Less is more

O anche: meno è meglio. Vivere con meno è vivere meglio.
Meno oggetti, innanzitutto; meno confusione, congestione di pensieri soprattutto.

E meno dati digitali.
Negli ultimi giorni ho dato una ripulita, prima sommaria poi decisa, a questo blog: e penso lo si noti.
Avevo già provveduto a scartare i following di troppo (da 120 blog seguiti malamente ero passata a 15, e da qualcosa come 800 aggiornamenti automatici dei nuovi commenti ad altrettanti post ero passata ad un massimo, variabile, di 10, quelli recenti).
Ora ho tolto di mezzo alcune pagine inerenti le ‘politiche’ che seguo, ben sapendo di poter riutilizzare quelle stesse parole e poter comunque intervenire in eventuali discussioni in merito in qualunque momento.
Ho ridotto il numero di categorie da 175 a 12, mantenendo soltanto quelle principali e poche subordinate; per due ragioni. La prima è che, a distanza di più di un anno dalla apertura del blog, la maggior parte dei post più datati viene raggiunta e letta attraverso una ricerca mirata, e non navigando all’interno della pagina. La seconda è che io stessa, pur amando quell’elenco di voci specifiche ed argomenti particolari; avevo finito per raccapezzarmici poco, e non saper più distinguere certi confini, decidere a cosa assegnare gli articoli senza apparire pretenziosa persino a me stessa: in una parola avevo esagerato, e scambiato il mezzo (la categoria) con il fine (parlare di questo e quell’argomento).
Ancora, ho eliminato buona parte dei widget nell’ex colonna laterale, e raggruppato quelli davvero utili in fondo alla pagina, dove tutto è visibile a colpo d’occhio senza dover scorrere righe e righe: scelta azzeccata anche perché mi permette di dare uno spazio maggiore ed immediato ai testi, anch’essi ridotti in numero (nella prospettiva di lasciarli decantare di più, e pubblicare con una frequenza meno intensa).
Che dire? Ora respiro aria fresca. Non trascino avanti decine di bozze interessanti ma stantìe per mesi, non sbuffo quando devo selezionare le categorie da attribuire, anche se la mia puntigliosità mi ha fatto durar fatica nel rinunciare a molte di esse.
Non sono stata in grado di fare una scelta drastica e cancellare le voci in blocco, ho proceduto spedita ma in maniera graduale. Funziona, però: a ognuno il suo metodo vincente.
Ho ottenuto un blog godibile ed al contempo fruibile.

Ho lavorato nel frattempo anche su un altro versante.
Prima di chiudere i due o tre indirizzi mail superflui, e rientrare in quello di posta certificata per i documenti ufficiali che non ho praticamente mai utilizzato; ho attaccato la mole imponente di mail contenute nella mia casella di posta principale.
La posta in arrivo, nell’arco di un paio di settimane, l’ho portata da quota 1200 (!) messaggi all’attuale quota 60 (e ci sto ancora lavorando). Quella inviata, slegata da altre conversazioni, è passata da quota 600 circa a quota 70.

