa, quella fatica, se ci incaponiamo in confronti improponibili – che ne sappiamo, noi, della fatica altrui? A che serve ricordarci che al mondi ci sono ingiustizia – sempre che la “mancanza di fatica” altrui sia ingiusta e sia effettivamente “mancanza di fatica”.

    Io non voglio che nessuna cosa – bella o brutta che sia – mi intristisca, perché significherebbe attribuire alle cose un potere sulla mia coscienza e sulla mia volontà: questo significa diventare schiavi delle cose e far dipendere il nostro essere dal possesso di quelle cose.

    Il mio PC è vecchio, lento, scarico e sfiatato: eppure lo considero importante – per lo studio, per la conoscenza, per la comunicazione e per la discussione. Anch’io vorrei un PC ultima generazione, veloce e pronto: ma i 700 euro che servirebbero non li ho. Però scrivo lo stesso e non mi intristisco.

    Anch’io vorrei che i miei figli frequentassero una buona scuola di musica e una buona scuola di danza: mi devo accontentare delle scuole minori, perché i soldi per dare loro il meglio – in fatto di musica e di danza, intendo – non li ho. Ma i miei figli rimangono loro, anche se imparano la musica così così.

    Anch’io vorrei che il mio mantello – un oggetto che mi piace, che indosso con piacere e che mi fa sembrare più bello, al mio sguardo (e penso che occorra anche piacersi, un po’) – fosse un tabarro come quello che ho visto una volta: ma costerà almeno 500 euro, e quei 500 euro non li ho. Mi tengo il mio simil-tabarro, vecchio e liso: non per questo ho perso un briciolo dell’amore per le cose belle.

    Non vorrei avere capito male il senso del passo che ho riportato: ma gli oggetti, anche se “brutti, lisi e scricchiolanti”, mantengono la bellezza e il valore che hanno e che noi attribuiamo loro, e che va al di là della loro apparenza fisica.

    Questo PC brutto e scricchiolante mi ha appena permesso di trovare un libro che cercavo da anni e di scrivere a una persona con la quale dovevo comunicare in pochi minuti: ce l’ha fatta, per quanto vecchio sia: e lo ringrazio.

    Ciao, grazie.

    Massimo

  16. Solo Irene potrebbe confermartelo; ma non direi che faccia riferimento agli oggetti nuovi ed in buono stato come ai più desiderabili, quanto al nostro curarci o meno del loro stato, qualunque sia – e per esteso, al nostro infondere cura e sensibilità nel vivere.
    Mi pare che deprechi l’avere degli oggetti “brutti, lisi e scricchiolanti” che sono tali perché non diamo loro un valore ed un’importanza particolari, quelli che – anche secondo me – andrebbero attribuiti a ciò che chiama “cose importanti per noi” e “passioni”.
    Se vi avessi letto del disprezzo per gli oggetti vecchi / vissuti avrei storto il naso e non avrei riportato il brano; no. Poi, in generale, pur avendo certe fisime estetiche tendo anch’io a trarre piacere proprio dal trovare con le cose che mi appartengono, ed a cui appartengo, una sorta di compromesso – come si fa con le persone.

    Sul sapere della fatica altrui, anche qui: non credo che Irene pensasse di poter bellamente e banalmente valutare la situazione di chiunque, in rapporto alla sua.
    Non ci sono gare di fatica, a meno che non le si voglia scorgere o fare (c’è chi sguazza nell’autocommiserazione, e viceversa nell’intransigenza del dire “tu che ne sai?” di default, e non per amore del terzo chiamato in causa).
    Senza presumersi onniscienti, non ci è vietato osservare, considerare, valutare il nostro e l’altrui dolore-fatica-ecc. Non si tratta di dare un giudizio sull’altro e metterci il bollo definitivo, “tu soffri di più / di meno di me”, e magari compatirlo ipocritamente o invidiarlo per questo – è un’idea comune, ma sbagliata, che il valutare un dolore debba tradursi in un’operazione presuntuosa di pesatura di una vita.
    Esistono dati e vissuti oggettivi, solitamente non misurabili, che confrontare è salutare in molti modi. E questo non significa negare o dimenticare che alle domande “Come va?” e “Come stai?” esistono risposte indipendenti l’una dall’altra: si sa che le cose possano andarci male, e noi essere ugualmente felici – e viceversa. Per dirla molto terra terra.
    La fatica di cui parla Irene è senza dubbio legata al come si sta, non al come va; ed è ben difficile dissimularla. Più la si conosce, più la si intuisce, annusa, coglie se altri la vivono. Non è poi nulla di eccezionale.

