Cosa muove la tua curiosità?

Alessandro d’Avenia suggerisce ai suoi studenti e lettori: guardate a ciò che sapete fare, a quel talento nascosto che vi fa aprire al mondo con la vostra curiosità.

La realtà che più spesso sperimento è altra: inerzia, inedia, inettitudine.
Okay, okay: mica sempre. Ma leggo nel mio quotidiano universitario ben poche e scarse radici di interesse, di vitalità, di curiosità ed apertura al mondo; appunto.
Studenti mediocri che incarnano fin troppo bene la preparazione all’acqua di rose oggi offerta dai precedenti anni formativi.
Pochi docenti bravi, pochissimi stimolanti ed esigenti.

Oh sì, esigenti.
Che sappiano pretendere quel che è giusto, dovuto; e nient’affatto un’esagerazione dispotica di intellettualoni perfidi e distaccati in una bolla d’astrazione.
Che offrano possibilità di crescita, nutrimento per il cervello e la vita; e non s’accontentino di chiedere il minimo sindacale ed un sorriso di compiaciuta ingenuità da parte di chi si trovano dinanzi.
Che si presentino cercando in tutti, non solo nei migliori, uno scatto, un superamento; umili ma straripanti di passione. Cioè di desiderio di partecipare e costruire, di arricchire; non di facile entusiasmo emozionale da quattro soldi.

Leggo sul blog di Giorgio Israel un titolo che mi mette la pulce nell’orecchio, ed approdo a questa pagina.
Sì, studiare è considerato obsoleto e comprendere in profondità un vezzo spocchioso; anche da molti addetti ai lavori o presunti tali. Ma questa leggerezza si paga: non è da genitori e da insegnanti poco esigenti che si impara a vivere; richiamano gli autori.
Vi è un diffuso rifiuto per la fatica, reso sempre più duro dal progressivo discostarsi di intere generazioni (anche quelle meno giovani, ma assuefatte ad un certo tipo di benessere) dal percepirla correttamente come strutturalmente sana e benefica, sicuramente anche piacevole se ben distribuita. Un malintendere fatica e lavoro. Un appoggiarsi al “gruppo” non per sviluppare “competenze relazionali” assai volatili e labili, ma per nascondersi, in fin dei conti. Per non esaltare nessuno, e non correre il rischio di dover ammettere che dei propri talenti si sta facendo scempio. Che non si ha voglia di impiegarli!
Consola un po’ sapere che, ancora oggi, per molti versi (non tutti) chi studia e s’impegna nel senso più ampio dei termini tende a fare il culo a chi, invece, no. E che Dio ha pensato il modo con ironia (see here, here, e un po’ più amaramente here) 🙂

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18 thoughts on “Cosa muove la tua curiosità?

  1. Sì, è proprio così: nel momento stesso in cui alimentano le carenze delle persone, di fatto le disvelano. Si scoprono pregressi buchi neri enormi, talvolta, solo perché questi si sono allargati tanto da fondersi con quelli nuovi in abile costruzione.
    E s’intende che non sto parlando di pure lacune culturali, quello sarebbe il meno – anche se in diversi casi è già grave.

    Mi capita di pensare che sia dovuta passare attraverso più stadi, più corsi e ricorsi, più tentativi ed esperienze molto simili fra loro prima di approdare qui; proprio per acquisire un minimo di strumenti e di cognizione per sopravvivere nel caos senza gettare la spugna già il secondo giorno.
    Perché per carattere avrei anche potuto uscire demolita da questo carrozzone senza senso!

  2. cosa muove la tua curiosità?

    La domanda è intessuta di enigmi, nonostante appaia semplice.
    La curiosità è una qualità innata, una predisposizione umana, già predisposta nel DNA, oppure è una inclinazione acquisita, un modo culturale di porre la propria mente di fronte al flusso dei segnali che i sensi portano nel cervello?

    Credo sia un concorso di entrambi i fattori. Certo, la curiosità verso i contenuti cosiddetti culturali è un aspetto tipico dell’homo sapiens uscito dalla lunghissima fase in cui era un animale normale, ma, secondo me, la natura della curiosità è sempre la stessa.

