Mahler, Gilbert e il cellulare

Ho sentito la notizia l’altra mattina, in auto, mentre mi recavo in università.
Da allora ho sbirciato in rete per trovare una pagina che riprendesse validamente l’accaduto, in modo puntuale e sintetico ma non sciatto; permettendomi di non dilungarmi in ulteriori commenti.
Finalmente l’ho trovata, su L’Osservatore Romano.
Ne conservo anche il titolo, senza fronzoli.

∞∞∞

«Ogni limite ha la sua pazienza», diceva l’immortale maestro Scannagatti in Totò a colori, già nel 1952. E la pazienza l’ha persa il suo illustre collega Alan Gilbert quando ha deciso di fermare la New York Philharmonic che stava eseguendo la Nona Sinfonia di Mahler all’Avery Fisher Hall del Lincoln Center per lo squillo di un telefonino. Non ce l’ha fatta ad andare avanti, perché il disturbo era troppo forte. Si è girato e, giustamente, ha fatto vergognare chi pensava di dover essere reperibile 24 ore su 24 e per questo ha interrotto il flusso emotivo di centinaia di persone. Ogni tanto si può anche interrompere a scopo pedagogico, ma di solito si va avanti proprio per salvaguardare l’integrità dell’ascolto, seppure sfregiato dallo squillo che una volta faceva chic, ora nemmeno più quello. Certo, è triste constatare che fermarsi garantisce sui media più visibilità di un’eccellente esecuzione. Chissà se Gilbert lo sapeva o era più teso del solito. In ogni caso, spegnere i cellulari è più elegante del contrario.

Marcello Filotei

∞∞∞

C’è chi ritiene che un’interruzione sia inaccettabile in ogni caso
(come il direttore d’orchestra Alberto Veronesi),
e che qualora ciò avvenga bisognerebbe, dopo l’interruzione,
almeno riprendere dall’inizio del movimento.
Da parte mia, condivido la seconda asserzione ma assolutamente non la prima.
A che giova infatti l’integrità formale del pezzo
(ma dopo quel “suono intruso” è ancora davvero tale?)
senza integrità emotiva dell’ascolto?
L’arte si ridurrebbe a passatempo semiserio.

∞∞∞

Se condividi quest’idea, può interessarti anche: Facoltà di non (cor)rispondere

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35 thoughts on “Mahler, Gilbert e il cellulare

  1. E’ stato un gesto giusto, quello di interrompere, un gesto d’amore verso la musica. Essa non è un disco che deve girare ad ogni costo, non è un rito formale, da portare a termine comunque, anche se ad un astante sfugge qualche ridicolo suono corporale. La musica è un agire artistico nel mondo, fatta da donne e uomini in carne ed ossa, da fisicità materiale innestata con l’umana creatività, è qualcosa che vive. Quindi, se un disco, seppur un ottimo vinile, non si ferma perchè non è musica del momento, ma è la sua riproduzione, la musica vera è un atto che si dipana in tempo reale. Dunque, da un lato il gesto del maestro è umiltà, come dire che egli non è in un mondo a parte, e nel contempo un gesto di vera dignità verso la musica stessa.
    Detto questo, non è successo nulla di straordinario, la rilevanza mediatica è solo dovuta all’immagine stereotipata e a volte anche autoreferenziale che abbiamo del concetto di concerto.

  2. Hai detto bene: “A che giova infatti l’integrità formale del pezzo… senza integrità emotiva dell’ascolto?
    Quantomeno condivido questa affermazione, perché ritengo che, aldilà del gesto che può apparire di superbia e presunzione, un’espressione artistica (un dipinto, un film, una musica, una poesia) e in generale qualsiasi manifestazione sia in grado di offrire emozione, non possa e non debba essere interrotta.
    Ogni emozione ha bisogno di essere vissuta nella sua soggettiva completezza.
    Ogni emozione è un momento lungo non importa quanto, di totale magia, e basta niente per dissolverla e renderla irrecuperabile.
    Buona giornata. 🙂
    G*

  3. Ecco, sì.
    Proprio questo.

    (Autoreferenziale?
    Nel senso che il fruitore tende ad attribuirsi troppa importanza, pensandosi come il centro del mondo – e dunque, se il cellulare non dà fastidio a lui, non può infastidire neppure gli altri?).

  4. E’ ben possibile che alcuni direttori d’orchestra – più, meno o con uguale frequenza rispetto ad altre categorie di persone; questo non lo saprei dire – montino in superbia.
    D’altra parte, preferisco un superbo che interrompe la sua estasiante et meravigliosissimissima esecuzione; di un Miles Davis che dà le spalle al pubblico continuando per la propria strada.