  17. Sì, non avevo pensato che alle domande “Come va?” e “Come stai?” esistono risposte indipendenti l’una dall’altra: e che se una la si potrebbe definire come la rappresentazione “scenica” di un tratto di vita, l’altra è effettivamente come la ricapitolazione verbale di quel medesimo tratto di vita, considerato dal punto di vista del presente contingente – anche se proiettato nel futuro immediato.

    Vero è che, comunque, non c’è nulla di eccezionale: dissimularla è difficile, a volte impossibile, ma come dici tu la si può cogliere bene, se e come (e dove, soprattutto) gli altri la vivono.

    E’ solo che quel passo del brano mi ha fatto pensare a una sorta di lamento fuori luogo: ma, davvero, lungi da me qualsiasi giudizio di merito. E’ solo stata una sensazione sgradevole, come un stridor di unghie sulla lavagna: l’arricciarsi della pelle è irriflesso e automatico.

    Massimo

  18. Questo della differenza, o meglio della distinzione tra come vanno le cose da un punto di vista pratico-concreto e come ci si sente (nella propria pelle, nella propria vita) è un po’ un mio mantra.
    Da adolescente ribadire che una differenza c’era rappresentava un modo per preservarmi la possibilità di stare male, come spesso stavo, anche se gli altri non potevano comprenderne le ragioni – in apparenza assenti. Ora, naturalmente, non ho più questo bisogno di difesa di certi spazi mentali, però su questo gioco di addendi si costruisce lo stesso un’esistenza, e badarci è spontaneo.
    Specie se quello scarto l’hai sperimentato con chiarezza.

    A me quel passo che hai citato sa non di lamento, ma di vago pessimismo.
    Nemmeno questa credo fosse l’intenzione dell’autrice, ed anzi mi sa che incide la tensione del dovermi occupare di varie nuove faccende, non tutte sotto il mio diretto controllo. Comunque.

  19. No, non voglio fare riferimento alle intenzioni dell’Autrice, non mi pare corretto, anche perché spesso è facile passare dal processo alle intenzione alle intenzioni del processo – un processo che riguarda tutti noi, in certi momenti, e mi pare che il racconto dell’Autrice si riferisse proprio a quei momenti di delicata stanchezza, forse anche opacizzata dalla scabrosità del reale.

    Il tuo mantra è sicuramente interessante anche perché, riflettendoci meglio, mi pare che la distinzione tra andamento pratico-concreto delle cose e tra l’interiorizzazione – e la estrinsecazione successiva – di quell’andamento consente anche di costruire prima e operare poi quella necessaria distanza dalle cose che espone al rischio, inevitabile direi, di guardare il faccia la realtà per quello che è e non per quello che noi vorremmo fosse e ci piacerebbe fosse – e quanti errori si commettono in nome della falsa rappresentazione del reale, camuffamento dietro il quale si nasconde spesso l’equivoca distanza tra noi e l’altro-da-noi, che dovrebbe essere il nostro prossimo.

    Niente di meglio, in questi casi, di quella che tu chiami “difesa di certi spazi mentali” (tipica sì dell’adolescenza, ma che si trascina a volte anche nella vita adulta, spesso confondendosi con lo schermo inevitabile del lavoro e della “persona”). Io non lo so, forse perché non ci ho mai seriamente riflettuto, se davvero su questo “gioco di addendi” si costruisca ugualmente un’esistenza (e allora sì, converrei con te, che il badarci sarebbe spontaneo) anche al di fuori di quel gioco a somma zero che è, appunto, l’eterno dibattere tra noi e il mondo, il sentirsi in colpa e attribuire ad altri la colpa, difendere i nostri “oggetti preziosi” e, contemporaneamente, lasciare che sia la Provvidenza (immagino tu la chiami così) a fare di noi – e dei nostri oggetti così preziosi – quello che vuole, quello che serve, quello che sarà, al di là della nostra sete di onnipotenza.

