guardi ke lei mi deve dare del tu!

Potrò parere antiquata, per non dire cagacazzi; a qualche ggiòvine che ingenuamente pensa tutto il male possibile dell’autorità, ed anche a qualche non più ggiòvine (diversamente giovane, direbbero oggi) ancora convinto d’essere tale.
Ma, ai miei occhi, un docente universitario che propone (con un entusiasmo cui è difficile opporsi) di usare il tu invece del lei – dando l’impressione che scontatamente gli studenti saranno d’accordo – e che fa mostra di considerare la forma di cortesia un accessorio per chi abbia una certà età (ciò che per me è invece un elemento costitutivo del rispettoso rapporto che dovrebbe formarsi in un ambiente simile, non più protetto ma professionale e professionalizzante); merita non troppa stima.
E quando poi lo stesso docente risponde ad una mail, con la quale gli viene inviato un lavoro di gruppo, senza metterci una sola maiuscola ad inizio frase e farcendola di kappa al posto delle ch; gli errori di battitura inseriti dalla frettolosità passano in secondo piano.

Sono stata perciò ben felice di far presente, in forma (semi)anonima, al suddetto docente che la sua iniziativa non ha incontrato il mio gradimento: perché l’ho avvertita come forzata ed imposta (anche se, formalmente, di darci del tu ci era stato chiesto e non ordinato); e perché salvo rare eccezioni trovo comunque biasimevole rinunciare ad un mediatore comunicativo così efficace, proprio con coloro che oggi non saprebbero quasi più riconoscerne il valore, adeguandosi ad un’idea di democratizzazione dei costumi quantomeno discutibile.
L’empatia e la consonanza di prospettive tra docente e studente è qualcosa di ben più complesso, e faticoso da costruire, del giocare al ribasso con trucchetti da arringa-folle.

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20 thoughts on “guardi ke lei mi deve dare del tu!

  1. E mi commuovo a leggere di qualcuna/o che la pensa come me!

    P.S.
    Blog davvero interessante La aggiungerò alla lista preferiti de “Il Marrucchino” e su facebook (qualora avesse un contatto).

    Cordialmente

    Il Marrucchino

  2. giusto. comunque al giorno d’oggi si comincia fin dalle elementari a dare del “tu” alle insegnanti e via andare. il risultato è che mi è capitato spesso di riprendere i miei figli perchè poi, per riflesso, davano del “tu” o dicevano “ciao” a tutti. personalmente sono cresciuta ai tempi della “signora maestra” e non mi pare di averne riportato dei traumi irreversibili.

  3. Tutta l’essenza dell’uomo è quando l’io si scopre a dire “tu” e a pronunciare questo tu con consapevolezza. Quando uno arriva a questo tu con l’uomo o con la donna, o col bambino o coll’estraneo- perché non ci è più estraneo: se uno dice “tu”, questo tu, non non ci è più estraneo- : allora capisce cosa è Dio.

    E’ una conquista e non una forzatura come fa il professore.

  4. Infatti.
    Ma alle elementari lo posso capire, anzi incoraggiare: perché lì davvero il “tu” non è mancanza di rispetto nè appiattimento dei ruoli (che il bambino, se educato per il resto correttamente, comprende benissimo attraverso altri indicatori più forti che la lingua), ma può essere un fattore di familiarizzazione e di conforto emotivo.
    Già alle medie (con una certa risposta degli studenti) e alle superiori (con un altro tipo di risposta) il “lei” andrebbe serenamente, ma decisamente introdotto – quando ho frequentato io si usava, oggi chissà quanto e come…
    … ma all’università, infine, notare che l’uso del “tu” non è visto come un’eccezione particolare da accogliere con contentezza e di cui avere cura, ma come un diritto negato, è tristerrimo.