    La curiosità è mossa dall’esigenza di soddisfare un bisogno. Così come un uomo impara a mangiare certe bacche e certe foglie perchè son buone e lo saziano, allo stesso modo un uomo civilizzato impara a usare un computer, a incidere un ventre come chirurgo, a progettare un ponte come architetto. È mosso dal desiderio di stare meglio. Imparare una tecnica, un’arte, un mestiere, una lingua, offre ad un giovane la possibilità di accedre ad un lavoro decoroso e retribuito decorosamente.
    L’amore puro per il sapere esiste. Ma non è il motore della storia, è solo una bella e nobile inclinazione di chi, fortunato, ha già soddisfatto i suoi bisogni. Un grandissimo come Montaigne pensava e scriveva perchè non doveva zappare per mangiare.
    Perchè è in crisi la scuola, e l’università?
    Non perchè sono così male organizzate, ma perchè molti non hanno più fiducia che il sacrificio garantisca un futuro decente. È sempre l’ingiustizia il veleno che guasta le cose del mondo, e nulla è così ingiusto per un padre come me, fare sacrifici per far studiare i figli e poi vederli o disoccupati o sfruttati in quella schifosa trugga chiamata stage.

  3. errata corrige

    «truffa chiamata stage»

    note estetiche brutali: cara c.d., questo tema di word press è orribile,
    scelta saggia e arguta comunque, giacchè almeno si evidenzia la qualità, invece sempre ottima, dei contenuti da te offerti

  4. Io ho molti interessi che muovono la mia curiosità, certo a volte l’interesse non combacia con l’apprendimento universitario e no, questo molto dipende da chi abbiamo davanti, se chi ti insegna è in grado di trasmetterti la passione per la sua materia.
    E’ raro, a volte accade, a me è successo.
    Credo di essere fortunata!

  5. L’uomo è mosso dal desiderio di star meglio.
    E proprio perché siamo giunti a questo livello evolutivo non ci è più possibile identificare lo stare meglio con le sole conquiste materiali, per quanto necessarie ed auspicabili.
    Prendi, ad esempio, quanto scrivi: “un lavoro decoroso e retribuito dignitosamente”. Ecco, sì: questo vogliamo, nel profondo. Ma che cos’è un lavoro decoroso e dignitoso? Non certo la certezza della pagnotta, che ripeto non disdegno affatto. E’ la sensazione, insostituibile, impagabile, non camuffabile dell’onestà, del vivere secondo criteri ideali.
    Lo sa lo zappatore meglio del laureato, in alcuni casi. Lo sa in un modo che non potrebbe forse spiegare, ma relegare l’amore per il sapere, che è già un essere ed un fare, ad un extra, ad un bene di lusso che può interessarci soltanto una volta accasati, saziati, riposati; no, è un pensiero che lascio volentieri ai seguaci indefettibili e rigoristi di Maslow.
    Se c’è chi in un campo di sterminio ragionava poeticamente, non è certo perché vedeva soddisfatti tutti i suoi bisogni e non aveva di che preoccuparsi: è perché il sapere è comunione con l’eterno, perché soddisfare lo spirito è altrettanto necessario che rispondere al corpo.
    Mi si perdoni l’ammucchiata di banalità, ma solo perché personalmente non ho conosciuto torture e privazioni serie e posso parlare di alti pensieri anche grattandomi un’ascella; non ritengo ciò significhi che quanto andiamo ricercando, promuovendo, anelando (in fondo questo post è assetato!) non ha che un valore di sfizio intellettuale.

    D’altra parte, è verissimo: la fiducia di chi approccia l’università (intesa teoricamente come massimo livello della formazione, e non solo dell’istruzione) decade anche perché mancano molti presupposti per avercela.
    (Siamo già un passo oltre, abbiamo in mente persone interessate ma bloccate da limiti di realtà pesanti come macigni, sui quali non possono direttamente intervenire).
    Ma ti chiedo di rimando: la fiducia nel futuro dovrebbe contare più della fiducia nel presente?
    C’è chi al futuro non pensa affatto, sai. E’ futuro, e non ha consistenza, prima ancora di non avere chance; per alcuni.

