Imitazioni di Cristo / 1

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di Mario Palmaro
05-01-2012
Fonte: La bussola quotidiana, qui.
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Jenni è una ragazza americana morta di tumore a 17 anni. Jennifer Michelle Lake poteva curarsi ma non l’ha fatto perché aveva paura di provocare, anche se involontariamente, la morte del figlio che portava in sé. Niente radioterapia, niente chemio, per proteggere il piccolo Chad. Che infatti è nato sano come un pesce, ed è rimasto con la sua giovane mamma per 12 giorni. Poi Jenny è morta.
Una storia straziante e magnifica, che sta commuovendo un numero incalcolabile di persone, perché  gli ultimi mesi di vita della ragazza sono stati registrati dalla famiglia che ha creato su YouTube un canale dedicato, Jenni’s Journey, e prima una omonima pagina Facebook per cercare di sovvenire alle sue necessità.
In un mondo che legittima l’aborto legale, gratuito e sicuro come un diritto irrinunciabile della donna; in un mondo che esalta la “scelta” della donna come buona in sé, a prescindere da quale sia; in un mondo in cui abortire o far nascere è ingannevolmente presentato come una scelta, occultando che sulla vita innocente nessuna scelta è possibile; in un mondo simile, l’esempio di Jenni sta toccando molti cuori. Una contraddizione che fa perfino rabbia, perché dimostra la deriva emotivista che opprime la civiltà in cui viviamo. La stessa persona è capace di tenere insieme ciò che non si potrebbe; e quindi, con la mente si votano leggi di morte e si condividono opinioni e mass media ferocemente abortisti; e con il cuore ci si commuove davanti al sacrificio estremo di una giovane mamma. Incredibile.
«Ho fatto quello che dovevo fare», ha sempre detto Jenni. C’è un abisso che divide questa vicenda dal mondo in cui è capitata; un mondo nel quale si calcola che ogni anno vengano abortiti volontariamente 40 milioni di innocenti. Un abisso infernale, se si pensa che la quasi totalità di questi delitti vengono consumati per motivazioni decisamente meno gravi rispetto al dilemma tragico che Jenni si è trovato davanti: per lei si trattava di scegliere fra la sua vita e quella del figlio. Di norma, oggigiorno si ricorre all’aborto per molto meno: per un figlio imprevisto, perché in casa manca una stanza in più, per non intralciare le scelte di vita e di carriera, perché si è troppo giovani, perché non è il momento, perché mancano soldi.
La condotta di Jenni surclassa l’atteggiamento mediamente diffuso tra i suoi coetanei o fra le donne che potrebbero esserle, per età, madri. Jenni ha testimoniato che, se aspetti un figlio, è normale che vuoi dargli tutta te stessa, vita compresa. Non sarà inutile notare che nel caso specifico Jenni avrebbe potuto invocare, sotto il profilo morale, il principio del duplice effetto; principio in base al quale si può tollerare un male temuto, a patto di non volerlo, di non avere alternative, di non usare questo male come mezzo per raggiungere il fine buono. Poteva provare a curarsi, accettando il rischio della morte del figlio: non si sarebbe trattato di un aborto volontario diretto. Ma Jenni ha voluto che la sua condotta fosse pienamente aderente a quello che Gesù insegna: non c’è amore più grande che dare la propria vita per i propri amici.
Del resto, la vera cultura pro-life è questa
: da un lato, riconosce la sacralità di ogni essere umano innocente; dall’altro, sa che la vita è sacrificabile in un unico caso. E cioè, quando per amore e liberamente qualcuno offre sé stesso per la salvezza di chi ama. È questa, a pensarci bene, la più perfetta imitazione di Cristo.
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38 thoughts on “Imitazioni di Cristo / 1

  1. ha fatto la scelta giusta, perchè mi pare naturale scegliere ciò che è naturale, una vita che sboccia, anziche l’accanimento di una terapia pesante e dagli esiti incerti

    io personalmente sono contrario all’aborto, perchè atto non naturale, ma, per lo stesso motivo, trovo del tutto innaturale impedire ad una persona di morire con dignità, senza accanimenti artificiali, senza sondini e torture imposte dalla legge

    la vita e la morte, entrambe vanno rispettate perchè costitutive della natura umana

    sono d’accordo per il rispetto della dignità della vita, sia al concepimento che al suo termine

    purtroppo però la scienza ha invaso i due ambiti: le tecnologie possono entrare molto nel meccanismo del concepimento, così come impedire il corso naturale della morte e, a mio modestissimo avviso, la risposta deve essere profondamente rispettosa in entrambi i casi

    certo, purtroppo questi argomenti, così delicati, diventano pretesto per strumentalizzazione politica, e questo fa si che non se ne parli e scriva con animo limpido e rispettoso delle idee altrui

  2. Io rispetto (e ammiro) la scelta di chi decide di sacrificare la propria vita per un figlio come di chi, se per ragioni che ritengo comprensibili, decide di non volerlo.
    Mi sono sempre chiesto come si possa, ad esempio, negare il diritto di aborto a una donna il cui futuro figlio è frutto di uno stupro.
    La vita per me non è sacra, in quanto tale, nè intoccabile, se non è il risultato di un gesto d’amore condiviso.
    Che poi oggi giorno gli aborti facili e frutto di immaturità di donne e uomini siano troppi, sono d’accordo anche io.

  3. Stando alle informazioni che ci dà quest’articolo non possiamo dire che la chemio proposta a Jennifer sia considerabile come un accanimento. Direi anzi che pare vero il contrario.
    La sua scelta si è basata infatti su un altro tipo di criterio, a prescindere dalla sua personale probabilità di guarigione.

