Galaverna

C’era ancora la galaverna quando ho appoggiato sul comodino, pronto da leggere, Murakami.
Ero entusiasta, in quei giorni, di quel velo brinato di nebbia; dall’apparenza quieta di neve e pronto, inaspettatamente, a sollevarsi vorticando in aria. Sembra fatto di nulla in quel frangente, e non ci si capacita di come un tappeto bianco, tanto corposo e spesso, si possa dissolvere così rapidamente lasciando storditi.
Lo vedo come una metafora della morte, quel mulinello di galaverna che si scompone nell’aria come zucchero filato in bocca: in fondo, è lo stesso principio: non una scomparsa, ma un degradare in una minor complessità della materia.
A chi resta sta il compito di dirsi e di dire se quelle molecole, molto prima di disperdersi, abbiano impressionato con il loro solo esistere e configurarsi insieme la pellicola del mondo, se questi ne rechi una traccia in substrato. O se la rottura dei legami (ai nostri sensi, legami forti) sia definitiva.

C’è la neve, oggi, a coprire come un mantello i campi.
Ho iniziato a leggerti il libro soltanto ieri; ci voleva forse d’esser spossata fisicamente per pulire ancora una volta la mente e concedermi una pausa. Sotto le coperte, alla luce dell’abat-jour, abbiamo incontrato Watanabe e Naoko. E’ un inizio. Spero ti piaccia: il protagonista aveva vent’anni quando li avevi anche tu.
Stasera, ancora un po’, ancora qualche pagina.

Ciao, papà.

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24 thoughts on “Galaverna

  1. A chi resta sta il compito di dirsi e di dire se quelle molecole, molto prima di disperdersi, abbiano impressionato con il loro solo esistere e configurarsi insieme la pellicola del mondo, se questi ne rechi una traccia in substrato. O se la rottura dei legami (ai nostri sensi, legami forti) sia definitiva.

    Dico solo grazie.

  2. Per aver espresso in modo chiaro ed elegante un dilemma antico (Où sont le neiges d’antan?): se ci restano, delle cose e delle persone che non ci sono più, soli nomi o tutto un mondo di ricordi vivissimi, presenti, quasi immanenti in una dimensione parallela. Ma non volevo aggiungere altre parole a quanto citato.

    Per altro, c’è una cosa, del lutto, che mi perplime. Ma non vorrei invadere il post, il cui significato è estremamente privato e intimo, ancorché pubblicato su un blog, con questioni ancillari.

  3. Puoi immaginare, in modo sommario, cosa ne penso – dal momento che credo in una vita non solo parallela, alla quale è immanente chi non lo è certo più nella nostra realtà fisica, ma persino eterna.
    D’altra parte, i ricordi vivissimi son pur sempre prodotto della psiche.
    Dire in cosa si differenzi da essi il sentimento (inteso non come emotività, ma come sapere, sapienza) della presenza persistente di un defunto è ben più arduo. Al di là del discorso sulla (non) dimostrabilità di quella presenza.

    Per quanto concerne la cosa che ti perplime, ti ringrazio dell’accortezza; ma sentiti libero. Il post non s’offenderà se butti lì un domandone, ed io nemmeno (al massimo, recupero i sali).
    Dai, spara.
    (E magari mi spieghi anche che vuol dire “ancillare”, plz).

  4. Ti ringrazio per aver corretto il mio pastrocchio con il tag nel commento precedente.

    Ancillare, eh eh, scopro adesso che un dizionario ne dà, come prima definizione “Di ancella, di serva; amori ancillari, in senso scherz., flirt con le cameriere.” Intendevo dire secondario, non direttamente correlato.

    Più che una domanda è una difficoltà. Non sentirti in dovere di rispondere. La butto lì e basta.