  6. Ti ringrazio senz’altro.

    Mi credi, però, se ti confesso che ho cambiato template perché questo mi piace di più?
    Spero solo sia leggibile (diversamente, beh, affari dei lettori: nel senso che qualunque browser consente comunque di ingrandire i caratteri della singola pagina).

  7. Sì, nonostante l’apparenza (ma se si vuole impostare una critica, a quella ci si deve attenere), tendo a rimarcare più le buone opportunità avute delle numerose che lasciano a desiderare.
    Quando l’alchimia fra docente e studente scatta, si può avvertire fisicamente il rilascio di adrenalina. Se poi si è imparato a contenere l’esaltazione ed a distribuire l’energia sul lungo periodo; il gioco è fatto: si smette di studiare per un obiettivo scolastico e ci si lancia verso una meta più alta.
    Si costruiscono ponti con le persone, ponti che rimarranno sospesi e pronti all’uso anche al di fuori delle aule e ricettivi a chiunque, una volta che il docente abbia esaurito il proprio ruolo o compito.

  8. cara c.d., pecchi di ottimismo, a mio modesto avviso

    la certezza d’una pagnotta non c’è, per molti, e la certezza di non avere una pensione è invece quel che hanno i giovani

    certamente non si puo’ ridurre l’uomo al solo soddisfacimento dei bisogni materiali, ma purtroppo, per la stragrande magigoranza degli umani su questo piccolo pianeta, c’è fame, sfruttamento, violenza, a fronte della ricchezza sfacciata e oscena di pochi, che cercano di convincere, grazie alla schiera ben pagata dei giornalisti e opinionisti leccapiedi, che questo è l’ordine delle cose, e non invece un orrendo sistema di ingiustizie

    anche la chiesa, molto spesso, di recente, ha sollevato la questione, e sulla necessità della giustizia sociale molte pagine bellissime e nitide, ancora oggi attualissime, le ha scritte un grandissimo pensatore, per i credenti un papa, il grande Montini di Concesio

    se liberi gli uomini dalla schiavitù, allora potranno liberamente accedere alle meravigliose ricchezze della cultura e dello spirito

    una bambina di 12 anni che si deve prostituire, sia che accada in america latina, come in oriente, per le libidini schifose di un ricco, altrimenti non mangia, ha diritto o no a giustizia prima di avere giustamente desiderio di cultura e di pensiero?

    non balocchiamoci con i nostri bei libri, con la meravigliosa letteratura che abbiamo, prima ci vuole giustizia, poi, tutto il resto

    io la penso così

  9. Io non la penso diversamente, Diego.
    Ma non confondere i piani.
    (E non dimenticare, parlando di giovani, che per i canoni correnti io stessa lo sono).

    E’ evidente che sto facendo riferimento a persone le quali, nel peggiore dei casi, hanno un tetto sulla testa e le rate delle tasse pagate.
    Persone talvolta davvero in difficoltà, ma ancora ben distanti dalle situazioni che tu richiami e delinei.
    Non è questo che sposta il baricentro delle loro scelte.
    “Fame, sfruttamento, violenza, a fronte della ricchezza sfacciata e oscena di pochi” sono realtà che non credo di sottostimare, ma – brutalmente – non spiegano nè tantomeno giustificano un’indolenza che nasce da ben altri humus sociali.
    Come pure è chiaro che una ragazza sfruttata ha più bisogno di essere salvata, curata e restituita alla propria vita che di sviluppare ulteriormente la propria cultura. Ma questo, attenzione, non solo non inficia quanto scrivevo, ma casomai lo rafforza: credi davvero che capacità di riflessione profonda e costruita pazientemente nel tempo, cultura e consapevolezza non facciano alcuna differenza in una vita di stenti?
    Sei proprio convinto che chi marcisce in una galera buia e piena di topi, o batte le strade e si rifugia in mezzo ai cartoni di notte, aspiri più al pane che alla poesia? Guarda che il pane, in sè e per sè, non vale niente. Vale nella misura in cui noi desideriamo continuare a vivere, e vivere non è sostentarsi.
    Vivere è avere voglia, uno scopo, un senso: se nel tozzo di pane, anche immaginato, non leggiamo questo; poco conta l’impulso animale a ricercarlo. Ci piegheremo presto come una corda molle.
    Uno scopo ed un senso, proprio ciò che spesso i cani randagi hanno, ma gli universitari sbandati no. E’ di questo che parlo, non dell’ingiustizia del mondo tutto; ma sì: se me lo si chiede, rispondo senza alcun dubbio (non perché non ne abbia mai avuti, ma perché son stati ben dissipati) che la giustizia dipende dalla cultura. La cultura non è inferiore alla giustizia: non è un balocco, ma una condizione necessaria. Di più, perché non sembri che stia parlando solo del noto concetto “l’ignoranza fa comodo al potere” : la cultura, che non è fatta solo di libri (ma che purtroppo dimostra d’essere scomoda e invisa nella misura in cui proprio parlare di libri fa sorridere e storcere bocche) è vita, e vita viene prima di giustizia.
    Purché non si cada nell’errore diffuso di ritenere che la cultura sia un sapere astratto ed in fondo superfluo; appunto. Ma allora, cosa dovrebbe distinguerci da chi la bussola l’ha persa? E perché mai dovremmo ritenere di poterci esprimere sulla giustizia, se questa è cosa intellettuale, e ciò che è intellettuale l’abbiamo scartato come orpello?
    Quante volte ho visto percorrere questo circolo vizioso e cieco…

