Eucarestia: cosa non è.

Sulla vicenda che vede protagonisti un ragazzo disabile ed il parroco di Porto Garibaldi, in provincia di Ferrara, che ha sospeso e rimandato l’eventuale somministrazione del sacramento dell’Eucarestia nei suoi confronti, si potrebbero spendere fiumi di parole.
Tanti i particolari e le osservazioni che si potrebbero, ed in certa misura si devono, fare.
Ma è pur sempre vero che, specialmente in quest’epoca di chiacchiericcio instancabile, è meglio puntare sull’essenzialità e l’incisività.
Così, dopo avervi segnalato un breve e chiaro appunto di Claudio (Un dono non è un diritto) in merito, che contiene anche svariati link fra i quali quello all’articolo di Avvenire che meglio spiega i termini concreti della questione; mi limito ad elencare senza troppo approfondimento una serie di elementari caratteristiche del sacramento in oggetto, ribadendo ciò che non è.
Sarebbe più giusto che queste cose fossero dette, inequivocabilmente, dalla Chiesa Cattolica, e non spinte avanti a fatica dai fedeli. E quando scrivo “inequivocabilmente”, mi riferisco al fatto che persino le gerarchie si trovano a lottare contro un discreto numero di suoi ministri che, pur non essendo veri e propri outsider, propongono come nulla fosse una loro personale teologia in contraddizione col magistero cui hanno consapevolmente e liberamente scelto di aderire.


1.
L’Eucarestia non è un diritto, appunto.
Non è la risposta giuridica ad un bisogno, pur fondamentale, garantita da un’istituzione pubblica; ma casomai un’opportunità, che non si può pretendere ma nemmeno guadagnare per merito: ci si accosta ad esso per un atto cosciente e volontario, e necessariamente dopo aver compiuto un percorso di preparazione; ed il suo effetto è ascrivibile ad una grazia divina.
L’istituzione umana (non soltanto, per chi crede nella sua santità, ma qui il dettaglio è irrilevante) che ha la legittima gestione e competenza sull’amministrazione e somministrazione dei sacramenti è la Chiesa, la quale al pari di ciascuna istituzione che si occupi di aspetti rilevanti del vivere e del vivere comune agisce secondo un alto livello di discrezionalità.
La partecipazione alla vita della Chiesa non implica, come forse vorrebbe chi preme per l’abolizione degli ordini professionali (sembra che l’argomento non c’entri, invece c’entra), un diritto dei fedeli a stabilire gli indirizzi morali e conseguentemente operativi della stessa, non certo in via diretta ed immediata, calibrata sull’opinione personale.
Nè la libertà religiosa, intesa come spendibilità pubblica della fede e dell’appartenenza ecclesiale di ciascun credente, equivale al diritto di ottenere tutto ciò che si desidera: l’appartenenza ecclesiale non è come la tessera di un golf club.

2. L’Eucarestia non è un simbolo.
E’ un fenomeno – se vi si vuole credere, beninteso: ma se non si crede, non la si richiede – spirituale sì, ma nondimeno fisico. Non è apparenza, ma sostanza; non una suggestione psicologica ma una modifica concreta dell’essenza delle specie eucaristiche, ovverosia dell’ostia e del vino presentati durante la liturgia.
Ecco perché non ha senso proporre di sostituire la particola con una caramella, nel caso del ragazzo che – a prescindere dai motivi, probabilmente contingenti – la rifiuti: il Corpo di Cristo è nella particola consacrata, non in una caramella (posto che si ha a disposizione la prima: non ho però idea se sia possibile, in taluni casi, consacrare ugualmente una materia diversa da quella).
L’oggetto (l’ostia) non è un mezzo indifferente per raffigurarne un altro (il Corpo), ma diventa il Corpo stesso. Ha invece senso e significato proporre per alcuni di non somministrare il sacramento, ma porgere una carezza al candidato, per dichiarare esplicitamente la sua appartenenza alla comunità e l’amore di Dio per lui.

3. L’Eucarestia non è un pretesto per consumare un momento di convivialità.
Se è vero che la Messa è un convivio, e “cattolico” significa universale; non è vero che il sacramento è – correttamente, giustamente – aperto a chiunque.
Esso rappresenta un momento alto, e particolare, della vita di fede; non un gesto minimo, accessibile ed anzi consigliabile a tutti, sempre, senza condizioni.
Non entro qui nel merito del dibattito, per altro assai articolato, sulle disposizioni cattoliche che vietano l’accostarsi al sacramento per determinate categorie di persone: su alcune sono anche in disaccordo; ma il punto è un altro.
Il punto è che ogni atto significativo come questo richiede, è tanto ovvio che m’imbarazza dirlo, un rispetto adeguato e proporzionale. Non timore terrorizzato, ma rispetto.
Il suo scopo non è quello, come asserisce don Gallo, di “far sentire tutti uguali” (sic), ma casomai quello di innalzare lo spirito di ciascuno alla comunione con Cristo e fra fratelli: non un modo per attestare la dignità (umana e di figlio di Dio) di chi la assume, come molti purtroppo sembrano pensare, non un premio discriminatorio, ma un dono che ispiri le proprie azioni.
E di conseguenza, leggere il sacramento con la lente del simbolo, di nuovo, della Santa Cena e della comunione fraterna, dimenticando che lo Spirito non è solo presente alla celebrazione ma nel suo svolgersi si incarna in quel pezzo di pane; significa nient’altro che sconfessare l’essere cattolici e pensare, agire da protestanti.
Nessuna polemica: ma di fatto, è il protestantesimo che celebra un memoriale della Cena alla presenza dello Spirito, nel quale nulla osta a che chiunque vi partecipi: proprio perché solo di memoriale e non di incarnazione (rinnovata nella transustanziazione) si tratta.

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23 thoughts on “Eucarestia: cosa non è.

