Ascoltare, ma chi?

Vedi,
a me non interessa sentirmi intelligente
ascoltando dei cretini che parlano,

preferisco sentirmi cretino
ascoltando una persona eccelsa che parla. 

(Battiato risponde a Fabio Fazio,
a Che Tempo Che Fa
)

Avendo vissuto, da piccola, circondata da un serraglio di persone (che talora si mutavano in personaggi) vocianti e strillanti – superando spesso la soglia che divide la discussione animata o anche accesa dalla lotta per avere la meglio -; ho sviluppato prestissimo il gusto per il silenzio, per l’esserne circondata.
Diversamente è andata per le parole: le ho sempre amate, ed anche ho ricercato parole di valore; ma – soprattutto per quanto concerne il parlato, la conversazione quotidiana più e meno prosaica – ho cominciato tardi ad educarmi in tal senso; sia risparmiando le mie e scegliendole con cura, sia accettando di sopportare ed ascoltare meno chiacchiericci vuoti, abnormi, compulsivi.

Ho avuto la fortuna di conoscere una manciata di persone che mi hanno introdotta ad uno stile di conversazione più impegnativo (impegnativo, non impegnato), e la riempivano di sapore, di gradevolezza; qualcuno con misura – e sono quelli che ho stimato di più – qualcun altro facendone strumento di dominio e di consolazione personale, sovraeccitando gli animi per confermarsi desiderato e desiderabile.
In entrambi i casi, un buon esercizio.
E se ancora sono lontana dal fare della parola un’arte; sulla comprensione di quest’arte e sul modo in cui i miei interlocutori la usano mi sento in un qualche vantaggio.

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30 thoughts on “Ascoltare, ma chi?

  1. ce ne fossero di più di persone che la pensano come Battiato! a me sembra invece che molti ci godano a sentirsi intelligenti ascoltando parlare dei cretini, esercizio sterile in verità, anche perchè l’autocompiacimento non conduce a nulla a prescindere dal contesto. trovare interlocutori intelligenti del resto non è facile, ed è anche più raro trovarne che all’intelligenza uniscano l’umiltà, dote che trovo imprescindibile e che invece latita. per questo mi tengo così care le conversazioni che ho con te!

  2. Concordo.

    Fra le interviste a Battiato, quella citata la tengo sempre presente, perché contiene un “invito” che pochissimi seguono.

    “Parole, parole, e vane…”

    E del resto, la seconda canzone in assoluto che preferisco (fra quelle di Battiato), è appunto “L’Oceano di Silenzio”…

  3. Uhm… io ero così radicale fino a qualche anno fa. Adesso apprezzo la generosità e l’abbondanza più della “misura”, quindi anche nelle parole. Apprezzo il caos, l’eccesso, perché lo trovo più vitale e vero, ma solo se alla base c’è una buona fede e un darsi, non il puro Ego.

  4. non pongo assolutamente filtri sull’ascolto e a chi anima le parole. mal che vada mi addormento o sorrido (ma non per saccenza, sia ben inteso)

  5. @ Gu:

    Sì, di autocompiacimento trabocca il mondo.
    E sì, trovare interlocutori al contempo intelligenti e dalla conversazione non castrante, non sopraffacente (Io so e tu no) è una bella impresa. Stimolante, alla lunga anche un po’ stancante; se le occasioni non sono propizie.
    Eppure, come diceva quell’altro che di interviste non ne ha fatte: se non vi sono condizioni favorevoli al vostro agire, voi dovete crearle.
    Insomma: in una certa misura, l’interlocutore acuto e valido arriva nella nostra orbita se noi per primi ci dimostriamo tali, all’altezza – questo valga anche come risposta, non retorica, al tuo apprezzamento… che apprezzo molto ^___-

  6. Pensa che io non l’ho neppure vista, ancora.
    E non ricordo dove ho trovato citata questa frase, che appare subito così “sua”. E’ una buona occasione per completare l’opera.
    Ma, appunto, l’affermazione che ho voluto rilanciare la conservo, rileggo di tanto in tanto e rimastico da diversi mesi: perché non è un generico, ancorché sacrosanto, elogio dell’ascolto – lascia intendere una più vasta ed importante strutturazione del carattere.

    Sono appena stata reclamata al desco… più tardi, mi ascolto la canzone che mi indichi (non mi pare di conoscerla, ma Battiato è un bel calderone).