    Non mi pare di esserne vittima, però: quel poco di consapevolezza che ho mi dice – e mi si perdonerà la superbia – che qualche passo nella direzione opposta l’ho fatto. Certo, il cammino è lungo e preservarsi dalla possibilità di stare male è un ingrediente necessario, in questo tipo di cammino – che è poi quello della vita, niente di più, niente di meno.

    Lo si ricorda bene, come e quanto e dove spesso si stava male, in quell’adolescenza così gravida di potenziali frutti e così facile all’attecchimento del male: è inevitabile e anche giusto che sia così – non la regala nessuno, la consapevolezza. E anche se gli altri non potevano comprendere il motivo di quel malessere – assente, avrebbe dovuto essere, secondo logica e buon senso comune – non per questo esso era meno feroce e meno assillante. Ma, diceva il poeta, per tutto c’è un tempo: e dalle “allitterazioni” dell’adolescenza si passa alla prosa sicura della giovinezza e della maturità: come potremmo temere, allora?

    E’ vero, comunque: ribadire che una differenza c’era e c’è è salvare il possibile e a volte anche l’impossibile. Ed è vero anche che la nostra inesausta tensione del volersi (più che di doversi) occupare di tante nuove questioni, non tutte e non sempre subordinate al nostro, diretto o indiretto che sia, controllo, non fa che aumentare le nostre possibilità di sconfitta. Ma anche, quasi per una involontaria eterogenesi dei fini, le possibilità di trovare nuove strade di salvezza, all’interno di un percorso che pare unico e invincibile.

    Ciao, scusa la lunghezza, ma ci sono stimoli che faccio fatica a frenare, come alcune cose che hai scritto.

    Buona serata.

    Massimo

  20. Beh, fare riferimento alle intenzioni (vere o presunte, desunte correttamente o meno) dell’autrice – lasciamole la minuscola, per carità – è necessario, se vogliamo capire quel brano e non semplicemente metterci dentro la nostra impressione.
    Per altro volevo già, a questo punto, farle presente che sulle sue parole si discute (non me l’attendevo, perciò non ho lasciato alcuna nota al suo post).

    Ammetto che non ho capito il tuo secondo paragrafo, a tratti mi dice una cosa ed a tratti l’opposto. Mi chiariresti?

    La consapevolezza è una delle caratteristiche più preziose che ho.
    Da coltivare, certo, anche quello è il bello.
    Ma bisogna innanzitutto aver la fortuna d’aver ricevuto un buon seme.

    come potremmo temere, allora?
    Ecco, io non temo. Non costitutivamente, potremmo dire.
    E questo per essermi convertita, non solo per mia natura.
    Lo stare bene, l’aver ben-essere (a prescindere da come vanno le cose, le faccende concrete) non è uno stato emotivo (nemmeno duraturo) ma una condizione globale – lo stato emotivo positivo, il suo lato più evidente, ne è giusto una conseguenza.
    Nè lo si genera agendo – come fanno psicologia in senso lato e buddhismo – sulla mente in via diretta, modificando la percezione della realtà (e finendo per confonderla con la realtà stessa). Lo si genera agendo sull’anima, livello differente e più profondo, ed interagendo con la realtà ultima – realtà non relativa – che l’anima sperimenta.

  21. Va beh. Di come ho presentato la differenza tra approccio psicologico, molto in genere, e buddhismo, rispetto alla tradizione cristiana non sono soddisfatta. Spero che l’idea di fondo sia chiara, diversamente ci tornerò su.