    Non ho esperienza, fortunamente, di gravi lutti, a parte quello di cui parlai a suo tempo, avvenuto in circostanze affatto improvvise.
    La mia perplessità è emersa ieri: è morto il suocero di un mio zio che vive lontano, nessuno in famiglia lo conosceva ma era doveroso inviare almeno un telegramma. Ci penso io, ma al momento di scrivere due righe, nello stile inevitabilmente di circostanza dei telegrammi, mi accorgo di come fossero inespressive. Correggo con qualcosa di meno formale, ma ecco che mi appare eccessivo ed enfatico, non misurato, non credibile, non corrispondente al sentimento sincero che ispira queste parole. Un gesto, fosse stato pure un abbraccio muto, avrebbe comunicato meglio e con più aderenza. Non c’è stato verso, ho steso due righe di moderato cordoglio e via.
    Questo episodio accidentale mi ha fatto pensare, forse ingenuamente, che il lutto è una situazione molto vicina all’incomunicabilità del sentimento: è difficile esprimerlo a parole, se non per modi ellittici, dove la disperazione e il dolore sono più allusivi che espliciti, sono intimi; i pianti e i singhiozzi sono un aspetto, per certi versi, ambiguo (taluni – a seconda delle vedute – più costumati, in pubblico li moderano o li evitano; altri, come accade spesso con le donne anziane qui in Sicilia, ne fanno un elemento talvolta parossistico). Ci può essere una qualche difficoltà anche da parte di chi porge le proprie condoglianze, almeno così è per me: un abbraccio lo so dare, mi viene spontaneo, mi è quasi piacevole, è la cosa che si avvicina di più all’espressione “calore umano”, che non è solo quello del corpo. Ma le parole non mi escono. Non riesco ad elaborare nulla che non sia ovvio, banale, le mie parole suonano prosaiche perché forse lo è anche, a livello razionale e discorsivo, il mio rapporto con la morte.
    Ho bazzicato, tempo fa, su alcuni forum di ateismo popolare, quello un piuttosto volgare e viscerale che fa giustamente ridere o piangere chi lo osserva, ateo o credente che sia. Lì si parla raramente di morte, e quando lo si fa colgo nei post degli utenti, con alcune eccezioni, una sorta di distanza e disinteresse per la questione che li porta a tagliar corto, come in un metabolismo interrotto. Forse, in questo comportamento c’è la consapevolezza, non dichiarata, di non essere in grado di affrontare il problema senza scoprire l’inefficacia emotiva – perché la morte di un caro, per atei e non, è più che un fatto, è una condizione di psiche soggiogata da sensazioni emozionali – di certi discorsi che non lasciano speranza a chi muore e ne danno ben poca a chi resta. Non mi domando se queste risposte siano vere o false, ma se sono efficaci, se aiutano. Non lo fanno.
    Ecco, mi chiedo, a un ateo in lutto, cosa potrei mai dire? Cosa comunicargli, abbracci a parte, se non il silenzio? Un morto è un morto è un morto. I ricordi sono ricordi, commuovono, sono catartici, ma non danno speranza, almeno in questa prospettiva. Sarà per questo che la morte, per chi non crede, è argomento di cui è difficile parlare e parlarsi.

  5. Un grazie anche da me.
    Mio babbo se n’e’ andato 364 giorni e qualche ora prima del tuo.
    Onestamente non so bene come io sia veramente messo in termini di elaborazione del lutto…leggo cio’ che tu scrivi con un misto di curiosita’, comune sentire e struggimento, con l’idea che magari mi possa aiutare a capire meglio.

    Mancarmi, mi manca. Ieri ci ho fatto pure un piantino….

    Conosci questo?

    E’ bellissimo. Ma oserei dire devastante….

    Cari Saluti

  6. Altro che sali, una camomilla mi ci vuole.
    Ma non avevo dubbi che valesse la pena sollecitarti.
    (Tra parentesi: con tutto il rispetto, ancillare sarà tua sorella. Che m’è morto a fare mio padre se non per scardinare la banalità della morte come evento lontano, estraneo?
    Penoso per penoso, è di quel che scrivi che c’è bisogno, soprattutto, di parlare).

    (Tra parentesi II: non ho capito perché t’ha messo il commento in sospeso, visto che non contiene nemmeno un link. Vabbeh).