  7. Perché ciò che è impegnativo – se non è costrizione arbitraria – è per sua natura costruttivo, oltre che soddisfacente per la persona.
    Ciò che è impegnato, invece, lo è non intrinsecamente ma perché la persona vi trasferisce interesse, energie, attività e partecipazione.
    Essere “impegnati” non è negativo, sia chiaro: questo non lo dico. Ma nella mia esperienza chi si dichiara, magari con enfasi, impegnato in qualcosa (religione, politica, salvaguardia di questo e quello) è più spesso che no qualcuno più attaccato all’identità che s’è creato attorno a quel tema, a quell’impegno, che non ai contenuti dello stesso.
    Ho sempre amato i concetti di lavoro, di studio: attribuisco loro non la connotazione di fatica o obbligatorietà, ma primariamente quella di atti fondativi e vivificanti per l’uomo.
    Per contro, non mi piace l’atteggiamento (e la conversazione tipica) di chi profonde tempo ed attitudini in un’ideologia – difficile definire, nel concreto, il confine tra dedizione ed ideologia; lo so. Eppure, esiste.

    (Ah, grazie per la bella domanda).

  8. Abbondanza e generosità le vedo contrapposte a caos ed eccesso.
    L’abbondanza disinteressata e la generosità di buon cuore hanno fra i loro segni distintivi proprio la misura (che non è precisione asettica) e l’accortezza. Sono assennate, non radicali.
    (D’altronde, io radicale non mi sento punto. Mi sento esigente, questo sì).

  9. Io ho imparato invece che il rispetto di sè (e non solo di sè…) chiede di non farsi andar bene qualsiasi comportamento altrui. Se mi sta bene ascoltare una persona che si dilunga, o che esagera; è sempre perché bilancia questi difetti con altrettanto significativi pregi.
    Non si tratta di fare terra bruciata di chi non abbia i nostri medesimi ritmi e toni (figuriamoci), ma di coltivare solo rapporti, e conseguenti conversazioni, degne di merito.
    Di colloqui strumentali, che non si possono scegliere e curare ma necessari, è già piena la giornata di ognuno; e talvolta si rivelano essi stessi ottime occasioni di incontro e confronto – mica perché sto scambiando due parole col panettiere, devo ritenere che non me ne venga nulla in termini umani! Ma se penso a chi mi è amico, confidente, vicino a qualsiasi titolo; penso a persone che aprendo bocca profumano l’aria che respiro.

  10. Nel senso che lo trovi… uh, non so: magniloquente, pomposo ed arzigogolato ma vuoto? 😉
    (Azzardo: non saresti il primo a proferire un giudizio di questo tipo su di lui.
    E preciso che il “giudizio” è permesso, non lo intendo negativamente.
    Io tendo – al di là della citazione – ad apprezzarlo per varie ragioni; ma non posso dire di conoscerlo q.b. per esprimere un’impressione più globale e sensata).

  11. Sì va bene, ma è sempre tutto basato sul tuo metro. Io invece parto dal presupposto che se uno parla (o straparla), quello è il suo modo di esprimersi e probabilmente ha bisogno di parlare così e tra tutte quelle parole c’è qualcosa di importante e infine c’è lui (o lei). E chi sono io per mettermi in cattedra e giudicare chi è meritevole o meno della mia attenzione perché ha misura o non ha misura?

  12. Nel senso che lo trovi… uh, non so: magniloquente, pomposo ed arzigogolato ma vuoto?

    Più o meno. Battiato cantautore l’apprezzo (a patto di non prendere sul serio certi suoi testi), è il Battiato opinionista che mi fa cadere le braccia, quel suo sincretismo di mistica orientale e idealismo tedesco, quel suo citazionismo esotico e incongruo. Battiato figura meglio, fra i cantautori nostrani più mainstream, sostanzialmente perché il livello di contenuti “inusuali” di questi è piuttosto basso (sole, cuore, amore e basta?), ma non è che sia quel gran pensatore che spacciano taluni e che lui asseconda. E’ un frullatore, una macedonia di versetti sufi e banalità travestite da saggezza trascendente. Me lo figuro come il ragazzino di buona famiglia che vive in un paesino di agricoltori semianalfabeti: prende un po’ di testi dalla sua biblioteca, estrapola frasi e pensieri, li va sciorinando ai suoi coetanei meno fortunati e istruiti e quelli lo osannano, ammaliati da cotanta forbitezza. E magari ha solo prodotto un pastrocchio più o meno fascinoso. Battiato mi pare uno snob che non voglia farlo vedere, si prende in giro con falsa modestia. Può anche darsi che sia lui a prendere in giro i fan (e quindi anche me), non sarebbe il primo. Se così fosse, lo apprezzerei di più. C’è in lui un certo provincialismo tutto siculo, anzi, tutto etneo che conosco bene, che lui tenta di nascondere ammantandosi di influenze buddhiste, cultura “alta”, sonate di Corelli, filosofia indù, Gurdjieff e paradossi. Un caso emblematico è il suo film (terribile) “Niente è come sembra”, una folata di “riflessioni filosofiche” e citazioni che potrei perdonare ad uno studente del ginnasio, un’analisi che vuole apparire profonda ma riesce superficialissima.