  10. Lo specifico ancora una volta: desiderio intenso, apertura intellettuale, curiosità viva, sete di significato. E’ di questo che ho scritto, non di aridi nozionismi nè di pretese formalistiche, non di voli pindarici ed estetici ma di radici e di polpa.

  11. Mah, penso che debbano esser presenti tutte e due le istanze: quella materiale e quella spirituale.

    Voglio dire, io ho sempre studiato molto (coadiuvato in ciò anche da un cervello donatomi che mi rendeva possibile l’assorbimento di una quantità notevole di nozioni), e l’ho fatto perchè
    a) il piacere di sapere cose, di allargare i miei orizzonti
    b) la speranza che le cose che studiavo all’università fossero il mio biglietto del treno per un futuro che fosse migliore del presente

    Insomma, sia il pane sia lo spirito.

    PS il tema di wordpress è meglio del precedente

  12. Sinteticamente efficace, Claudio.
    Ma che una persona non possa vivere bene senza mangiare, di più: senza dare una minima soddisfazione ai bisogni fisici e materiali in senso lato; è ovvio.
    Meno ovvio ma altrettanto condiviso è che le persone vivano meglio se possono godere di una certa misura di giustizia.

    Tuttavia mi sconcerta e mi lascia sempre un po’ perplessa questa parvenza di lotta tra le istanze di vario tipo: come se affermare che l’uomo non può essere pienamente tale se privo di una tensione intellettiva significhi che si disprezzano i suoi bisogni più prosaici, oppure come se lamentare un pericoloso rifiuto del valore della cultura, anche applicata al reale come poi è quasi sempre (ma non al solo scopo di trovare lavoro!!) significhi ignorare che avere pessime prospettive lavorative e pensionistiche, per un giovane e anche per uno che lo è meno, sia un peso grave.
    Io non proseguirei su questo versante, davvero.

    Piuttosto che qualcuno mi dica: guarda che ti sbagli, io vedo tanto desiderio ed attenzione alla realtà che li circonda, nei ragazzi. E ti spiego perché… magari.

    p.s.: mi sono berlicchizzata?! per il template, intendo 😉

  13. in effetti io ho divagato, in qualche modo uscendo dal tema

    quel che è la domanda iniziale, quella di fondo, che interessa a me, è capire la natura della curiosità umana

    il desiderio di conoscere è innato, esiste nella nostra specie a prescindere dai nostri sviluppi culturali, dalla nostra storia collettiva, è come dire «di corredo genetico»? oppure no?

    io penso che sia una inclinazione innata, che è presente infatti anche in molte altre forme di vita, e che quindi abbia la sua radice iniziale nella necessità di esplorare per conoscere i pericoli dell’ambiente e le opportunità di cibo

    però è chiaro che è difficile spiegare la divina commedia di dante, la fenomenologia dello spirito di hegel o le meravigliose intuizioni di einstein come semplici prodotti della nostra biologia, siamo dunque anche una creatura particolare

    ma certamente la domanda: perchè ci piace conoscere? è irrisolta

  14. Non v’è problema: anzi perdona la puntigliosità con cui ti ho ripreso.
    Il fatto è che a questo blog piace molto anche divagare, fare salotto, ma talvolta deve stare attento a che il pensiero principale esposto non venga travisato: insomma non mi sarebbe piaciuto passare per la tipa con la testa nelle nuvole che non dà valore al sudore… degli altri.

