L’importante è che la palla rimbalzi

Una cosa intelligente da fare mentre si legge Infinite jest è appoggiare il librone aperto su un cuscino, a sua volta appoggiato sulle vostre gambe. In tal modo non ne subirete il peso e potrete comodamente sfogliare e tenere il segno su svariati blocchi di pagine (dovete sapere che persino le note, di per sè imponenti, hanno sottonote che le spiegano. Sì, l’autore ha messo le note alle note a fondo libro, naturalmente riducendo due volte la grandezza del carattere).

Il tennis, anzi il Tennis, c’entra e non c’entra. Non è cioè come leggersi l’autobiografia di Agassi, Open, che ancora non ho letto ma ho in programma di farlo e comunque immagino come sia: no.
Il tennis di IJ, con tutto il rispetto, per quel che mi riguarda potrebbe essere qualunque altra cosa (intendo: qualunque altra scelta seria e non tipo passatempo, agonistica nello stesso modo in cui viene detto che l’agonismo tennistico corrisponde ad una lotta egocentrata contro se stessi, nella quale l’avversario non è un avversario ma un fantoccio, un mezzo per sfondare il proprio limite. E l’individualismo², d’altronde, è uno dei capisaldi attorno ai quali ruota il romanzo).
Ad ogni modo, tenere come sottofondo-sottosguardo alla lettura un canale dedicato, tipo SuperTennis che sul mio digitale sta al numero 65, non guasta.

Ci ho messo quasi quattrocento pagine per arrivare ad essere non solo incuriosita, ma anche interessata realmente a ‘sta bestia di libro.
Perché è difficoltoso non dico affezionarsi – che non è ancora neppure ben chiaro se possa essere un intento di Foster Wallace oppure no – ma giusto riconoscere i personaggi in quel caos di informazioni, di nomi, di riferimenti anticipati a ciò che si racconterà più avanti; e in definitiva mi son sentita molto spesso un pesce fuor d’acqua, spettatrice di qualcosa al contempo dettagliato come in un dizionario ma poco descritto, approfondito al millesimo ma poco comprensibile, poiché… cerebrale².
(Mentre rileggo le mail di un ragazzo iscritto ad Ingegneria ma con la passione per Fisica, col quale sono uscita tempo fa, e col quale discussi analiticamente di fino il nostro rapporto – compreso l’unico sessuale – come fosse una cavia da laboratorio; capisco dove mi sembra d’aver già incontrato roba simile).

Eppure, detto questo, quando finalmente si comincia a ricomporre alcuni brani, e tracciare sentierini fra i mastondonti di parole talvolta ammassati con scarsa punteggiatura e comunque leggibili ma insomma simili ad una caramella agitata davanti al naso di un bambino e trascinata lontano da lui con un filo invisibile, si capisce perché vi sia chi lo rilegga.
Forse neppure per via dei temi di fondo (di superficiali, tipo riempitivo o specchietto per allodole, non mi pare d’averne incontrati), ma per quello che si trova nelle pieghe di quelli; almeno in prima battuta.
La palla rimbalza, la storia (anche prima che la storia si intraveda) funziona.
A mio modesto parere, anche perché l’autore (ho il sospetto che sia veramente tale: uno che scrive, per intero, i propri testi, e sa di cosa sta parlando non solo per aver letto trafiletti veloci) mostra di conoscere, appunto, e conoscere sul serio, un numero incredibile di cose in un numero incredibile di ambiti. Dall’ingegneria alla medicina, dalla storia allo sport; per dire. Fa venire sete, e non ti passa nemmeno per un istante per la testa che costui ti stia prendendo in giro con fanfalucate elaborate: la caramella la trascina sempre un po’ troppo avanti per la tua presa, ma è una caramella vera, dolce.

© Se ti ho incuriosito, leggi anche: Il giorno in cui leggerò DFW, di Federico Platania.

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11 thoughts on “L’importante è che la palla rimbalzi

  1. Ooooh! Come già ti dissi, io quel libro lo mollai a pagina cento, con grande dispiacere ma avevo sinceramente perso il filo.
    Grandissima Denise, che non molli e vai avanti, sei fantastica!
    Facciamo che io per compensare, mentre tu termini IJ, mi leggo l’autobiografia di Agassi 😉 ?!
    Haha…scherzio, eh! Del resto non so neanche se l’abbia scritta…Baci!

