Vocati!

Una vocazione, per definizione etimologica, non può essere nè restare muta ed inespressa.
A prescindere dalle modalità attraverso le quali si manifesta, ed al carisma al quale appunto chiama (sia esso di guida spirituale, assistenziale, educativo, sapienziale, famigliare, clericale o laico e chi più ne ha più ne metta) una vocazione chiede a gran voce di essere prima accolta e poi – senza eccezioni – vissuta, applicata.
Mi fa dunque sorridere (giusto perché ho un po’ mitigato la focosità del mio carattere) sentir ripetere ovunque in ambito non solo universitario che ‘per carità, l’assistenza non è un fatto di carità’, che la spiritualità non c’entra con la religione (intesa come complesso religione-fede), e veder generalmente aborrita l’idea stessa che la volontà di prestarsi alla professione infermieristica nasca da una vocazione di questo tipo – verrebbe da dire: di tal fatta, manco fosse un’ipotesi criminale.
E’ forse il caso di chiarire un paio di questioni, in maniera necessariamente sintetica ma decisa.

Affermiamo, per cominciare, che il termine vocazione non è assolutamente correlato in via univoca – al massimo preferenziale – alla sfera religiosa della vita di una persona. Essere vocati, cioè essere chiamati come ricordavo più sopra, è una locuzione che sta ad identificare qualsiasi strada per il futuro, progetto di vita e opzione di sviluppo del proprio sè un individuo possa cogliere come profondamente connaturato ed adatto.
La natura – comunque la si intenda e connoti – ben prima della religione strutturata ha da sempre chiamato l’uomo a dirsi, e darsi, nella sua specificità ed unicità. La vita psichica, scevra delle altisonanti raffigurazioni cui ci siamo abituati e ben distinta – seppur vi sia strettamente abbracciata – dalla vita dello spirito con la quale molti la confondono, spinge l’uomo anche nolente a farsi spazio, darsi voce, attribuirsi un ruolo.

La filosofia è certo molto più affine alla vita psichica che a quella spirituale in senso stretto.
Ciò è vero quando si riconosce che la spiritualità di una persona fa capo al vasto bacino che comprende:
le forti domande di senso (del tipo: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, e aggiungerei perché ed a che scopo lo facciamo);
l’orientamento di fondo che ognuno assegna alla propria esistenza ed alle proprie azioni;
il quale discende direttamente dalle convinzioni (anche spicce, non solo morali) e dai valori;
dunque dall’interpretazione che si dà della propria esperienza di vita, e in particolare del dolore e della morte;
la creatività, l’originalità, la personalità nel suo complesso.

La fede, generalmente esplicata ed agita nei tratti ‘somatici’ di una precisa religione e confessione, è allora solo uno dei connotati della spiritualità umana, non sovrapponibile a quest’ultima nella sua interezza.
Ma come si può considerarla argomento altro, fuori dal quadro, quando si propone come la risposta, la via per eccellenza di comprensione e soluzione dei nodi stretti nelle viscere umane dalle domande succitate?
Come ritenerla un elemento collaterale, quasi fastidioso talvolta, quando essa può (e dovrebbe) arrivare ad essere il senso (direzione e significato) fondante di una vita? E se così si conforma, com’è possibile pensarla non soltanto marginale, ma addirittura non attinente ad una scelta lavorativa, specie se centrata attorno alla persona umana?
Ricordare che la fede non copre per intero l’area del diagramma spirituale dell’uomo è legittimo e doveroso. Minimizzarla è atto doloso di vandalismo culturale, ancorché per lo più inconsapevole.

Vivere una professione leggendola come missione assegnataci da dio è ben differente (ma questo, spesso, è il messaggio che passa) dal comportarsi come invasati che  – ignorando e in ogni caso infischiandosene bellamente delle conoscenze tipiche del settore – se ne vanno in giro a predicare, a vessare i pazienti che tanto pazienti non sono, aspettandosi e preventivando miracoli in corsia.
[E se credete che la stia mettendo giù dura, evidentemente non avete ancora visto nulla].
Men che meno ci segnala come presuntuosi e pretenziosi personaggi in cerca di gloria e di un’aura paradisiaca, dal momento che – se presa seriamente – una missione, cioè un mandato, che richieda di farsi servi (nella migliore accezione, custodi) di creature che sono un costante rimando alla debolezza, alla limitatezza e alla morte; è come minimo una prova rischiosa, un impegno che genera spavento.
Faccio oltretutto presente che la parola missione (anzi mission, secondo la lingua del mercato) è abbondantemente utilizzata innanzitutto in un ambito assai profano: quello aziendale, senza tema d’imbarazzo.