  5. Ma scherziamo????
    Se c’è una cosa che mi manda in bestia, sono quelli che mi danno del tu senza conoscermi.
    Commessi, impiegati, cassieri, gente che mi trovo a incrociare per lavoro senza minimamente avere con loro un rapporto tale da giustificare tanta confidenza (o, in generale, un qualsivoglia tipo di rapporto). Ogni tanto ti giuro che mi rompo le scatole, perché non è possibile: mi avvicino al bancone del negozio e dico “BUONGIORNO” alla commessa, e quella mi risponde “ciao”. Io continuo a insistere e a darle del Lei e quella continua a insistere a darmi del tu. Non ho mai capito se sia policy aziendale o se sia semplice idiozia della commessa, ma ogni tanto giuro che mi scoccio e le faccio presente che se io utilizzo con lei una forma di cortesia non vedo per quale ragione lei dovrebbe essere da meno.
    E d’altro canto mi manda anche in bestia quando succede ad altri e non a me: ad esempio, mi è già capitato di entrare in un negozio con una persona che poi si è rivolta al commesso sconosciuto (e che avrebbe potuto essere suo padre), dandogli del “tu”. E io avrei voluto sprofondare per la vergogna, perché mi sembra proprio cafonaggine.

    Peggio di così, c’è solo la gente (e ne conosco) che da del Lei agli Italiani ma da del tu agli stranieri (cioè: agli stranieri-vucumprà, non agli stranieri che magari hanno un lavoro “normale” come impiegato, segretario, ecc.). La loro giustificazione è che gli stranieri non sono abituati al Lei, soprattutto se non si sono ancora integrati al 100%, e lo percepirebbero come un tentativo sdegnoso di mantenere le distanze.
    E se davvero è così, sta bene. Ma visto che la spiegazione mi è stata fornita dalla “casalinga di Voghera”, e non da un mediatore culturale, posso anche chiedermi quale sia la sua reale attendibilità.
    E a me fa venire una rabbia vedere queste persone che mancano di rispetto a un altro solamente perché è un’immigrato; ma una rabbia

  6. Impiegati, cassieri e commessi fanno girare i cinque minuti pure a me, Lucyette, e spesso. Se si tratta di un impiegato – per esempio – di uno sportello al quale mi reco abitualmente per far qualcosa è probabile che mi dia del tu ed io nemmeno lo noti, perché vi siamo passati spontaneamente, naturalmente – e in ogni caso io prima di darlo, anche quando ormai c’è confidenza, chiedo se posso.
    Ma troppe volte si prende la scusa della mia età (appartentemente persino inferiore a quella reale) per darmi del tu a prescindere. Ma un adulto è diverso da un bambino, al quale sarebbe ridicolo avvicinarsi dando del lei (nemmeno capirebbe che gli stiamo parlando): che abbia 20 oppure 80 anni di adulto si tratta, e non di un amico.
    Di solito non rimarco o faccio notare la cosa, anche se mi infastidisce; non certo per timore ma perché per lo più ho altro a cui badare e mi figuro che finirei per appesantirmi la giornata e basta, magari anzi verrei persino rimbrottata perché mi permetto troppo (sic: è capitato anche questo).
    [Si potrebbe aprire una bella, anzi brutta e lunga parentesi a proposito degli operatori di call-center; ma per carità: io lascio stare].
    Prenderò l’abitudine di lasciar perdere meno di frequente: ho tutto il diritto di pretendere che mi si rivolga con un po’ di sano distacco; diverso dalla freddezza di modi.

    Quanto agli stranieri, è una giustificazione che ho sentito anch’io, ma anch’io ne sono rimasta ben poco convinta per la stessa ragione che proveniva da persone cui queste distinzioni non appartengono.
    Mi è sempre parso, anzi, che il tono di quel loro rivolgersi allo straniero meno “bene” fosse quello cantilenante ed esageratamente smaccato che si usa con i neonati o gli handicappati.