  1. io la penso come Don Gallo, ma capisco gli scrupoli del prete coinvolto, anch’essi non banali, li capisco dal suo punto di vista

    Dio se esiste, non è pignolo, la fede non è un regolamento di condominio

    chi giudica gli altri, è già peccatore già per questo fatto

  2. Sul fatto che la pensi come don Gallo (se con questo ti riferisci alla frase riportata), ti posso solo dire che è una posizione legittima. Se, però, non sei cattolico e non condividi le basi di questa confessione.
    Lui, invece, sbaglia proprio perché, al di là del contenuto specifico, pretende reiteratamente di dirsi cattolico e di credere, professare ed agire ciò che va contro non dettagli del cattolicesimo, non aspetti anche complessi e importanti ma passibili di riforma; ma contro i fondamenti centrali dello stesso.
    Direi che è piuttosto inescusabile…

    … ed hai ragione nel dire che la fede, nel suo senso più ampio, non è un regolamento di condominio. Infatti le regole che permettono alla Chiesa di mantenere integro il suo scopo di servizio e la sua azione salvifica non sono arcigni argomenti dittatoriali, ma buone norme non solo di comune buon senso per quanto concerne l’istituzione, ma anche e soprattutto precetti desunti direttamente dal Vangelo; roba un pochino più seria insomma.
    Vedere pignoleria laddove c’è normale e necessaria correttezza e disciplina, a buon vantaggio di tutti coloro che di essa beneficiano, significa avere un problema con l’istituzione di cui parliamo. Diversamente, è più sano discutere di scelte precise che non si condividono, ma con criterio e motivazioni valide; non perché ci sembrano genericamente “dure”.

    Sull’idea di peccare per il fatto stesso di giudicare l’altro, mi spiace, ma devo dirti che sbagli. Senza collezionare scuse ed eccezioni. Il giudizio, in sè e per sè, non è peccato, anzi talvolta è necessario e richiesto da Gesù stesso – oltre che umanamente ovvio e non evitabile.
    E’ la presunzione morale, il disprezzo, che sono peccati; ma non vanno confusi col giudizio. Ti riferivi forse, piuttosto, ad essi?

  3. è un confine labile, quello fra il giudizio e il disprezzo, cara denise

    io penso che il prete che ha negato ha fatto bene, se lo riteneva giusto, e fanno bene a non essere d’accordo coloro che invece hanno un’altra idea

    mia madre era credente, molto credente, ma mai l’ho sentita giudicare chi, come mio padre, non lo era

    io ragiono da uomo, non da teologo, quindi non pretendo di aver ragione, anzi, non mi interessa in fondo

    sono opinioni

  4. è un confine labile, quello fra il giudizio e il disprezzo
    Ne convengo, assolutamente.

    Sul non essere d’accordo ho già detto.
    Il problema non è certo il pensarla diversamente, quanto il pretendere di forgiare a propria immagine e somiglianza ciò che non ci appartiene: si chiama peccato di superbia, ed interessa il cristiano di qualunque confessione.

    L’esempio che porti di tua madre – le mando un pensiero al volo, pur non conoscendola, ora sapendo che più tardi me ne scorderò – è sicuramente un esempio da imitare, ma improprio.
    Perché troppi parlano di giudizio, intendendo che il parroco si sarebbe permesso di giudicare quel ragazzo, non nel senso dell’aver dato un giudizio di merito sulla sua preparazione e sulla sua comprensione del sacramento, ma nel senso che avrebbe giudicato la sua persona negativamente, considerandola indegna.
    Ebbene, queste sono molto semplicemente sciocchezze.
    Ma sono sciocchezze di cui è bene parlare, perché in questo banale ma grave errore cadono veramente in tanti, continuamente.

    Per il resto, sono sempre grata di poter ascoltare le tue opinioni.
    Non dimentichiamo che non occorre essere teologi per cogliere il vero; e soprattutto che le opinioni sono interessanti, ma devono fondarsi su fatti dai quali far partire un’argomentazione, uno sviluppo delle stesse.
    Sganciare le prime dai secondi conduce esattamente là dove sta don Gallo, che non distingue più le proprie come tali, dimenticando che non parla come privato cittadino ma ricoprendo un ruolo preciso.

  5. Beh, ti ringrazio, anche se proprio qualificata non sono: al massimo curiosa di 🙂
    Dopotutto, conosco poco o nulla della storia del cristianesimo, almeno non in maniera riferibile ad un apprendimento unitario, coerente e soprattutto corretto. Men che meno del cattolicesimo: la mia prima fonte, da un annetto o giù di lì, sono altri fedeli (spesso blogger). Non il papa in persona, ma affidabili.

    Il cuore della questione è ancora la necessità di svelare una lettura della realtà distorta; ed il breve ma interessante articolo che linki ne è una conferma.
    Ribadisce infatti tanto l’apertura del sacramento al maggior numero possibile di persone (nella fattispecie disabili, nel rispetto del loro progetto di vita) quanto la necessaria cautela da avere nell’amministrarli:
    “che siano accessibili alle sue possibilità”;
    “per quanto possibile”.

