In iij. Noct

L’oscurità che si crea pochi attimi, nè troppi nè troppo pochi, dopo l’annuncio è tutto fuorché un vuoto di luce: l’ombra fitta, densa sembra di ingoiarla, la si avverte nelle narici; gli aloni azzurri che ne emergono piano, così lentamente persisteranno poi tenui e strenui per tutto il concerto.
Urlato, per lo più; ma non stridente. Una rincorsa di voci crepitanti, schioccanti e guizzanti; più che un canto melodioso. Nessuna simulazione voluta, eppure una viola, un violoncello e due violini, coordinati ai quattro angoli della sala; possono fingersi: un aereo in volo, lo sbuffo di un treno, il ronzio di un’ape, la pioggia che gocciola pigra, persino il vento!, perle cadute sul pavimento con i cui rintocchi i colpi di tosse, reali, si armonizzano involontariamente.
Stordita dal sonno e tenuta in bilico dagli acuti e spesso aspri richiami sulle corde ho vagato con gli occhi aperti sul buio per quel breve tempo dilatato. Senza occhiali, rigorosamente: e ho creduto che se perderò la vista, domani, sopravvivrò. Anche se mi hanno strappato la pelle qui e là, le stoccate e le impennate inconsuete in un concerto come si conviene mi hanno riallineato le vertebre e invaso con il profumo imminente del sole a picco, dei fiori intesi tanto da nauseare, della primavera dell’infanzia. Buia e ricca.

Il 16 marzo scorso nel ridotto del Grande di Brescia ho avuto il piacere di assistere, o meglio sarebbe dire partecipare, alla performance di Piercarlo Sacco, Enrica Meloni, Laura Riccardi ed Aya Shimura del brano citato in titolo di Georg Friederich Haas; “in cui gli strumentisti sono impegnati a costruire una particolare trama sonora dagli esiti imprevedibili perché condizionata dalla modalità esecutiva richiesta.
La trasformazione del rapporto tra percezione, ascolto e musica è al centro del progetto compositivo di quest’ultimo, autore di crescente successo, che incarna una novità anche nel mondo dell’avanguardia stessa”. In iij. Noct si presenta come un viaggio sonoro capace di “trasformare la sala da concerto in un luogo di misteriosi brividi, suggerendo che la via della verità passa attraverso il buio” – secondo le parole di Alex Ross del New Yorker (“L’oscurità udibile”, 29-11-2010).
Prima di iniziare e fare davvero il buio sono stati effettuati alcuni minuti di prova per permettere a chi si fosse sentito male di cambiare idea: in effetti, in seguito non è apparso così scontato starsene seduti in ascolto, sapendo di avere attorno altre persone, in un luogo chiuso.

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2 thoughts on “In iij. Noct

  1. non sono mai stato dentro il teatro grande di brescia, anche se sono passato diverse volte in corso zanardelli

    ma venendo allo spettacolo: molto suggestivo, però sorge una domanda: è musica o anche teatro?

    personalmente, cara c.d. ho una certa fobia del buio, lo confesso, nel buio assoluto mi sento male, devo vedere almeno una lucina

  2. Pensa che io invece – quando il giorno seguente mi posso permettere di dormire ad oltranza – vado a letto chiudendo la porta della stanza e staccando la lucetta notturna sopra il comodino 😉
    E’ un’eccezione, perché riposo bene anche in condizioni di disturbo (purché non sia schiamazzo, ovvio), anzi me ne sento coccolata: come quando mi addormentavo con il sottofondo delle discussioni calcistiche di là in salotto.
    Ma la differenza si sente.
    Ecco, in effetti sono più suscettibile alla luce (finché non ho deciso di alzarmi, detesto che si accenda quella del corridoio o che filtri il sole attraverso la tapparella!) che ai suoni.

    Tornando allo spettacolo: no, di teatro non ce n’era… l’ombra.
    La disposizione ai quattro angoli del centro della sala è funzionale all’acustica. Il resto l’ho immaginato io.

    Comunque, volendo, il prossimo giro te lo offrirei io.
    Così vedi il Grande.
    Ah, già, ma così ti impedisco la muffita galanteria: insomma puoi passare, offrirmi un thè in un locale raffinato e pensarci su.

    Nel frattempo, attento ai mostri sotto il letto.

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