Too much, too much

Nonostante tutti miei pregi, sotto alcuni aspetti sono ancora troppo poco matura, ancorché adulta. Non ho saputo ed avuto le necessarie occasioni per formare il carattere nel semplice senso della resistenza, della capacità di sopportazione, di accettazione del fatto che il mondo è un ambiente ingiusto; quali che ne siano i motivi.
Mi è facile oggi pensare che mio padre, l’unico genitore in grado di farlo, avrebbe dovuto permettere che maggiori stimoli e maggiori prove mi raggiungessero, mi testassero e forgiassero durante l’infanzia. Capita che lo pensi, ma nel contempo so già che è un’idea tipica di chi finalmente ha superato per lo meno i più grossi ed evidenti blocchi caratteriali e guardandosi indietro trova tutto meno difficile di quanto sia stato realmente. In verità, saggiamente mio padre capiva, come io stessa emotivamente capivo, che nello stato fragile in cui versavo allora troppe sollecitazioni mi avrebbero solo danneggiato, e nient’affatto aiutato.
D’altro canto, in moltissime circostanze risulto essere più intelligente della media, più comprensiva, attenta, disponibile, ancora troppo sensibile dopo anni di lavoro più e meno volontario su me stessa. Troppo aperta, onesta, abbastanza pulita al di là di ogni atteggiamento esteriore per limitare la fiducia, la convinzione che le persone siano fondamentalmente buone e bendisposte, invece che maliziose ed egoiste.
Sono troppo, troppo di tutto. Non perfetta: questo non è un autocompiaciuto elogio (se lo desidero, mi so elogiare senza schernirmi o mascherarmi), ma un banale sfogo.

Perché vedo persone incaute e superficiali, pur senza colpa o volontà crudele, disinteressarsi del proprio prossimo, polemizzare e giudicare i pazienti che hanno appena iniziato a conoscere come se ne fossero disturbate, incoscienti di arrecare loro un danno. Ed intenzionate tuttavia a diventare operatori sanitari – senza che nessuno lo impedisca loro.
E’ solo un esempio, ma di simili o affini ne possono accadere fino a una decina ogni giorno. E ora so, e non solo: ho capito fino in fondo, che non posso vivere come mi sarebbe naturale. Non ne ho le forze, nè sarebbe sostenibile in ogni caso, il difendere bellezza e giustizia, il chiamare per nome arroganza e meschinità, l’esigere correttezza indipendentemente da ogni considerazione pratica.
Non è sostenibile non solo perché sono umana, (forse davvero brillante, e preziosa, e di spessore; come mi definiscono?) ma comunque ben lontana dal non avere mancanze, difetti, comportamenti bassi ed insopportabili. Non è questo, non solo e non soprattutto; poiché tutti siamo ugualmente chiamati a fare il nostro meglio, il possibile per trarre da un mondo divenuto ostile e da una vita accidentata tutto il raccolto buono per l’uomo. Da condividere ed ispirare. No, non è sostenibile perché io non ho ancora imparato, di fatto, ad accettare che le cose stanno così.
Che il mondo non è giusto, che l’uomo è corrotto in molti sensi e le persone non sono pronte al bene se non eccezionalmente e con sforzo. Che vivere e non nascondersi è faticoso, ma non per sfortuna o stranezza, perché è (divenuto) così e tale è da prendersi.
Con l’accortezza e la lungimiranza di dosare le forze, scegliere le battaglie utili e valide e ritrarsi da quelle foriere soltanto di logorìo (una grande astuzia diabolica, disperdere la nostra volontà ed abilità in quisquilie, direi).
Di ricercare un compromesso quotidiano che sia un riconoscimento della propria insufficienza ed uno sforzo per ricomporre, insieme all’altro (ad ogni altro!), ciascuno con parte del suo, una pienezza di pensiero, di parola e di azione positiva; non un moto rinunciatario, vile.
Di esserci con parsimonia, con acume e temperanza; dunque nè eccedere con l’insofferenza superba o lasciando tracimare un’emotività forte, nè tacere di fronte a torti importanti oppure annullare intelletto e spinta interiore al bene, perché spaventati, feriti e timorosi di non riuscire: ad essere capiti, apprezzati, efficaci, e infine amati.

Scrivo questo ben sapendo che, senza averne sperimentato le potenzialità, l’effettiva possibilità, parrà a qualcuno un volo pindarico o peggio idealista. Troppo, ancora una volta: troppo equilibrato.
Eppure, tra alti e bassi umani, tra tentativi falliti ed allenamenti a vari livelli che producono frutto, non solo tutto questo è possibile all’uomo, ma è precisamente ciò che Dio (il Potere Superiore, direbbe Gately, che pure non ci crede ma lo invoca) ci chiede di cercare con tutte le nostre forze di raggiungere.
Essere umili con chi umile non è, perché il solo modo di dare una possibilità al seme della comprensione, della coscienza degli effetti di un proprio comportamento, e infine di una conversione e di un cambiamento è mostrare una modalità di agire diversa.
E Dio sa se su questa strada sto ancora soltanto gattonando (e incespicando, pure).

