In prospettiva di morte

Non si contano i giorni in cui sento che non sarò mai nè sposa, nè suora, ma soltanto sola. Non felicemente, ma miseramente sola.
Eppure non viene meno un vissuto intessuto d’una solitudine ricca; in cui l’assenza di parole non significa un’assenza di comunicazione.
Era il giorno di Pasqua quello in cui, uscendo di casa insieme, sempre insieme io e mia madre abbiamo poggiato le rispettive mani l’una sull’altra, sulla maniglia della porta; e lì s’è visto chiaro un segno dell’unione nostra e con i nostri cari morti: mani ed anelli si sono incrociati, a formare silenziosamente una catena.
Intanto, nugoli di uccelli nascosti nell’alta siepe cantavano.

Tempo prima, ad un breve accenno di primavera, ci trovavamo lei ed io affacciate alla finestra del salotto, guardando il campo umido della recente pioggia.
Con il binocolo potevo osservare alcuni vermicelli risalire e poi riaffondare nella terra: per un momento sono stata certa che fossero come noi sospesi in un frammento eterno della vita; con un passato definito ed un futuro che si estende all’infinito presente.
Una variabile non binaria, la poesia di una statistica singolarissima.
Come per noi ‘eventi rari’, che confondiamo prospettiva di morte con prospettiva di vita.

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17 thoughts on “In prospettiva di morte

  1. E’ una sensazione che conosco bene anche io. Solo, so che è una semplice sensazione, non una previsione: non è detto che si avveri, l’importante è non crederci. Se uno ci crede, alla fine si avvera da sola, perché non facciamo più nulla. Coraggio, non sei sola.

  2. credo che ago86 abbia ragione; si rischia di darsi per persi e non provarci nemmeno più. so bene che è una faticaccia cercare di instaurare rapporti con umani che spesso non ne sembrano meritevoli (quando poi il discorso non viene ribaltato e non siamo noi che ci riteniamo immeritevoli… sai che io ho una grandissima autostima ^__^), ma tra miliardi di persone sarebbe irragionevole convincersi di rimanere soli. certo, ci sono tante strade diverse per non esserlo, occorre per questo tenere la mente aperta. di certo viviamo in tempi strani, che non aiutano il socializzare vero benchè esaltino quello virtuale.

  3. Dici bene, Gu’.

    C’è da aggiungere che colgo col contagocce le occasioni di socializzazione, perché – stanchezza e scarsa voglia persino di uscire di casa, che sono contingenti, a parte – dopotutto è un dato assodato (aha) che nelle relazioni sono diventata diffidente.
    Crearne di significative non è banale già di per sè, ed io non sono più esigente di prima, solo più consapevole e dalla… mira raffinata. Però mi sono scottata per bene, e la cosa non è priva di conseguenze.

    Vi sono poi svariate considerazioni prosaiche, e concretissime, da fare – ognuno ha le sue. Ma non è certo indifferente che, ad esempio, mi porti dietro una tara genetica. Non solo l’altro deve prendersi questa responsabilità, ma anche io mi devo poter fidare pienamente di lui.
    (Mi fermo qui: gli amici sono relativamente più semplici da incontrare e coltivare, ma trovo sia più facile perderli).

    Poi, beh: a seguito della prima riga c’è il resto del post, con un accento mica così terribile.

  4. “Intanto, nugoli di uccelli nascosti nell’alta siepe cantavano.”

    …e se invece fosse “EPPURE, nugoli di uccelli nascosti nell’alta siepe cantavano.”?
    Perchè i segni della vita che va avanti ci sono, sempre, davanti i nostri occhi. Della vita che si protrae, si moltiplica, copiasa di incontri ed unioni.
    Anche per me non è sempre evidente questo, ma è così, inevitabilmente, innegabilmente.
    E allora, forse, basta saper tuffarsi con meno difidenza (che pure conosco bene) nel vortice di cui tutti facciamo parte, a volte senza rendercene conto.

    “Con il binocolo potevo osservare alcuni vermicelli risalire e poi riaffondare nella terra”

    …e questa è traccia di vita, un esempio di come procedono le esistenze, qualsiasi creatura si osservi. Fondamentale è non perdere mai la curiosità, lo stupore per questi segni, piccoli e grandi a un tempo.
    In bocca al lupo e buona Vita!