    L’interruzione volontaria di gravidanza è senz’altro, a differenza dell’aborto spontaneo, sempre un atto innaturale.
    Non lo trovo però sempre sbagliato – sempre tremendo sì: è un’omicidio in qualunque circostanza venga attuato. Certamente, la mia apertura alla possibilità di esercitarlo è ben distante dal permessivismo imperante: come Claudio insegna, la 194 è una buona legge che contempla l’IVG per casi di grave minaccia alla salute della donna; buona legge malissimo applicata (o meglio: per niente applicata).

    Siamo d’accordo sul fatto che (un uso improprio ed arrogante del)la scienza abbia invaso il campo tanto della nascita quanto della morte.
    Che non si confonda però il sostegno alla vita – anche cronicamente deficitaria o in fase terminale – con l’accanimento: il solo fatto di sopravvivere per mezzo di macchine non determina l’accanimento terapeutico.
    Questo vale per Eluana, anche, certamente.
    Ed in questo come in altri casi, la confusione su aspetti tecnici così come la pretesa di arrogarsi diritti (testamento biologico con intenti pro eutanasia) che la legge non concede discendono proprio da un primo peccato: la mancanza di rispetto per un’autorità che non sia il singolo individuo immerso nelle sue personali – ma limitate – conoscenze, convinzioni ed aspirazioni.

  4. Il punto non è neppure l’evento dello stupro in sè, ma l’effetto che questo ha sulla donna – certamente traumatico, non necessariamente tale da impedirle una gravidanza ed una successiva vita condivisa col figlio serene.
    Ma perdona la precisazione: il senso della tua perplessità è chiaro.
    Ritengo che lo stupro, a fianco forse soltanto di uno stato di disagio psichico o di immaturità intellettiva, possa essere un esempio concreto di quei casi in cui – potenzialmente, non a priori – portare a termine la gravidanza andrebbe a ledere la salute della donna.
    Ciononostante ritengo la vita sacra, ma soprattutto – a prescindere dalla sua sacralità – penso che non sia il suo sgorgare da un amore condiviso e consapevole a renderla tale. Senza per questo voler intendere che le condizioni nelle quali nasce non hanno valore, s’intende. La vita è per me sacra comunque: ma, senza considerare prioritaria quella della madre su quella del nascituro, è pur sempre vita anche la sua – e anch’essa merita tutela. Talvolta invece, per riaffermare il diritto alla nascita di un feto (cioè di una vita!) si finisce più o meno involontariamente per calpestare la madre.
    D’altronde, anche se l’adozione è un’opzione legittima, sensata, meravigliosa per le porte che apre; rimane anche una scelta non facile e non indolore. E’ giusto proporla ed insistervi qualora non venga neppure citata in una discussione sul tema, ma non è giusto venderla come una soluzione ovvia e sempre valida.

  5. Questa storia mi ha molto commosso e, nonostante il dolore, anche mi ha dato speranza. grazie!
    E.

  6. E’ chiaro che lo stupro in sè non lede la possibilità di poter avere ugualmente un figlio e di crescerlo.
    Ma per me la volontà dell’individuo è sopra di tutto, forse perchè, si sarà capito, non riesco a pensare ad un’entità superiore che detti alcuna legge o verità rivelata.
    Se una potenziale madre decide di non essere pronta ad avere un bambino, anche per motivi apparentemente meno gravi del caso estremo citato dello stupro, io non posso che rispettare la sua volontà, nè riuscirei mai a giudicarla pur preferendo che una vita inizi piuttosto che finisca ancor prima.
    Per me la vita umana è innanzi tutto dignità e possibilità di esistere in condizioni di normalità. Un bambino predestinato ad un orfanotrofio o ad una situazione familiare insostenibile è meglio che non nasca affatto.
    La vita ad ogni costo per me non ha senso. Se non è per un atto di volontà, condivisa, resta più che altro una questione biologica.

  7. No, non mi era evidente che tu non fossi credente.
    E d’altra parte non posso non rilevare che la categoria del sacro è innanzitutto antropologica, non puramente teologica: è un elemento che dai tempi dei tempi sta a salvaguardia dell’uomo, non a suo detrimento.
    Vivendo in società accettiamo di considerare sacro qualcosa, e questo non ha a che fare con la fede ma con la convivenza e la solidarietà intraspecica – laddove la civiltà sia particolarmente evoluta, poi, emergono istanze di ordine superiore quali le concezioni filosofiche, teologiche, sociologiche e via dicendo.
    Nel nostro caso, di vita si parla naturalmente molto ma – per ora, in Italia – è di fatto considerata sacra.
    Così come la libertà individuale subisce notevoli (e giustificate) restrizioni in altri ambiti, anche in questo accade che l’omicidio (ed il suicidio, teoricamente e solo teoricamente considerabile come la massima espressione di libera scelta individuale) sia disapprovato.
    Per essere semplici e chiari: la scelta di portare avanti o meno una gravidanza, quali che siano le condizioni che l’hanno determinata, non è MAI una questione che riguarda soltanto la donna (ed il nascituro, se nascerà).
    Non per una legge imposta dall’alto (tra parentesi: Dio non impone nulla, nè è lecito agire la legge divina come un randello) nè per fissazioni mentali di qualcuno a discapito di altri: regolamentare le interruzioni di gravidanze, così come la terminalità, così come ogni scelta che abbia per oggetto la vita umana; è normale e necessario per ogni società che voglia non schiavizzare i suoi membri, ma continuare ad esistere, ed esistere ordinatamente, con un senso ed un orizzonte non portati dal caos.
    Lo so, sto facendo sociologia elementare e pure dilungandomi.
    Ma, lo ribadisco: non si va da nessuna parte se non si riconosce prima di tutto che alla persona non è lecito disporre di sè in maniera totale, integrale, sulla base dei propri desideri e di null’altro. Esatto, l’ho detto. Questa è la realtà, niente di più.

