Dimitri Shostakovich

Accade che chi non ha cultura musicale (in particolare classica)
riconosca al volo alcune composizioni note, ma non le sappia associare ad un nome.
A me, infatti, capita di continuo: quando ho sentito i primi due brani che allego,
mi è stato chiaro che non avevo mai sentito nominare (!) l’autore, che io ricordi,
mentre la sua musica l’avevo già sentita eccome.
Ad ogni modo, di questo trittico inevitabilmente il pezzo che preferisco è il terzo:
mi è piaciuto metterlo lì per spiazzare l’orecchio e qualcos’altro.

Jazz Suite No. 2 (Suite for Stage Variety Orchestra): VI. Waltz 2

Composer: Dmitri Shostakovich (1906-1975)

Conductor: Dmitry Yablonsky
Ensemble: Russian State Symphony Orchestra

“Tahiti trot (Tea for two)”
Mariss Jansons & The Philadelphia Orchestra

“From Jewish Folk Poetry”
For three singers and orchestra

Polish Radio Symphony Orchestra
Conductor: Amos Talmon
Warshaw, Poland, May 2008

Se l’ascolto di questi tre assaggini non vi è bastato, ma anzi vi ha fatto venir sete,
provate ad orecchiare qui:
@ Guide all’ascolto dell’autore a cura dell’Orchestra Virtuale del Flaminio;
@ I demoni di Shostakovich; articolo di Luca Belloni della serie su Florenskij.
Di entrambe le segnalazioni, da me giusto lette ed esplorate, non sono in grado di valutare la validità dei contenuti. Però mi paiono entrambe un punto di partenza originale ed utile.

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11 thoughts on “Dimitri Shostakovich

  1. Beh, non esattamente, ma diaiamo che sono le mie orecchie poco avvezze alle dissonanze proprie del suo periodo musicale…

  2. Io mi sento estremamente novecentesca, invece.
    Ma forse tu ti riferivi a quel periodo particolare del Novecento, non al secolo tutto.
    Un po’ di dissonanza la apprezzo.
    Ma di più mi piace quel che sa di folle.

  3. Fra tanti compositori, proprio Shostakovich… Non posso che abboccare all’esca.

    Tra parentesi, il secondo brano non è propriamente di Shostakovich, la melodia è di Vincent Youmans: Shostakovich, ancora giovanissimo, aveva realizzato una serie di variazioni sul tema e poi l’aveva strumentata per grande orchestra, il tutto nel giro di una decina di minuti e solo per aver accettato una scommessa!

    Il Valzer della Jazz Suite No. 2 (in realtà la vera Jazz Suite No. 2 è andata perduta, il vero titolo della composizione è quello posto fra parentesi nel post) è diventato celeberrimo dopo che Kubrick l’ha usato nel suo ultimo film, ma non è brano particolarmente significativo, anzi, l’autore l’aveva già riutilizzato nella composizione della colonna sonora di un film sovietico: Shostakovich ha composto decine di musiche per film, sostanzialmente perché rappresentavano un sicuro introito economico dove, talvolta, riutilizzava del materiale già composto per altre occasioni; le sue composizioni più importanti restano quelle non legate a commissioni o musiche d’accompagnamento, come le sinfonie, le opere liriche, i concerti per solista, tutta la musica per pianoforte e da camera e i cicli vocali, nelle quali non ha risparmiato nulla della sua inventiva e originalità.

    Quanto all’articolo di Belloni, è interessante e analitico, ma mi pare che in certi punti voglia far dire a Shostakovich cose che non dice e che probabilmente nemmeno pensava (basterebbe leggersi la bella biografia che ne scrisse Franco Pulcini). Tra l’altro, Belloni parla della versione per orchestra dei Quattro versi del Capitano Lebjadkin, in realtà Shostakovich li compose per voce di basso e pianoforte, l’orchestrazione è postuma e la si deve a Tishchenko, un suo allievo.

    D’altro canto, Belloni, quando sostiene che Shostakovich stia tratteggiando nel capitano Lebjadkin l’uomo come non deve essere, l’uomo come può cadere in basso, sembra vederci uno Shostakovich un po’ moralista (cosa strana, a mio parere), ma pare dimenticarsi di Katerina Izmajlova, la protagonista dell’opera teatrale Una Lady Macbeth del distretto di Mtzensk, che è una donna estremamente sensuale, quasi animalesca, pluriomicida e suicida (nel racconto originale, di Leskov, uccide anche il suo figlioletto), ma per Shostakovich rappresenta un’autentica eroina, la ama, tant’è che fa di tutto per umanizzarla, e nell’opera diventa un personaggio sì tragico ma l’unico verso cui va la simpatia dell’autore e dello spettatore, mentre tutti gli altri personaggi sono dipinti in modo grottesco e sbeffeggiati, persino chi morirà per mano o a causa della protagonista (il marito, il suocero, l’amante del secondo marito). Il capitano Labjadkin dostoevskiano, al confronto, è un agnellino, fa quasi tenerezza.