  5. NO, guarda, quella della tara genetica non dirla, devi renderti conto che è un alibi che ti crei tu (immagino a cosa ti riferisci perché ti leggo da tanto) anche se si tratta di un dato di fatto oggettivo, cioè è vero che c’è ed è vero che potrebbe creare certi problemi. Ci sono coppie che si sposano in malattia conclamata (di qualunque tipo), persone con gravi handicap che convolano a nozze e così via. Sembro un po’ dura ma sai, io per es. ho una malattia autoimmune (per ora da alcuni anni in remissione, e speriamo continui così, ma so che da un momento all’altro può riacutizzarsi, è un po’ una spada di Damocle) e soprattutto nelle fasi acute mi viene lo scoraggiamento ma so che è una cosa mia del mio cervello, so che non è certamente un ostacolo all’essere amata e accudita o al mio amare e accudire. Comunque, capisco benissimo il tuo sfogo (perché immagino tale sia), anche escludendo il discorso “tara”. Negli ultimi due anni la mia vita è cambiata e da orsa che ero adesso sono parte di un tessuto di relazioni molto piene e significative che sinceramente avevo perso la speranza di poter trovare e perfino che potessero esistere. Non reggiamo noi il timone della nave se non debolmente; non possiamo sapere cosa ci succederà. Magari siamo stati soli e tristi per dieci anni ma non possiamo sapere che cosa ci riserverà l’undicesimo anno. Dobbiamo anzi credere che l’undicesimo anno sarà migliore e comportarci di conseguenza. Ma lo sai già 🙂
    Comunque a parte lo sfogo che capita a tutti, mi ha colpita l’immagine dei vermicelli; perché a me è successa esattamente l’esperienza opposta (e spiacevole). Ero in stazione al mare con mio padre che mi aveva accompagnata per aiutarmi a mettere la bici sul treno; io tornavo a Bologna, lui restava a Riccione. In quei momenti sospesi in cui sul binario attendevamo l’arrivo del treno, il mio sguardo si posava distrattamente ora su mio padre ora sugli altri pochi viaggiatori in attesa come noi. Guardando mio papà, che teneva la mia bici e vi si appoggiava un po’, ho pensato: “Siamo formiche. Siamo un nulla in questo vastissimo universo, da un momento all’altro possiamo morire e non lo sappiamo, se ci fosse una specie più grande e grossa di noi ci potrebbe schiacciare con noncuranza come facciamo noi con le formiche”. L’ho provato con una tale forza. E’ stato uno dei pensieri più tristi che abbia mai pensato in tutta la vita. E spesso mi torna in mente, anche se non più con la potenza di quella prima, intatta rivelazione. In pratica è un pensiero opposto a quello che hai fatto tu. Tu dai vermi sei passata all’infinito, invece io dall’infinito sono arrivata alle formiche.

  6. ho letto il post ed anche i commenti, interessanti

    in realtà, la morte non esiste, perchè esiste solo la vita, che, come tutti i fenomeni, come tutti gli accadimenti, ha un limite temporale

    per fare un esempio, se suono con la chitarra «la canzone del sole» questa, anche nella mia sgangherata esecuzione da pessimo strimpellatore, dura circa quattro minuti

    ebbene, esiste solo la canzone, la «non canzone» non la suona nessuno, dopo che la canzone è finita

    quindi io credo che, nei limiti del possibile, dobbiamo vivere le nostre esperienze, le nostre sensazioni, come entità singole, buone o brutte, senza troppo concedere spazio mentale alla tenaglia del tempo

    non siamo nulla, siamo una scarica elettrochimica che nella corteccia celebrale ci dà la sensazione di esistere, ma siamo solo un aggregato di materia che ha la sfiga di pensarci su, anche se questa sfiga è, per altri versi, meravigliosa

    la vita è orribile, la vita è bellissima, la non vita non esiste

  7. Sai, capitano quei momenti durante i quali si guarda avanti e non si vede nulla.
    Magari ti dico una cosa banale, ma io penso che una persona che ha la tua fede non sarà mai sola, e te lo dice una che con l’argomento ha un approccio molto personale e intimo, non vado tanto in chiesa, per capirci.
    Detto questo, anche io non sono una che socializza facilmente, frequento solo chi mi piace e non mi adatto con facilità, l’amore, l’amicizia e gli affetti arrivano un po’ a caso, a volte, oppure per fortuna…,ma soli davvero non si è mai, soprattutto quando si è così profondi e intelligenti come te..un abbraccio grande..