    Buona giornata anche a te, e benvenuto/a 🙂

  5. in effetti ho inteso autoreferenziale dal punto di vista del musicista

    nel senso che è un bene se il musicista sa che esiste il pubblico, e non tira dritto per la sua strada nel modo come hai più sotto esemplificato per miles davis

    non amo i musicisti troppo suonatori per se stessi, quando sono in pubblico, e in generale non amo le espressioni artistiche troppo autoreferenziali

    forse è un vecchio concetto gramsciano di cultura popolare (per la verità anche cattolico) che permea il mio modo di intendere l’arte, ma lo preferisco ad ogni autonomia assoluta della stessa, ma è un discorso lungo, ne riscriveremo

  6. Capito.

    Del gramsciano, cattolico, non autoreferenziale riparliamone sì.
    Mi interessa, ma non credo di essere in condizione di seguire per bene un discorso complesso, ora come ora: segnamocelo a margine.
    Mi vien da pensare, comunque, che nel jazz ho incontrato tanto la tendenza a coinvolgersi col pubblico (più nota e rappresentata) quanto quella opposta, se non autoreferenziale… pessimista-isolazionista 😉

  7. Adesso sto pensando a quel poveretto che davanti a tutti è stato fulminato da questo gesto… magari lui di solito il cell. lo spegne sempre e stavolta si era dimenticato (è quasi certamente così: se non spegnerlo, lo avrebbe messo col silenziatore). Insomma può capitare! 😉 Poi non so, quando si ascoltano i concerti di musica classivca registrati dal vivo per es. si sentono sempre dei gran colpi di tosse (che io mi chiedo: ma se hai ‘sta tosse irrefrenabile e persistente, perché vai a un concerto di musica classica a disturbare gli altri?). Ecco, a me forse dà più fastidio la tosse ripetuta che non uno sporadico suono di cellulare (che ovviamente mi dà comunque fastidio e andrebbe spento!).

  8. Sì, ho pensato anch’io che possa essere stata un’eccezione per quell’ascoltatore, un caso fortuito e non una disattenzione sistematica, tradotto: vera e propria sfiga! 😄
    Capita, è vero. Non dovremmo dimenticarci della nostra limitatezza (vale per il disturbatore anonimo, per Schettino, per decine di altri casi con i quali ci confrontiamo quotidianamente…).
    Certo, sarei anche curiosa di sapere che genere di suoneria avesse il cellulare in questione: se si tratta di un brano di musica classica anch’essa, disturba ugualmente però magari ci si mette un po’ a riconoscere la stonatura, ed in più ha dell’ironico. Se invece è come la mia… cioè l’ululato disperato di un cane (la pargoletta di una mia amica, che sclera sentendo le ambulanze) oppure (ogni tanto la metto) la Fedelissima… beh! Un bel colpo.

    A proposito di disturbo, mettere la vibrazione talvolta è necessario se si attendono telefonate importanti in un momento imprecisato ed imprevedibile. Ma forse silenziare è ancora la scelta migliore (che io non applico, appunto)… e magari, questo vale al cinema, non estrarre il cellulare dalla tasca ogni 5 minuti illuminando d’immenso tutta la sala -.-

  9. Ah ah, hai ragione! Ma diciamoci la verità: non siamo medici o esperti indispensabili e unici senza i quali qualche situazione esploda, quindi a parte qualche caso in cui effettivamente capita di dover essere reperibili (a volte sul lavoro è bene che lo sia, ma in quel caso specifico lo so; oppure se un parente sta male ecc.), secondo me ‘sto guinzaglio (io il cellulare lo chiamo così) possiamo anche spegnerlo. Io lo spengo. Io se vado al cinema/teatro/concerti lo spengo, a messa lo spengo, se sto con amici lo spengo. Non perché non voglio disturbare gli altri… ma perché non voglio disturbare ME. E se poi quando lo riaccendo vengo rimproverata da chi magari mi ha chiamata e non mi ha trovata… non mi sento in colpaaaa!!! Comunque nei casi in cui non lo spengo, metto il silenziatore e ogni tanto controllo lasciandolo in borsa in modo da non illuminare impropriamente in giro! Che vita difficile… XDD

  10. Magari le telefonate improrogabili fossero legate solo al lavoro!
    (Per il quale consiglierei una linea dedicata e differenziata).

    Per il resto, lo spengo abbastanza spesso anch’io.
    A Messa ed ai concerti sempre, al cinema invece no – tanto non lo guardo ugualmente; ma soprattutto la mia partecipazione non ne risente come ne risentirebbe nei primi due casi, rischio di fare gaffes a parte.

    Che ti rimproverino perché ti sei legittimamente, e temporaneamente, resa irreperibile mi fa inorridire, diamine! O.o
    Da tempo rivendico il diritto a scollegarmi, anche a recuperare una certa dose di “serenità nell’incertezza”… però adesso, diversamente da prima, non posso chiudere tanto banalmente questo canale di comunicazione senza avvertire opportunamente chi mi aspetta a casa (mia mamma) ed ha come unico mezzo di contatto il cellulare (per altro, mezzo di sola ricezione di messaggi, perché non sa ancora scriverli nè può telefonare). Sarebbe idiota.