Rileggere vecchie lettere, intere conversazioni non è stato noioso, ma al contrario divertente. Non ne avevo l’obbiettivo, ma mi ha pure aiutata a rinfrescarmi la memoria su tanti fatti della mia vita recente, a fare il punto su parecchie cose ed elaborarne altre.
Sono rimasti solo i messaggi che mi stanno davvero a cuore o che hanno una reale utilità, sia essa pratica o analitica.
E tutto il processo ha evidenziato chiaramente cosa sono e come intervengono ad appesantire il quadro certi oggetti – o appunto certi messaggi – con una valenza emotiva, se non addirittura affettiva; oggetti o messaggi che però dovrebbero legittimamente far parte del passato, e non ‘infestare’ il presente.
Come, ad esempio, la mail di risposta che ricevetti da un’addetta di Gardaland, e che mi informava del fatto che “nella maggior parte dei casi tutto quello che viene dismesso è destinato a rottamazione. Qualche volta si effettuano dei recuperi di parti scenografiche che vengono riadattati per un nuovo tema, ma sono casi sporadici”.
Avevo infatti chiesto che fine avessero fatto i materiali (in particolare, il nostro amato King Kong) che avevano costituito l’attrazione Tunga (familiarmente nota come Africa) sino a poco tempo fa. Scoprire con certezza ciò che già intuivo – e cioè che l’attrazione era stata smontata in ordine a logiche economiche ormai troppo diverse, anche se non esattamente spregiudicate, da quelle adottate dal gruppo che aveva avuto il parco in gestione durante tutta la mia infanzia ed oltre – ovviamente mi ha lasciato un retrogusto amaro, anche se ho ormai l’età per accettarlo e farmene una ragione.
Appunto: posso cancellare messaggi come questo poiché riesco ad assimilare quel che sta dietro, dentro, di essi. In sè non sono che poche parole, formali, di cui non mi faccio nulla. Ma la realtà – e questo è fondamentale capirlo per decidere se si vuole fare decluttering oppure no, ed in caso affermativo attrezzarsi per farlo bene e senza sbagli grossolani, senza procurarsi rimpianti tardivi e mal gestiti – la realtà è che questo semplice messaggio era per me un’ancora ad un mondo che posso serenamente visitare nei ricordi, ma che non è più. Non come prima.
Non sono più la bambina che aspettava ogni anno settembre per programmare una gita al parco più visitato d’Italia, in un mondo che è stato magico sul serio. Però di quella bambina ho ancora il cuore. Ed in più so abbastanza difendermi dal cambiamento, dalle perdite: posso avere il ricordo ed anche tornare in quel parco, anche se cambiato, senza soffrirne. E posso cancellare quel messaggio inutile, senza aver per questo la sensazione di stare premendo un bottone ‘distruggi’ che si porta via la mia storia.

Esco ora dal virtuale e torno al mondo fisico, per ribadire un concetto di importanza fondamentale:
non percepire, ammortizzare, soffocare un vuoto dentro di sè è uno dei motivi principe per i quali gli esseri umani, generalizzando molto, tendono ad accumulare cose. Oggetti. Roba; con la quale riempire un vuoto diverso, fisico e tangibile sì, ma caricato di significati, di paure, di proiezioni a non finire.

Capisci di star bene, di poter star bene, quando il vuoto – meglio: lo spazio libero – lo cerchi. Non lo senti come un handicap, ma come una possibilità, un respiro che non trova ostacoli.
No, non sto dando di matto, è che io sto vivendo l’opposto, più che un trend un nuovo corso da cui non si ritorna: mi sto liberando degli oggetti superflui (e dei loro correlati psichici).
Compresi quelli che non hanno un vero valore affettivo, ma sono solo zavorra emotiva che mi permette di rappresentarmi in modo piacevole.

Ma c’è dell’altro ancora: per vivere meglio non solo è bene avere di meno; ma anche fare di meno. Fare a meno di.
Di andare in bicicletta solo per convincersi che, in fondo, un po’ di sport lo facciamo anche noi, annoiandoci magari a morte e non ottenendo alcun reale risultato.
Di tenere una menorah in bella vista, a ricordarci che per un po’ di tempo, tempo fa, abbiamo più o meno approcciato l’idea di convertirci, forse, a certe condizioni, all’ebraismo.
Di leggere saggi che troviamo noiosi o poco interessanti, almeno al momento, perché abbiamo seguito un certo percorso logico e vorremmo poter dire di sapere, di avere un’idea chiara in merito a questo e quello. Subito.
Di puntare la sveglia alle 8:00, nel weekend, imponendoci un’alzata che va contro il legittimo desiderio di ogni nostra cellula di riposare per costringerci ad un lavoro importante ma non urgente, che finiamo per trascinare e fare lo stesso a metà, alla cazzo di cane.
Di iscriverci a convegni, associazioni, eventi, di collezionare serate, manifestazioni, incontri… quando vorremmo, sotto sotto, starcene a casa ogni benedetta sera che Dio manda in terra e goderci il divano. Perché siamo stanchi, e invece ci vergogniamo di esserlo e non “darci da fare”.
Parafrasando Guchi, le cui parole da questo post ‘rubo’: trovo molto riposante averlo capito, in quanto ciò mi eviterà fatiche e delusioni in futuro. conoscere i propri limiti è altrettanto importante che conoscere i propri punti di forza, se non addirittura di più. la differenza quindi forse sta proprio in questa calma interiore che provo: non più la smania di dover conquistare o dimostrare qualcosa, non più desideri assurdi da voler realizzare, solo la piena consapevolezza di ciò che sono e di ciò che posso riuscire a fare con questo. alla fine la nostra vita deve trovare uno scopo principalmente per noi stessi, e di lì in poi si può procedere a dare qualcosa agli altri.