    Sottolineo anche che parlare di scelta per una potenziale madre – usciamo dai casi particolari, entriamo nella realtà di tutti i giorni che vede molte più situazioni non a rischio in cui ugualmente si pratica l’IVG di quante siano quelle legittimate dalla 194 – dovrebbe significare a monte parlare delle scelte fatte dalla donna in precedenza.
    Affermare che chi ha fatto un errore, si è comportato in modo avventato, o si è lasciato ingannare da un altro può solo stare zitto e tenersi la conseguenza è spregevole. Ma molto spesso non c’è errore, non c’è ingenuità o inconsapevolezza, solo disinteresse egoistico.
    E’ ciò che accade quando si apre una porta come questa, ma non si monta di guardia. O forse, chissà, l’intento era proprio questo: non arrivare a tutelare la felicità delle donne ma permettere loro di esprimere illimitatamente la propria volontà.
    Illimitatamente è un male.
    E se gli orfanotrofi lager non esistono più; una situazione familiare insostenibile, normale e dignitosa è invece meno impossibile di quanto si pensi. A meno che non si confonda il “dignitoso” con il perfetto, il comodo, di successo, vendibile in televisione. E non sto dicendo che tu confonda, sia chiaro: ma è quello che vedo succedere.
    La dignità di una vita la si costruisce. Ma perché sia possibile, dev’esserci vita.

  8. Ringraziamo Jenni e Chad 😉

    La bellezza di questa storia sta nel suo essere non contro l’aborto, ma per la vita. E si percepisce distintamente anche attraverso un articolo di giornale.
    Mi ha fatto fermare il mouse perché non parla di aborto e immoralità dell’aborto (quello è… un corollario) ma si esprime piuttosto in ondate di tenerezza.

  9. il tema dell’eutanasia è complesso, perchè la tecnologia porterà sempre più ad un dilatarsi della quasi-morte

    quando sono nato io, nel 1956, gran parte delle persone tenute oggi in coma faqrmacologico sarebbero morte in poche ore, e quando verrà il tempo della morte per chi oggi ha vent’anni, magari nel 2080 o giù di lì, la tecnologia avrà praticamente bloccato la morte sine die, per cui tutti saranno per gli utlimi giorni attaccati a qualche macchina e qualcuno dovrà decidere se spegnerla o tenerla accesa per un tempo innaturale

    la morte naturale, è un privilegio del passato, per cui un’attrezzatura morale ed etica valida cento anni fa, sarà del tutto incapace di affrontare le scelte che il progresso (o regresso) tecnico impone

    l’importante è amare il prossimo e quindi rispettarne le opinioni, specie in quei frangenti dolorosi, perchè amare il prossimo è imitare gesù, giudicare e condannare, direi di no

  10. Comprendo il tuo punto di vista e apprezzo il modo in cui lo esponi.
    Resto fermo sulla mia opinione, e cioè che l’individuo, per me, resta libero di decidere per sè e la propria vita a condizione di non ledere gli altri.
    Il rapporto che lega una madre al suo potenziale figlio, per me, resta qualcosa di misteriosamente unico, indissolubile, e solo la madre può decidere se farlo nascere o meno.
    Io accetto le leggi che regolamentano simili questioni per solo spirito di accettazione democratica del paese in cui vivo, ma non condivido molte delle limitazioni che impone in questi ed altri casi.

  11. Non la tecnologia, ma la scelta dell’uomo e la cultura che – appunto – sceglie di coltivare e diffondere; Diego.

    l’importante è amare il prossimo e quindi rispettarne le opinioni, specie in quei frangenti dolorosi, perchè amare il prossimo è imitare gesù, giudicare e condannare, direi di no

    Apparentemente sembra tutto condivisibile.
    Ma amare e rispettare il prossimo significa non lasciarlo al suo destino, quale che sia; significa indicargli i suoi errori e salvarlo.
    Gesù non condanna, ma giudica eccome. E chiede anche a noi di farlo: non per il gusto di mettere all’angolo l’altro – questo è il punto – ma per il suo bene. Appunto, per amor dell’altro.
    Gesù si discosta dalla legge nuda e cruda, fredda e rigida, ma ne propone un’altra, quella del cuore. Cuore che non è emotività pura, che spesso guida proprio le “scelte individuali” considerate intoccabili; ma piuttosto devozione a 360°, curata, insistita, fatta crescere nella sofferenza.
    Imitare Gesù non è lasciar fare qualunque cosa per un presunto rispetto delle opinioni altrui, ma prendersi i maroni in mano e dire chiaro, quando ci si riesce, cosa è bene e cosa male. Cioè – attenzione – non cosa piace ai maestri del tempio, ma cosa fa del bene all’uomo, lo rende felice. E sia chiaro, di nuovo: attraverso la sofferenza.
    E pazienza se così scrivendo apparirò a qualcuno una fanatica che vorrebbe imporre il dolore a tutti. Al contrario, è il dolore che si impone all’uomo senza chiedere permesso: noi possiamo scegliere cosa farne, però.

  12. Capisco.
    E’ un gran vantaggio conoscere – grossomodo – le reciproce posizioni.
    E penso sia chiaro che anch’io rispetto, non per political correctness ma per averti “inquadrato” in questi pochi scambi come persona corretta, la tua.

    O forse, certo la rispetto: ma meglio sarebbe dire che la comprendo per averla in passato condivisa.
    Non mi ci dilungo ora, ma butto lì solo un pensiero.
    Ho sentito oggi a – mi pare – Pomeriggio sul due la lettura di un breve estratto dal romanzo (?) di Massimiliano Virga, nel quale parla del figlio Moreno (disabile). In parte del romanzo emerge, netta e senza fronzoli, la rabbia e l’insofferenza per il figlio.
    Mi sono interrogata molte volte su cosa avrei fatto se avessi dovuto, in un non troppo ipotetico futuro, fronteggiare una gravidanza di un figlio malato (evento probabile, considerata la malattia rara che “imperversa” in famiglia).
    Il più delle volte, in momenti, epoche, situazioni differenti la risposta salita dall’intimo è stata NO. Non concepirlo, non farlo nascere, non (inserire un verbo a piacere).
    Questo non per introdurre alcuna considerazione decisiva, spiazzante, eclatante. Solo per dire che non sono e non sono stata esente da dubbi, lacerazioni, rimuginazioni.