    Non un’apertura illimitata e priva di condizioni, dunque, ma un’apertura meditata, calibrata; proprio come lo sono tutti gli interventi (sanitari, sociali, ricreativi, e chi più ne ha più ne metta) destinati alle stesse persone: persone, da considerare nelle loro potenzialità come nelle loro difficoltà.
    Somministrare l’eucarestia ad un disabile non in grado di distinguerla da una caramella – per tornare all’esempio – è in fin dei conti una sventatezza: sarebbe come mettergli in mano dei soldi se non li sa utilizzare.
    Questo, a grandi linee: perché tu fai bene a sottolineare che la misericordia divina va ben oltre le disposizioni generali e particolari che la Chiesa (e cito solo quella, perché stiamo parlando di sacramento agito entro la comunità cattolica e non altre) dà.
    Ma questo è pur sempre un potere che sta a Dio, non ai suoi ministri o fedeli; e non invalida senso e finalità normali del sacramento. In breve, somministrarlo a chi non lo comprenda non può diventare l’abitudine, perché chiaramente sbagliato.
    Là dove l’articolo riporta le parole “i sacramenti, prima di essere sacramenti di salvezza per l’uomo, sono un segno-presenza di Cristo e della Chiesa. Sono un segno dell’amore di Dio; un Dio che ama sempre la sua creatura, prima ancora che questa possa riamarlo”; fa riferimento non all’Eucarestia, per la quale specifica poi di verificare l’effettiva comprensione della persona, ma al Battesimo e alla Cresima – che hanno caratteristiche diverse, anche se nel caso della seconda la partecipazione attiva della persona è comunque richiesta.
    Va detto ancora che, se è vero che il significato di “segno d’amore di Dio” è il primo che li qualifica, il significato di “accoglienza di Dio nella propria vita” (mediato dalla famiglia e dalla comunità nel Battesimo) resta primario. Proprio perché, è bene ripeterlo, non si limitano ad essere simboli ma agiscono sulla volontà, sull’adesione consapevole e libera della persona (o di chi per essa, ma solo nel caso del Battesimo): in mancanza di essa, il sacramento semplicemente non ha senso.
    Mica è una bomba ad orologeria, ma perché fare le cose a caso?

    Le opinioni diverse ci sono da sempre e sempre ci saranno.
    Ma c’è opinione ed opinione, e modo e modo di portarla avanti.
    Semplicemente, non si può pretendere o peggio presentare pubblicamente come valida un’idea che invece, ufficialmente, non lo è – addirittura non avendo alcun ruolo di rappresentanza.
    Non sono dettagli o fiscalismi, è il normale funzionamento di qualunque attività umana che si fonda su un principio di autorità, e su un’assunzione di responsabilità.
    Citando Cinas, il cui commento sto leggendo ora e mi pare calzante, “La Chiesa è un’organizzazione che si dà proprie regole interne – come l’Islam, l’UAAR, IL PD, la bocciofila di Forno Canavese – e decide da sola come e a chi somministrare i sacramenti; particolarmente ridicola appare ai miei occhi la volontà di persone che vivono in modo contrario agli insegnamenti cattolici e pretendono di sembrare formalmente cattolici […]”.
    D’altra parte, come detto, essere cattolici non è obbligatorio. E non dico che si debba accettare un aut-aut e basta: le trasformazioni interne sono tante e talvolta grandi, anche se lente (e per forza). Ma diverso è affermare una propria convinzione come tale, esplicitamente, e dichiararsi in disaccordo con la Chiesa di cui pure si fa parte e che per i principi fondamentali si accetta, dal dirsi cattolici e poi comportarsi, su troppi temi centrali e non negoziabili – come si suol dire – in modo antitetico, in contrasto aperto (ma sempre sottintendendo che chi sbaglia è la Chiesa).
    Insomma: avere opinioni diverse e dubbi, in linea di massima, non è vietato.
    Avere idee inconciliabili con il magistero (in questo caso, ma si potrebbe citare qualsiasi altro documento, raccolta di norme ecc.), non riconoscere l’autorità superiore dell’organizzazione cui si appartiene, attribuire il dissidio all’errore millenario, a questo punto, della stessa e non a una diversità insanabile che dovrebbe tenerci lontani dall’appartenervi; è invece un assurdo.

  6. in effetti la questione è molto interessante, cioè il rapporto fra la chiesa e la storia, i processi di cambiamento storici nei quali è immersa e dei quali è essa stessa protagonista

    prendiamo il culto mariano, per esempio

    sicuramente c’è una sensibilità diversa fra quella del pastore polacco, così manifestamente devoto alla Madonna e questo papa attuale, uomo di profondissima cultura, ma, almeno nei suoi scritti e nelle sue manifestazioni, meno appassionato del culto mariano

    ebbene, la Vergine è diventata oggetto di culto dopo diversi secoli (San Paolo per esempio non ne accenna mai), probabilmente, dalla spinta popolare, dalle genti che «sentivano» questa esigenza di una madre protettrice (probabilmente non erano sopiti gli antici culti mediterranei)

    non è un caso che l’assunzione in cielo è stata determinata dalla chiesa solo nell’800

    questo per dire che io penso che la storia abbia ed ha il suo peso, nonostante la «necessità» per una religione (qualunque essa sia) di rifiutare il concetto di storicità ma di collocare i propri dogni fuori dal tempo storico, per l’ovvia necessità di evitare forme di relativismo

    è giusto così, una religione se non è così non è una religione

    la fede però, è altro che le discussioni sul sesso degli angeli o su quante code ha il diavolo, la fede è un modo di essere, e sono sicuro che al buon Dio, le diatribe fra preti colti, non gli interessano

  7. chiedo scusa, il dogma cattolico è stato proclamato da papa Pio XII il 1º novembre 1950, anno santo, attraverso la costituzione apostolica «Munificentissimus Deus»

    insomma questo dogma è di poco più antico di me!

  8. Hey, già! Cammino imprudente tra gli Antichi, pare :)))

    Anche i dogmi… cambiano, sì.
    O quantomeno, non nascono dalla notte dei tempi così formulati.
    Claudio direbbe – ma certo con parole migliori delle mie – che il dogma non è l’inizio di un credo immutabile, ma il punto d’approdo di un percorso teologico che si sviluppa coerentemente con la storia (spirituale, non solo terrena) della tal religione – come seguendo il proprio destino, mi permetto di aggiungere, ma non deterministico, bensì “disegnato” su misura per lei. Una logica, anche se lunga e sofferta conclusione di un cammino.

    Sì, la storia pesa.
    Ed i culti che di vergini partorienti parlano, non pochi, hanno la loro funzione in questa storia umana: quale sia questa funzione, beh, scienze antropologiche, scienze psicologiche, scienze teologiche e via discorrendo ne danno svariate letture.
    A noi il compito e la responsabilità di vagliarle per quanto possibile e scegliere chi ascoltare.
    (In effetti, in un’altra vita e se potessi, riprenderei in mano la passione per l’antropologia e la farei diventare una laurea; checché dicano del suo valore).