    Comunque, e qui il discorso sarebbe lunghissimo, che l’ultimo Shostakovich non è davvero contenuto nell’opera analizzata da Belloni, che invero è una composizione minore e trascurabile, quasi uno scherzetto. Lo Shostakovich tardo, autentico, è quello della Quattordicesima Sinfonia (su poesie di Apollinaire, Rilke, Garcia Lorca e altri), una profonda meditazione musicale sulla morte; è quello della Quindicesima Sinfonia, una sorta di danza macabra, un po’ tragica e un po’ grottesca, che, nell’ultimo movimento e dopo alcuni episodi sonori grandiosi e concitati, disperati, si conclude con una coda serena dai ritmi meccanici, crepitante di percussioni, quasi a significare una pacifica accettazione della dissoluzione del corpo (qualcuno ha commentato che quell’immagine musicale è come il brulichìo di animaletti in una sepoltura, intenti a decomporre un cadavere, ma senza raccapriccio: è la natura); è quello del ciclo vocale su poesie di Michelangelo, una silloge del trionfo della creatività dell’individuo contro il mondo, contro il potere (della chiesa, nei testi del Buonarroti, ma anche della politica) e contro la morte nell’esaltazione di un’immortalità terrena nel ricordo dei vivi, così come avviene in un altro ciclo vocale dello stesso periodo, su poesie di Marina Cvetaeva; per non parlare del quindicesimo quartetto e della sonata par viola e pianoforte, l’ultimo lavoro completato prima di morire (ironicamente, l’ultima indicazione di tempo nella partitura è un morendo).

  4. Uhm… sì, in effetti è un’esca. Ma ci ho abboccato io, per prima.
    Potevo non curiosare fra la roba di un autore a me apparentemente del tutto sconosciuto? No.

    Non posso scendere nei dettagli di quanto scrivi, e ne sono ben lieta.
    Arraffo la generosa disquisizione e la tengo presente nel procurarmi altre musiche (tra parentesi, mi sto “occupando” anche di Schnittke): il post era in bozza già da un po’, ormai, e nel frattempo YT mi ha dato i primi ulteriori spunti.
    Tahiti trot e ancor di più quel valzer sono perfetti per catturare l’attenzione, ad ogni modo, e poi Eyes wide shut ha senz’altro il merito di avermi fatto conoscere Jocelyn Pook. Mi piace ricordarmene.
    (Sul versante dei film, ho a disposizione (non ancora ascoltato) l’accompagnamento di Odna).

    Piuttosto, (forse non così) ovviamente, mi interessa il discorso sulla vera o presunta morale di certe sue opere.
    Ma non ti chiedo di approfondire, è prematuro.
    E poi il riferimento a Dostoevskji cade a puntino, dal momento che intendo leggerlo quest’anno.
    (Un estratto dalla biografia di cui parli, per chi fosse interessato, si trova in GoogleBooks:
    http://books.google.it/books?id=2vim5XnmcDUC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false)

    E vabbeh, per l’immagine del brulichìo di animaletti in una sepoltura associata al passaggio musicale non ho parole: giusto “wa”, magari. Se poi ritrovi a chi appartiene l’accostamento, fammi sapere, èh.

  5. Oh, via.
    Seguo le orme di altri.

    Ma oggi più che mai ho bisogno di classica, che non conosco per niente.
    Tutto il resto, ad eccezione del jazz, passa in secondo piano.
    Ed è tanta roba, troppa.

    Sogno un po’ di coerenza…

  6. Mi riferivo a quella parte di musica del ‘900 che molto si avvicina allo stile del terzo brano che hai postato.
    Per indole personale, forse, sono sempre stato attratto dai secoli precedenti, e non solo in musica.

  7. Uhm. Capisco.
    Io al contrario in quell’atmosfera mi ci beo, anche se non è propriamente quella che più mi emoziona, da shtetl, da villaggetto ebraico quasi premoderno.
    S’era capito.

  8. Pingback: Selezioni musicali « Seme di salute

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