    Rispondo, invece, rispondo.
    Mica per obbligo, giammai.
    Ma più tardi.
    (Tra parentesi III: intanto grazie. Magari vivo dilemmi un po’ diversi, ma l’empatia passa anche attraverso lo schermo, quando ce n’è).

  7. […] un abbraccio lo so dare, mi viene spontaneo, mi è quasi piacevole, è la cosa che si avvicina di più all’espressione “calore umano”, che non è solo quello del corpo. Ma le parole non mi escono. Non riesco ad elaborare nulla che non sia ovvio, banale, le mie parole suonano prosaiche perché forse lo è anche, a livello razionale e discorsivo, il mio rapporto con la morte.

    Dici poco… anche un abbraccio può diventare formale, ma quando lo diventa, ferisce ben di più di una frase di circostanza. Dopotutto, comunicare oralmente non è cosa alla quale possiamo sottrarci. Ma il corpo non lo comunichiamo a chiunque, nè allo stesso modo, nemmeno nel dolore o nel pericolo.
    Nel dolore e nel pericolo, se non si è intimi in qualche misura, non ci si abbraccia: al massimo ci si compatta, ci si stringe di confine.
    Certo, volendo o per abitudine si impara a farlo lo stesso: ma la differenza è ineliminabile, non mascherabile. E’ un abbraccio che invece di proteggere soffoca.

    Dopo la morte di mio fratello, tre anni fa non solo non ero in grado di elaborare un “discorso sulla morte” che mi mettesse in gioco per intero e non unicamente dal punto di vista razionale, ma addirittura ho dato gas e razionalizzato in senso clinico: cioè, ho cercato spiegazioni e motivazioni anche laddove palesemente non c’erano spiegazioni valide o ragioni da dare, parole da dire.
    Ed ho preteso di saper far fronte a tutto, come se l’aver convissuto con la sua malattia (malamente, per di più) fosse bastato a rendermi immune. Esprimere l’emotività mi avrebbe dato la sensazione di perdere il controllo, di frantumarmi; e me ne sono difesa.
    Dico questo giusto per ribadire che non sono esente dalla debolezza, casomai qualcuno supponesse che voglia celarla.
    Ma c’è di più.
    MI fai pensare che se stavolta le cose stanno andando diversamente, pur con tutti i momenti vuoi di tristezza, vuoi di insicurezza, vuoi di spaesamento del caso; non è solo perché mi sono – come si dice – sciolta un tantino.
    E’ soprattutto per lo stesso motivo per il quale (sto per scrivere un’enormità) nel bel mezzo di una crisi depressiva spesse volte mi fermavo e (come nell’occhio di un ciclone) sapevo che quel male era temporaneo ed “apparente”. Sembrerebbe un controsenso, dato che la depressione ti toglie precisamente proprio quel tipo di consapevolezza e di forza, di lucidità.
    Ovviamente non pretendo di saper spiegare cosa mi porta, in termini concreti, a credere che mio padre esista ancora. Azzarderei (non per la prima volta) un’analogia tra la fede (la fede in un fatto simile, in un’esistenza e presenza; non la teologia) e quella sicurezza che mi raggiungeva in un modo imprecisato, impossibile, non una volta che la crisi si spegneva ma durante.
    No, non credo di saper spiegare come si fa ad avere il cervello straziato, urlante ed al contempo la consapevolezza che quel che si prova tanto intensamente è falso. Nè dunque come si fa a negare che la morte sia definitiva, quando è così facile (e logico) credere il contrario.
    Fatto sta che quando parlo di fede, sicurezza e via andare; mi riferisco ad un tipo di sensazione-sentimento che ha già sorpassato l’emotività. Non dico che ne esuli, non è possibile, ma – ecco: tracima.

    Ecco, mi chiedo, a un ateo in lutto, cosa potrei mai dire? Cosa comunicargli, abbracci a parte, se non il silenzio? Un morto è un morto è un morto. I ricordi sono ricordi, commuovono, sono catartici, ma non danno speranza, almeno in questa prospettiva. Sarà per questo che la morte, per chi non crede, è argomento di cui è difficile parlare e parlarsi.