    Io con Maria ci parlo relativamente da pochissimo.
    Considerando che sono tornata cristiana da poco, ci sta.
    Poi son sempre stata d’animo piuttosto crucco, e se GPII l’ho amato per molti motivi (fra i quali, esserci cresciuta “insieme”), BXVI lo sento particolarmente affine.
    Altri riferimenti, sì, ma non meno cuore nel cercarli ed affidarvicisi. Alla fine, Ratzinger è un cuore di panna, ma per vederlo bisogna almeno addentare il cornetto di sfoglia 😉

    Comunque, per tirare le fila di quell’altro discorso, io cerco in fondo sempre di capire – magari non tutto in un botto, con un’illuminazione – quale posto, quale nicchia potrei trovare, se una nicchia davvero ce l’avessi, dentro una chiesa come quella cattolica.
    Perché sempre per dirla con Claudio, questa ha tante anime, diverse ma unite.
    Di forzarmi ad occupare un posto che non è mio non sono proprio capace, va contro la mia natura e non me ne preoccupo. Mi chiedo però se esista una comunità che in tutti i suoi pregi e difetti sia per me, o se debba restare ad vitam un “cane sciolto”, per dirla con un’espressione colorata.
    Il mio quarto di secolo l’ho già ben oltrepassato pur’io.

  9. Piccola rettifica-precisazione: quando dico che le letture di una stessa realtà possono essere numerose e diverse, e che a noi spetta scegliere quale di essere ascoltare, a quale dare credito e fiducia ecc.; non intendo dire però che l’una escluda tutte le altre, sempre.
    Visione teologica (mettiamo cristiana, per capirci) ed antropologica sono per me tendenzialmente sovrapponibili: non raccontano che aspetti diversi di una stessa realtà, non in contrasto fra loro come potrebbero invece essere lo stesso annuncio cristiano ed alcune scuole psicologiche, prese in sè e per sè come descrizioni complete del sentire umano.

  10. Copio qui il commento che ho lasciato anche da me, dovesse interessare a qualcuno.

    Non so se trovare più incoraggiante o sconfortante il fatto che tu, Cecilia, non cattolica, abbia detto sull’argomento cose assai più sensate di quante io ne abbia lette (ma anche sentite personalmente) da cattolici “moderni” – definentesi anche aggiornati, o adulti, oppure … ci siamo capiti.
    Non c’è soltanto il solito don Gallo, che pure è un caso limite. Purtroppo lo vedo un atteggiamento molto più diffuso.

    Faccio qui una mia riflessione personale, un po’ desolante.
    A sentire la mia fonte storica di fiducia, pare che in passato (non mi ricordo se nel medioevo o in altro periodo) la comunione per i laici fosse molto più rara, limitata soltanto ad occasioni particolari: Natale, Pasqua, poco altro. Insomma i fedeli comuni prendevano l’eucaristia soltanto poche volte l’anno.
    Immagino che per loro fosse un evento straordinario.
    Oggi giustamente non è più così: tutti i cattolici sono incoraggiati, quando possibile, a comunicarsi tutte le domeniche o addirittura tutti i giorni. Il che è ottimo.
    E la comunione è disponibile a tutti, volendo. A chiunque. Basta entrare in una chiesa e mettersi in fila e il sacerdote ti distribuisce il corpo di Cristo: senza chiederti se sei battezzato, se sei cattolico, se ti sei confessato… che pacchia.
    (certo, ci sono degli inconvenienti; il caso della tale divorziata risposata di cui so, che va a prendere la comunione in un’altra parrocchia dove il sacerdote non la conosce, è ancora ancora comprensibile; ma ci sono anche i satanisti che si procurano facilmente le ostie consacrate per le messe nere).

    Sfortunatamente gli esseri umani hanno questo buffo modo di ragionare, per cui la disponibilità di una cosa è inversamente proporzionale al suo valore. Per esempio, l’oro è prezioso perché è relativamente raro. Immettete massicce quantità aurifere nel mercato e vedete come il valore dell’oro si abbasserà (in Europa, dopo la scoperta delle Americhe, ci fu un balzo inflazionistico enorme – se la moneta si indebolisce, ce ne vuole di più per acquistare la stessa quantità di merce di prima).
    Insomma mi chiedo se il cattolico medio, al vedersi messa a disposizione una così ampia “offerta” di Eucaristia, non tenda automaticamente a sottovalutarne il valore. Non per cattiveria o superficialità; ma proprio perché questo modo di pensare è così profondamente radicato in noi.
    Se me la danno a poco, anzi gratis, allora… ma quanto preziosa potrà mai davvero essere?
    E’ difficile capire la logica del dono. Siamo così abituati invece alla logica del prezzo, dello scambio equivalente, del nesso sinallagmatico tra prestazione e controprestazione.
    (c’è un episodio molto bello del telefilm “The Big Bang Theory”, quello del regalo di Natale di Sheldon, che illustra bene il concetto)

    Insomma, non voglio assolutamente dire che dovremmo tornare a quando la comunione si dava due volte l’anno. Comunicarsi tutti i giorni, potendo, è meraviglioso.
    Però mi accorgo che c’è (o almeno mi pare di vedere) una controindicazione.
    Come risolverla?

  11. Aggiungo alcune cose.

    Sul dogma, in realtà mi va bene la tua definizione 😀
    Una breve lettura che io ho trovato utile è questa, se ti va, che mi ha fatto capire la distinzione/relazione tra dogma e kerygma (predicazione).