    Intanto, buona serata.

  13. Il dubbio nelle persone mi ha sempre messo a mio agio.
    Le certezze incrollabili mi spaventano sempre un po’.
    Buona giornata 🙂

  14. Il fatto è che molto spesso si scambia la fermezza per rigidità, e la convinzione profonda per la certezza incrollabile (e dogmatica, fanatica, ecc.).

    L’interrogarsi fine a se stesso, che non solo non cerca ma non accetta risposte; è folle (vuoto, vano, corrotto).

    Buona serata… ci rincorriamo 🙂
    (Comunque sì, oggi è stata una giornata decisamente migliore di ieri.
    Mi sono sorbita due ore di Statistica in cui s’è parlato di rilevazione degli incidenti stradali, e lascio immaginare quanto mi sia divertita ripensando a mio papà – morto schiacciato da un’auto – e neppure rientrante nelle statistiche in quanto il fatto non è avvenuto su strada.
    Poi quattro di Biochimica, sulla respirazione cellulare: manco a farlo apposta, proprio quel meccanismo che non funziona a dovere in molti membri della mia famiglia a causa di una certa sindrome.
    Però sono anche riuscita a contattare telefonicamente un’impiegata che mi ha dato un’informazione importante ed evitato un viaggio inutile: ed una delle cose che più amo è il lavoro ben fatto e la gente che si spende per rendere la vita più facile a sè ed agli utenti 🙂

  15. Non accettare risposte è di certo una predisposizione negativa.
    Porsi sempre domande, o comunque non fermarsi alle sole tesi maggiormente accettate, denota una certa apertura mentale.
    Naturalmente non emetto mai giudizi sulle profonde convinzioni religiose di nessuno, le rispetto e prendo atto che sono parte integrante dell’essere umano.
    Mi irrita semmai l’influenza che alcune teorie religiose hanno su certa parte della vita civile.
    Amo l’idea costituzionale di uno stato laico, nel pieno rispetto delle autonomie e indipendenze dei diversi ambiti.
    E’ in questo senso che le certezze incrollabili mi fanno paura; quando diventano metodo di scelta per chi leggifera e decide della vita della gente.
    Provengo da una formazione scientifica, naturalistica. L’osservazione del mondo e dei suoi processi mi ha mostrato come tutto è relativo. Così come le diversità sono un’enorme fonte di ricchezza ed accrescimento per l’uomo.
    Diversità e relativismo, troppo spesso cozzano con molti preconcetti religiosi (non posso non definirli così), di qualsiasi chiesa si parli.

    Biochimica e statistica….due delle materie più barbose che abbia mai studiato, nonostante ne riconosca l’enorme importanza.
    Buon studio e…viva chi svolge correttamente il proprio lavoro!

  16. Torna la dicotomia: diversità e pluralità infatti sono agli antipodi del relativismo; che non valorizza le differenze e le specificità ma le annulla in nome di un’autonomia e di un’autodeterminazione fallaci.
    Da naturalista riconoscerai che l’uomo non è affatto in grado di autoregolarsi in maniera autonoma, lineare, ottimamente efficace – così come non lo sono i mercati, a dispetto di certe anziane e mai abbastanza scornate teorie liberiste.
    Perciò imporre a tutti i membri di una società una legge che pure neghi loro ciò che alcuni individualmente sentono come un diritto, non lo trovo una forzatura ma un vantaggio. Anche perché, non dimentichiamolo, le dinamiche societarie sono complesse, ma la forma democratica non permette di additare lo stato come banale prevaricatore.

    Sull’idea di stato laico:
    https://semedisalute.wordpress.com/2011/11/06/laico-non-significa-ateo/

    Su dubbio e certezza:
    https://semedisalute.wordpress.com/2011/07/29/alcuni-cercano-il-dubbio-altri-linstabilita/

    https://semedisalute.wordpress.com/2011/11/18/elogio-del-dubbio/

  17. Relativismo io non lo intendo in senso economico o politico. Sia ben chiaro.
    E non sono un sostenitore dell’idea liberale della vita o della conduzione di un paese.
    Quando dico che nel mondo tutto è relativo lo intendo nel senso che ogni singolo individuo è potenziale portatore di una propria leggittima verità. E da qui scaturisce l’idea del valore intrinseco delle diversità. Del rispetto ed attenzione che bisogna averne.
    Se giudico in un modo un certo comportamento “x” non vuol dire che lo stesso comportamento possa essere ugualmente giudicato in un contesto differente.
    Così come due comportamenti differenti nello stesso contesto possono anche non essere giudicati allo stesso modo.
    Naturalmente, poi, ogni paese ha le proprie leggi e bisogna rispettarle. In base ad esse bisogna decidere come comportarsi per sè e gli altri.
    Ma le leggi non sono “Vangelo”, se mi passi il termine. Possono mutare come cambiano nel tempo i processi che regolano la vita stessa.
    Non dico che in base a questa asserzione ognuno possa fare come preferisce, ma credo sia bene tenerla presente.
    Mi guardo intorno e osservo una serie di pregiudizi di tanta, troppa gente, che giudica persone e scelte per il semplice fatto che non sono uguali alle proprie.
    Questo mi spaventa, l’incapacità di considerare con rispetto e umiltà l’altro da sè, in ogni contesto.