  11. Avevo letto la notizia… 😦
    Specificava perfino il tipo di suoneria (marimba) e la marca del cellulare; io avrei messo anche il nome del maleducato… 🙂
    Ricordo con grande tristezza un concerto, qualche anno fa, che fu una vera tortura per i rumori incontrollati del pubblico (soprattutto colpi di tosse).
    E, a proposito di cellulari, quando capita che l’aggeggio suoni in contesti affollati e non consoni, spesso il proprietario fa finta di niente, illudendosi di non essere identificato e sperando che cessi in fretta… 😀
    Mi colpiva anche un particolare della notizia riposrtata da Cecilia, e cioè la posizione in prima fila del disturbatore. Un ospite illustre? Un ricco appassionato? Un’autorità del luogo? Certo non uno sprovveduto…

  12. Io lo spengo (o lo silenzio) quando non voglio essere disturbata io, proprio come Ilaria.
    Sto studiando? Lo spengo (perché se squilla mi distraggo).
    Sono al lavoro? Lo spengo (o meglio: lascio la suoneria per le telefonate, metti mai che capiti qualche emergenza per cui devo essere avvisata, ma la tolgo per gli sms, perché mi secca dover interrompere il mio lavoro giusto per andare a leggere un sms sciocchino che mi è arrivato).
    Sono con altra gente? Lo lascio acceso sempre per lo stesso discorso che non si può mai sapere se succede una qualche emergenza, ma rispondo (e me la sbrigo velocissimamente) solo se la chiamata proviene dai miei genitori (che per l’appunto potrebbero avere qualcosa di importante da dirmi; ma se mi chiama qualsiasi altra persona… senz’altro può aspettare).

    La cosa comica è che poi mi capita di prendere in mano il cellulare dopo un po’ di ore che non lo guardavo, e mi ritrovo quattro-cinque sms da parte della stessa persona, che evidentemente quel giorno era in vena di far chiacchiere, e che dopo quattro-cinque sms andati a vuoto comincia a scrivermene altri del tenore: “ehi? Che fai? Ma stai bene? Non mi hai risposto! Sei viva, sì? Tutto bene?”.

    E a me fa veramente morir dal ridere, ‘sta cosa (ché poi magari uno si preoccupa veramente!): ma come faceva la gente, senza cellulari, fino a una decina d’anni fa? 😉

  13. E’ vero, ora ricordo di averlo sentito dire in radio (anche se non sapevo se si trattasse di un tipo di musica, o del titolo di una canzone…).
    (Mentre rispondo, ascolto varie marimba su YT. Questa mi piace molto 😉

    Neppure del fatto che il tipo si trovasse in prima fila sapevo nulla: certo, questo mi fa pensar male, propendere per la sventatezza (ad un concerto simile non c’è il “rischio” che un come cittadino a caccia di un buon posto dal quale assistere capiti lì per una botta di fortuna. E da un’autorità o un professionista, per es. un giornalista, mi aspetto un minimo di accortezza in più).

  14. Ehm.
    A parte il fatto che ci ho messo un secolo e mezzo per caricare il video nel commento; qui Marimba è il nome (o cognome…) dell’artista e non un tipo di musica: quella del cellulare incriminato dovrebbe essere piuttosto simile a questa:

  15. Bella domanda, Lucyette: come faceva la gente fino a poco più di diec’anni fa? Ed io, che dell’alba dei cellulari ho il bel ricordo di un mastodonte in plastica nera pesantissimo e col display tutto verde; rispondo: faceva come quelli di Faenza. Faceva senza!! Yep.

  16. Come musicista sono sempre scandalizzata da episodi come questo.
    Eppure mi viene anche da osservare che, in fondo, il concerto come “rito” esiste da un secolo e mezzo – prima di allora, era normale conversare o essere impegnati in altre occupazioni durante l’ascolto. Può darsi che questa ritualità stia stretta a molti: a pensarci bene ha qualcosa di innaturale. Dovrebbero forse esistere occasioni di ascolto più disimpegnato della musica classica; anche perchè sono certa che per grandissima parte degli spettatori l’ossequio a questa forma di musica dal vivo sia solamente formale, una questione più che altro di educazione, priva di reale comprensione di quello che si ascolta.