  22. molto bello… e vero: quando si ha la (benedetta) necessità di scegliere, non ci può interessare ciò che è scadente, banale, insignificante… 🙂

  23. Potendo scegliere, è bene scegliere per il meglio.
    Concetto limpido.

    In questi giorni torno appunto sulla questione dell’essere dentro e fuori la Chiesa, da questo punto di osservazione, l’unico che poi trovo determinante e non solo un “bonus”.
    La Chiesa è o non è voluta da Cristo?
    Perché se lo è, il resto è secondario.
    Eppure se non lo è, e dunque non è centrale nella fede; troppe banalità, insignificanze, e soprattutto posizioni scadenti si accalcano alla porta. E come si fa a vivere bene, a saper scegliere quella qualità?

    (Sono giorni di pensieri messi insieme con la colla Stick, che notoriamente incolla poco e secca presto. Aiuto).
    Buona giornata 🙂

  24. a parte i riferimenti a passi evangelici – e i gesti stessi di Gesù – come potrebbe un Dio che è unità di Persone, comunione d’amore, non generare altra comunione, non tendere ad allargare a dismisura questa “famiglia”? Non mettere nella famiglia umana il seme di una comunità che viva della Sua vita affinchè tutti la conoscano e la ricevano? (questa è la Chiesa di cui parlano grandi teologi e lo stesso Concilio Vaticano II)
    Chi teorizza il fatto che Gesù non ha voluto/fondato una Chiesa (su basi assai discutibili), non ne potrebbe neppure parlare se Essa non ci fosse stata. Anche per questo, mi sembra che il vero problema non sia “Chiesa sì o Chiesa no” ma “Chiesa come”. E’ questo che non va mai dato per scontato… 🙂

  25. Ernie, sai bene che siamo d’accordo su quanto scrivi.
    Ma se io sto parlando di Chiesa Cattolica, così come si configura storicamente – e non di chiesa in senso lato -; allora è proprio questione di Chiesa sì / Chiesa no. Eh.

  26. Nel secondo paragrafo volevo dire – e probabilmente la mia prosa involuta non aiuta la comprensione – che comprendere la profonda diversità esistente tra il “Come va?” e il “Come stai?” consente di frapporre tra noi e “le cose” una certa distanza: quella distanza che, sola, permette una visione più staccata e “oggettiva” della realtà (la vicinanza tende a offuscare lo sguardo e a confondere i contorni: la distanza rarefà il rischio dell’errore). Insomma, si vede meglio la realtà e non la sua falsa rappresentazione che l’eccessiva vicinanza induce: e questo è un rischio – un rischio in senso buono, intendo, perché rischia di toglierci le illusioni sulla realtà e questo non può che essere un bene.

    Quello che sollevi sulle intenzioni (vere o presunte, desunte correttamente o meno) dell’autrice – secondo te cosa necessaria, se vogliamo capire quel brano e non semplicemente metterci dentro la nostra impressione – mi lascia perplesso. Un autore scrive, e abbandona quel suo scritto all’umanità: se per essere sicuri di aver compreso bene dovessimo ricercare la vera intenzione dell’autore, quello scritto non sarebbe autonomo, ma dovrebbe essere accompagnato da una sorta di commento interlineare o da una sorta di interpretazione autentica. O da un indirizzo di posta elettronica cui fare riferimento per avere la certezza che una certa struttura di parole abbia questo o quel significato. E’ questo il rischio della scrittura – ma anche la sua intima e ineguagliabile bellezza: far sì che le parole significhino di per sé, e non per quello che dovrebbero significare sulla base delle intenzioni – addirittura presunte e scorrettamente desunte, addirittura! – del loro autore.

    “Tant’era pien di sonno a quel punto / che la verace via abbandonai”: questi versi significano, al di là delle intenzioni del poeta.

