Il parto naturale non è… medievale.

Pubblico anche qui un articolo chiaro e deciso quanto basta sul tema, già toccato, del parto cesareo e della sua irragionevole mitizzazione. Perché siamo appunto alla mitizzazione: troppe donne pensano, purtroppo, che il cesareo sia una prestazione accessoria che garantisce un plus in termini di sicurezza per la salute; e così non è – ma ben pochi lo spiegano in tutta sincerità.
E, peggio, c’è chi ha gli elementi per capire ma non vuole, e strumentalizza la questione cavalcando lo slogan di un altro falso mito – mi spiace, Lucyette -: quello del Medioevo come epoca oscura, arretrata, ostile (come ostile è ritenuto tutto ciò che semplicemente si frappone fra una qualsiasi donna ed una sua scelta più che libera, dispotica).

Parto cesareo: “Non torniamo al Medioevo?”

Questo articolo avrebbe potuto trovare posto in diverse altre sezioni del sito: tra «I tuoi diritti»  o in «Informati bene», in «Medicina e interesse» o in «Decisioni condivise» ma certo non nella rubrica sull’«Incertezza della medicina». Perché se c’è una cosa su cui ci sono pochi dubbi, alla luce della mole di letteratura raccolta sull’argomento, è che, a parte una serie di casi ben definiti, dare alla luce un bambino in modo naturale è più sicuro per la mamma come per il nascituro.

La ragione per cui si è deciso di inserirlo nella rubrica «Miti da sfatare» è che a questo dato sembra  non si possa proprio credere.

Ci sono pochi altri temi infatti in medicina in cui c’è un così profondo scollamento tra la percezione del pubblico e le prove scientifiche. Da un lato, man mano che si raccolgono dati e si compiono studi epidemiologici, appare sempre più evidente che il parto cesareo è un intervento chirurgico davvero salvavita in determinate condizioni, ma potenzialmente dannoso se eseguito senza un’indicazione medica; dall’altro cresce e si diffonde l’idea, anche in grandi ospedali come il Sacco di Milano (http://www.partecipasalute.it/cms_2/node/1140) che il cesareo si possa fare semplicemente su richiesta materna. «Ma questo, oltre che dall’etica medica, non è previsto dal Sistema sanitario nazionale» puntualizza Gedeone Baraldo, direttore medico del presidio ospedaliero Leopoldo Mandic di Merate, in provincia di Lecco: «come ogni altro intervento chirurgico può essere eseguito in ospedale solo sulla base di una prescrizione medica, a sua volta fondata su precise indicazioni cliniche».

Per sicurezza o per soffrire meno?

Non a caso Partecipasalute ha deciso di intervistare proprio Baraldo su questo argomento. Il reparto di ostetricia dell’ospedale brianzolo, dove più del 35 per cento dei parti avviene col bisturi, è stato infatti richiamato da Ambrogio Bertoglio, direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Lecco da cui dipende Merate, a rientrare nei tassi di cesarei previsti dalle indicazioni della Regione Lombardia, che nella pratica si attesta, nonostante gli sforzi per diminuirla, su una media tra il 28 e il 30 per cento. Una segnalazione che ha scatenato una viva protesta in sede locale, suscitando una campagna, come si dice «partita dal basso», per affermare il diritto delle donne a scegliere liberamente se ricorrere alla sala operatoria per dare alla luce i propri figli. E questo non, come spesso accade, per evitare il dolore del travaglio — «L’ospedale di Merate è uno di quelli col più alto tasso di parti in analgesia con l’epidurale, introdotta nel 2004 e che ormai si applica nel 30 per cento circa dei casi» precisa Baraldo — ma proprio in nome della presunta maggiore sicurezza del cesareo per il nascituro. Un luogo comune duro a morire, contro cui la letteratura scientifica però parla a una sola voce.

Le prove scientifiche

L’ultima conferma della necessità di praticare l’intervento solo quando serve viene dall’inchiesta globale sulla salute materno infantile dell’Organizzazione mondiale della sanità, i cui risultati sono stati recentemente pubblicati su Lancet. Ancora una volta i dati, raccolti in questo caso su oltre 100.000 parti avvenuti in 122 grandi ospedali di nove paesi asiatici, ribadiscono che per migliorare gli esiti su mamme e bambini occorre che il cesareo sia effettuato solo per ragioni mediche. In caso contrario aumentano, invece di diminuire, i rischi per entrambi.

Lo studio non fa che ribadire lavori precedenti, come quello condotto in America Latina e pubblicato un paio di anni fa sul British Medical Journal (vedi allegato), di cui Partecipasalute ha parlato in Parto cesareo: più rischi o benefici?): anche lì risulta che – a parte i casi in cui il bambino si presenta podalico, in cui il cesareo è senz’altro da preferire – in condizioni normali e senza altre indicazioni mediche l’intervento aumenta il rischio di mortalità e gravi complicazioni nella mamma e nel bambino.

Tra l’altro la donna che ha avuto un cesareo, oltre a stare più a lungo in ospedale, può avere difficoltà ad avere altri figli o maggiori complicazioni nel corso di gravidanze successive. E il bambino, lungi dal soffrire meno come molti pensano, ha maggiori probabilità di finire in terapia intensiva per disturbi respiratori, perché il passaggio nel canale del parto serve anche a mettere i polmoni nelle condizioni di cominciare a lavorare al meglio.