    L’unica speranza – di credenti e atei – è essere, più che ricordati, conosciuti. Il ricordo non è che il rinnovarsi di una conoscenza intima, direi biblica (non sessuale, del “cuore”… traduzioni improprie? Boh) nel tempo.
    Dove sta il fascino dell’essere creati, “appartenenti” a Dio, se non nella conseguenza che si è conosciuti personalmente e fino in fondo, per sempre, senza soste o mancanze?
    L’ateo demanda, in parte, questo compito ai posteri ed alla loro empatia o intelligenza (secondo l’indole che si ritrova). L’opera d’arte non è grande per l’estro che comunica, ma per come quell’estro sa interpretare e trasmettere la natura umana, e quindi: cogliere la radice comune a chiunque, nel frattempo, si trova costretto a passare il testimone e sparire. Dà sollievo; ma non elimina il “problema” di perpeturare quell’opera all’infinito. E per quanto ottimisti si possa essere, ogni uomo con un minimo di sale sa di non essere affatto, anche come specie, infinito.

    Guarda, nel 2006 scrivevo questo (non so davvero se possa c’entrare e dirti qualcosa, ma l’ho associato immediatamente alla tua perplessità):

    even if

    non ho parole da spendere stasera, sarà la stanchezza. soprattutto non ho parole per chi usa malamente le parole stesse, e le violenta impedendo loro di trasmettere ciò per cui sono nate.
    ma ne voglio dire qualcuna lo stesso, per i pochi che forse per un breve momento, o forse in eterno, le ricorderanno.
    anche se piccole; anche se le vedo tanto simili in questo frangente alle nostre piccole vite: ognuna, è un bel sogno inutile.
    parlo ancora d’amicizia, il termine lo uso sì… per comunicare in modo semplice e diretto un certo tipo di rapporto, farlo intendere agli altri. ma non corrisponde più a nulla che io conosca: ho sostuito ogni cosa con “amore”, e scoperto che ha senso.
    anche se vasto; anche se fraintendibile, amore è il mio caleidoscopio di legami. legami, più che relazioni… da nutrire, da capire, da sentire. pazienza se a chi è legato ad altri modelli culturali parrà che confonda il fraterno col romantico.
    l’amore non è un sentimento egoista. non perchè l’egoismo, anche nella sua accezione migliore, non abbondi nell’essere umano e nelle relazioni che esso allaccia. ma perchè non lo credo, non più con certezza, un fattore omnipresente in quello che siamo. l’amore scevro di egoismo esiste: e non è nemmeno raro e delicato, al contrario si sviluppa dal terreno più resistente, come una burla nei confronti della tenera fragilità che tanto si osanna fra gli scribacchini. l’amore non egoistico è l’inosservato bello, l’ovvio splendore di chiunque sia realizzato in se stesso. di qualcuno che basti a se stesso nell’atto estremo di ascoltare la vita (non provo nemmeno a dire cosa significhi questo per me). anche se questo qualcuno umanamente non basta mai a se stesso nel momento del “bisogno”: che non è la prova del nove per capire chi ci è amico, ma soltanto una controprova di quanto ogni individuo è vero conoscitore di se stesso.
    c’è quindi spazio nella mia percezione dell’amore per un sentimento non egoistico, anche se si costituisce chiaramente come nucleo di un sentimento che va comunque a creare ibridi con tutto ciò che nell’uomo s’agita e si riflette.
    penso di aver espresso il mio massimo sull’argomento con un breve post in una discussione sull’ud: mi limito allora a riportare una delle cose dette. l’amico (quale concreto esempio di soggetto che agisce con amore) non è perfetto nel risultato, ma è perfetto nel suo scopo: essere per te. non al tuo servizio, perchè l’amicizia non è un contratto, e non è affatto vero che si dà nella stessa misura in cui si riceve. e non al servizio di se stesso, perchè sottostare al proprio ego significa ucciderlo ed uccidersi. l’amicizia non è un fare, ma un essere. un esserci, nel senso più pieno e intimo.
    fine della storia.