  18. Ci stavo pensando prima: quel che in me c’è di più duro ed intransigente sta nella mia indole e nelle reazioni assimilate e consolidate ad un certo vissuto, reazioni che sto molto lentamente modificando.
    La mia durezza ed incapacità di comprensione, di umiltà emerge quando mi abbandono per un verso o per per l’altro ad abitudini (primariamente intellettuali) che sono mie prima della fede e della conversione. Mentre queste ultime – costantemente rimesse alla prova, per tornare a dire una battuta sulla questione del dubbio, ed al contempo costantemente vincenti – sono proprio quelle forze che, di tanto in tanto, illuminano le mie carenze e mi permettono una migliore disposizione verso l’altro.

    Solo se ti va, ti chiedo di raccontarmi qualcosa di queste persone e questi pregiudizi.
    Non tanto sui contenuti dei pregiudizi, ma sulla situazione, il contesto, il clima che te li hanno fatti vivere come tali.
    Se fattibile.

    Ci sarebbero altre cose, ma forse mi riuscirà di formularle in altro momento.

    p.s.: pardon, dimenticavo.
    L’esempio del liberismo economico era appunto solo un esempio, un paragone.
    Non piace neanche a me il liberismo, sia economico sia sociale, esuberante.
    Infatti dell’America amo i paesaggi e poco altro…

  19. Per mia fortuna sono inscalfittibile ai pregiudizi altrui, da qualunque parte essi provengano. Ringrazio Dio (o chi per lui – per me sono dettagli da poco… perdona la bestialità!) per avermi mostrato nella natura una maestra di vita semplice e diretta, il cui primo insegnamento è stato quello di non perder tempo a cercare La Verità che molti rincorrono.
    Ma ci sono diversi miei amici che mi raccontano quotidianamente di problemi che vivono a causa del mondo che li circonda.
    Donne divorziate additate da finti cristiani che ritengono un’oltraggio il voler prendere l’eucarestia se non più sotto il sacramento del matrimonio; fraterni amici omosessuali che continuano a sentirsi definire un’alterazione della natura, da chi di natura non dovrebbe neppure nominarne la parola, perchè di fatto non sa nulla delle sue dinamiche (molta parte di molte chiese del mondo, ad esempio); concittadini che si spaventano al solo passaggio di persone di diverso colore, tenendoli a distanza come fossero appestati; amiche maltrattate da uomini che ancora oggi sono convinti della superiorità di ruoli del genere maschile; e la lista potrebbe continuare ancora per molto, purtoppo…
    Il tutto, quasi sempre, provocato anche da una spaventosa carenza di umiltà e capacità di ascolto delle singole situazioni.
    Insomma, letteralmente, farsi un’opinione, giudicare prima di acquisire gli elementi sufficienti per valutare le singole scelte altrui.

  20. Capiterà allora di discutere, se vorrai, di tutti o quasi questi temi.
    Alcuni già li ho toccati – ma, appunto, solo toccati, sfiorati, accennati.
    Tutti, quale più quale meno, mi interessano.

    Quanto alle posizioni prese dalle persone, beh: sono del parere che una posizione forte oltre che netta possa convinvere con l’umiltà dell’atteggiamento e la capacità di ascolto, la volontà – soprattutto – di ascolto.
    Questa però è una cosa che si può valutare solo di caso in caso, appunto discutendo.

  21. Aggiungerei una breve citazione: parte delle parole di Claudio, “collega” blogger e amico (nonché cattolico, fattore in questa contingenza non irrilevante), che accolgono i commentatori.

    […]
    Se pensi che quello che affermo è sbagliato in tutto o in parte, dimmelo pure sinceramente: se mi fai notare un errore che ho fatto, ti ringrazio. Attenzione però, perchè chiunque tu sia, se non sei d’accordo con me, proverò a convincerti. Anzi, a convertirti. Qui il “dialogo” non sono chiacchiere inutili per sentirci tutti buoni e politicamente corretti: qui il dialogo serve a cercare, trovare, amare la Verità.

    Sono attinenti, e le condivido al cento per cento.

  22. Quello che mi ferisce e irrita, non sono le posizioni forti, è legittimo di ciascuno averne delle proprie, ma i giudizi e le conseguenze di tali idee che quasi sempre ne scaturiscono.
    Emarginazione, chiacchiere maligne, battute gratuite, incapacità di aiuto verso certe persone…
    Troppo spesso, poi, certe idee sono legittimate da questo o quel testo sacro o, non di rado, dall’interpretazione che gli uomini ne fanno.
    Ben inteso, non critico i testi in quanto tali, ma l’utilizzo che se ne fa.

  23. A proposito di quanto scrive Claudio:
    io tendo sempre ad evitare di netto la parola “stai sbagliando”, al limite dico “secondo me è così”.
    Può sembrare una sottigliezza, ma per me è cosa fondamentale.
    Perchè la prima frase implica un giudizio verso un altro, nel secondo si evidenzia un diverso punto di vista.
    E sta qui il nocciolo di quanto ho scritto finora.
    A me non interessa affatto dove stia la verità, cosa sia giusto o sbagliato (almeno in senso assoluto).
    In natura non esiste neppure il concetto di giusto o sbagliato, di verità, perchè nel mondo naturale esistono diverse cose giuste e diverse cose sbagliate, che spesso possono scambiarsi i ruoli.
    Nulla è fermo, tutto è un continuo evolversi.
    Un altro punto di notevole disaccordo con Claudio lo trovo nelle sue intenzioni di convincere il suo interlocutor e, ancor peggio, di volerlo convertire.
    Qui sarà drastico, più di quanto non lo sono stato finora: ritengo questo atteggiamento quanto di più pericoloso possa esistere per la convivenza fra uomini.
    L’intenzione di voler far cambiare idea, di convertire, perchè si presuma sia la propria la verità da dover far abbracciare a chi ci sta vicino ha provocato e continua a provocare fra le peggiori incomprensioni fra persone e popoli.
    Per non parlare degli eccidi che la storia ci ha mostrato, in nome di presunte verità, fossero esse religiose, politiche o economiche.
    Per me è un atteggiamento mentale sbagliato, sì, qui lo dico con fermezza, che può con estrema facilità portare a conseguenze criminali.
    Concludo dicendo che, a mio modesto modo di vedere le cose, non si può convincere o convertire nessuno senza il rischio di usare violenza, anche solo psicologica.
    Si può solo CONDIVIDERE la diversità di chi ci circonda, con spirito aperto e disponibile al confronto.