  17. Ho diretto in condizioni ambientali eterogenee.
    Ho interrotto l’esecuzione in una sola occasione. La ricordo bene.
    Ma non è stato per un cellulare.
    Dovevo dirigere il Requiem di Mozart nel Duomo di un’importante città. Il Duomo era letteralmente gremito di pubblico, fuori diluviava.
    Era trascorsa mezz’ora dall’orario d’inizio del concerto annunciato sui manifesti e sui programmi di sala, ma i tre autobus che portavano Il coro e l’orchestra non erano ancora arrivati per le difficoltà dovute al maltempo.
    Il sindaco della città edd il vescovo avevano comunicato le ragioni del ritardo, per cui il pubblico pazientemente attendeva.
    Finalmente coro e orchestra arrivarono e, come sempre, l’orchestra si dispose ordinatamente, seguita dal coro. Il primo violino dette il La all’orchestra, seguito dall’oboe, quindi dagli ottoni. Poi il silenzio. Entrarono i quattro cantanti solisti e li seguii tra gli applausi del pubblico. Poi ancora il silenzio e detti l’attacco.
    Ero tranquillo e concentrato come sempre. Prima di iniziare, avevo guardato il coro e i professori dell’orchestra. La musica iniziò a fluire con lo straordinario incipit del Requiem.
    Purtroppo uno dei cantanti solisti, forse per la tensione accumulata durante la lunga attesa, causò una sfasatura temporale nell’esecuzione. Cercai di rimediare, sperando capisse. In pochi secondi mi accorsi che procedeva imperterrito e che qualsiasi tentativo non avrebbe fatto altro che accentuare la sfasatura e trasformare l’esecuzione in un disastro.
    Fermai l’esecuzione con un gesto calmo, freddo, minuscolo ed al tempo stesso eloquente.
    Non ebbi bisogno di trattenermi a guardare, commentare mutamente o altro.
    In un silenzio palpabile ripresi dall’inizio e conclusi l’esecuzione tra gli applausi e le richieste di bis.
    Non una parola sull’accaduto, alla fine. I sorrisi dei componenti del coro e dell’orchestra e degli stessi solisti mi ripagarono appieno.
    E’ difficile che in un teatro possa avvenire un incidente dovuto alla disattenzione del pubblico. Per prevenire incidenti simili, prima dell’inizio del concerto è ormai d’uso che qualcuno inviti il pubblico a spegnere i cellulari.
    Per quanto mi riguarda, non ho mai interrotto un’esecuzione per un intervento che disturbasse, come, ad esempio, il pianto di un bambino. In quelle occasioni il mio cervello ha cancellato la sovrapposizione, rimuovendola dagli stati percettivi.
    Se così non avessi fatto, fermare l’esecuzione di un concerto sarebbe stata una sorta di leit motiv.
    Piuttosto, non do l’attacco se prima non ci sia il silenzio totale, facendo comprendere, con l’abbassare le braccia lungo i fianchi, che sono disturbato. Funziona sempre.

  18. Mi fai pensare, per analogia, alla sinagoga: oggi meno o per nulla – che io sappia – ma tornando indietro nel tempo, a partire dalla prima metà del Novecento sino all’antichità, è stata luogo di culto e di mercato, di conversazione, di incontro. Certo, in momenti diversi della stessa giornata: non si faceva commercio durante la funzione ma prima, o almeno così credo ed ho memorizzato.

    Sono d’accordo sul creare occasioni di ascolto disimpegnato, anche della classica (per altre tipologie musicali già ne esistono in una certa abbondanza); anche se non trovo innaturale il silenzio e la ritualità di un concerto di alto come di modesto livello – avanzo l’ipotesi che sia altro, l’atmosfera e la formalità esibita per i media e l’opinione pubblica della circostanza ad esempio, a creare una patina.
    D’altra parte, fuori dai denti, personalmente ritengo che chi assiste ad un concerto ben impettito e rispettoso della forma – ma senza capire nè desiderare una vera partecipazione a ciò che ascolta – dovrebbe far altro. C’è chi non può per ruolo istituzionale, ma pochi hanno questa scusante.

  19. Un aneddoto esemplare.

    Purtroppo i cordiali inviti che oggi normalmente si rivolgono al pubblico in via preventiva invogliano molti ad una maggiore attenzione, ma non distolgono i maleducati residui dal loro egocentrismo: ho in mente, caso diverso ma affine, un certo personaggio che – nonostante il chiaro e perentorio avviso affisso alla porta interna del Duomo vecchio di Brescia – ha passeggiato per tutta la chiesa chiacchierando imperterrito ed incurante degli sguardi di richiamo della gente attorno.
    Il pianto di un bambino, forse, potrebbe anche essere compreso in una trama di suoni che va oltre quella della composizione eseguita; e che non diventa però disturbante rumore di sottofondo perché ha una sua naturalità che al cellulare manca. Non dico che troverei normale o auspicabile riempire di ulteriori suoni “collaterali” un concerto: ma in certi casi avrebbe un suo senso accettabile.
    Di nuovo mi vengono in mente scene di stampo liturgico.
    Dalle funzioni valdesi ho trattenuto, per esempio, di negativo la mancanza di un senso del limite e dell’opportunità – e di positivo la disposizione ad accogliere ed includere nel tessuto della celebrazione elementi di ampio respiro: i bambini anche piangenti o… giocanti, appunto (ne ricordo uno che amava far correre la sua macchinina sulla mia schiena), un coro che utilizza strumenti, intona canti e indossa abbigliamento non autoctono.
    Il canto diventa un tratto non solo focale, ma molto sentito della funzione.
    Meno felice dal punto di vista della partecipazione musicale (e sintomatica del carattere protestante), l’idea di lasciar cantare ognuno nella lingua che preferisce o che trova più comoda: uno stesso canto che si sovrappone in inglese, italiano e ghanese è una Babele; non un’armonia.
    (Su questo potrei dilungarmi).