    Mi trovo a concordare non poco con questa esilarante satira-analisi di Battiato e di tutto il genere “Maestro di Vita.

    Dico questo di Battiato non come persona, ma come artista pubblico e che parla al pubblico. E’ un giudizio sul personaggio, sulla maschera, sul tipo umano.

  13. ma è sempre tutto basato sul tuo metro.
    Perdonami, ma su cos’altro dovrebbe essere basata una selezione dei rapporti interpersonali che ci riguardano? Sui metri di opportunità e di merito di altri?

    Io invece parto dal presupposto che se uno parla (o straparla), quello è il suo modo di esprimersi e probabilmente ha bisogno di parlare così e tra tutte quelle parole c’è qualcosa di importante e infine c’è lui (o lei).

    Io no, Ilaria. Perché so ben distinguere tra quella che è una modalità comunicativa (bella o brutta) tipica della persona, difficilmente modificabile e comunque accettabile perché di quella stessa persona rivela e trasmette qualcosa di apprezzabile, e le degenerazioni o storture della relazione che sono frutto di scarsa qualità di pensiero e scarsa volontà di intrecciare rapporti significativi, non ombelicali.
    Proprio perché alle persone tengo, differenzio il “bisogno” dall’abitudine e dal disinteresse.

    E chi sono io per mettermi in cattedra e giudicare chi è meritevole o meno della mia attenzione perché ha misura o non ha misura?

    Giudicare non è “mettersi in cattedra”, è la modalità normale di tutti gli esseri umani per muoversi nel mondo, comprenderlo, fare scelte. Tu non ne sei esente, come non lo sono io: possiamo indirizzare e temperare il giudizio, non eliminarlo – grazie a Dio.
    Pretendere qualità nei rapporti, nelle comunicazioni, non è certo giudicare nel senso di esercitare un potere umiliante e volgare sulle persone.
    E’ discriminare, parola meravigliosa ridotta a pessimo mantra del qualunquismo, tra ciò che vale e ciò che no.
    E’ essere corretti, non appiattire la realtà e le personalità ad una generica sciaquatura di piatti buonista.
    Io non mi metto in cattedra – e, per altro, nel mettersi in cattedra, se se ne ha l’autorità ed il motivo, non ci vedo nulla di male; già lo sai.
    Io esercito il mio diritto e dovere (!) di dare a ciascuno secondo il merito che dimostra, e che ho l’onere di vagliare, di non attribuire secondo l’estro del momento, per quel che mi è possibile in tutti i miei limiti.
    E, nondimeno, di scegliere e privilegiare azioni, pensieri e persone che ritengo positivi.

    Se, nell’intenzione di trarre il meglio dalla realtà e restituire così il meglio di me stessa al mondo – e non procedere a casaccio, trascorrendo il tempo e dedicando energie a quel che capita – tu ravvisi una volontà autoritarista, intransigente, sprezzante; sei semplicemente fuori strada.
    Non penso di poter giudicare necessariamente sempre bene, o sempre meglio di altri. Ma, lo ripeto – e ciò vale anche in ambito professionale, dove le motivazioni risultano forse più chiare per chi le accetti serenamente – ho il diritto ed ancor più il dovere di compiere continue operazioni valutative.
    Il fatto che io abbia risposto a questo tuo commento (che confonde l’ambizione a beneficio di molti con l’arroganza egocentrica, per dirlo fuori dai denti) mi pare dimostri, quantomeno, che non converso solo con (veri o pretesi) grandi intellettuali, superuomini, semi-dei.

    Lo so, abbiamo prospettive di fondo diverse.
    Non è un male. Ma mi piace ribadirlo; soprattutto se questo mi dà l’opportunità per approfondire il discorso – un discorso articolato, che torna e ritorna.

  14. La frase è in sè è una perla di saggezza.
    Battiato come cantante mi piace molto, come pensatore a volte – dipende da cosa pensa.

    Mi interessa la differenza che hai fatto nel post tra impegnativo ed impegnato.
    Quest’ultima parola risuona di tutta la banalità politicamente corretta di cui l’hanno caricata negli ultimi anni, il cantante impegnato, lo scrittore impegnato, l’intellettuale impegnato, eccetera. Eppure avverto nella parola in sè un significato profondo – m’interrogo sull’etimologia e sul rapporto con l’aggettivo impegnato nel senso di oggetto dato in pegno.