    Per il discorso sulla Chiesa e la varietà nell’unità… beh, io una volta avevo pensato a un cerchio, che sarebbe la proiezione bidimensionale di un cono… eeeh, troppo complicato, lasciamo stare!
    Allora diciamo che per me la Chiesa è po’ come un prisma, che riceve la Luce divina e la scompone in tanti raggi, ciascuno dei quali rende visibile una parte “particolare” di quella luce unica. Così nella Chiesa ci sono gli attivi e i contemplativi, le differenti sensibilità liturgiche, tante piccole differenti prospettive. L’importante è ricordarsi che queste prospettive non vanno divise (eresia viene da una parola greca che significa proprio divisione) ma devono essere considerate come parti vive di un tutto organico.

    Ovviamente io ti auguro di entrare nella Chiesa, ma sul quando, come, con chi (se in qualche realtà ecclesiale o come “cane sciolto” – e non ci sarebbe nulla di male, mica significa essere meno cattolici), non posso presumere nulla.
    D’altra parte, se sei tuttora critica su alcuni aspetti non secondari della fede cattolica (ma bisognerebbe puntualizzare cosa è primario, cosa è secondario, cosa è opinabile…), ti esorto a non “forzare la mano”; per dirla un po’ brutalmente: meglio un simpatizzante dall’esterno che l’ennesimo autoproclamato cattolico che poi critica questo e quello.
    A tempo e modo; per me ci sono voluti anni, e a volte ancora mi sento con un piede sulla porta!

    E comunque, a proposito di B16, oggi è il suo compleanno: tanti auguri e che Dio ce lo conservi!

  12. Magari non poche (contate) volte l’anno, ma in generale sì: anch’io eviterei di comunicarmi ogni giorno, anche se possibile.
    Ricordi quando sono tornata a fare la comunione, la prima volta, e ne ho parlato sul blog? Ne era nata fra l’altro una discussione per alcuni versi interessante.
    Qualcosa di simile mi aveva raccontato un’amica teologa, secondo la quale – salvo casi eccezionali – la frequenza consigliata dalla Chiesa sarebbe di una volta l’anno (e qui il discorso si aprirebbe a parecchie considerazioni, posto che confessione e comunione sono cose diverse,e però per alcuni è imprescindibile fare sempre l’una prima dell’altra…).

    Per me non sarebbe solo una questione di ‘assuefazione’, diciamo così, ma anche di… parsimonia?
    Anche l’assistere ha una sua valenza.
    E non tutti i giorni, o le festività, o quel che sia; possiamo pensare di essere in una disposizione non dico perfetta (e quando mai!) ma non eccessivamente distratta, stanca, anche incredula; rischiando di rendere davvero il tutto un gesto qualunque, solo un po’ più sostenuto.

    Non saprei proprio che dire, per il resto.
    Se non – ma non intendo nè estremizzare, nè polemizzare, e sai bene che sono lungi dal tradizionalismo più secco – magari insistere in modo convinto e non passeggero su alcuni aspetti concreti che secondo me raddrizzerebbero a lungo andare l’idea stessa del sacramento.
    Senza negarlo a chi non vuole adeguarsi, ma ripeto: insistere. Altrimenti il primo no – che so – alla comunione appoggiata in bocca e non in mano blocca subito tutto.
    Ne parlasti già altrove qui, anche della genuflessione. Non potrebbe di per sè essere un incentivo a ripensare il sacramento?, C’è chi dice che siamo già troppo oltre e suonerebbe come una pretesa di cui non si sa recuperare il significato. Per me, come immaginerai, invece certi gesti e simboli sono extra-tempo, hanno un significato ed un potere intrinseco (non vado oltre, sennò mi arrivano addosso da tutte le parti…).
    Boh.

    … la discussione continua anche da Claudio…

  13. Ooops, dimenticavo il secondo commento.
    Leggerò, grazie (uffa, mi sento una menefreghista: ma oggi sono stanca e non mi va di raccontarla su).
    Ricordo comunque il tuo post… teologico-geometrico, che fra l’altro adesso cerco e linko per gli eventuali interessati: http://deliberoarbitrio.wordpress.com/2007/08/27/il-centro-del-cerchio/

    Grazie per l’augurio (io per cane sciolto intendevo proprio aconfessionale, non mi riferivo a qualche movimento), ed anch’io in ritardo faccio gli auguri al mio crucco preferito (guardatelo qui!: http://ernestodiaco.wordpress.com/2012/04/16/auguri-benedetto/ )

  14. La tua amica teologa si è espressa imprecisamente, o hai frainteso tu 😉 …
    la comunione una volta l’anno (a Pasqua) è il minimo sindacale, l’obbligo ecclesiastico, ma la frequenza consigliata è “tutti i giorni”.
    Se si è in condizioni di poterla ricevere, ovvio, cioè se non si è in peccato grave.
    C’è una cosa chiamata comunione spirituale, che consiste (mi spiego alla meglio; se dico qualche svarione, correggetemi) in una preghiera da recitarsi tutte le volte in cui non possiamo ricevere il sacramento, e in una disposizione d’animo per cui ci si unisce spiritualmente, sebbene non fisicamente, al Cristo.
    A me capita periodicamente (non dico spesso ma insomma), se non trovo un sacerdote alla bisogna che mi confessi, di non poter prendere la comunione. In tal caso resto inginocchiato al mio posto e faccio la comunione spirituale.
    E’ chiaramente un minus rispetto alla comunione sacramentale,ma forse, in tempi di percezione dell’eucaristia come diritto, andrebbe rivalutata nella catechesi. E’ sicuramente meglio di un sacrilegio.

    NB mi è capitato più volte, prima di capire bene il concetto, di accostarmi all’eucaristia pur essendo in stato di peccato grave; tanto insomma, “Gesù mi vuol bene”, e allora?
    E ogni volta mi sono beccato meritati rimbrotti dai miei confessori, i quali mi hanno spiegato appunto che il mio era stato un sacrilegio; che il problema non è quanto Cristo ama noi, ma quanto noi amiamo lui.
    Faremmo l’amore con nostra moglie / nostro marito senza lavarci? Anzi, presentandoci al talamo tutti sporchi, sudati e puzzolenti?