  20. Molto carino! 😄
    Ma c’è qualcosa che non mi torna: il suono dello strumento che imita il cellulare parte prima che il musicista vi metta mano, ed al termine quest’ultimo prende e se ne va.
    Era già al termine l’esecuzione, oppure la scenetta è studiata e predisposta?

  21. Uh, io penso che abbia fatto benissimo ad interrompersi e che sì, bisognerebbe eseguire nuovamente quel brano dall’inizio.
    Riguardo alla mancanza di educazione e rispetto, sappiamo bene quanto questi esecrabili comportamenti siano ormai quotidiani.
    Oltre ai cellulari che squillano, persone che parlano a voce troppo alta, e molto, molto altro!
    Felice di averli trovata, Denise Cecilia, buona domenica!

  22. Eh già: gli strilli ai quali non ci si può per altro sottrarre (che so, in treno o… in autobus, per esempio 😉 mi infastidiscono ancor più, molto più delle suonerie che partono in sedi e momenti non esattamente congeniali.
    Sarà che ho vissuto per anni, da piccola, in un clima da mercato napoletano in cui ben tre donne contemporaneamente usavano l’urlo come abituale espressione vocale – loro credevano di parlare normalmente.

    Benvenuta qui 🙂

  23. Di sicuro dipende dal montaggio del video: audio e video non coincidono. Avevo sentito questa notizia a La Barcaccia su radio 3 e avevano mandato anche l’audio di questo violista che la butta sullo scherzo. Lui è stato molti simpatico, ma un cellulare che squilla durante un concerto è sicuramente irrispettoso della musica in sé, dell’autore e degli esecutori. Annalisa

  24. Grazie del passaggio, Annalisa.

    E’ vero, ho rivisto il video ed anche sul finire suono e movimenti non corrispondono.
    Mi stavo chiedendo se fosse un fake, ma meglio così!

    Apprendo ora dell’esistenza de La barcaccia; varietà operistico radiofonico quotidiano nato nel 1988 con il progetto di far conoscere e amare a tutti gli ascoltatori ogni aspetto dello straordinario mondo dell’opera lirica.
    http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-484f01ac-95c4-454c-bd2f-c9e948049815.html
    Chissà, magari…

  25. Avrebbe fatto meglio, Alan Gilbert, a riprendere daccapo il movimento che stava eseguendo, per rispetto del pubblico lì presente. Al limite, avrei dato un po’ di ragione al disturbatore se questi avesse esternato con un fischio il suo non gradimento dell’esecuzione (pare che nei due scherzi centrali il direttore abbia fatto un pastrocchio con gli ottoni, ma va be’), anche se sarebbe stato più opportuno lasciare la sala in silenzio, specie se il resto del pubblico gradiva l’interpretazione di Gilbert. Ma la contestazione non sembra aver a che fare con questo episodio, che ha tutte le caratteristiche per essere rubricato alla voce “sbadataggini”. Non sappiamo chi fosse l’uomo del cellulare, non sappiamo se avesse una qualche urgenza (un medico?) di essere reperito ovunque. Credo non lo sapesse nemmeno il maestro Gilbert.

    Molto più scandaloso e irrispettoso è stato un episodio di qualche anno fa, accaduto a Roma, durante un concerto vivaldiano eseguito dal Bach Consort al Pantheon: mancava da eseguire l’ultimo movimento, il pubblico applaudiva (forse ignaro del fatto che si applaude, di norma, alla fine dell’intera composizione, o, nell’opera, nel finale d’atto o subito dopo un brano celebre e virtuosistico), a un certo punto arriva una dipendente del Pantheon e annuncia che il pubblico – 500 persone – deve sgomberare i locali perché si è fatta l’ora di chiusa e figurati se un dipendente pubblico può tollerare pochi minuti di sforamento per via di un concerto musicale.

    Chi non ne fosse a conoscenza o si fosse dimenticato dell’accaduto, può guardare questa eloquente testimonianza video.