  7. Sono molto d’accordo con l’osservazione di Lucyette a proposito del “tu” ai cosiddetti “vu cumprà”; io proprio per rimarcare il fatto che le forme di cortesia valgono allo stesso modo per tutti, a loro do sempre il “lei”, anche quando sono loro i primi ad apostrofarmi col classico “Ciao bella” (e qui vorrei aprire un discorso: sono infatti convinta che, essendo il “ciao bella” un saluto standard da parte di questi venditori ambulanti, almeno qui a Bologna, qualcuno deve averglielo insegnato, qualcuno di italiano: vorrei sapere, CHI; DOVE e soprattutto PERCHE’, dato che mi sembra un approccio contrario a qualunque strategia efficace di marketing).
    Commessi, impiegati ecc. boh, alcuni mi danno il tu, alcuni il lei, io dimostro molto meno della mia età, non me la prendo molto (io do del lei anche perché non vorrei essere scambiata per quella che dà del tu a uno solo perché fa il commesso, siccome c’è anche gente snob di questo tipo in giro).
    Però quello che racconti tu… mi sgomenta un po’ (ma soprattutto la mail con le k, poi!). All’università ho incontrato prof. che davano del tu agli studenti (molti) e prof. che davano del lei (pochi), ma nessuno che chiedesse agli studenti di dargli loro del “tu”! Attualmente collaboro con un docente all’università e condividendo lo stesso studio vedo come tratta gli studenti: gli dà sempre del lei. Eppure, essendo lui una persona eccezionale, riesce ad avere con molti di loro una rapporto speciale, dove i ruoli sono sempre ben chiari ma nasce una confidenza molto forte, forse proprio perché basata sul rispetto. Con me all’inizio mi dava del lei. Poi, lavorando fianco a fianco e conoscendoci bene come “persone” e non solo come “collaboratori” abbiamo cominciato – chiedendomi se ero d’accordo – col tu. E questo passaggio è stato molto significativo, ma proprio perché è arrivato col tempo, con la conoscenza, con la nascita di un’intimità reale che puoi avere appunto solo nel dialogo “a tu per tu”, quello che non puoi avere con una massa di studenti a cui chiedi di darti del tu, ma che non conosci gradualmente a uno a uno.

  8. Vero, la maleducazione non si incontra di certo solo da un lato dello sportello – o quel che sia. Verrebbe voglia, specie se si sta lavorando, di non rispondere e nemmeno alzare la testa quando si viene interpellati malamente. Comunque…
    … già ho detto che il “tu” non mi è stato imposto, nè per fortuna (come accade di vedere a te) succede che lo si usi più spesso del “lei”. Sottolineo che, fino a prova contraria e nonostante la mia impressione remi in senso inverso, considero del tutto in buona fede il docente in questione: cioè credo – purtroppo, sarebbe forse meglio se ne fosse consapevole – che non si renda conto di essere… beh, lo dico: ideologizzato*.
    Nominalmente io ero libera di rifiutare il tu, ma concretamente, facendolo, sarei rimasta forse l’unica della mia classe e avrei marcato una diversità per me positiva, col rischio però di essere bollata quale reazionaria, o snob, o presuntuosa. Il che di per sè non sarebbe un gran problema, senonché insieme e dentro la classe ci devo vivere per ore al giorno, per tre anni: si vede che non sono allenata al martirio, o meglio che ancora non ci sono venuta a patti (e quante occasioni ho avuto!); si vede che non è affatto facile esporsi quando sembra che non ne valga la pena (perché ci si crede incapaci di incidere su alcuna realtà). Veramente diabolico, come meccanismo, in senso letterale!!

    * E’ lo stesso che ha liquidato il Medioevo come epoca in cui l’oscurantismo ecclesiastico regnava su ogni cosa, dopo aver visto in TV I pilastri della Terra.
    E che se c’è da difendere le culture altre – quelle di moda oggi – sfodera un’enorme capacità di relativizzare la positività dei valori, mentre se c’è da ribadire che – antropologicamente, sociologicamente – i valori sono tali per chi li riconosce tali, a monte del giudizio morale su di essi, e che quindi è corretto affermare che per i nazisti la purezza della razza era un valore; allora insorge perché non gli piace accostare il termine “valore” a “purezza della razza”. Non è un valore, perché la società ha riconosciuto il proprio errore; punto.
    Come se non bastasse, per levarmi ogni dubbio che mi potesse piacere; ci ha proposto del materiale in cui la prospettiva leghista sull’ambiente di vita è vista unicamente come una stortura, ed il legame con il territorio come un feticcio identitario. Non entro nel merito del perché non condivido la tesi, nè voglio dare per scontato che vi fosse altro materiale, su posizioni differenti, altrettanto valido. Ma devo rilevare che per deludermi esprimendo disprezzo per la Lega ci vuole un’abilità tutta speciale.