  24. Emarginazione, chiacchiere maligne, battute gratuite, incapacità di aiuto sono sì, a differenza del proclamare una verità senza timore, comportamenti lontanissimi dall’insegnamento di Cristo. E al di là di ogni sentore di politically correct.

    L’interpretazione dei testi sacri, pur necessaria, è una ragione di scontro non da poco.
    Certo è che i testi sacri del monoteismo, bene o male approcciati, interpretati ed usati; sono lingua viva e non estetismo: è naturale che producano comportamenti calati anche duramente nella realtà, e non semplici appartenenze fantasmatiche.
    Come avrai colto dal post sullo stato laico che ti ho linkato, non ritengo che l’esprimere la dottrina da parte della Chiesa – e l’orientare di conseguenza un’azione culturale che spera di essere anche civica, politica ma senza interventi diretti – sia ingerenza.
    Anche qui, di nuovo, si apre un ventaglio di considerazioni vasto.

    A proposito del convertire, ti dò atto di una mia mancanza: non conoscendo Claudio che attraverso questo mio riportare alcune sue parole (presumo tu non lo legga abitualmente) è facile immaginare che voglia convertire forzosamente (cosa per altro, come rilevi, impossibile) l’altro. Ma non è questo che lui intende fare, e che io intendevo sottolineare.
    (Aspetta, cerco il relativo post).
    Eccolo: http://deliberoarbitrio.wordpress.com/2006/09/19/88/
    Ne riporto solo un brano, per rendere l’idea (anche a chi leggesse senza commentare e non avesse intenzione di leggerlo per intero):

    — il dialogo non è una lotta contro l’Altro: è una lotta per l’Altro, contro il suo errore e non contro la sua persona. Io voglio con-vincere, cioè vincere assieme: se voi Altri cambiate idea e credete la verità, siamo tutti vittoriosi, e se restate nell’errore siamo tutti sconfitti.

    Ma bisogna essere preparati anche a questo. Per convertire l’Altro bisogna innanzitutto essergli amico, cioè volergli bene ed essere preparati a volergli bene anche se non si convertirà mai. Altrimenti tutto è vano, e non si può essere né buoni apostoli né buoni amici. L’apostolato non è un secondo fine dell’amicizia, l’apostolato è la conseguenza spontanea dell’amicizia. —

  25. L’uomo non è Cristo.
    In nome anche del suo nome ha ucciso e continua a discriminare e a giudicare ciò che ritiene innaturale in base alla sua legge (o a ciò che crede sia tale) e differente da quello che ritiene essere il suo messaggio.
    Io apprezzo molti degli insegnamenti di Gesù, sono nato e cresciuto in una famiglia cattolica.
    Ma ci sono tanti, troppi uomini di chiesa che non tollero perchè ritengono di poter intervenire nella vita civile con motivazioni che riguardano unicamente la sfera spirituale, e che spesso hanno come unico fondamento dei puri e semplici dogmi.
    Come non sopporto chi oggi in nome del proprio Dio si fa esplodere in cerca della salvezza eterna.
    Io ho paura di tutto ciò che tende ad un unica verità, in questo senso dico che non ne vado neppure alla ricerca, del vero.
    Non si tratta del come si voglia convertire l’altro.
    E’ l’idea stessa del voler far cambiare idea a qualcuno che ritengo potenzialmente pericolosa e violenta.
    Permettimi di dire che la spiegazione della parola “convincere” data da Claudio, per quanto condivisibile, è difficile da percepire, tanto più che la maggior parte di chi nella storia ha voluto convertire altra gente lo ha fatto annientando le identità di interi popoli, ignorando e calpestando le peculiarità di culture che ritenevano inferiori e non degne di rispetto soltanto perchè diverse.
    E questo discorso io lo applico serenamente anche a scale ben più ridotte.
    Ad esempio, non mi sfiorerebbe neppure per sogno di convincere un mio futuro figlio che ciò che io sostengo per mia formamentis sia più giusto di quello che potrà essere il suo pensiero in divenire.
    Non sarò mai amico di nessuno con la speranza di convincerlo della giustezza delle mie idee, tanto meno di mio figlio.
    Io gli farò da padre dettando delle “leggi” familiari finchè la sua maggiore età non lo renderà legalmente indipendente, ma solo col mio esempio potrò portarlo sulla strada della scelta più giusta per sè stesso.
    Se anche riuscissi a “vincere con lui” perchè avrà abbracciato la mia verità, saprò intimamente che la mia sarà stata una sconfitta, perchè gli avrò impedito di trovare liberamente la Sua idea di verità.
    Io potrò mostrargli una strada, la mia, una delle tante possibili, ma non lo spingerò mai a preferire quella se non per sua libera scelta.

  26. Lasciati dire, Giuliano, che quella che credi essere un’impostazione ed un approccio all’altro molto distante da quello di Claudio, ma potremmo (correggimi se sbaglio) dire “cattolico” o ancor più ampiamente “di fede”; distante e diverso non è.
    Immagino che arrivati a questo punto la conversazione non sia certo inutile (se no, perché mai mi sarei premurata di presentarti quest’idea di convertire discutendo e incontrando l’altro?), ma che debba essere ora l’esperienza un po’ più profonda e non solo narrata a fare la sua parte.