  26. Vi sono sbadataggini tollerabili e/o giustificabili ed altre che non lo sono.
    Questa rientra nella seconda categoria.
    Quanto ai fischi, personalmente non li ho mai approvati (se si considera soltanto la qualità artistica e non altri più critici fattori). Piuttosto, come tu stesso suggerisci, si lascia la sala.

    Sapere se la telefonata ricevuta dallo spettatore fosse o meno urgente è del tutto superfluo: un medico non è certo scusato per il disturbo che reca, ma sapendo d’essere reperibile, come chiunque altro si adegua inserendo la vibrazione e tenendo il cellulare a portata di mano – oppure, se in difficoltà ed incerto di accorgersi prontamente della chiamata, rinuncia al concerto.
    E’ comprensibile perché umano, non perché medico: la professionalità è anzi un’ulteriore garanzia che preserva da figuracce e da mancanze.

    Ceno, e mi vedo il video (ma sono già sommamente spaventata dal tuo racconto…). — Visto. Geniale, non c’è che dire -.-

  27. E’ parzialmente scusabile perché umano, non perché medico: la professionalità è anzi un’ulteriore garanzia che preserva da figuracce e da mancanze.
    Ho preso l’esempio del medico perché mi sembra sia il tipo di lavoratore che può trovarsi a dover affrontare emergenze anche quando sta semplicemente vivendo il suo tempo libero e non ha turno alcuno. Un chirurgo potrebbe rinunciare alla sua vita privata se ha in programma un trapianto ma non conosce né il giorno né l’ora? A parte questo, sì, è scusabile perché umano, se di sbadataggine si è trattato. Volendo, potremmo immaginare molti scenari dietro l’episodio: ho un cellulare nuovo, non so usarlo benissimo, m’illudo di averlo silenziato e quello suona lo stesso. Insomma, potrebbero esserci molti margini di buona fede che non giustificano nell’immediato la reazione del maestro Gilbert.

    Quanto ai fischi, personalmente non li ho mai approvati (se si considera soltanto la qualità artistica e non altri più critici fattori).
    In effetti, ci possono essere fischi strumentali e faziosi, una contro-claque assoldata all’uopo per ragioni di parrocchia (callasiani vs tebaldiani), che non tengono in considerazione il quid, ma l’habitus. Sono del parere, però, che la contestazione in teatro, moderata al punto da non interrompere l’esecuzione, sia talvolta un elemento vivificante per la musica e per tutti quegli elementi complementari che fanno l’opera artistica. Un recente Don Giovanni scaligero sotto la bacchetta di Barenboim ha suscitato qualche constestazione. Mi è piaciuta la risposta del direttore d’orchestra: «Si può esprimere la propria opinione, pur in mancanza di approfondite conoscenze. Però quando sei al ristorante, non è che vai in cucina e insulti il cuoco perché non hai gradito qualcosa. Magari riduci la mancia.» Meno applausi e qualche fischio alla fine di un’esecuzione non gradita possono considerarsi una soluzione accettabile.

    In passato, specie nei loggioni, accadevano cose che oggi i più ingessati riterrebbero inammissibili e oltraggiosi per la sacralità della musica. Spesso i contestatori erano melomani sfegatati e comicamente irriverenti, irritati da un’esecuzione non all’altezza. In qualche modo, però, questi episodi rendevano più vivo il rito del concerto, spesso mummificato nella prassi dello smoking e della pelliccia con perle di ordinanza. Ci sono molti aneddoti divertenti a proposito di questo rapporto moderatamente “interattivo” fra pubblico e musicisti (che è naturalmente asimmetrico e sbilanciato). Per alcuni è un peccato che di questi episodi ne accadano sempre meno, poiché si rischia di togliere all’esecuzione concertistica la possibilità di provocare il pubblico e al pubblico di reagire.

    La musica contemporanea (già a partire dalla generazione di Boulez) ci ha abituato a sonorità diversissime che non scandalizzano più nessun orecchio musicalmente educato. Qualche compositore moderno, forse, piange il fatto che non gli potrà più capitare ciò che accadde a Stravinskij alla prima del Sacre du Printemps o a Edgar Varèse alla prima di Hyperprism.
    Nessuno piangerà, invece, ciò che è capitato a Shostakovich e alla sua Lady Macbeth, quando la stampa del regime sovietico accusò il suo lavoro di cose scandalose e ne impedì le successive repliche.
    Un pubblico critico, anche avverso, ma non illiberale è molto meglio di una stampa ammanigliata con i poteri forti che grida allo scandalo e impedisce la messa in scena.

    Ceno, e mi vedo il video (ma sono già sommamente spaventata dal tuo racconto…).
    Ti rovinerebbe la digestione. Buona cena.