  9. caspita quante volte ho dato del tu bonariamente. per fortuna, da quanto leggo, che non mi e’ arrivata nessun scarpa o dito medio 😉 … suvvia’ e cosi’ terribile? il tu per me e’ pura simbiosi con chi mi sta davati sia esso/a 80-enne o n-enne. all’unisono. due cuori che battono allo stesso modo, per la stessa ragione

    saluti e buon we

  10. Giovanni, quando c’è rispetto e buonsenso la scelta giusta vien da sè, senza rigidità (scarpa o dito medio? Ti sei guardato intorno – hai letto – bene?).
    Dare del tu indiscriminatamente, e soprattutto senza averne facoltà o averne avuto il permesso, è terribile sì. Perché svilisce l’interlocutore ed impoverisce lo scambio, anche se in apparenza non si è fatto nulla di male (voglio dire: lo so anch’io che dare del tu non è come prendere a sprangate… :p).
    Se per te dare del tu significa essere in simbiosi (oddio… non è un po’ troppo? Diciamo in buona sintonia) con l’altro, allora ti renderai conto che non è una cosa nè da scialare nè da imporre a chi con te, in sintonia o almeno in un rapporto di intimità e reciprocamente voluto, non c’è.
    Per altro, come detto, non è neppure la maggiore o minore intimità del rapporto o consonanza di vedute a fare la differenza; ma il grado di informalità ed il contesto. Salvo eccezioni, la regola è il “lei”.
    (Ci tornerò su).

    Buon weekend a… te 😉

  11. a mio modesto avviso non e’ questione di (grado) intimita’ e/o contesto ma semplicemente un modo naturale per relazionarsi con chicchessia. una teoria ad hoc. poi i contenuti, e qui mi trovi daccordo, devo essere assolutamente e rigorosamente formali. insomma, take it easy almeno nei rapporti umani (in quel poco che ci resta)

  12. Mi spiace, Giovanni, ma questo approccio non rende più easy i rapporti, li inquina soltanto. Per esempio, io adesso ho la sensazione che mi si voglia costringere, in fin dei conti, ad accettare come naturale una cosa che naturale non è. Che può esserlo, ma con criterio.
    E’ proprio quando decade il criterio, il discrimine, fra una situazione in cui il tu è possibile (non legittimo e scontato, solo possibile e da verificare) ed una in cui invece è da evitare (anche se l’interlocutore ci invita ad usarlo!) che non si capisce più il senso dei diversi rapporti.
    L’errore sta nel “chicchesia” : ogni interlocutore è diverso, e ciò che è naturale e giusto in un caso non lo è in un altro. Se soprassediamo a questo, è ovvio che si scade nel “tutto è possibile, basta che io poi ti tratti bene”. Ma il trattar bene le persone comincia da qui, dal riconoscerle degne di un rispetto che richiede anche una giusta distanza emotiva e comportamentale.
    Il punto, spesso non còlto, è che non si tratta di scelte puramente culturali e modificabili a piacere; ma innanzitutto di fattori che concretamente, oggettivamente, condizionano lo stato psicologico delle persone.