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6 thoughts on “Too much, too much

  1. forse, sei semplicemente una persona buona, cara c.d.

    e siccome sei una persona buona, hai tutto il diritto di fare il possibile con onestà cercando di evitare il martirio, mantenendo quella dose indispensabile di egoismo che permette l’autoconservazione e quindi, alla fine, di durare più a lungo nelle cose buone che fai

    proprio stamattina ho conversato di questo tema con una persona che lavora a tempo pieno nelle questioni del sostegno caritatevole (funzionaria della charitas) e mi ha spiegato come a volte i volontari si buttano troppo a capofitto nelle situaizoni salvo poi stancarsi e fuggire

    ci vuole misura, anche esser buoni va fatto con sobrietà

  2. Grazie, Diego.
    Il riscontro di altre persone mi è sempre di grande sostegno, anche proprio per non strafare e pormi dei paletti oltre i quali non farmi coinvolgere – a meno di situazioni gravi, nelle quali magari è doveroso intervenire, s’intende.
    Sì, se prima abbassare il tiro e starmene un po’ sulle mie poteva suggerire maggiormente una mia deriva menefreghista; oggi decisamente ho dei motivi validi per farlo, e anzi devo ben tenerli presenti.
    Uno è che devo intenderlo come un mezzo di autoconservazione, come appunto dici, e in senso stretto (troppe tensioni, anche apparentemente minime, potrebbero generarmi un danno fisico serio). L’altro è che di conseguenza, se non mi prendo cura di me stessa rischio di non essere presente ed efficiente per mia madre, che di me ha necessità per troppe cose.

    Il volontarismo è una malattia (infettiva, per altro) che affligge talvolta anche i volontari più sani (con una cognizione di causa di quel che è bene mettere in campo per un assistito anche un minimo tecnica: ecco che ritorna quell’altro nostro discorso… laddove tecnica significa, per esempio, che so difendermi dall’invadenza e dai sotterfugi di abilissimi senzatetto che cercano di imbambolarmi, rendersi amabili, per vedersi condonare il cartone di vino portato in camera. Per dirne una).
    Ci vuole sangue freddo, cioè una compassione non smielata. E poi senz’altro esperienza: chi ha bisogno di aiuto spesso supera il “maestro” nel ricercare ed ottenere ciò di cui ha bisogno. C’è da avere un occhio di falco per frenare tante piccole astuzie, ma anche per imparare qualcosa da rimettere in circolo a beneficio di altri.

  3. Il mondo non è quasi mai giusto, cara Denise.
    Ma nell’egoismo e nel menefreghismo imperante ci sono alcuni squarci di bellezza e di armonia, c’è ancora chi sa guardare al suo prossimo con cura e con attenzione.
    E sì, tu sei decisamente una persona buona, certo molto sensibile e con una grande capacità introspettiva.
    Il mondo invece, va più in fretta ed è più distratto.
    Ecco, tienitele care le tue doti, le hai ed è un bel dono, ma anche un merito, secondo me.
    Un bacetto, Denise, dolce notte!

  4. Sì, in certi momenti la delusione-disillusione è tanto forte da farmi desiderare di essere una sempliciotta: avrei meno problemi e vivrei in una serena (beata magari no) ignoranza. Però non è quello che vorrei davvero, pesantezza a parte. Mi preferisco come sono.
    E allora, cerco di non perdere gli appigli che mi tengano in piedi quando c’è tempesta, se no a che servirebbero tutte queste doti?

    Lunganotte, amica.

  5. penso che per chi di natura è sensibile e ingenuo (mi ci metto anch’io, perchè mi riconosco nella tua descrizione) sia difficile sbattere il naso contro la realtà del mondo. per esempio quel credere che le persone siano fondamentalmente buone e ben disposte… quante delusioni ne scaturiscono! e tuttavia, una natura così è da proteggere perchè è rara e preziosa (e lo dico con obiettività, ponendomi ora come osservatrice e non come portatrice di tali caratteristiche), non solo perchè conduce a un approccio “positivo” verso il mondo, ma anche perchè, se riesce a calibrarsi con la realtà, ci fa vivere molto meglio di quelle persone che invece non sono nè buone nè ben disposte, e di questo sono profondamente convinta. l’altro lato della medaglia è che l’accumulo di delusioni può portare a una forma di cinismo acuto nei casi più gravi e a molti stadi intermedi di depressione e disillusione.

  6. Sono sulla strada giusta per imparare a calibrarmi.
    Anzi, già lo sto facendo, anche se è processo lungo lungo.
    Ci sono già esiti evidenti di questo che io chiamo un allenamento (alla sopportazione, ecc.), ed il fatto che ieri sera abbia scritto di getto questo post e più tardi me ne sia andata a dormire serena ne è una prova: nell’arco di giorni ho collezionato un po’ di queste delusioni, ma non sono cose del tutto nuove ed ho saputo almeno restare calma e trovare il tempo di elaborare i piccoli conflitti, prepararmi agli eventuali strascichi perché siano – spero – un’occasione per dimostrare che so quel che dico, che non cedo di fronte alle pretese altrui, e che un minimo di tensione non mi sconquassa completamente.
    Il bilancio è positivo, insomma; anche se abbassare la guardia non si può.

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