Conversione come amore per il bene dell’altro

Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell’universo, ma che è una cosa sola con l’amore, col bene.
BXVI – Auschwitz-Birkenau, 28 maggio 2006

L’amore è una decisione cosciente della volontà di andare verso gli altri.
Giovanni Paolo II

Il gioco spetta, non solo ma principalmente, a chi voglia e/o senta di doversi occupare di un altro da sè. Di volersi avvicinare ad un uomo per diventare, e far diventare l’altro, un Uomo. Uomo leale non a principi generali (quando non sfociano in ideologie) ma leale a sè stesso. Come vuole il lech lechà: vai a te stesso.
La tipologia di rapporto che si instaura tra il Cristo ed il fedele cristiano è una nel quale si è conosciuti ed amati individualmente, non nel senso di separati dal resto della comunità, anzi delle comunità di cui facciamo parte ma nel senso di singolarmente, specificatamente, come in un piano individualizzato per l’appunto che però non è nè sanitario nè educativo, ma globalmente umano. Ed è un piano di conversione. La conversione che andrebbe compresa come percorso unitario dell’uomo e non come forzatura ad essere ciò che non si è, o non si vuole essere. Lech lechà, dicevamo.
Conversione da con-vergere, cioè muoversi nella medesima direzione, ma si tratta di una direzione non spiccia, non minuta, non di dettagli, si tratta dell’accomunare un orientamento di fondo, un orizzonte.

[…] sarà necessario modificare quel termine, “ostinazione”, sostituendolo con “perseveranza”.
Voglio solo essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente, scriveva Etty.

Essere se stessi, non entro l’orizzonte egoistico del desiderio che esclude l’altro ma entro l’orizzonte di pienezza che, soltanto vivendo nell’altro e per l’altro, realizza anche il sè  – ed in modo profondo, globale, non frammentato e scostante. Un vivere per l’altro, appunto, che non è affatto rinuncia di sè ma ri-scoperta del sè, dell’individuo incapace di costruirsi, capirsi ed amarsi da solo.
Ecco perché l’altro da sè è indispensabile: non perché da privilegiare aprioristicamente, ma perché specchio tanto di ciò che siamo quanto di ciò che ci manca.
Ecco la conversione: ritornare a se stessi, ma non escludendo forzosamente e forzatamente chi (sembra, secondo un giudizio superficiale) non somigliarci, ma piuttosto includendo e dando forza a tutto quell’amore che è dentro l’altro, e che solo nella condivisione possiamo far nostro.
Amore che è l’unica, vera chiave per interpretare la realtà delle relazioni.
Non è sufficiente, per quanto auspicabile ed imprescindibile, essere corretti nella forma. Occorre essere corretti nel cuore, onesti e leali (prima di tutto con se stessi); e poi, casomai, verificare che la propria correttezza formale corrisponda ad una maturità interiore ormai acquisita e sedimentata – da preservare e coltivare sempre, ma già forte nelle sue fondamenta.
E la fede è questo: modellare in sè la misericordia, superare la paura, scolpire il sapere / potere pretenzioso ed intransigente nelle forme di una consapevolezza, una grandezza ed una forza del pensiero che è non imbattibile sul piano della retorica e dello scontro verbale; ma sa, in modo impareggiabile, dare ragione di sè con la propria stessa vita, a testimonianza di quanto di buono esiste.
Imperfetta e mortale, faccio il bene che posso. Ma ciò a cui aspiro nel nucleo indistruttibile della mia persona, è diverso: è buono.

In un articolo nel quale Saviano recensisce, per alcuni tratti, gli scritti di Šalamov; ho trovato questa citazione e questa considerazione:

[…]
Come la frase di un per­son­ag­gio di Vasilij Gross­man: «Non ci credo, io, nel bene. Io credo nella bontà». Il bene è una con­sid­er­azione metafisica, lon­tana, gen­erale, pos­tuma. La bontà è uno spazio del pre­sente.
Del guardarsi negli occhi. Di un momento. La bontà è umana, il bene è storico.
[…]

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4 thoughts on “Conversione come amore per il bene dell’altro

  1. I tuoi post sono sempre profondi, molto…e tileggo sempre.
    Se a volte non lascio commenti è perché di fronte a certi temi non mi sento preparata, volevo che tu lo sapessi, cara…un abbraccio!

  2. Un abbraccio a te, lievemente riscaldato (qui c’è un clima da fine inverno, più che inizio primavera…). Devi sapere, e non lo dico per invogliarti a scrivere, che non c’è davvero bisogno di essere preparati per lasciare un commento valido. Non dico neppure interessante: non sono qui solo per questo. Io spesso temo di non essere all’altezza neppure di ciò che riesco a produrre, o mettere insieme, in certe felici occasioni!
    Però capisco che di fronte ad alcune combinazioni di temi importanti, di commentatori che dan prova di profondità, e di incertezze o acerbità del pensiero che stiamo coltivando nella mente; si possa preferire osservare in silenzio, magari riservandosi di tornarci su un’altra volta.
    A me capita spesso, e non è timidezza o poca stima di me stessa, è che davvero mi sembra che quello che mi vien da dire non basti a chiarirmi.

    A me, comunque, fa molto piacere saperti in ascolto.

    Mi sono accorta che a questo, che è un “vecchio” post, alla fine non ho messo la data originale.
    Forse perché è un collage di diversi scritti: le citazioni in alto le ho messe per ultime, diversi brani risalgono almeno al 2008 ed altri invece all’estate scorsa.
    Tutto sommato il risultato mi sembra comprensibile: meglio che nelle forme iniziali, che erano decisamente aggrovigliate e contorte.

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