    (questa metafora non è dei miei confessori, ma mi è saltata in mente adesso…)

  15. No, ho sbagliato io: nel secondo paragrafo ho omesso ‘confessione’ (che infatti compare in parentesi): è quella di cui parlavo con lei, a proposito della frequenza, non la comunione (che in ogni caso per i motivi detti mi pare strano fare ogni giorno).
    Perciò sottoscrivo quanto dici sulla c. spirituale.

    In effetti anch’io comprendo la metafora, ma devo dire che non la condivido del tutto, ne sceglierei altre. Ripeto: conta il senso ed il senso s’è capito, non sottilizziamo ora.
    D’accordo sul peccato grave, posto che averne un’idea e averne contezza è diverso, e non sempre immediato.
    Meno – ma non lo stai dicendo tu, lo dicono alcuni – sull’inopportunità di fare ugualmente la comunione anche se non confessati appositamente ed in stato di peccato, pure non mortale. Non per qualunquismo (“tanto Dio mi ama”), s’intende.
    Non voglio riaprire questo dibattito qui, ma è il motivo della mia nota più sopra.

  16. Cecilia, idem: per i cattolici è obbligo morale confessare i peccati gravi (= mortali) una volta l’anno (e comunque prima della comunione).
    Ma è consigliabile farlo con frequenza decisamente maggiore: io non conosco esseri umani che riescano a conservarsi relativamente puri per 364 giorni…per me è già difficile arrivare alla fine della settimana!

  17. Non proprio, Claudio. Io ho detto che è, secondo questa mia amica (ho controllato: è ciò che mi ha scritto), è obbligo (anzi, a suo dire ‘raccomandato’) per la Chiesa confessarsi una volta l’anno. Punto. Non ho parlato di peccati capitali: nel caso di peccati capitali, allora sì, ci si confessa al di là di una generica indicazione di frequenza.
    In sostanza è corretto ciò che ho riportato delle sue parole, me lo stai riconfermando.
    Il resto, ciò che è consigliabile come plus, è opinione – poi, se si tratta di fonti, io non ne ho: di certo, le tue e le sue sono identiche.

    […] se però vogliamo anche solo partire dalla dottrina classica, faccio presente a tutti quelli che ti dicono che serve prima la confessione (altrimenti niente comunione………………………………….), che ciò si riferisce solo a quelli che la tradizione chiama “peccati capitali”, mentre per tutti gli altri nostri umanissimi peccati, la chiesa individua anche altri luoghi in cui chiedere perdono (per esempio l’atto penitenziale della messa), che dunque “basta” per poi far la comunione!

    i precetti della chiesa raccomandano poi 1 confessione l’anno. sono solo i super devoti moderni che ne “consigliano” 1 al mese!!! perciò – anche senza tirare in ballo le riflessioni della teologia post- conciliare, ma collocandoci nel più vivo seno della tradizione – puoi stare in pace.

    Posso stare in pace, dice, non per calcolato menefreghismo ma per evitare preoccupazioni inutili, sorte dalla troppa solerzia e dalla preoccupazione di aver fatto un male invece che un bene, causa discussioni angoscianti.

    Quanto sopra valga per il discorso della purità.
    E non sto dicendo che sia eccessivo confessarsi più d’una volta l’anno, ma che forse, anche alla base degli usi comuni rispetto a quest’altro sacramento, c’è un po’ di confusione.

  18. Cecilia, penso che stiamo fondamentalmente dicendo la stessa cosa.
    Visto hai parlato di fonti, sono andato a cercare sul catechismo i punti interessati:
    1388 È conforme al significato stesso dell’Eucaristia che i fedeli, se hanno le disposizioni richieste,si comunichino quando partecipano alla Messa: « Si raccomanda molto quella partecipazione più perfetta alla Messa, per la quale i fedeli, dopo la Comunione del sacerdote, ricevono il Corpo del Signore dal medesimo sacrificio ».
    1389 La Chiesa fa obbligo ai fedeli di « partecipare alla divina liturgia la domenica e le feste » e di ricevere almeno una volta all’anno l’Eucaristia, possibilmente nel tempo pasquale, preparati dal sacramento della Riconciliazione. La Chiesa tuttavia raccomanda vivamente ai fedeli di ricevere la santa Eucaristia la domenica e i giorni festivi, o ancora più spesso, anche tutti i giorni.

    1457 Secondo il precetto della Chiesa, « ogni fedele, raggiunta l’età della discrezione, è tenuto all’obbligo di confessare fedelmente i propri peccati gravi almeno una volta nell’anno ».Colui che è consapevole di aver commesso un peccato mortale non deve ricevere la santa Comunione, anche se prova una grande contrizione, senza aver prima ricevuto l’assoluzione sacramentale a meno che non abbia un motivo grave per comunicarsi e non gli sia possibile accedere a un confessore. I fanciulli devono accostarsi al sacramento della Penitenza prima di ricevere per la prima volta la santa Comunione.
    1458 Sebbene non sia strettamente necessaria, la confessione delle colpe quotidiane (peccati veniali) è tuttavia vivamente raccomandata dalla Chiesa. In effetti, la confessione regolare dei peccati veniali ci aiuta a formare la nostra coscienza, a lottare contro le cattive inclinazioni, a lasciarci guarire da Cristo, a progredire nella vita dello Spirito. Ricevendo più frequentemente, attraverso questo sacramento, il dono della misericordia del Padre, siamo spinti ad essere misericordiosi come lui.