    Cosa sia la conversione ho cercato in passato, e cercherò sempre in futuro, di spiegarlo molte volte.
    E comprendo anche che l’idea diffusa di una conversione forzata ed innaturale faccia inevitabilmente il suo danno, creando pregiudizi verso il termine stesso.
    Tuttavia è semplicemente errato ritenere la conversione, appunto, un frutto non proprio, non spontaneo, di un’azione costringente. Parli di libera scelta, e libera è la conversione, ma non si può ritenere che possa manifestarsi di norma come un evento improvviso, calato dall’alto attraverso una subitànea illuminazione.
    L’uomo poi agisce sull’altro uomo suo anche malgrado, volente o nolente. Stabilire dei confini troppo rigidi di azione è dannoso tanto quanto permettersi un’azione troppo incisiva e che non rispetti ritmi e convinzioni in evoluzione dell’interlocutore. Ma un’azione c’è, e ci appartiene.
    Io rivendico dunque che le mie azioni siano vòlte proprio a cambiare l’altro, dove l’atto di cambiare può essere percepito come una violenza solo laddove si sia perso, quasi o del tutto, il senso dell’interagire positivamente e laddove – torniamo agli assunti di base – una presunta libertà individuale sia assunta quale valore assoluto.
    Il che, l’esperienza personale e professionale mi insegnano, è un solenne inganno. Neppure un adulto, discretamente consapevole, intelligente, acculturato e ben inserito nel proprio ambiente; dispone del massimo grado di autonomia e capacità di autodeterminazione.
    Non siamo pupi, ma neppure – tantomeno – esseri auto”bastanti”.
    Senza l’altro che lo guidi, ciascuno è perso: essere liberi di scegliere non equivale a rifiutare a priori la proposta di vita, diversa da quella che già incarniamo, che ci viene offerta; considerandola un’imposizione per il sol fatto che non ci appartiene da sempre.

  27. Diciamo che ho espresso un’opinione più generale su una tendenza alla conversione, al cambiamento dell’altro, prendendo spunto da un modo particolare di intenderla e praticarla, quella di Claudio e la tua, che è rispettabilissimo.
    Restano le conseguenze storiche e contemporanee di un erroneo sistema di applicare questa tendenza da parte di troppi individui, a prescindere da quale chiesa o ideologia essi appartengano.
    Io preferisco non cambiare nessuno, e accettare le diversità come unica fonte di ricchezza di cui dispongo.
    Mi interessano Le verità di ciascuno, forse meno di tutte proprio la mia…se davvero ne abbia una, poi, non ne sono neppure sicuro.

  28. Approfitto del tuo riferimento, non nuovo, all’esplicazione – direi – concreta e ancor più storica dell’idea di conversione per spiegare che, purtroppo, sulle forme più e meno valide di quest’ultima così come si è proposta (o è stata imposta) nelle diverse epoche e nei diversi luoghi non ho che immagini lacunose.
    Certamente nessuna cognizione strutturata e verificata.
    Una delle prime associazioni che faccio, per esempio, quando ti riferisci alle conversioni forzate è quella con la storia dei marrani; gli ebrei sefarditi convertiti al cristianesimo dall’Inquisizione spagnola.
    Se la conversione sia stata realmente una violenza, o se attorno alla convivenza ebraico-cristiana nell’isola sia stata costruita una cosiddetta “leggenda nera”, non lo so dire. E’ difficile per me, causa humus culturale, trovare irrealistica od esagerata la storia tramandata degli ebrei asserviti al cristianesimo dittatoriale della cattolicissima Spagna.

  29. Basterebbe pensare a cosa ne è stato delle etnie native dell’America latina, e delle loro originarie religioni, per farsi un’idea di cosa arriva a fare l’uomo in nome della conversione.
    Ci tengo a sottolineare, però, che io ho parlato più in generale del voler cambiare l’altro in nome della propria verità, non soltanto di conversione religiosa.
    Sappiamo tutti che portoghesi e spagnoli in America meridionale avevano anche enormi interessi economici, e che gli stermini non avvenivano soltanto in nome di Cristo.
    Mi domando, però, cosa pensavano i religiosi presenti in terra americana durante quelle persecuzioni…
    In che modo il messaggio di amore proprio della parola di Cristo potesse convivere col sistema utilizzato dai conquistatori per diffonderlo nel ‘nuovo mondo’…

  30. Certo, è naturale che si tenda a focalizzare l’attenzione sull’aspetto religioso – considerato il contenuto del post che ha suscitato questi commenti – ma anch’io parlo di conversione in termini più ampi. Come poi richiede l’etimologia.

    In che modo il messaggio di amore proprio della parola di Cristo potesse convivere col sistema utilizzato dai conquistatori per diffonderlo nel ‘nuovo mondo’ me lo chiedo sempre anch’io, con lo spirito però di chi ha imparato a notare che Dio “scrive diritto anche sulle righe storte”.
    Da estimatrice delle etnie nativo americane, però – e non certo per giustificare le porcherie dei colonizzatori di ogni provenienza, ma per correttezza – sto anche attenta a non idealizzarle.

    Qui trovi una storia un po’ diversa da quella atroce di Wounded Knee, Sand Creek e della pista delle lacrime:
    http://unapennaspuntata.wordpress.com/2011/10/09/ma-che-santuomo-iesos-konoronkwa/
    Non te la propongo vedendola come un risarcimento, spero sia chiaro, ma come… boh, un boccone di buona carne estratto dal fango.