  28. Sì, ho sostituito “parzialmente scusabile” con “comprensibile” perché rischiavo di esser poco chiara: ribadisco come detto più sopra che non sono per il linciaggio o la rigidità tipo manuale di galateo, anzi sono propensa ad immaginare molti motivi per i quali si può incorrere in una situazione spiacevole come questa.
    Non è però che l’ingenuità, se di ingenuità si tratta, modifichi l’esito di quel suono importuno; purtroppo per l’incolpevole disturbatore, per i co-spettatori e per il concerto. Oh, anche per il direttore, certo: io non contesto il suo gesto perché ogni situazione e sensibilità è una somma di fattori del momento. L’interruzione in altre parole non è da attribuire unicamente al semplice ed oggettivo suono inatteso del cellulare.

    L’esempio del medico è quantomai opportuno ed emblematico.
    Escludendo interventi programmati (che proprio perché tali sono certi nel giorno, nell’ora, eccetera); un minimo di senso di responsabilità permette di adeguare almeno per quanto necessario i propri comportamenti extra lavorativi in funzione di una professione che – lo spero sempre nonostante la realtà spesso deluda – dovrebbe assumere la priorità sulle proprie piccole abitudini.
    Dopotutto, per un concerto mancato non è mai collassato nessuno.

    Posso certamente accettare, se non incoraggiare, forme di interazione meno strutturate come quelle che porti ad esempio.
    (Pensavo più che altro a manifestazioni di dissenso programmato, ma non avendo cultura musicale classica mi son venute in mente le provocazioni futuriste).
    Si tratta di capire quanto queste forme di espressione più libera del pubblico possano innestarsi in modo naturale e tacitamente approvato nelle prassi già consolidate: non si tratta di “ingessarle”, o di “assimilarle” nel senso negativo del termine, ma di integrarle. Diversamente, o hanno fatto il loro tempo (ma ci vuole appunto tempo per appurarlo) oppure il loro tempo deve ancora venire.

    Mi sfugge ovviamente il riferimento a Stravinskij e Varèse; se perciò vorrai darmi una dritta – prima che vada a consultare tristemente il web – la gradirò.
    Ah. Una domanda curiosa più che di rito: perché Shostakovich e non altri, per alias?

  29. L’interruzione in altre parole non è da attribuire unicamente al semplice ed oggettivo suono inatteso del cellulare.

    Giusto, perché non è lo stesso che sentire la suoneria, chessò, mentre si viaggia in treno. In fondo, l’ascolto e l’esecuzione di una composizione di ampio respiro, che concede solo una breve tra un movimento e l’altro, richiedono una concentrazione (e una ritenzione di ciò che è stato suonato poco prima) e un atto sonoro estraneo finisce per inquinare l’unità del discorso musicale.

    (Pensavo più che altro a manifestazioni di dissenso programmato, ma non avendo cultura musicale classica mi son venute in mente le provocazioni futuriste).

    Ed erano appunto provocazioni. Non ho nemmeno io una grande cultura musicale, mi risultano solo alcuni casi non del tutto sovrapponibili al nostro discorso, difatti quelli che ricordo hanno un sostrato politico, come accadde, per rimanere in territorio russo, al compositore Rimskij-Korsakov che, nel 1907, a due anni dalla Domenica di sangue, doveva mandare sulle scene l’ultimo suo capolavoro, Il gallo d’oro, una fiaba satirica tratta da un racconto di Pushkin che narra le vicende di un vecchio zar sciocco, libidinoso e guerrafondaio. Insomma, c’erano tutti gli ingredienti per far infuriare lo Zar Nikolaj II, da poco uscito sconfitto dalla guerra russo-giapponese e al centro dei famosi scandali che coinvolgevano la famiglia reale e il famigerato Rasputin. Di conseguenza, l’opera fu censurata e venne eseguita in pubblico solo molti anni dopo.

    Si tratta di capire quanto queste forme di espressione più libera del pubblico possano innestarsi in modo naturale e tacitamente approvato nelle prassi già consolidate: non si tratta di “ingessarle”, o di “assimilarle” nel senso negativo del termine, ma di integrarle.