    2041 I precetti della Chiesa si collocano in questa linea di una vita morale che si aggancia alla vita liturgica e di essa si nutre. Il carattere obbligatorio di tali leggi positive promulgate dalle autorità pastorali, ha come fine di garantire ai fedeli il minimo indispensabile nello spirito di preghiera e nell’impegno morale, nella crescita dell’amore di Dio e del prossimo. […]*** Il secondo precetto (« Confessa i tuoi peccati almeno una volta all’anno») assicura la preparazione all’Eucaristia attraverso la recezione del sacramento della Riconciliazione, che continua l’opera di conversione e di perdono del Battesimo. Il terzo precetto («Ricevi il sacramento dell’Eucaristia almeno a Pasqua») garantisce un minimo in ordine alla recezione del Corpo e del Sangue del Signore in collegamento con le feste pasquali, origine e centro della liturgia cristiana.
    Insomma il nodo della faccenda è la distinzione tra la quantità sufficiente, il minimo sindacale per stare “in regola” – una volta l’anno – e la quantità sovrabbondante, a cui nessuno ti può obbligare (neanche moralmente, e per inciso è chiaro che stiamo parlando di obbligatorietà morali) e che si può solo dare spontaneamente – il più spesso possibile, ogni volta che vuoi.
    Ora, se io resto nell’ottica dell’obbligo morale, del minimo sindacale, certo non commetto alcun peccato. Ho fatto il dovuto, nessuno ha il diritto di rimproverarmi perché mi confesso e mi comunico solo una volta l’anno.
    Ma allora la domanda diventa: qual è il senso dell’essere cristiani? Fare le cose perché dobbiamo, o farle perché vogliamo?
    Anzi, la domanda è ancora più semplice: che cosa significa amare?
    (ti chiederei di portare queste domande alla tua amica teologa; m’interesserebbe la sua opinione)

    Comunque, ho chiesto a un amico (sacerdote di notevole cultura) di dirmi la sua su tutta la faccenda.
    Mi ha mandato per mail un piccolo trattatello teologico, che riporto qui di seguito, dovesse mai interessare a qualcuno oltre a me.

    1) La questione dal punto di vista del Diritto canonico mi pare ben chiara. Si possono leggere i canoni 912-923 sulla partecipazione dell’Eucaristia. Non c’è bisogno di ricordare che dietro di esso c’è comunque una teologia e non sono norme giuspositiviste.
    2) C’è bisogno di ricordare che i giornali sono agenti di trasformazione e non fonti di informazione, e che quindi queste cose servono solo a colpire la Chiesa?
    3) E’ difficile anche cercare di parlarne tra noi cristiani. Abbiamo perso un orizzonte comune ecclesiale e le infiltrazioni di “buonismo”, di “democraticismo” e via discorrendo sono ormai una metastasi. Quindi è ben difficile far capire qualcosa al target medio dei lettori. Cosa voglio dire? Che molto dipende anche dall’orizzonte in cui adesso si trova chi si pone la questione. Per un orizzonte debitore, che so, di una certa impostazione giansenista, l’eucaristia è un premio, da ricevere raramente perché sono così tante le condizioni di “perfezione” e “purezza” che si richiedono, che solo monache e santi potrebbero riceverla. Per i Padri, in genere, è invece la medicina alle nostre malattie. Dottrina dei Padri, l’Eucaristia stessa cancella i peccati veniali, come un atto di misericordia, un’opera di carità etc. Il problema di fondo però è legare l’Eucaristia alla confessione (ecco l’impostazione “giansenista” di cui sopra). Diviene allora un problema di “quando”, “se sono puro”, “quante volte” etc.invece che di “perché”.
    4) Proviamo a cambiare impostazione: perché celebriamo l’Eucaristia? Perché siamo dei poveretti che non hanno potuto conoscere Gesù e quindi lui, nella sua bontà, ci ha dato il sacramento dell’Eucaristia perché possiamo almeno avere un Ersatz della sua presenza? No, perché il Signore è presente ovunque e sempre nel suo Corpo glorioso di Risorto, che è la Chiesa (fino alle controversie sulla presenza reale nel medio evo, si parlava di corpo reale di Cristo indicando la Chiesa, e corpo mistico indicando l’Eucaristia…). È allora per adorarlo? Non ci sarebbe bisogno di mangiarlo. E così via.
    5) Cosa è un sacramento? Non chiediamolo ai teologi, non chiediamolo al Catechismo. Chiediamolo per prima cosa alla Chiesa stessa che lo celebra, vedendo come lo celebra! Lex orandi statuit legem credendi. Cosa chiediamo nella preghiera eucaristica? Osservane una (tralascia per il momento il Canone Romano che è un po’ complesso per questo). Vedrai una prima parte (detta parte anamnetica, dove tutti i verbi sono all’indicativo) – che noi latini chiamiamo prefazio – in cui si confessa la grandezza di Dio, la sua magnificenza (cfr. la IV, che è modellata sull’anafora orientale di San Basilio); ci uniamo al canto del Santo, insieme a tutta la Chiesa celeste; poi raccontiamo la nostra infedeltà all’amore e al patto di alleanza che Dio ha stretto con noi. Ma anche come Dio non ci ha “lasciato in potere della morte”, ma a tutti è venuto incontro perché lo potessimo trovare. Per mezzo dei profeti ci ha insegnato a confidare nella speranza. E nella pienezza dei tempi ci ha inviato il suo Figlio, morto e risorto per noi, il quale con la sua obbedienza-fino-alla-fine ci ha donato il suo amore, il suo Spirito che ci unisce a lui, facendo di noi un solo corpo e un solo Spirito. Ora ti preghiamo umilmente… e inizia la seconda parte dove, se la nostra lingua avesse un sistema modale come il greco avremmo un ottativo, un esortativo, un “impetrativo” o qualcosa del genere: manda il tuo Spirito… è l’epiclesi. Qui cerchiamo cosa chiediamo a Dio e quindi il perché celebriamo l’eucaristia! Questa epiclesi non è una sola, è doppia! Noi chiediamo due cose nella preghiera eucaristica, non una sola! Chiediamo sì, che il Padre mandi il suo Spirito perché questo pane e questo vino vengano transustanziati nel Corpo e Sangue di Cristo, affinché noi, comunicando ad essi, veniamo trasformati (un autore del XV secolo non teme di dire “transustanziati”) in un solo corpo. Ecco perché comunichiamo! Non per un premio, non per prendere una barretta di “energetico” essenziale: ma per costruire la Chiesa, il corpo reale di Cristo risorto. Per essere trasformati in lui, per vivere del suo Spirito, per riunire la frammentazione che siamo dopo il peccato, ut unum sint. Abbiamo ridotto questo fondamentale versetto al lemma dell’ecumenismo, invece è qualcosa di ben più profondo. La comunione è al contempo la costruzione e la manifestazione di questa comunione vera che è il corpo ecclesiale, ossia la Chiesa, ossia il Corpo di Cristo.
    6) Cosa significa? Beh, prima di tutto che è qualcosa di ben differente e più profondo del semplice andare ad assistere, fare la comunione “quando mi sento”, “non troppo perché altrimenti dà assuefazione”. Ma stiamo scherzando? Non è neppure un “diritto”, un servizio che vado a prendere dall’erogatore. Questa è una altra malattia del nostro tempo: tutto diritto e nessun dovere, il modo con cui gli ingegneri comportamentali hanno programmato la massa mondiale attraverso i suoi programmi di riprogrammazione antropologica, per creare degli “io” sempre più deboli e sempre più bisognosi dell’assistenza di uno Stato, di Tribunale, di un assistente sociale, di un Facebook: in poche parole: imbecillizzazione di massa. Partecipo all’Eucaristia perché è il modo con cui vengo trasformato in Cristo, con cui la vita divina scorre in me, con cui divento sempre di più corpo di Cristo mediante la comunione al suo corpo consegnato e al suo sangue sparso per me. In altre parole, è il modo che ho per essere presente, al di là del tempo e dello spazio, all’evento pasquale di Cristo, che per sua natura è stato un hapax, che non si “ripete”. Durante la Messa siamo ripresentati al Mistero pasquale, siamo sotto la Croce per ricevere l’inondazione del Sangue e acqua che sgorga dalla Ferita d’Amore del Suo costato.
    7) Per approfondire questa prospettiva consiglio: C. Giraudo, “Conosci davvero l’Eucaristia?”, ed. Qiqajon (brevissimo, se si ha fretta). Altrimenti, C.Giraudo, “In unum corpus. Trattato mistagogico sull’Eucaristia”, ed. San Paolo: più completo. Padre Giraudo ha comunque una pagina dove trovare del materiale interessante (ma insisto per la lettura uno di quei libri).