  31. Confesso, sono un pericoloso integralista: penso, su determinati argomenti, di avere ragione.
    Sennonchè, devo ancora incontrare qualcuno che nell’esprimere il proprio pensiero esordisce dicendo “oh, sappiate che io ho torto“.
    😉

  32. Rilancio la palla a Giuliano.

    Ed aggiungo che il “secondo me”, talvolta esplicitato e talvolta implicito; ha come conseguenza una definizione identitaria che non è un accessorio dismettibile a piacere.
    In altre parole, si può rispettare l’altro, ma non fingere di accettarlo o di approvarlo se il nostro io profondo non gli (cor)risponde a sufficienza.
    L’accettazione dell’altro spinta al limite estremo del non esprimersi e non giudicare tout-court è vana e vanesia – ed anzi: non è accettazione ma tolleranza; comportamento discutibile e certo non positivo nè per sè nè per l’altro.

  33. Evidentemente non ho saputo spiegare il mio punto di vista per come avrei voluto, viste le ultime risposte, quella di Claudio soprattutto.
    Non sono abituato a sostenere le mie argomentazioni col sarcasmo, se riguardano temi così importanti, per cui chiudo ben volentieri la discussione.

  34. Giuliano, ti prego di non vedere un attacco in queste risposte.
    Non mi pare che Claudio abbia fatto del sarcasmo – versione forte dell’ironia o vera e propria polemica che lo si consideri -, anzi: la faccina che fa l’occhiolino ritengo serva proprio ad escludere questa interpretazione.
    Per quanto riguarda me, ho spesso uno stile asciutto e netto; ma non mi pare d’aver “tuonato”.
    Può darsi che non si colga il cuore di un commento, ma come tu stessi puoi constatare l’argomento è ampio ed ogni frase dà adito ad altre dieci diverse risposte.

    Per me va bene anche chiudere, o meglio sospendere, qui.
    Purché non sia per resa, o perché ti ritieni offeso: se è così, chiariamo.

  35. Non ravviso nessun attacco Cecilia, sta tranquilla. E non mi ritengo affatto offeso.
    Ma il nostro scambio di commenti, avvenuto sempre sul piano del rispetto reciproco, ha assunto a più riprese l’aspetto del puro esercizio dialettico, ed io per primo non voglio correre il rischio di persuadere nessuno del mio punto di vista.
    Non è una disputa questa, per cui nessuna resa nel mio voler interrompere il mio contributo a questa discussione.
    E non c’è nessuna palla da rilanciare al commento di Claudio. Preferisco “giocare” con chi utilizza i miei stessi toni e mezzi espressivi, piuttosto che con chi tende ad ingigantire le affermazioni altrui o a travisarle del tutto.
    Nessuno mai, tanto meno io, ha parlato di integralismo o di negazione delle proprie ragioni.
    Ho definito potenzialmente (sottolineo, potenzialmente) pericolosa la tendenza di chi si prodiga a voler convincere gli altri delle proprie ragioni, della propria verità. Tanto più che la mia può essere solo una delle tante, ecco perchè non mi interessa sostenere le mie ragioni fino all’estremo.
    Ed ecco perchè preferisco chiudere l’argomento.
    Spero basti come chiarimento.

  36. Certamente, Giuliano.
    Che abbiate due stili comunicativi diversi, ed anche che siate abituati a terminologie e tematiche diverse; è evidente.
    Mi premeva giusto verificare che questo non avesse creato disagio (e l’ennesima polemica di ieri sera ha contribuito a farmi alzare il livello d’attenzione).

  37. Molti avranno sentito al tg questa notizia.
    La riporto con due trafiletti.

    (AGI) – Torino, 3 mag. – A Torino, una donna affetta da un grave tumore ha dato alla luce una bambina, Lina, con un parto cesareo pretermine. E’ successo il 28 marzo scorso, ma e’ stato reso noto solo oggi. La donna, 32 anni, di nazionalita’ marocchina,era stata ricoverata il 13 febbraio, in condizioni critiche per una grave forma di neoplasia diagnosticata durante la gravidanza, presso il reparto Alta Complessita’ del Dipartimento di Ostetricia e Neonatologia dell’ospedale Sant’Anna di Torino, diretto dalla professoressa Tullia Todros.
    La futura mamma e’ stata ricoverata per un mese e mezzo, assistita e monitorizzata dagli ostetrici del team di Todros (Pietro Gaglioti e Emanuela Oberto) insieme agli oncologi del reparto di Oncologia Medica 1 dell’ospedale Molinette di Torino, diretto dal dottor Libero Ciuffreda, con assistenza diretta da parte della dottoressa Marina Schena. E stato possibile prolungare la gravidanza, sotto stretto controllo delle condizioni materne e fetali, fino alla trentunesima settimana di gestazione, quando le condizioni molto critiche della paziente hanno reso necessario un parto cesareo d elezione. Il 28 marzo e’ nata Lina, che alla nascita pesava poco meno di 1,5 kg.

    —————————————————————————————————————————————————————-

    03 Maggio 2012 ore 17:05
    Torino: mamma con grave tumore partorisce bimba, stanno bene

    Una mamma, affetta da una grave ed avanzata forma di neoplasia, ha dato alla luce una bambina che è stata chiamata Lina con un parto cesareo pretermine e ora sembra che sia la piccola che la madre si stiano riprendendo, la piccola dalla nascita prematura e la madre dalla sua malattia.

    La donna, Z. G., 32enne di nazionalità marocchina, è stata ricoverata all’ospedale Sant’Anna di Torino il 13 febbraio scorso, in condizioni critiche per una grave forma di neoplasia che le è stata diagnosticata durante la gravidanza. E’ stata seguita per un mese e mezzo, fino a quando le condizioni critiche hanno reso necessario il parto cesareo.

    Dopo il parto la signora è stata trasferita al reparto di Oncologia delle Molinette per proseguire le terapie. A poche settimane dal cesareo, quando le condizioni di Lina si sono stabilizzate, è stato anche possibile attuare una sorta di “rooming in”, trasferendo la bimba al reparto di Oncologia per consentirle di stare vicino alla madre.

    [fonte: Torino Oggi]

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