    Penso che le varie scienze abbiano abbondantemente dimostrato che genetica e correlate necessità evolutive hanno il loro peso (quanto rispetto al tutto, è un altro paio di maniche, per qualcuno lunghe per qualcuno corte) nel nostro essere irrimediabilmente curiosi.
    Ma come rilevi, la curiosità in questione sopravanza di buona misura quella strettamente utile ad esplorare un territorio per localizzare prede e pericoli, fosse anche un territorio mentale che ti permette di scoprire il fuoco.
    Del fuoco autoprodotto, infatti, potevamo ben fare a meno: come poi fa il resto del mondo animale, suppergiù.
    Come immaginerai, questo enorme surplus di curiosità, desiderio, capacità immaginativa non può a mio parere nè iniziare, nè tantomeno finire nel pur ampio e meraviglioso ambito della spinta biologica alla sopravvivenza. Fatti non fummo per finire a spingere le margherite… diciamo, parafrasando.

  15. rimane comunque, cara c.d., irrisolto l’enigma di questo salto dalla natura animale alle incredibili umane evoluzioni di conoscenza

    difatti, i teologi cristiani non rozzamente creazionisti individuano in questo «salto» proprio la vera creazione, l’intervento d’una volontà non riscontrabile nella semplice teoria evoluzionistica, risolvendo così il problema dell’evoluzionismo, lasciandolo per così dire «valido» per gli altri animali e lasciando uno spazio possibile all’azione divina

    io purtroppo son poco competente, ma credo che sia più o meno quel che pensa ratzinger, filosofo/papa di notevolissima caratura

    l’altra spiegazione invece è quella che individua nell’uomo storico una evoluzione inaspettata dovuta soprattutto allo sviluppo del linguaggio articolato, che ha permesso, in un cervello dotato come quello dell’homo sapiens, la costutuzione di saperi condivisi e trasmissibili sempre più complessi (ed è quel che penso io)

    ma entrambe le visioni potrebbero anche sovrapporsi, perchè l’una non esclude l’altra in toto

  16. […] ma entrambe le visioni potrebbero anche sovrapporsi, perchè l’una non esclude l’altra in toto

    No, evidentemente. Fai bene a ricordarlo.

    Da parte mia, tendo a credere che l’azione, diciamo anzi la scelta, divina sia intervenuta a monte della creazione, non a mezzo tra la creazione delle specie animali ed un supposto “balzo in avanti” evolutivo.
    Cioè: animali destinati a divenire uomini, ma pronti ed avviati a questa “crescita” esponenziale da sempre, da prima di poterne essere coscienti. Non prescelti ed elevati a posteriori.

  17. Contro l’etica dell’utile, soprattutto a scuola

    di Giovanni Fighera

    20-01-2012

    Pochi giorni fa mi è capitato un fatto che mi ha molto interrogato. Vengo contattato dalla mamma di un mio allievo, preoccupata per l’impassibilità del ragazzo davanti ad una grave insufficienza in Latino, materia per lui ostica, di scarso valore nella vita di tutti i giorni, per la quale non si intravede lo scopo di studio. Vedo la donna concentrata sul cinismo del figlio verso la materia scolastica. Allora le espongo la mia preoccupazione che non riguarda il voto in sé. Il ragazzo pochi giorni prima, commentando la gita scolastica in una bella città, mi aveva stupito in quanto giudicava l’esperienza inutile.