  15. Sì, è proprio così, abbiamo due orientamenti molto diversi. Sono certa che anche politicamente votiamo all’opposto. Ma a me piace confrontarmi con chi la pensa diversamente da me, come anche a te 🙂

  16. Battiato dà spunti di riflessione. Avevo letto il libro intervista “Tecnica mista su tappeto”. E’ però verissimo che si atteggia molto, e sarebbe interessante sapere quanto si prende sul serio. Ma per chi non lo conosce personalmente è ben difficile capirlo…
    Musicalmente quello che preferisco è quello degli anni ’80. Di gran lunga.
    Quello che collaborava con Giusto Pio.

  17. è la consapevolezza e l’acquisizione di una consapevolezza di crescere che ci introduce al sapiente uso del logos, della parola, in quanto strumento per comunicare ed espanderci, e passare del tempo 😉

    Mi piace il tuo post, ne apprezzo il significato

    Lordbad

  18. Capisco.
    Penso anch’io come Gino Cerutti che sarebbe illuminante (il termine non cadendo a caso…) conoscerlo di persona, per cogliere sia quel provincialismo di cui parli, sia l’effettiva consistenza di testi che – fatta salva la buona capacità di scrittura – possono essere solo frutto:
    a) di un grande pensiero;
    b) di un grande bluff.
    Non che a me interessi conoscerlo.
    Sarei stata più propensa a conoscere Gabriel Mandel, suo affine, se nel frattempo, mentre mi decidevo, non fosse morto.

    Il suo sincretismo (musicale e non), devo dire, è uno degli aspetti che mi corrispondono maggiormente.
    Anche se io non arrivo a quel livello di teorizzazione e intellettualizzazione degli elementi di cui mi servo – sì, ho tentato in passato, più per ordine interno mio che per velleità, ad abbozzare una teoria teologica sulla base di pregressi brandelli di dottrine diverse, ed anche a dare un corpo più strutturato ed organico ad alcune pratiche apparentemente inconciliabili come lo shiatsu e la preghiera.
    Ma senza pretese, eh.

  19. Ti ringrazio, Lordbad.
    Di fatto, non ho – almeno qui… – pretese elitarie; solo il desiderio di volermi (e volere) bene anche attraverso un uso intelligente della parola.

    Benvenuto.

  20. Come dicevo a Shostakovich, sì: sarebbe interessante conoscerlo.
    Ma anche solo vedermi alcune interviste in video, considerato che non ne ho presente nessuna (e dunque non ho presente come si atteggi al di fuori di uno studio di registrazione), basterebbe; per ora.
    Prenderò spunto dal libro-intervista che mi citi per inquadralo un momentino – prima o poi. Dopotutto è bello sapere di più della persona oltre il personaggio, quando il personaggio piace. E le biografie sono una delle mie attuali priorità.

  21. Sono certa che anche politicamente votiamo all’opposto.

    Beh, vedi, questo è proprio un esempio – comunque non urtante – di quel che ho definito nel post “impegnato”.
    Perché qui la politica non c’entra, nè in senso stretto nè in senso lato.
    Vederla nominata mi fa venire i brividi; ‘ché qui non s’è toccata la dignità umana (ho la sensazione che, alla lunga, si vada a parare lì).
    E d’altronde non credo tu possa legittimamente immaginare chi voto: le sporadiche volte in cui ho espresso un pensiero politico, in questa sede, davvero non sono sufficienti a collocarmi, sempre che collocarmi si possa.

    ‘sera 😉

  22. Uh, un amo 🙂
    Dipende da cosa pensa: qual è quel pensiero che ti piace, e qual è quello che no?
    Giusto per esempio, se ti viene in mente qualcosa che ti ha colpito in particolare.

