Life as it is

E’ quando la tempesta di impegni ed imprevisti comincia ad infuriare sul serio, quando non te l’aspetti e sei già stracarico, che capisci se sei pronto o meno a tirare la carretta nel momento del bisogno.
Ieri è stata una giornata così.
Una in cui ho visto davanti a me una strada solo in salita, ma non mi sono fermata e già stavo calcolando a cos’altro avrei dovuto rinunciare se… beh, se le cose mi si fossero ulteriormente messe di traverso, incastrandomi come solo le peggiori trovate della vita sanno fare.
E questo perché siamo fatti così. Noi due, e fortunamente non solo noi: siamo persone di cuore, che per giunta ne tengono in saccoccia uno di scorta da dare a chi non l’ha. Vorremmo sempre essere per gli altri lo specchio delle belle persone che incontriamo.
Solo, dovremmo imparare a fidarci di più delle nostre sensazioni ed aver cura della nostra tenerezza: non sperperarla, ma dedicarla a chi ne ha bisogno. Date anche molto a chi ve lo chiede.

Ma ora è chiaro, definitivamente.
Sono sempre piuttosto ottimista nel paventare soluzioni ai problemi, ma esistono nella vita problemi senza soluzione. Se non quella di lasciare che le cose vadano come devono, di accettare delle compromissioni ormai stabili ed incorreggibili per normali.
A volte è così: si può essere disastrati e non volerci fare nulla, perché esserlo è esattamente la nostra normalità, e tentare di “star meglio” ci farebbe star peggio.
E tu lo sai papà: checché ne dica il suo medico (che ha sbagliato mestiere, doveva fare lo sturacessi), la zia sta bene così; nonostante tutto (ed è un tutto denso, grande come una casa). Paradossalmente, potrebbe tirare avanti un’altra ventina d’anni con una funzionalità cognitiva sempre in calo, probabili ischemie cardiache ripetute, una sordità pressoché totale ed una media glicemica da coma costante. Potrebbe camminare per le strade del paese ancora a lungo, con la sua andatura atassica, rischiando di finire sotto un’auto ogni istante e non finirci mai (mentre tu, caro il mio benzinaio…).
D’altra parte, anche se la situazione fosse diversa e lei più gestibile, rimarrebbe improponibile per ciascuno di noi farsene carico; anche con un impegno limitato. Perciò non è una giustificazione, ma una scelta doverosa, l’anteporre alla sua salute (fisica) la nostra salute (mentale). E ribadisco che il menefreghismo non è piacere, ma necessità.

Mai come ora so e sento che la vita è breve.
Significa che non devo incasinarmela con passi falsi, magari dettati da idee che non mi appartengono, indotte dalle circostanze e dall’abitudine.
Significa però anche che posso riuscire a spendermi ora, sapendo che tra un veloce attimo dolore e fatica non saranno che un ricordo; ed io vorrò essere in pace con ciò che ho fatto e non ho fatto.
Se possibile, solo se possibile, ogni volta che sia possibile; non voglio sottrarmi a quel che il Signore mi mette davanti.
Ho un sacco di persone alle spalle che mi danno sostegno, quindi perché no?
Oltretutto, quando in una fase tanto critica ti metti alla guida e su Virgin Radio partono i Chumbawamba, seguiti dai Blink 182, qualche domandina sulla natura e sulle intenzioni di Dio te la fai.

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6 thoughts on “Life as it is

  1. ci sono scelte difficili, ma necessarie. alcune più difficile di altre, probabilmente. prendi la mia amica F. sua madre soffre di demenza, depressione e non so che altro. vede i fantasmi, è agitatissima, la notte tiene svegli tutti, tra l’altro da alcuni mesi non possono nemmeno accendere la TV perchè lei crede che ciò che vede è reale e dà in escandescenze. in altri momenti è lucida, più o meno, e piange e si dispera per com’è ridotta. F ha dovuto prendere una badante a tempo pieno per poter andare a lavorare; meno male che ha ottenuto l’accompagnamento, perchè prima aveva più uscite che entrate, di già che con la crisi il suo lavoro va male (è libera professionista). io la vedo che sta sempre peggio; lei, non dico la madre. è stressata, distrutta fisicamente (visto che non dorme), mi aspetto che tracolli da un momento all’altro. probabilmente non lo fa perchè il nostro corpo ha delle risorse incredibili nei momenti di crisi, quindi probabilmente tracollerà quando arriverà il momento inevitabile della dipartita di sua madre… che avverrà quando? è relativamente giovane, potrebbe campare ancora degli anni. e io in tutto questo chiedo a me stessa, e ho osato chiedere anche a lei: ma perchè non la metti in qualche struttura? dove sta scritto che ti devi distruggere anche tu? se tua madre fosse nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, non credi che sarebbe la prima a dirtelo, per amor tuo, di pensare alla tua salute fisica e mentale? di sicuro io, in quanto madre, non vorrei mai che i miei figli si distruggessero per me.

  2. Sì, la questione del “quando avverrà?” in queste situazioni è seria.

    Non sono per niente certa che troverei l’inserimento in struttura quale opzione migliore, nel caso che descrivi, personalmente.
    Ricomincerei a vivere, certo, ma comunque male; soprattutto perché la persona non è del tutto inconsapevole della propria condizione e di dove si trova, ecc. Di fatto, ciò che mi aveva permesso di pensare mio fratello in una struttura, pur consapevole quanto basta a capire che la malattia ci aveva costretti a separarlo da noi; è stata non la necessità di respirare e non crollare ma la possibilità concreta che, rimanendo, potesse finire per aggredire mia madre.

    Dico questo per dare un’idea di quali fattori inciderebbero di più per me.
    Ma come sappiamo, e come evidenzi, anche avendo un quadro chiaro e completo di una situazione (e più spesso non lo si ha) ognuno la vivrebbe a modo suo.
    Come ognuno ha un senso ed attribuisce una soglia differente al concetto di distruggersi per.
    Ecco, impostare una terapia insulinica ad una persona che – a parte non accettarla – dovrebbe da quel momento in poi appoggiarsi totalmente ad altri (per terapia, dieta, controlli…), quando quegli altri già portano pesi non indifferenti (e può darsi che almeno in un caso siano realmente indifferenti ed egoisti, in aggiunta, ma questo non cambia il risultato ed anzi aggravia la responsabilità degli altri coinvolti); questo è un (auto?) distruggersi.
    Perciò capisco, come dire, il dilemma della tua amica.
    Ma conta più la tua domanda, o la sua risposta? A te che ne pare? (Non so che ti abbia detto).

  3. Capisco.

    Solo tu puoi dire se in fin dei conti la tua preoccupazione è fondata, o è solo… pre-.
    Una frase che suona un sacco scaricabarile, ma tant’è.
    Di sicuro c’è che, dovesse crollare davvero, ti avrà vicina per qualunque cosa decida di fare.
    Non è poco.

    ‘notte.

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