    Circa il ben-essere, è vero: non c’entra nulla con le emozioni, ma con la loro base ultima, che è sicuramente al di là delle relazioni sinaptiche nelle quali le emozioni alla fine risiedono. E sono convinto pure che la sua generazione non dipenda da una sorta di retroazione sulla mente: ma non si può però, io credo, nemmeno dire che la psicologia – il buddismo, invece, in un certo senso sì – agisca sulla mente in via diretta, modificando la percezione della realtà (e finendo per confonderla con la realtà stessa). E’ vero, almeno secondo la mia esperienza diretta e la mia conoscenza intellettuale, che l’analisi psicologica agisce sulla psiche – che è poi un altro nome dell’anima – che è sì, come dici, un livello differente e più profondo. Che poi da lì si arrivi a interagire con la realtà ultima – realtà non relativa – che l’anima/psiche sperimenta, credo si tratti di un’esperienza soggettiva – come lo è la fede, non per niente dono.

    Insomma, non credo che il percorso sia unico e immutabile: la realtà ultima – proprio in quanto ultima – ha modi di sperimentarsi e di farsi sperimentare che vanno al di là delle nostre “presunzioni”. Non voglio fare il relativista a tutti i costi, sia ben chiaro: ma nemmeno mi piacciono i percorsi troppo illuminati che portano alla realtà ultima.

    Massimo

  27. Non capisco… Parlavi di Chiesa voluta o meno da Cristo, ossia di un argomento che intreccia storia e fede. L’unico “no” che vedo plausibile (e legittimo) è: “non io”. A prescindere da Chi l’ha voluta… E’ questo che intendi?

  28. @ Massimo:

    Grazie, ora ho capito.

    A proposito del senso del brano, brevemente: è certo che vi sia una effettiva distinzione tra intenzione autoriale e autonomia di significati di un’opera, più o meno corposa.
    Vale sicuramente in letteratura; e forse oltre.
    Senza voler privare di ali un testo, però, trovo imprescindibile – prima di permettere qualunque altra interpretazione e sovrascrittura – individuare un senso originario, il nucleo dal quale scostarsi vorrebbe dire non recepire in modo personale la parola, ma cambiarla.
    Nessuno vuole costringere le parole in una scatola! Ma non si può nemmeno pensare che, siccome sono state “liberate”, rese pubbliche, e via discorrendo; diventino perciostesso un fluido privo di forma propria.
    Nel caso presente mi pare che discutere della natura della letteratura sia decisamente eccessivo: stiamo argomentando su un testo molto semplice, d’opinione (per quanto curato, non fa che esporre un’opinione ed un proposito). Che può suscitare impressioni diverse, come infatti è avvenuto, ma che ha in ogni caso un unico e preciso senso, quello pensato da chi l’ha scritto. E visto che era sorta una divergenza su quale fosse il senso e lo scopo di alcune frasi, è più che normale ammettere che solo chi le ha ideate può dire quale sia quello esatto.
    Se le nostre parole non ci appartenessero, tutta quanta la letteratura (e prima ancora la comunicazione) sarebbero non un gioco complesso eppure leale, ma spazzatura.

    Circa quanto detto sulla psicologia: ho espresso un pensiero molto lato, con cui non voglio mescolarla e confonderla con il buddhismo ma solo rilevare che l’approccio di entrambi tende ad “agire sulla mente per agire sulla realtà”, mentre da un punto di vista cristiano (non solo, ma mi interessa quello) è la realtà ad agire sulla mente, sull’esistente, sulle proprie manifestazioni fenomeniche; senza però cambiare la propria natura e sostanza.
    Probabilmente siamo in disaccordo su questo; ma va detto che:
    a) psiche ed anima sono due cose diverse e distinte, al di là della confusione etimologica;
    b) il mio riconoscere che esiste una realtà ultima ed univoca non implica, nè io ho lasciato intendere, che esista un percorso altrettanto univoco per arrivarvi – ed è un arrivo mai definitivo, per l’essere umano che condivide con noi una vita terrena e limitata.
    Immagino che qui tu alludessi, correggimi se sbaglio, al fatto che la Chiesa si propone come unica via di adesione piena alla verità.
    Mi vengono in mente molte cose.
    Ma un punto è certo: se non si parte dal credere che una verità-realtà ultima esista, inevitabilmente ogni assunto che tenga l’idea di verità come sottotesto, e che alla verità tenda come ambizione massima; non potrà che apparire come un qualcosa di fastidiosamente “troppo illuminato”.

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