    Hai fatto bene a riprendere il binomio impegnativo / impegnato.
    Di fatto, i due termini hanno la stessa radice; ovviamente. E’ la connotazione che ha preso, o meglio una delle connotazioni più forti, che del secondo mi stona e mi disgusta; quella del politicamente corretto (o anche solo politicamente “dentro”, e chi sta fuori dal proprio circolo è sicuro nemico) che citi.
    Invece, prendere un impegno significa sempre, implicitamente, dare se stessi in pegno; secondo me.
    Significa in origine presentare qualcosa di concreto (abbastanza da dover essere portato nel pugno) a garanzia: http://www.etimo.it/?term=pegno&find=Cerca
    Ma, lontani dalla logica più immediata e terrena, dare in pegno equivale a legare, legarsi ad una promessa (da: “Ti ridipingo lo steccato” a “ti consegno me stesso nel matrimonio”). E questo chiede, indovina cosa?
    Fede (fiducia nell’altro, cioè nella sua volontà sincera più che nella sua effettiva solvibilità), speranza (sennò, come sta in piedi una promessa fondata sul futuro?) e carità – che se non sono disposto ad un atto d’amore che ti dà libertà su un mio “possesso”, col piffero che mi accontento del pegno. Mi prendo subito quel che mi spetta, e chi s’è visto s’è visto, no?

  23. No, ma non mi riferivo a questo post, per le idee politiche; mi son fatta questa idea in generale leggendoti e interagendo con te (non c’entra questo post), ma è una semplice ipotesi, infatti come dici tu non conosco come voti e non mi importa neanche perché le cose importanti sono altre.

  24. Brrr! Ho sentito l’intervista del primo video nel link a Malvestite, letto le citazioni nei riquadri (insieme a tutto il resto, eheh) e mi stavo sentendo male. Dico, io non ho mai approfondito Battiato, sapevo – intuibilmente, stanti le canzoni – della sua propensione al misticismo; ma non sapevo che per lui “misticismo” significasse (tutta) quella robaccia lì. Urgh.
    Evidentemente il poco che ho colto, non l’ho colto a sufficienza.
    Okay, ritiro la valutazione sul Battiato sincretico: sincretismo non è un’accozzaglia caotica ed insensata di ideucce superficiali – quando va bene – o vaccate – quando va, spesso, male. O meglio: il termine sincretismo, se inteso non etimologicamente come di solito io faccio, ma in senso negativo marcando su quel suffisso dispregiativo, identifica con precisione proprio questa brodaglia penosa. Non a caso non mi sento a disagio di fronte alla lettura che ne fa – per es. – Ratzinger, ed anzi la apprezzo molto.
    (Intanto mi sto ascoltando altre interviste, e via via che scorrono confermo l’impressione qui sopra. I testi criptici potevano lasciare il beneficio del dubbio, ma ora…).

    Per chi ha lo stomaco forte, c’è anche il pezzo sulla Consoli:
    http://www.malvestite.net/2009/11/10/carmen-consoli-elettra-le-profezie-dyvine-di-cl-i-cineforum-allora-del-te-da-franco-battiato-loroscopo-jang-luomo-scimmia-e-i-fisici-quantistici-giapponesi/

    Comunque, passando a cose più piacevoli: Guzzanti è sempre godibile 🙂

  25. Non conoscevo l’etimo di pegno, è molto istruttivo.
    Così come la correlazione con impegno, impegnativo, impegnato (e anche la tua riflessione sui requisiti di fiducia, speranza e carità!).
    E’ vero: noi diamo noi stessi in pegno, a garanzia dell’adempimento di una promessa ma non solo, a testimonianza innanzitutto del nostro sforzo sincero (l’impegno), nel fatto che ci crediamo davvero. Le parole impegnative, allora, sono non solo le parole difficili che richiedono uno sforzo per essere interpretate; sono anche e principalmente le parole che muovono qualcosa dentro, spingono a intraprendere un impegno.
    Per dirla alla Ratzinger: un discorso non solo informativo, ma performativo.

  26. Nemmeno io ne conoscevo l’etimo, è stata una bella scoperta (o riscoperta: è noto che la mia memoria, per svariate cose, è labile).
    Il binomio discorso informativo/performativo ratzingeriano l’ho già incontrato, ma in effetti sarebbe saggio riprenderlo ed approfondirlo anche nei blog.
    Senza andare a cercare riferimenti e suggerimenti, a naso, ricorderei intanto che un un discorso informativo è una trasmissione di contenuti che non richiede alcuna risposta, alcun feedback.
    Il discorso, l’azione formativa è già un passo oltre, in quanto si propone almeno di verificare l’acquisizione di quei contenuti (e anche di abilità pratiche); ancora però in modo abbastanza specializzato e formale.
    Un discorso performativo ha, credo, il massimo grado d’azione intenzionale sulla persona. Il che non significa che vuole piegarla con violenza, ma che si propone di andare a toccare e modificare non dei contenuti, delle nozioni, ma delle corde intime, le cui conseguenze si riflettono sulle più ampie modalità di vita dell’uomo, globalmente. E’ per-formante in quanto lascia libero l’uomo di aderire alla proposta e lasciarsene modellare positivamente, non de-formante.

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