Una campagna «partita dal basso»

Ma questo messaggio alle donne sembra proprio non arrivare, come dimostra la  campagna chiamata «Non torniamo al Medioevo» (http://www.firmiamo.it/raccoltafirmepartocesareonontorniamoalmedioevo), suscitata dalle parole del direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Lecco, di cui Merate è presidio. L’ospedale del capoluogo di provincia è noto per un atteggiamento rigoroso, limitando il ricorso al parto cesareo ai casi per i quali vi sia una reale indicazione medica, mentre nel presidio periferico, negli anni, si è affermata una tradizione di maggiore elasticità, che tende ad accogliere la richiesta dell’intervento da parte delle donne anche senza una reale motivazione clinica. Anche facendosi bandiera di questa politica, oltre che per i riconosciuti meriti della struttura e del personale,  il reparto di ostetricia dell’ospedale brianzolo ha attirato negli anni sempre più partorienti, provenienti anche da fuori zona, arrivando nel 2009 a 1147 parti, quasi il 4 per cento in più rispetto all’anno precedente.

Un record poco prestigioso

Non un dato scandaloso, alla luce di quelli nazionali, che secondo i dati resi pubblici dall’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (leggi) nel 2007 avrebbero sfiorato il 39 per cento, con un trend in continua crescita. Ma un ricorso alla chirurgia certamente lontano dalle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, per la quale l’intervento sarebbe davvero utile solo nel 15 per cento circa dei casi e dalle indicazioni del Ministero della salute, per le quali non dovrebbe essere utilizzato in più di una nascita su cinque.

In Europa, secondo il recente rapporto Euro-Peristat sulla salute materno-infantile (leggi) deteniamo il primato per la percentuale di cesarei sul totale delle nascite, seguiti con un certo distacco dal Portogallo, mentre solo l’Olanda e la Slovenia sono in linea con le raccomandazioni dell’OMS, rispettivamente con un 15 e un 14 per cento di parti chirurgici.

Quel che non è chiaro a gran parte del pubblico è che la percentuale di parti che si verificano con taglio cesareo è uno degli indicatori sulla salute riproduttiva adoperati a livello internazionale ed è inserita tra gli indicatori di efficacia e appropriatezza selezionati dal Ministero della salute italiano: quanti più sono i parti chirurgici, quanto più scadente è considerato il livello di assistenza. In linea con questo presupposto è il fatto che tra le regioni italiane il record dei cesarei è della Campania, dove sei bambini su dieci nascono così, seguita da Sicilia, Molise e Puglia. I parti naturali prevalgono invece al Nord, con la provincia di Bolzano che può vantare la percentuale richiesta dal Ministero del 20 per cento.

Le donne non sono numeri

Numeri che ovviamente non hanno nulla a che vedere con quel che ha inteso chi ha firmato per la campagna «Non torniamo al Medioevo», la cui promotrice, Vanessa Ferrari, una mamma in attesa, ha dichiarato al Giornale di Merate:  «Io dovrò fare il cesareo per ragioni mediche: e se mi dovessero venire le doglie in un mese in cui i cesarei sono stati già troppi?» (http://blog.alfemminile.com/blog/see_427778_1/RACCOLTA-FIRME-PARTO-CESAREO-NON-TORNIAMO-NEL-MEDIOEVO).

«E’ ovvio che i tassi di cesarei sono obiettivi di massima» ha dichiarato a Partecipasapute Baraldo, «e non  limiti insuperabili, nemmeno in caso di necessità». Invece uno degli argomenti della campagna è proprio questo:  «Non siamo numeri, ma persone! Come si può definire a priori quante donne in un anno avranno bisogno del cesareo per partorire?» (http://blog.alfemminile.com/blog/see_427778_1/RACCOLTA-FIRME-PARTO-CESAREO-NON-TORNIAMO-NEL-MEDIOEVO).

Ancora una questione di comunicazione

E’ evidente quindi che, nella migliore delle ipotesi, c’è un errore di comunicazione tra studiosi, istituzioni e pubblico, in particolare quello femminile. Un lavoro pubblicato un paio di anni fa sul British Medical Journal ha dimostrato che si può ridurre la percentuale di interventi anche nelle donne che hanno già avuto un precedente cesareo, purché si forniscano loro l’informazione e il supporto decisionale di cui hanno bisogno (leggi).

Anche in questo campo, per prendere decisioni consapevoli, occorre quindi che il consenso sia davvero informato. Lo dice anche il National Institute for Clinical Excellence britannico nelle sue linee guida del 2004 su questo argomento (http://www.nice.org.uk/CG13): «La richiesta della madre non è di per sé un’indicazione al cesareo». Ma subito aggiunge che «le ragioni di questa richiesta vanno indagate, discusse e considerate, così come discussi e considerati devono essere rischi e benefici delle due opzioni». Perché non accada che una donna possa pensare che un «cesareo salvavita» le venga negato per ragioni economiche o ideologiche, ma sappia che, se ciò accade, è solo a maggior tutela della salute sua e del suo bambino.

Roberta Villa

Leggi anche:
>> Le Linee Guida Taglio cesareo: una scelta appropriata e consapevole;
>> la versione per il pubblico, intitolata “Solo quando serve”.

Annunci

Lascia un commento... vuoi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...