In cerca di ritmo

Con tutto il rispetto per l’artista Simona Molinari, che non conoscevo prima di sentire la sua versione di “In cerca di te (Solo me ne vò per la città)”, e che per quel che ne so può anche essere dotata ed aver cantato altri, più meritevoli pezzi; in questo caso ha fatto un pasticcio.
Nella fattispecie, è doloroso accendersi di entusiasmo mentre si fa il solito zapping radiofonico sentendo nominare uno dei propri brani preferiti, per poi scoprire che l’interpretazione non ha sale e manca completamente di punteggiatura.
Sì, punteggiatura!: perché la musica come ogni linguaggio (anche quello scritto si traduce in parlato nel pensiero e nella declamazione o recitazione) vive tanto di lessico quanto di pause, soste, respiri tra le note e le parole. In un termine: punteggiatura.
Provate voi lettori ad ascoltare la versione, non volutamente sincopata e perdifiato ma piatta e monocorde, che sta passando insistentemente in radio in questi giorni…

… con quella, stravecchia e stracotta
ma morbida ed accentata di una Cinquetti a caso
(io sono particolarmente affezionata a quella di Arigliano,
ma insomma, il confronto con un’altra voce femminile mi pare più opportuno):

Il “vecchio” non è sacro e migliore a priori.
Ma se il nuovo non è all’altezza; che ci venga risparmiato.

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15 thoughts on “In cerca di ritmo

  1. Carissima, a me piacciono sia Peter Cincotti che la Molinari, questa versione non mi dispiace se devo essere sincera. Certo che quando si hanno dei termini di paragone ai quali il pubblico è affezionato, magari è difficile colpire. Un abbraccio e buona serata!

  2. Mi fido del tuo giudizio e me li segno come artisti da risentire 😉
    Hai qualche titolo da consigliarmi in particolare, come assaggio iniziale?

    E’ vero quel che rilevi, spesso l’affezione ad una certa intepretazione o l’aspettativa alta che abbiamo verso una qualsiasi riedizione di un brano condiziona il giudizio; devo dire però che in questo caso la versione non mi piace proprio per ragioni tecniche e non altro.
    Nel jazz molto più che in altri generi le interpretazioni, riproposizioni, innovazioni su uno stesso brano si sprecano; perciò tendo a vederle positivamente e non come un abuso. Non tutte però mi convincono, ovviamente. E sono di bocca buona, eheh!

  3. La Molinari la conosco meno, non saprei darti suggerimenti su cosa ascoltare, ha comunque una bellissima voce.
    Cincotti invece mi piace tanto, è un giovane pieno di talento. Prova ad ascoltare il suo album East of Angel Town, ci sono brani davvero splendidi, come ad esempiio Cinderella Beautiful, December boys e la struggente The country life. Credo che prima o poi gli dedicherò un post.
    Certo, poi sentire certe emozioni grazie a una musica è molto personale ed individuale, beh fammi poi sapere!

  4. Ma volentieri!
    Male che vada, ho colmato una lacuna; se poi piacerà anche a me tutto di guadagnato, no? ^__^

    Per altro penso che – a prescindere dalla musica, e so che può sembrare strano – potresti rendermelo interessante con le parole; vista la grazia (ehm, permetti?) con cui racconti.
    Dopotutto ogni realtà ha diversi livelli di lettura. Che è solo uno dei motivi per i quali mi sto appassionando alle biografie.

  5. … non c’è di che: il merito è tutto tuo (ed il piacere mio).
    Molti scrivono di cose interessanti, alcuni scrivono bene di cose interessanti, pochi scrivono di cose più e meno interessanti con una certa leggerezza.
    E siccome io di leggerezza purtroppo non abbondo; la apprezzo anche di più.

  6. in fondo credo sia una questione di arrangiamento. e questo ti da la misura di quanto il mestiere dell’arrangiatore, spesso, sia più importante di quello del compositore. Soprattutto nella musica cosiddetta leggera dove, il più delle volte, chi compone la semplice melodia di una canzone, non ha le competenze per fare da sè anche l’orchestrazione e l’arrangiamento che sono, di fatto, ciò che nobilita o abbrutisce una canzone

  7. Be’, mi sembra che i due brani vogliano esprimere proprio intenzioni molto diverse, e a ognuno trovo stia bene il ritmo che ha. Personalmente preferisco il primo (quello della Molinari), è la prima volta che lo sento. Però chiaramente se uno è affezionato a un brano come tu a questo, è difficile che ne apprezzi una cover! Ho provato per es. la tua stessa emozione quando a Baglioni venne la deprecabile idea di ricantare “Il mio concerto” di Bindi… la sua versione non mi piacque per niente, quasi mi offese, ma in realtà perché ero affezionata alla versione di Bindi. Per non parlare di quando Vasco rifere “Creep” dei Radiohead… aaargghh! 😉

  8. Certo, sulle diverse intenzioni non c’è dubbio.
    E’ la qualità che a mio parere manca, e come dicevo, a prescindere dalle affezioni.
    Il confronto mi è occorso non per “spingere” la Cinquetti, la cui versione per altro sentivo per la prima volta; ma per evidenziare una mancanza nel primo pezzo, che travalica il genere scelto per interpretarlo (anche accostando Arigliano a questa versione si sente un bello scarto).

    Vasco che canta Creep, oltre a non piacermi musicalmente (e questo è un mio gusto personale); mi fa ribrezzo per l’oggettiva inadeguatezza del personaggio a rappresentare quel testo.
    E’ come se la Pausini si mettesse a cantare gli Iron Maiden, oppure se de André redivivo scimmiottasse i Chumbawamba. Gosh O.o

  9. uhm li ho ascoltati due volte e forse proprio perché le mie orecchie sono vergini di questa canzone, non ravviso quello che dici. Tuttavia, quando si ama una canzone, qualsiasi altra interpretazione, anche dello stesso autore, delude sempre. A me è successo con molte canzoni umplugged o dal vivo. Quando le ho sentite nella versione originale le ho trovate prive di ritmo, anima e corpo.

  10. Avanti di questo passo temo che non farò più confronti fra diverse versioni di una stessa canzone, non in negativo almeno… dal momento che, ripeto, non è l’affezione ad una diversa interpretazione che mi fa scriver così.

    Comunque, è interessante quel che dici a proposito di unplugged e concerti: questa in effetti è una dimensione molto particolare, difficile da far “funzionare” (ma che per lo stesso motivo dà un sacco di soddisfazione quando vi si riesce).
    Forse neppure paragonabile ad un pezzo in studio, credo abbia una sostanza e dei criteri a parte. Da un lato si presta di più al giustificarne le imperfezioni, dall’altro è un animale vivo che può sorprendere, anche annoiando, con intensità maggiore – non perché la musica dal vivo emozioni necessariamente di più, ma perché crea aspettative più alte, almeno in me.

  11. io sono dell’idea che non ha senso riproporre tale e quale la canzone di un’altro. Ognuno deve aggiungerci qualcosa di suo, interpretarla, sporcarla, renderla diversa. Poi, può piacere o meno, di sicuro non troverà il consenso di tutti ma si tratta di una interpretazione. Per questo non capisco le cover e le band cover che suonano alla perfezione un brano famoso ed appagano solo se stessi. Tanto vale ascoltare il brano nella versione originale. Invece, e spesso sono delle vere scoperte, mi piacciono le canzoni arrangiate diversamente, con altri ritmi, altri stili, altri strumenti.

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