    Be’, forse il pubblico di appassionati di oggi è meno interessato a organizzare protestare per un’esecuzione non gradita. La tradizione consolidata, che io sappia, era quella spontanea dei loggionisti polemici, ma avveniva durante lo spettacolo. Ci doveva essere un qualche codice interno sui toni e le modalità. Certi aneddoti mostrano come ci fosse, talvolta, una dialettica dell’irriverenza fra contestatore e artista, a suon di nomignoli e risposte esilaranti. Ma l’opera non è proprio il mio genere, preferisco la musica strumentale, ci vorrebbe un melomane appassionato per raccontare i dettagli di questo rapporto fra pubblico e artista.
    Può accadere più sovente che una forma di protesta vera e propria coinvolga il regista, specie negli allestimenti “postmodernisti” e decontestualizzanti (per intenderci, ambientare la Carmen di Bizet nelle favelas di Rio invece che a Siviglia). Un caso di qualche anno fa, collegabile in qualche modo alla vicenda di Castellucci, fu la messa in scena a Berlino dell’Idomeneo di Mozart. Il regista Hans Neuenfels aveva disposto che, a un certo punto della partitura, il cantante avrebbe mostrato al pubblico quattro teste mozzate raffiguranti Nettuno (o forse era Giove?), Cristo, Maometto e Budda. Vi furono ovvie contestazioni e fu ventilata la possibilità di atti di violenza da parte dei cittadini musulmani. Il sovrintendente dell’Opera di Berlino bloccò la messa in scena, poi seguì un’intermediazione fra comunità islamica e il ministro dell’interno tedesco e infine l’opera fu eseguita qualche mese dopo, senza incidenti.

    Mi sfugge ovviamente il riferimento a Stravinskij e Varèse; se perciò vorrai darmi una dritta – prima che vada a consultare tristemente il web – la gradirò.

    Ci proverò, nei limiti delle mie conoscenze dilettantesche. La prima del “Sacre du printemps” di Stravinskij è emblematico nella storia della musica, è uno di quegli episodi topici che diventano il simbolo di un’epoca. In breve, nel 1910 Stravinskij era emigrato dalla Russia in Francia, autore giovane ma già affermato, un enfant terrible, si direbbe. A Parigi collabora con l’impresario e coreografo Djagilev, direttore della compagnia di danza Ballets Russes. Nel 1913 viene eseguito il balletto Le Sacre du printemps (in italiano tradotto impropriamente come La sagra della primavera – Quadri della Russia pagana). La musica è senza dubbio innovativa e rivoluzionaria per gli aspetti formali, nell’uso del ritmo, dell’armonia, della strumentazione, e suscita grande scalpore presso il pubblico più conservatore, compresi i compositori presenti allo spettacolo (come Camille Saint-Saens, che lasciò la sala infuriato). Audace fu anche la coreografia, realizzata dal ballerino Nizinskij, che non era per nulla quella codificata dal balletto classico. Un’opera di rottura, insomma, che suscitò una violenta contestazione in sala, compreso qualche svenimento isterico (il ricordo del dott. Charcot era ancora vivo). Il testimone della polemica passò ai giornali, con grande pubblicità per Stravinskij & Co., come da tradizione.
    A Varèse accadde qualcosa di simile, circa dieci anni dopo, a New York: durante l’esecuzione del brano strumentale Hyperprism, il teatro fu invaso dai fischi di chi non apprezzava la musica e dai fischi di chi non apprezzava i fischi altrui… Ma Varèse, rispetto a Stravinskij, è rimasto un compositore meno esposto al grande pubblico.

    Ah. Una domanda curiosa più che di rito: perché Shostakovich e non altri, per alias?

    Non c’è una ragione particolare. Potrei dire per quale motivo mi piace la musica di Shostakovich. Ma è davvero una storia complessa, anche se non quanto lo è stata quella del compositore sovietico. Mi limito ad una sola argomentazione, questa. E’ la cadenza per violino solita dal terzo movimento del Concerto per violino e orchestra n. 1 op. 99.

  30. La tradizione consolidata, che io sappia, era quella spontanea dei loggionisti polemici, ma avveniva durante lo spettacolo. Ci doveva essere un qualche codice interno sui toni e le modalità. Certi aneddoti mostrano come ci fosse, talvolta, una dialettica dell’irriverenza fra contestatore e artista, a suon di nomignoli e risposte esilaranti.

    Sì, qui (che personalmente piaccia o meno) esiste un codice, una norma sottesa, e allora l’intervento-interruzione non è cassabile come puro disturbo.
    L’esistenza di queste modalità di interazione tra artista (anche classico, lirico) e pubblico oltre ad incuriosire fa ancor maggiormente disprezzare, etimologicamente parlando, episodi come quello del cellulare.

    L’episodio che citi dell’Idomeneo, invece, non attiene a questa “casistica”; ma visto che si è parlato e si sta parlando anche di Castellucci e tu accosti le due rappresentazioni, o meglio le conseguenze delle due rappresentazioni; approfondirò.
    A meno che non vi fossero ragioni particolari a me non note, però, non posso che rilevare la pretestuosità del mettere insieme un mito greco con delle teste mozzate (qualunque cosa simboleggino o vogliano comunicare) di figure religiose o comunque di devozione.

    […] il teatro fu invaso dai fischi di chi non apprezzava la musica e dai fischi di chi non apprezzava i fischi altrui…

    M’è piaciuta, questa 🙂

    E’ la cadenza per violino solita dal terzo movimento del Concerto per violino e orchestra n. 1 op. 99.

    E allora ascolto.

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