  2. Eh già, un po’ perché mi rode lasciarlo lì dopo aver insistito abbastanza da riuscire a ricapitolare tutto l’ambaradan su Riconfigurazione Territoriale, Disseminazione Spontanea, Assassini su sedia a Rotelle e le varie sigle che infestano le pagine… un po’ perché finalmente ci ho preso gusto, e adesso voglio sapere come va a finire; ecco.
    Anche se non dovesse propriamente terminare, come storia.

    Sicuramente un libro anomalo, semi-fanta- qualcosa, ma non il mio stile preferito, no.
    Ci può voler tempo per conoscere e riconoscere personaggi e situazioni, in un romanzo, ma questo deve pur accadere… e in maniera distinta. Capisco chi non se la sente, non per la mole ma per la sensazione di alienazione (!) che lascia nelle prime centinaia di pagg., o almeno che ha lasciato a me.

    Non ho idea se Agassi abbia scritto o solo firmato Open, ma ne lessi una piccola recensione sul blog ‘Gruppo di lettura’ che mi mise appetito… ci arriverò.
    (E’ quel che dico sempre quando parlo di un libro che ho voglia di leggere, tra gli altri milioni di libri che ho voglia di… tsk).

    Aggiornamento:
    scopro che Open è stato scritto da Agassi con JR Moheringer (giornalista e scrittore, Premio Pulitzer).

  3. Hai detto bene, senso di alienazione.
    Oltre ad aver perso il filo, questo libro mi metteva ansia….troppa! Comunque ora il libro di Agassi, invece, incuriosisce anche me!

  4. Bello il titolo del post.
    Ma il numeretto apicale dopo le parole individualismo e cerebrale voleva essere una nota a piè pagina?

    Comunque, mi rendo conto che è un libro difficile.
    E alla fine è possibile che odierai il libro, l’autore e chi te ne ha parlato, perchè – non posso spoilerare – diciamo solo che lo scherzo infinito è innanzitutto quello che DFW fa al lettore.
    Io, per quante volte l’ho regalato o ne ho consigliato l’acquisto (credo di essere oltre la dozzina), ho messo seriamente a rischio più di un’amicizia… :-/

    Eppure, per la mia sensibilità, è un capolavoro. E’ il mitologico romanzo che mi porterei sull’isola deserta se dovessi sceglierne solo uno.
    DFW era un genio, un genio assoluto. Un’intelligenza vasta come una portaerei e acuminata come una ghigliottina. E sì, se mai leggerai altri suoi libri ti accorgerai che lui era DAVVERO esperto – ma non a livello di infarinatura, la tuttologia alla odifreddi che abbozza tutto e non sa niente: esperto sul serio – in una quantità monumentale di ambiti dello scibile umano.
    Ho pianto qualche lacrima quando ho avuto notizia del suo suicidio. E’ stata la dimostrazione definitiva che l’intelligenza non fa la felicità.
    Lux aeterna luceat eis.

  5. non ho mai letto una riga di questo scrittore, perchè mi fa paura: tutti quelli che lo leggono ne rimangono stregati

    non amo i libri troppo grossi, perchè leggo in filobus, in piedi

  6. I numeretti non rimandano ad alcuna nota, volevano essere – anche se non è chiarissimo – un’allusione all’individualismo-alla-seconda, ed alla cerebralità-alla-seconda 😉

    Dio, odiarlo no. Inizialmente sbuffavo, questo sì.
    Adesso tutt’al più, se non è giornata, rimando l’avanzamento della lettura (per altro ho fatto due calcoli e dovrei terminare entro fine giugno).
    Scoprire cos’era davvero Lo Scherzo mi ha inchiodato: ero come un monaco buddhista che raggiunge l’illuminazione, e non tanto per aver avuto delle informazioni non fumose in merito ma proprio per… ciò che è.
    Se mi troverò io stessa in uno scherzo simile, alla fine, non me la prenderò.
    Ma adesso mi incuriosisci e preoccupi con la storia delle amicizie messe a rischio!
    Insomma, c’è chi smercia a mezzo mondo la Hillesum e chi Foster Wallace. Perché no?

    Non so ancora che libro porterei con me su un’isola deserta (come dicevo, il gioco dell’isola non l’ho mai amato). Mi fa impazzire pensarci, per ora.