    L’etica dell’utile ha ormai coinvolto tutti gli ambienti e tutti gli atteggiamenti creando uno scetticismo di fondo, un’incapacità a vivere bene e pienamente le esperienze. La madre, sola nel grande compito dell’educazione dei figli, non aveva mai pensato e prestato attenzione a questo fatto. Nel contempo, ora si sentiva in colpa e responsabile, perché lei spesso a cena aveva parlato della vita in maniera disillusa.

    Ritengo quest’episodio molto significativo. In primis ci dice che spesso noi genitori siamo interessati più all’andamento scolastico dei nostri figli che alla loro vita e al loro vero bene. Riduciamo le nostre domande alla fatidica richiesta: «Come è andata la scuola?». Il ragazzo non può che trincerarsi dietro una risposta monosillabica che chiude ogni comunicazione. Se a mia figlia, che ha sei anni, io chiedo se abbia imparato qualcosa di interessante e di bello, lei è più propensa a parlare. A tavola, a cena, ognuno di noi racconta che cosa sia capitato di interessante durante la giornata. Mi sembra un modo per spalancarsi di fronte all’avventura della vita alla ricerca di ciò che ci capita e che renda bella e interessante la vita stessa.

    In secondo luogo, constato che la disillusione e il cinismo abitano normalmente negli ambienti di noi adulti. La giovinezza è un atteggiamento dell’animo, che si protende con stupore e con meraviglia verso la realtà e la vita. Mia nonna, che ha novantasei anni, è sempre interessata a quanto accade. Può accadere ai giovani di essere più vecchi nello spirito rispetto agli anziani. Quando questo accade, la responsabilità è, però, spesso di genitori, di maestri e di educatori che coprono con la tristezza e la disillusione sulla vita l’entusiasmo e le domande tipiche della gioventù.

    In terzo luogo, come diceva Teilhard de Chardin, la cosa più grave che possa accadere all’umanità (e, quindi, a me come uomo) non è la pestilenza, non è la malattia, ma la perdita del gusto di vivere. L’etica dell’utilitarismo ha seriamente intaccato la capacità dell’uomo di vivere con intensità la realtà. Il mio io non si muove più con meraviglia nel «gran mare dell’essere», come Dante chiama la realtà, ma usa gli affetti, l’amore, l’amicizia, la conoscenza, i rapporti umani per un tornaconto che abbiamo in mente. La realtà, le cose e le persone non valgono più in quanto tali, ma per i miei progetti.

    L’etica dell’utilitarismo è un’altra sfaccettatura dell’ideologia imperante nell’epoca contemporanea. Così, non si conoscono più davvero le cose e le persone, ma le si sfruttano. Non può rimanere, al fondo, che tristezza. All’etica dell’utile «economico» si dovrebbe sostituire l’etica del conveniente e corrispondente a livello umano. Dovremmo chiederci: che cosa davvero mi corrisponde, che cosa può rendermi lieto, che cosa è buono per il mio destino? Giova ricordare un passo dei Promessi sposi, tratto dal capitolo XXXVIII ove Manzoni ci descrive come emblematica della situazione esistenziale dell’uomo l’immagine dell’infermo, mai soddisfatto del proprio letto e sempre alla ricerca di cambiare situazione, perché la propria è sempre insoddisfacente. Una volta che il malato ha trovato un altro letto, scopre, però, che questo è ancora più scomodo e che, forse, si stava meglio prima. Ecco perché converrebbe, ci dice il Manzoni, forse pensare a far bene, più che a star bene e forse si starebbe meglio. Questa per Manzoni è la vera convenienza e corrispondenza al cuore dell’uomo: l’amore.

    Detto questo e per ritornare al punto di partenza del nostro discorso non ritengo questo il luogo di difendere il Latino. Forse, in un altro momento risponderò con ampiezza alla grandissima utilità di questa disciplina classica. Nel bellissimo film «The millionaire» un ragazzo di strada riesce a rispondere a tutte le domande poste nel concorso perché ognuna di esse riguardava un aspetto della vita che lui aveva vissuto con intensità.

    Affrontare con entusiasmo e con serietà tutta la realtà che abbiamo di fronte è la posizione più umana e più intelligente, che ci permette di capire meglio noi stessi e la realtà in cui la sfida della vita ci fa inoltrare.

    [ Fonte: http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-contro-letica-dellutile-4244.htm ]

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