  8. Sentivo che avrei fatto meglio a non citare esempi: alle volte proprio non rendono; per una ragione o per l’altra.
    Ma soprattutto mi dispiace che più d’una persona abbia letto come tristi o negative le mie parole: in verità sono l’opposto.
    In ogni caso, hai detto bene: ho fatto riferimento ad una problematica oggettiva. Non l’ho assolutizzata, però, non ho detto ‘sarò per sempre sola perché prima o poi mi ammalerò’. I casi che porti sono tutti reali, ma rappresentano solo una parte di quel che può accadere, e su quel che può accadere (compreso allacciare una relazione, e poi che essa resista) questo è un dato che pesa.
    Non c’è da commiserarsi, ma non è vero che (anche solo limitandosi a considerare la malattia e non altro) le possibilità di trovare una persona adatta a condividere la vita, tutto compreso, sono identiche. Non è questione di numeri, ma di vita, e delle sue fatiche; che appunto conosci.
    Ogni persona, ogni vita, ha una propria storia; e – perdonami: colgo la buona intenzione del tuo commento, ma voglio essere sincera e non schivare la questione – tu non conosci la mia. Non credo di dovermi rendere conto di nulla, Ilaria, perché il mio non è un alibi (e per cosa poi? Io non ho escluso di poter essere felice, nè di poter riuscire a formare una coppia: ho detto però che la tara, o se preferisci mutazione che mi porto appresso è qualcosa con cui fare i conti. Ci vuole realismo, e speranza, sì, ma di quella forgiata nel fuoco, non facili consolazioni ottimistiche).
    Teniamo il nostro timone debolmente, sì, per quanti sforzi facciamo talvolta. Eppure in quel nostro debole insistere sulla rotta, in quel ridotto spazio di manovra abbiamo la possibilità di spalancarci, o di precluderci, universi interi. L’illusione è uno dei modi migliori che abbiamo per precluderceli, per scialare un’esistenza intera appresso a sogni eterei, invece che a progetti concreti. Preferisco la realtà, anche se non è tutta quanta alla mia portata.

  9. non siamo nulla, siamo una scarica elettrochimica che nella corteccia celebrale ci dà la sensazione di esistere, ma siamo solo un aggregato di materia che ha la sfiga di pensarci su, anche se questa sfiga è, per altri versi, meravigliosa
    Sembri me, nel periodo 2000-2003.

    Però non sono del tutto d’accordo (formalmente) su un punto: la ‘non vita’ esiste, è un nulla – diverso dal niente.
    Tu che sei filosofo avrai avuto a che fare con questi concetti più, e meglio,di me; ma ricordo una discussione in un vecchio forum nella quale sostenevo la tesi, appunto, della differenza tra l’inesistenza del niente (= vuoto) come concetto, in quanto il niente, il non essere, è già per definizione qualcosa, un contrappunto puramente ideale all’essere, un’assenza di quest’ultimo che è cortocircuito logico… ed il ‘nulla’, come entità reale.
    Qui si vede nettamente, sempre che sia riuscita un minimo comprensibile, la mia pregressa credenza manichea ed anche nichilista.

  10. Miss, ti dico solo: grazie di cuore.
    Sì, la penso come te.
    Gli uccellini testimoniano: chi li avrebbe notati sennò? 🙂

    Poi, se quando verrò a Genova vorrai farmi fare anche un tour chiesistico potrebbe essere una buona scusa per ‘fare il pieno’, eheh. No, scherzo… ho anch’io un rapporto altalenante ed immancabilmente complesso con la fede, però grazie a Dio l’ho ripresa al volo. E comunque si prega bene, anzi meglio, anche di fronte al mare.

  11. Il tour chiesistico te lo faccio fare volentieri, scherzi?
    E sicuramente non c’è niente di meglio della grandezza del creato a testimoniare che non siamo soli, mai!
    Ti mando un bacetto, proprio di cuore!

  12. Ilaria, scusa la durezza. Sai come sono.

    In ogni caso forse sarebbe davvero stato meglio titolare ‘in prospettiva di vita’.
    Il fatto è che questa bozza è nata con un’idea precisa, che poi è mutata completamente. Uno dei tanti miei ibridi.

  13. comunque, cara C.D., scendendo dalla filosofia al vivere pratico, mi sembra molto saggio quello che hai scritto a volte, cioè la strategia di porsi obiettivi concreti a breve, non dico vivere alla giornata, ma comunque darsi obiettivi a breve, magari all’apparenza facili, ma che invece danno soddisfazione

    insomma, forse è meglio un certo «bricolage» del giorno per giorno, che vedere le grandi prospettive che hanno sempre un respiro assoluto, di vita e di morte, appunto

  14. E’ che la vita si svolge in piccoli attimi, anche ripetitivi. Non tutti sono significativi, ma molti sono potenti. Un evento clamoroso solitamente non è dato che dall’intrecciarsi di questi attimi, e fissarsi su quello, che pure conta, equivale a perdersi tutto il succo.

    ‘notte, caro Diego.

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