    E’ evidente che non dubito di quanto affermi sull’intelligenza, e/o cultura dell’autore.
    Ma pure sulla differenza tra un autore così, per la cui ampiezza di pensiero di per sè vale la pena provarlo, ed un Odifreddi-tipo; sono scontatamente d’accordo.

    E no, l’intelligenza (vera) non fa la felicità.
    Ma come dico sempre, preferisco tenermela con il relativo bagaglio di dolori.
    Sapendo, preferisco tenermela.

  7. Ehehe… ed è un male?
    Forse sì, se li ritieni stregati, come ammaliati, e non conquistati.

    Comprendo la difficoltà.
    I pesi vanno dosati… è da tanto che non viaggio in treno, o autobus; perciò il luogo più particolare dove leggo è… la vasca da bagno.

  8. Il vero “problema”, secondo me, è che leggere una volta sola Infinite Jest non basta… ci vuole la rilettura (non tirarmi maledizioni… ^^), cosa che io devo ancora fare. Ecco forse se fossi vittima di un naufragio e approdassi su un’isola deserta, sarebbe una fortuna avere con me IJ, così avrei tutto il tempo (che attualmente non ho) per la famosa rilettura. Ma considerando che vado in vacanza a Riccione dubito che naufragherò. Di certo però la rilettura la farò, perché IJ è riduttivo e sciocco dire che “mi è piaciuto”, quel libro più che una lettura lo considero un’esperienza. Ho letto quasi tutto di David Foster Wallace (mi manca solo Verso Occidente l’impero dirige il suo corso. cominciato ma non finito) e concordo con Claudio sulla genialità. Ricordo quando e come appresi della sua morte; mi rattristai, gli dedicai un post sul blog. Però devo dire una cosa: lo trovo incredibilmente freddo, distante; leggere qualunque cosa di suo mi accelera le rotelline del cervello a mille, è una sensazione quasi fisica, questa della mente iperstimolata, che lavora di più. Ma non mi crea, se non raramente, quel coinvolgimento emotivo che altri autori suscitano in me. Ora, spesso ho letto che lui invece teneva tantissimo anche a emozionare il lettore; se leggi il suo saggio “Il Dostoevskij di Joseph Frank” in Considera l’aragosta, lo vedi. Però cavolo non ci riusciva, o se ci riusciva ci riusciva in un modo strano. Non posso dire infatti che non mi susciti nulla a livello emotivo (penso soprattutto a certi racconti in Oblio, però non è mai una cosa immediata; e be’, forse anche lì sta il genio, non so. Comunque buona lettura 🙂 Io forse sull’isola deserta porterei Il Signore degli Anelli ma in realtà se la gioca con altri… insomma non posso finire su un’isola deserta perché ho troppi libri da leggere 😉

  9. Nessuna maledizione, perché?
    Certamente non penso ora alla rilettura, è prematuro 😉
    Però è chiaro che, oltre ad aver già dipanato i molti nodi del testo e non sentirlo più come un peso, chi lo legge la seconda – o terza… – volta entra in un’ottica di approfondimento, e di finezza, che necessariamente non può appartenere a chi lo approccia per la prima volta.
    Poi non saprei dire se sia più efficace riprenderlo a breve, oppure lasciar trascorrere del tempo considerevole. Impossibile dimenticare nulla di sostanziale, sta al tipo di persona.

    E hai ragione sulla freddezza, pur non voluta: alla fine è semplicemente di questo che si tratta, cioè questo è il risultato; eppure non vorrebbe essere un giudizio di valore ma solo di merito.
    Riesco ad immaginare altri stili per questa ‘esperienza’, come giustamente la definisci, ma comprendo (mi pare di intuirlo, nonostante tutto) che l’autore si sia invece prodigato per ottenere ben altri effetti.
    E’ un peccato, per il solo fatto che nonostante l’iperstimolazione mentale grandiosa (unica nel suo genere, e tuttavia paragonabile per intensità a quella che mi suscitano altri testi più accessibili e non meno ricchi) molti forse hanno rinunciato a proseguirlo perché è anche iper-trofico. Non nelle pagine, nello sviluppo di concetti e descrizioni.

    Se proprio devo finire naufraga su un’isola, che sia un’isoletta scozzese.
    In quel caso, mi porterei senza dubbio il mio Manuale del cacciatore di fantasmi, uno dei miei primi amori bibliotecari 🙂

  10. Pingback: Libri letti da Maggio ad Agosto « Seme di salute

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