    […]

    … vorrei essere in grado di tratteggiare con le parole le persone a cui sto pensando, farle eterne, dire che le ho scelte. rinnovare ad ogni riga quel “sì” incondizionato: affatto ingenuo, e proprio per questo tanto più sconvolgente.
    e se poi avessi voluto esaurire qui il mio bene, sarebbe comunque bastato… ma come ho già detto, voglio di più. dopo le parole, sto scoprendo come amare nel silenzio. come usare la lontananza. non so cosa sia più duro… ma quando non l’aspetto, mi date conferma di esserci.
    non so se chiamarvi amici: questa parola non mi è mai piaciuta molto. facciamo che vi chiamerò per nome… e lo sapremo soltanto noi.

    L’uomo vuole solo essere conosciuto, e chiamato per nome.
    Se non in eterno, almeno senza se e senza ma.
    La domanda è: tu sei in grado di far questo per chi ami, che un oltre ed un dio al quale ispirare quell’amore esistano o meno?

    Perdona la lunghezza della risposta.
    Non ho parole più efficaci – appunto – di quelle di sempre.

  8. AleX, corro da mia mamma.
    Ti lascio un pensiero prima di addormentarmi, eh.
    E per tuo padre, obviously. Magari scrivimi come si chiama, anche in privato se vuoi: così non mi rivolgo al “padre di AleX” O.o

    Ma domani avrò una parola in più.
    Grazie della meravigliosa fiaba in video 🙂
    (No, non la conoscevo).

  9. AleX, ho cambiato idea: non domani.
    La parola ce l’ho e ce l’ho adesso; piccola ma importante: tenerezza.
    E’ curativa, tipo balsamo. Artiglio del diavolo, per la precisione.

  10. Dici che tracima l’emotività. Ne hai, per così dire, un forte intuito?

    La domanda è: tu sei in grado di far questo per chi ami, che un oltre ed un dio al quale ispirare quell’amore esista o meno?

    Se bastasse volerlo, potrei rispondere di sì. Ma mi so troppo incline a cedere e senza averne almeno l’esperienza, finirei per rispondere di riuscirci ma non esserne, di fatto, in grado.
    C’è una persona che non ho smesso di “chiamare per nome”, dentro di me, per molto tempo, non perché sia morta, ma per altre ragioni che ci hanno allontanato, senza alcuna rottura. Lei nemmeno se lo immagina. Ma per me è come se fosse morta, congelata nel passato, non posso o non voglio o non devo ricontattarla, ho timore di arrivare a rivelarle la cosa e di scombussolarle la vita. Ed è così che ho deciso, col tempo, di chiamarla – interiormente – sempre meno. Non è un buon esempio di ciò che dicevi, ma è la cosa che, per quel che ho sperimentato, vi si avvicina di più.

  11. Dici che tracima l’emotività. Ne hai, per così dire, un forte intuito?

    Direi di no. Nel senso che quella “conoscenza” trascende sia l’emotività del momento, sia l’intuito inteso come particolare forma di razionalità (diversa dal pensiero logico consapevole, ma pur sempre razionale).
    E’ un tipo di sentire che cozza contro quel che mi verrebbe spontaneo ritenere vero sotto spinta emotiva (mi è più facile ritenere che sia tutto finito, e che non vi sia una via d’uscita, che non viceversa: è riposante!). Nondimeno, è controintuitivo al massimo grado.
    E, vedi, siamo arrivati ben presto al punto in cui mi pare di non saper aggiungere altro. Naturalmente, posso clamorosamente sbagliarmi; va da sè. Fatto sta che non è per considerazioni mosse a tavolino, seppur sentite fortemente, che credo in questo e quello (e non ci sarebbe da scandalizzarsi: è un meccanismo che pure ho vissuto); ma per una roba che, oltre a non saper definire, non so nemmeno dire che natura abbia. Tuttavia, chiede di decidersi per vederla con favore, o con disprezzo, ignorarla è proprio dura.

    […] ho timore di arrivare a rivelarle la cosa e di scombussolarle la vita. Ed è così che ho deciso, col tempo, di chiamarla – interiormente – sempre meno.