  19. Grazie per l’interessamento e per aver riportato le parole del tuo amico, così come i punti rilevanti in materia del CCC. Ma, a dispetto della coincidenza, almeno sui concetti essenziali, tra quanto delinei e quanto scritto dalla mia amica C. (che avevo già chiarito essere tale); noi, cioè io e te, proprio uguale non la pensiamo e non la stiamo raccontando.

    Ci vorrebbe piuttosto un chiarimento sul punto 1458, nel quale si raccomanda vivamente la confessione quotidiana dei peccati veniali. Se per confessione, cioè, l’articolo si riferisce a quella intima, sia condotta insieme all’assemblea dei fedeli nella Messa sia privatamente; come sembrerebbe logico e come ricordava essere bastante appunto C.

    Poi, vedi, ciò che rilevi sullo scarto tra quantità minima sufficiente e quantità auspicabile (indefinibile in maniera standard) lo condivido, ma non ne comprendo il senso in questa discussione.
    Perché io non sostengo certo che ci si debba limitare a fare il minimo indispensabile, nè mi pare che questo fosse un punto critico, una pretesa messa in luce dalla notizia dibattuta – al contrario, è casomai il ‘volere troppo’ che stiamo contestando come errato e dannoso.
    Tuttavia, come i sacramenti non possono essere dei pro-forma la cui frequenza determini in modo tecnico ed asettico la loro valenza ed efficacia, per quanto mi riguarda vedo male anche l’indicazione del Catechismo di comunicarsi ogni giorno, se possibile.
    Non perché io creda che vi si possa accedere solo se perfettamente puri (sappiamo benissimo di non esserlo mai!, ed anzi, come ricordato io tendo piuttosto a giustificare quello che potrebbe, entro o fuori i paletti del peccato mortale, essere giudicato impuro – non approfondiamo ora).
    Ma semplicemente perché trovo che l’Eucarestia sia una vetta, non una base, della vita di fede. Certo che è il sacramento che salva, e non noi che dobbiamo essere già puri e ‘salvati’ prima di riceverlo!
    Però, non so davvero come spiegarlo, non esiste solo il sacramento, fosse pure quello dell’Eucarestia. La preghiera quotidiana sì, quella ha la funzione, tra l’altro, di mantenerci ancorati a Cristo. Ma tra essere ancorati ed essere in comunione piena (per quanto lo può essere un’essere umano ancora vivente con Dio) c’è una bella differenza, ed a me pare assurdo pensare di ‘tentarla’ ogni giorno.
    E’ Dio che per grazia ci porta in sè, ma solo noi possiamo aprire la porta, la mente, lo spirito ecc. alla Sua grazia. Ed a meno di non voler considerare la grazia un effetto speciale nella peggior accezione di magia, nulla è scontato e nulla è automatico. La volontà di unirsi è sufficiente, poiché la forza l’uomo certo non l’ha: ad essa supplisce appunto la grazia. Ma la volontà è debole, e spesso confondiamo volontà ed un pallido riflesso di desiderio, messo insieme un po’ con un rammendo sdrucito, che finiamo poi per accorgerci non essere indirizzato realmente a quel che credevamo.
    Insomma, un minimo di parsimonia, come dicevo, e di disciplina ed accortezza mi sembra siano altrettanto necessarie ad accostarsi ad un sacramento. Non una volta l’anno, ma neppure ogni giorno.

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