Pare insomma che, lungi dal congruo porre dei paletti ai concetti presentati, chi si occupa di trattare la dimensione spirituale nel sistema uomo tenda a passare oltre velocemente oppure rimarcare più del lecito che la fede vi figura a titolo indicativo, esemplificativo.
Salvo rare ma pregnanti eccezioni, nessuno forse si pone il problema di delegittimare, così facendo, un importante aspetto di quella dignità, di quella singolarità che letteralmente fa la persona e che l’infermiere professa di voler difendere.
Temevo – esagerando, immagino – che se fossi entrata in Cattolica avrei potuto scontrarmi con un sottile tessuto di opinioni e orientamenti etici da me non condivisi, addirittura con un implicito ostracismo rispetto a determinate scelte di natura sanitaria e non. Sono stata smentita dai fatti e rincuorata dai molti lati positivi che avevo, in un’analisi preliminare, considerato nella necessità di scegliere tra questo corso e quello della cosiddetta statale. Al contrario però, sembra che nemmeno qui – suore grintose a parte – alcuno voglia ammettere e ci tenga a sottolineare, con estrema semplicità e sincerità, che la fede in dio – qualora l’abbiamo – non è una nostra faccenda privata, ma determina il nostro modus operandi, coinvolge e lascia un’impronta sulle persone che assistiamo; sia che la rendiamo nota o meno.

Indottrinare è certo un male, male che ci siamo evitati.
Ma farsi istituzionalmente indifferenti, è anche peggio.

Pubblicato originariamente il 21 novembre 2010.

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7 thoughts on “Vocati!

  1. Un’eccellente analisi, specialmente per quel che riguarda il concetto di “vocazione”. Ricordo a riguardo due grandi del pensiero filosofico e sociologico: Fichte e Weber che applicano il concetto di beruf (vocazione, missione) all’ambito sociale e professionale, come elemento proprio dell’uomo in sè.

  2. Grazie, E.

    Non ho letto Fichte ma ricordo gli appunti di Weber sul Beruf e sulle implicazioni di questo concetto nelle popolazioni protestanti, toccate ne ‘L’etica protestante e lo spirito del capitalismo’.
    Da questo punto di vista corrispondo senz’altro, piuttosto, alla tipologia cattolica e latina; non protestante e nordica, che scommette ugualmente sulla contemplazione. Ma che la professione, il mestiere, il lavoro in genere sia un capitolo centrale nello sviluppo della persona e del suo spirito, pur senza cadere nella degenerazione del considerarlo un metro di giudizio di valore, su questo non ci piove.
    Degenerazione poi, se ho capito qualcosa del testo, che si discosta tanto dal modello cattolico-latino quanto da quello protestante-nordico; in quanto quest’ultimo a differenza di quanto comunemente si crede non legittima e non spiega l’avere per l’avere, l’accumulo di denaro (e poi di beni) che si autogiustifica, in ultima analisi lo spirito americano della ricchezza come sinonimo non solo di successo ma anche di approvazione, benedizione divina – secondo l’autore.

  3. secondo me le professioni che hanno per oggetto un rapporto molto personale, diretto, che richiedono, nell’ambito dello svolgimento, un’intimità molto maggiore di quella che la consuetudine comporta fra estranei, richiedono per forza una vocazione

    il poeta genovese un po’ ubriacone, a me molto caro, cantava:

    «dove sono andati, i tempi di una volta, o per giunone, quando ci voleva, per fare il mestiere, anche un po’ di vocazione?»

    ovviamente scherzo, era ben altro mestiere, però è vero che ogni mestiere così «ravvicinato» al prossimo, richiede vocazione

    io non sono un amante della professionalità, per far bene devi esser bravo, ma sempre un po’ dilettante, in fondo al cuore

  4. Lo penso anch’io, eppure sappiamo che realtà e necessità non lo consentono: però, almeno, basterebbe molte volte non far danno, lavorare insieme, appoggiarsi ai colleghi ed essere onesti con i pazienti (restando sull’esempio sanitario).
    Comprendo la ‘fame’ di operatori che abbiamo, ma non si può certo considerare una soluzione l’accontentarsi di chi c’è, persone palesemente inadatte incluse.