    Già sai che la risposta non è dovuta – dipende da quanto ti può destabilizzare – ma intanto ti faccio la domanda: perché le scombussoleresti la vita?
    Do per scontato che sarebbe effettivamente così, e che tu la conosca più che abbastanza per saperlo senza tema di correzione.
    Ancora: perché “chiamarla” meno, se non vi è stata rottura? E’ un allontanamento che, comunque, ti produce sofferenza?
    (Non so se questo c’entri poco col mio esempio: in realtà, penso c’entri sì. Ho in mente una persona che ancora chiamo per nome, ma non incontro più neppure per caso. Dinamica diversa, immagino: una rottura, anzi più d’una, c’è stata; e d’altronde lui sa benissimo in che modo lo considero. La rottura definitiva è stata voluta, benedicente: paradossalmente, continuare a partecipare della sua vita mi avrebbe impedito di offrirgli quel che ho da offrire. L’assenza ha il suo ruolo ed il suo valore).

  12. Già sai che la risposta non è dovuta – dipende da quanto ti può destabilizzare – ma intanto ti faccio la domanda: perché le scombussoleresti la vita?
    Ancora: perché “chiamarla” meno, se non vi è stata rottura? E’ un allontanamento che, comunque, ti produce sofferenza?

    Ci siamo allontanati per necessità poco dopo il diploma, ciascuno aveva già progettato di iscriversi qui o là, ho evitato di rivelarle che non la sentivo solo come un’amica, se anche avesse ricambiato – ma sono convinto di sì – sarebbe stato ben difficile stare vicini. Così ho continuato a pensarla, per più di un anno. E so che se la rivedessi, potrei non trattenermi dar dirle questa cosa e non posso farlo, la metterebbe in difficoltà e comunque non è per niente opportuno ora che ha una relazione con una persona che vuole molto bene. Non mi resta che pensarla di meno, demistificare l’idealizzazione che ho fatto di lei, ricondurmi alla realtà. Forse così non sentierei più l’esigenza, incontrandola, di raccontarle cose sconvenienti e imbarazzanti.

  13. Ci siamo allontanati per necessità poco dopo il diploma, ciascuno aveva già progettato di iscriversi qui o là, ho evitato di rivelarle che non la sentivo solo come un’amica, se anche avesse ricambiato – ma sono convinto di sì – sarebbe stato ben difficile stare vicini. Così ho continuato a pensarla, per più di un anno.

    Fin qui, capisco. Le circostanze sono valutabili soltanto da voi.

    E so che se la rivedessi, potrei non trattenermi dar dirle questa cosa e non posso farlo, la metterebbe in difficoltà e comunque non è per niente opportuno ora che ha una relazione con una persona che vuole molto bene. Non mi resta che pensarla di meno, demistificare l’idealizzazione che ho fatto di lei, ricondurmi alla realtà. Forse così non sentierei più l’esigenza, incontrandola, di raccontarle cose sconvenienti e imbarazzanti.

    Uhm. Anche in questo caso, solo tu – o comunque chi conosce la situazione – può dire cosa sia giusto. Non certo io. Ma confesso che, se pure capisco che una comunicazione del genere potrebbe mettere in difficoltà; faccio invece fatica ad immaginare l’imbarazzo e la non opportunità. Magari dipende da altre cose, dettagli che non conosco.
    In generale mi stupisce.
    Oh, e rilevo che ritieni di averla mitizzata ed idealizzata (ma ne sei sicuro? O è una conclusione che trai dal fatto che, pur non vedendola, ancora la penseresti – più di quanto non fai – se non ti fossi imposto una condotta diversa?).
    Non so. La persona di cui ti parlavo, o meglio a cui mi riferivo io, l’ho senza dubbio giustificata ed “abbellita” sotto vari aspetti; non necessariamente i suoi più crudi. Eppure, nonostante il tempo passato e la convinzione di più d’una persona che ne fossi innamorata, mi pare tutt’ora di esserne stata condizionata pesantemente, sì, ma non di aver completamente frainteso la sua persona – di averlo visto come un “eroe” quand’era un criminale: il marcio che ha dentro, così come il buono, mi son stati presenti fin da subito.
    Non sto paragonando due esperienze sicuramente diverse, è chiaro.
    La mia è solo un’associazione di pensiero, sulla linea dei precedenti commenti. Qui mi sembra particolarmente interessante ciò che non scrivi, ciò che sta dietro a quell’imbarazzo.