    Sembra complicato, ma non lo è: non si parla di galateo, ma di intuito ed empatia – anche.
    Stamane parlando col gommista, che non conosco e che vedevo per la seconda volta in vita mia; ho usato il tu: l’informalità della situazione e della mia richiesta lo permetteva (ripeto: lo permetteva, non prescriveva). Avrei però anche potuto fare male i miei conti ed accorgermi di un disagio, di una dissonanza, e riparare tornando al lei.
    Così un’altra mia docente ha ugualmente proposto il tu; ma mi ha trovato consenziente, perché i suoi modi ed i suoi intenti erano radicalmente diversi da quelli suscitatimi nel caso descritto nel post. Abbiamo però operato un’eccezione, e questo dev’essere chiaro, altrimenti per l’appunto diventa imposizione.
    Non ci possono invece essere eccezioni – ad esempio – per un operatore sanitario nei confronti dei pazienti o utenti, nemmeno out of work e nemmeno se è il paziente a suggerirlo.
    Come vedi e come ribadisco, sono la formalità dei rapporti ed il contesto in tutte le sue variabili a regolare, primariamente, la modalità in cui ci si esprime. E non è una scelta, è oggettivo: tant’è vero che quando si viene meno a queste differenze d’uso si alimentano non piacevolezza e serenità (come si tende a credere), ma arroganza e mediocrità.

  13. Credo che in un momento di “allegre” riforme, anche sociali, potremmo tentare di abolire anche questa “stupida” forma di discriminazione, che ipocritamente vorrebbe indicare una scala di rispetto, risultando invece spesso una forma di snobismo, e che ha confuso generazioni di genti. Tu, Lei, Voi… insomma, per una volta facciamo come gli americani: YOU!
    A posto!
    Lei è un pronome personale di genere femminile:usiamolo per questo. 🙂 Ciao e buona giornata.
    G*

  14. Come saprai se hai letto i commenti precedenti, non sono d’accordo; per ragioni che di stupido, discriminatorio ed ipocrita non hanno nulla.

    Non solo: la differenza tra le diverse forme, di cortesia e non, che si possono usare non sta in una diversa gradazione di rispetto, per cui coloro cui si dà del lei ne meriterebbero di più rispetto a coloro cui si dà del tu O.o
    Se ci si basa su queste bubbole, per forza poi si trova brutto il “lei” o il “voi”… (a proposito: stupendo il “voi”, andrebbe decisamente recuperato).
    Non esiste una “scala” di rispetto, che accordato alla persona dovrebbe essere identico a prescindere dal tu o dal lei: ma scambiare l’uno con l’altro, quello sì, vuol dire mancare di rispetto. Fuor di scala.
    La confusione, G., deriva dal considerare tutti uguali, e comportarsi con tutti alla stessa stregua. Non certo dal leggere la realtà nelle sue svariate sfumature, agendo di conseguenza.

  15. probabilmente e’ una questione di vita vissuta ed esperienza personali. la mia “storia” mi ha portato ad essere semplice e diretto con chi mi sta davanti. e’ un abbattere una barriera sociale con la quale, ai gg nostri, mi trovo in completo disaccordo.

  16. Senz’altro l’esperienza ed il vissuto personali influenzano la nostra inclinazione anche in questo. E’ buona cosa esserne consapevoli.

    Da parte mia, ho imparato che le barriere sociali – che pure esistono, non s’intenda che io lo nego – non si abbattono con un’eccesso di confidenza.
    Non mi è mai piaciuto l’ossequio vuoto o la riverenza ipocrita, ma proprio per questo mi sento male quasi fisicamente nel negare un giusto riconoscimento a chi lo merita, come pure nel privare uno sconosciuto del quale non so nulla dell’opportunità di stabilire la modalità di interazione che ritiene migliore per sè.
    Dal lei, infatti, si può in ogni momento procedere verso il tu se lo si trova preferibile; ma dal tu consolidato non si torna indietro. E la cautela non è mai troppa.
    Essere diretti e semplici non esclude, anzi richiede, l’essere gentili.

  17. Ho visto degli spezzoni del film “Bianca come il latte, rossa come il sangue” tratto dall’omonimo romanzo di d’Avenia, stamattina ad A sua immagine.
    In uno di questi il professore si rivolgeva chiaramente, e continuamente, ai suoi studenti (liceali) dandogli del lei.
    Nessuno stridore, perfettamente naturale.
    E a ben pensarci, responsabilizzante. Ti dice che la persona che ti parla ti considera un uomo a tutti gli effetti. Forse di questo abbiamo paura.

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