    Spirito da ‘dilettante’ attento a non adagiarsi sugli allori, sì, questo serve. Ma in corpo da professionista fatto, nondimeno.
    Approfittiamone per chiarire che professionista non equivale, per usare un termine oggigiorno sulla bocca di tutti, ad arido tecnicista. Il professionista è proprio colui o colei che alla competenza lega svariate abilità, non ultime quelle relazionali.
    Non una descrizione idealistica, da manuale, ma una realtà per molti ambienti che hanno – banalmente – un background solido e non qualunquista, miserello. Spesso (non soltanto) ambienti privati, e/o legati alle espressioni sociali della carità religiosa; oppure isole felici nel mare publicum.

  5. in base alla mia esperienza, la questione decisiva, è com’è la persona

    vi sono persone intelligenti, capaci, persone di qualità insomma (con termine desueto ma poi alla fine calzante: persone dall’animo nobile)

    vi sono persone mediocri, meschine, incapaci di vivere con profondità le proprie esperienze

    è vero che la preparazione conta, ma alla fine la differenza la fa la natura innata d’una donna o di un uomo

    io credo nelle differenze innate, sono, in questo senso, un reazionario senza vergogna

  6. Diego, non è questione di essere reazionari (rispetto a cosa, poi, sarebbe da definire meglio, e forse lo faremo presto). E’ questione di riconoscere un dato di fatto – e non dubito che tu lo sappia benissimo – e cioè che una persona nobile (concordo pienamente su come la delinei) ma impreparata e non competente per specifiche azioni, anche complesse e tipo comunicativo-relazionale, è inadatta ad una professione che quelle competenze richiede come lo è la persona formata in tal senso che però comprenda poco, si disinteressi ed applichi mediocramente le stesse.

    Senza dubbio preferisco la prima, e penso sia comunque, complessivamente, un bel passo avanti. Infatti ho evitato di dire usare ‘altrettanto’.
    Ma il cuore ed anche l’intelligenza da soli non bastano affatto, proprio come non bastano gli studi.

    Siamo insomma d’accordo: la differenza la fa altro che il bagaglio tecnico.
    Ma senza il bagaglio tecnico di una disciplina qualsiasi, quella differenza non la si può imprimere; e visti i tempi di scarse pretese che corrono c’è poco da accontentarsi.
    Tanto per essere brutali, un infermiere sgarbato e indiscreto è senza dubbio da segnalare al servizio qualità o al collegio, e non opera come dovrebbe. Ma saper infilare un ago, magari scegliendo un arto non a rischio di infezione, non è secondario.

    D’altra parte, tutto ciò che spesso viene contrapposto alla nozione di ‘professionalità’ – approccio umano, senso della misura, spirito di servizio… – non è per nulla in contrapposizione con essa, ma anzi ne fa pienamente parte.
    Il guaio sta in questa incomprensione, e nella convizione che quella nobiltà di cui parli, seppure non può essere da tutti in grado di eccellenza, non sia già un requisito fondamentale per esercitare – davvero – una professione.

  7. io credo nelle differenze innate, sono, in questo senso, un reazionario senza vergogna

    Specifico, ‘ché mi pare d’esser stata poco chiara.
    Posto che ogni persona è data da qualcosa di innato e da qualcosa che, nell’ambiente, agisce ed influenza la struttura innata, in misura assai variabile ed in modo diverso per ciascuno; è mio parere che chi batte strenuamente il tasto dello sviluppo personale a prescindere da ogni condizionamento, della (libera) scelta, insomma della priorità netta ed assoluta della cultura sulla natura faccia riferimento più ad idee sociali particolari, se non ad ideologie vere e proprie, che alle indicazioni supportate dalle scienze bio-psicologiche.

    In questo senso non ti trovo poi troppo reazionario, ma anzi mi trovo concorde: l’essere umano è forse più simile ad un liquido che ad un aeriforme; s’adatta, si modella, eppure è quel che è. Nè immodificabile nè dal potenziale illimitato. Dai confini sin troppo trasparenti talvolta, invero.

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