Zero concordia

Zero concordia, perché in rete come fuori dalla rete la Concordia non fa tragedia e non fa orrore quanto e come dovrebbe, ma diventa occasione per polemizzare e sfogare pensieracci mal celati e repressi a fatica.
Per quel che vale, io sono molto d’accordo con Giovanna Cosenza – che su Disambiguando esprime le sue perplessità riguardo all’incensatura mediatica riservata a De Falco -; perfettamente d’accordo con Massimo Gramellini – il quale rifiuta la furia di chi grida all’eroe poiché non sa più chi sia un eroe, ma neppure un uomo degno di tal nome -; mentre mi repelle (ma non stupisce) l’affondo (aha) meschino e pretenzioso di Travaglio – cui fa eco Galatea, qui. Cambia il focus, ma non la logica. E non la posso condividere, per quanto il mio giudizio su Berlusconi e sulla piccineria che incarna sia altrettanto impietoso: quando guardo le immagini della Concordia in TV è a chi ci stava sopra che mi vien da pensare, non al resto degli italiani, buoni o cattivi.

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3 thoughts on “Zero concordia

  1. ci sono tutti gli elementi della sceneggiata all’italiana: il buono e il cattivo, il popolino che plaude o insulta, a seconda. come al solito, ciò che manca è la misura. sarebbe bello, una volta tanto e per rispetto delle vittime e dei loro famigliari, che la gente la smettesse di inveire contro Schettino e incensare De Falco; non credo che sia di questo che hanno bisogno. Schettino ha certamente agito male però: possibile che abbia fatto tutto da solo? mah… De Falco poi ha semplicemente fatto il suo dovere: possibile che si debba chiamare eroe per questo? mah… mi fanno sorridere (a denti stretti) tutti quelli che leggono in questo tragedia la parabola dei guai della nazione. vorrei invece ricordare che in percentuale il numero delle vittime è molto basso, cosa che mi pare dovrebbe smorzare le polemiche sui soccorsi che sarebbero stati inadeguati. infine, mi rattrista la solita figura che stiamo facendo all’estero.

  2. In effetti, fra le altre cose mi lascia come stordita la convizione avanzata da Travaglio, secondo il quale Schettino avrebbe, lui solo, avuto la possibilità di evitare il disastro e dunque anche l’intera responsabilità dell’accaduto.
    Certo: un comandante è un comandante, il suo titolo dovrebbe qualificarlo. Mica pizza e fichi, ma neppure Superman: una nave non la guida un “uomo solo al comando”, ma un equipaggio fatto di decine di persone – con una specifica formazione, coordinazione, direzione.

  3. La sconfitta umana. E la risposta

    L’errore e il senso

    ​La grande nave morta, riversa sullo scoglio, sembra l’immagine plastica di una sconfitta. Forse la porteranno via, forse sarà fatta a pezzi, forse andrà sul fondo con i suoi tesori dopo svuotato il ventre dai suoi oli divenuti veleni. Era una città della gioia, dei balocchi persino, ora visitata dalla morte, dall’angoscia per i dispersi, dalla tribolazione dei naufraghi, e in un’ora ridotta da ammiraglia del mare a giocattolo infranto. Una sconfitta, ma una sconfitta senza duello. Non è stato il mare, è stato l’errore umano, è una sconfitta umana.

    Perché è accaduto? Da sempre l’uomo ha tentato il mare, i suoi abissi e le sue tempeste, sulle vie dei commerci o dell’esplorazione del mondo, mettendo in acqua i suoi fragili gusci, o da ultimo le sue città galleggianti. Il mare per diporto, il mare da godere nella sua bellezza, orizzonte di ogni raggiungibile terra e metafora dell’immenso, è emozione di gioia interiore. È la festa di incontrare, sostandovi un poco, ciò che nel mondo è meraviglia, nella sua naturalezza; di rinnovare senza azzardo l’avventura sconosciuta e godibile dei nuovi lidi. E di scoprire, dall’alto dei ponti elevati, che l’intelligenza dell’uomo può dominare la potenza del mare, può capirne la forza, assecondarla o sfidarla, come alla stessa maniera può investigare i segreti del cosmo e gli infiniti tesori intellegibili che vi sono racchiusi.

    Vittorie e sconfitte, successi e tragedie, la scatola nera degli eventi che dà conto dell’accaduto della storia resta, all’ultimo, la condotta umana. Il sapere, la prudenza, l’abilità, l’insipienza, l’azzardo, l’inettitudine. La Concordia morta, per esempio. Quel che emerge ora dall’inchiesta sulla fine della nave gigante mette in luce che la tragedia non è dipesa da un guasto o da una calamità, ma da un «errore umano», come si suol dire. Quante altre volte abbiamo sentito questa formula, che acuisce il dolore per l’aggiunta di rampogna, e ci lascia poi sgomenti di fronte alla impossibilità di scongiurarlo con certezza futura. È questa fallibilità umana il perno ricorrente del nostro smarrimento, il terminale delle nostre affidate speranze e delle segrete paure. Sentirci esposti all’errore altrui, e insieme coscienti della nostra stessa ordinaria capacità d’errore, diviene oggi un affaccio sul mistero dell’uomo, su quella rischiosa “zona libera” che egli rappresenta nella sapienza del cosmo.

    Possiamo allora pensare la terra stessa come una navicella nello spazio cosmico, e chiederci dove la conduciamo, se diamo ascolto, fuor d’episodio, ma con l’occhio alle tendenze, gli spericolati predicatori del non senso, senza guida di stelle.

    Eppure, in questo stesso mistero irrompe a volte una rivelazione d’amore. Le cronache ci consegnano, nei momenti di salvataggio dei passeggeri della Concordia, gesti di puro eroismo da parte di membri dell’equipaggio. Un eroismo che presenta se stesso come normale, e che si mostra in veste “ordinaria”, ma che appunto per questo rivela definitivamente, dentro il mistero nella libertà umana, la scelta dell’amore. Del pari, il soccorso del popolo del Giglio ai naufraghi ci restituisce la misura dell’accoglienza, fatta di amore.
    Ci misuriamo sull’uomo, dunque, qui ci diamo le coordinate. L’errore umano, l’eroismo umano, la storia umana sono per noi lacrime, pugni chiusi, braccia aperte. Ma braccia aperte, imparando ancora.

    Giuseppe Anzani

    Fonte: Avvenire

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