  14. Scusa la domanda un po’ così, dopo questa discussione…
    Chi interpreta “Inverno” nell’audio in chiusura del post?
    L’ho ascoltato solo adesso, e l’ho apprezzato.
    Ciao

  15. Figurati. Anche se il post è, diciamo, intimistico, non mi disturbano commenti di tono diverso.

    Non ho messo titolo e autore perché ho pensato che in ogni caso erano reperibili cliccando sul video allargato su YT – e qui la musica era solo a cornice.
    Si tratta di Cecilia Chailly, figlia di Riccardo, all’arpa.
    Ho ascoltato un po’ di suoi pezzi originali e – per ora – non ne sono stata catturata, ma questa versione (insieme a quella del Dies Irae) mi piacciono molto.

  16. C’è un dettaglio che voglio aggiungere, da qualche giorno.
    Ed è questo: quando scrivo che quella “conoscenza” trascende sia l’emotività del momento, sia l’intuito inteso come particolare forma di razionalità (diversa dal pensiero logico consapevole, ma pur sempre razionale).
    E’ un tipo di sentire che cozza contro quel che mi verrebbe spontaneo ritenere vero sotto spinta emotiva (mi è più facile ritenere che sia tutto finito, e che non vi sia una via d’uscita, che non viceversa: è riposante!). Nondimeno, è controintuitivo al massimo grado

    … sottintendo anche che non considero quel sentire non-razionale e non-emotivo perché ho fede, e sulla base della fede lo interpreto così.
    Si può dire piuttosto l’inverso, cioè che riconosco si tratti di un sentire spirituale dopo averlo esperito ed aver escluso (a mente fredda) – perché non vi si conforma – che si tratti di un barlume di intuito, o di una sensazione di sollievo fortemente sperata.

    E’ intuito quello che mi ha fatto scrivere di te che sei (o diventerai) un g.u., perché al di là dell’altisonante e in apparenza esagerato termine ho formato quella convinzione su dettagli di un certo peso, che con un discreto sforzo potrei anche circostanziare, e che ho “pescato” non nei concetti che esprimi o nel tono in cui li esprimi, ma in sfumature più sottili – e del tutto fondate su un percorso razionale.
    Non è intuito quello che mi fa dire che “mio padre vive in me”, perché indica qualcosa di diverso e di più rispetto alla constatazione di quanto siamo simili, di quanto abbia conservato, assimilato ed imitato di lui, di quanto mi abbia fatto sentire compresa ed amata – tutto questo, di per sè, se non sorretto da altro mi metterebbe casomai in crisi perché m’è venuto a mancare.

    Non so se ora l’idea sia più chiara… ma mi son resa conto che di questo non avevo detto nulla, e lo trovo importante.

  17. Non so se ora l’idea sia più chiara… ma mi son resa conto che di questo non avevo detto nulla, e lo trovo importante.

    Sì, è più chiaro.
    Sarà che il sentire consciamente non è riducibile alla somma di intuito, segni tangibili, desiderio-che-sia-così e razionalizzazioni rigorose. Anche se non sappiamo come sono collegati fra loro tutti i tasselli, anche qualora non sapessimo razionalizzarlo in modo sistematico, questo sentire una cosa in modo forte ed evidente c’è, è uno stato interno, certo, tutto nostro e segue vie sottili e non del tutto formalizzabili, come nel metodo euristico. Sai che tuo padre vive dentro di te, in qualche modo, anche se non saresti in grado di spiegare punto per punto il perché e il percome, poiché non ci sei arrivata a forza di perché, ma per vie più sottili, solo in parte intuitive. In fondo, è ciò che accade quando sentiamo che qualcuno ci è amico, ci vuole bene, ci è vicino anche quando è lontano, non stiamo a formalizzarne le ragioni!

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