Sto riscontrando spesso lo sbudargiamento, se non il crollo, di certe convinzioni che avevo su me stessa. Anche piccolezze come ‘io ho studiato il tedesco e mi piace la Germania, dunque non dovrei mostrare di ignorare praticamente nulla di grammatica tedesca e di storia della Germania’ diventano rilevanti, perché svelare che sono costruzioni o quanto meno forzature che mi trascino dietro da anni mi aiuta a muovermi più liberamente e fare spazio per idee nuove.

Non voglio vivere nel ricordo di un passato che non c’è più, o nella speranza di un futuro che non ci sarà mai.

Non voglio annegare nella marea delle cose urgenti, che tolgono il tempo alle cose importanti.

Ecco, proprio questo è il problema con il modo di vivere occidentale, ci ha spiegato Ofir in tono tranquillo. Ci poniamo delle mete, e ne diventiamo schiavi. Siamo talmente impegnati a realizzarle, che non ci rendiamo conto che nel frattempo sono cambiate.
[Eshkol Nevo, La simmetria dei desideri]

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10 thoughts on “Less is more

  1. mi viene da dire: viva la leggerezza! quella che ci dona appunto il “non voler vivere nel ricordo di un passato che non c’è più, o nella speranza di un futuro che non ci sarà mai”. (hai capito di che tipo di leggerezza parlo, vero? tutto il tuo post ne trasuda)

  2. Oh, sì! Certo che ho capito… e credo proprio di essere finalmente arrivata a conquistarmela, per una serie di fortunate coincidenze (intese come situazioni concomitanti, e non come pure casualità).
    Si vive di alti e bassi, ma quando si va a lavorare sulle proprie radici il risultato è visibile… e non si rischia di rimanere appiedati, come capita le mille volte che inseguiamo passioni effimere, oppure troppo impegnative.

    Viva la leggerezza 🙂

  3. Sì, viva la leggerezza! Il tuo blog mi piaceva anche prima, ma così è davvero più libero.
    E poi davvero devi muovertici bene tu, averlo come piace a te.
    E viva la leggerezza anche nel quotidiano, scelta vincente la tua!
    Dolce notte carissima!

  4. Continuerò a parlarne.
    Fa bene a me, ma so per certo che fa bene anche ad altri.
    Potrebbe rappresentare un punto di svolta, o almeno un incentivo.

    Un sorriso, miss, e buonanotte ^___^

  5. I cambiamenti sul tuo blog sono visibili 🙂
    Ho imparato, camminando in montagna, a considerere lo zaino la mia casa e far stare dentro l’indispensabile.
    Da qualche anno mi godo la spensieratezza e leggerezza nello spostarsi in bici (bike sharing) in citta’ ed apprezzo la possibilita’ di inventarmi percorsi e scoprire nuove cose che in macchina, con la velocita’, non si vedono.
    D’altronde gia’ la possibilita’ di fare sogni puo’ renderti gioioso.

  6. Un giorno spero di tornare in montagna anch’io, e godermi quell’indispensabile di cui parli, che lascia la priorità alla bellezza attorno.
    Per ora non ho risorse economiche, nè occasioni di andarci con altre persone che mi accompagnino. Ho persino barattato i miei scarponi, ben sapendo che ci vorrà del tempo, e ho deciso che quando sarà me ne comprerò di nuovi. Però ci fantastico su, intanto.

    Biciclettare invece non mi è mai piaciuto molto, se non per qualche giretto in paese (l’esempio del post era appunto solo un esempio).
    Apprezzo l’idea di usare la bici per muoversi in città, ma nel mio caso:
    a) devo comunque prima raggiungere la città, visto che abito in provincia;
    b) mi è comodo spostarmi a piedi una volta là, ci sono abituata e lo preferisco;
    c) altre città hanno una cultura della bici che lo consente, con delle accortezze; ma la mia no.
    E in generale resta ancora troppo pericoloso.

  7. lo sfoltimento è senza dubbio un aumento di qualità, in un blog già denso di contenuti che quindi non ha bisogno di elementi superflui

    da grafico, avrei una piccola osservazione

    questo tema, mystique mi pare, è un buon tema, ma la giustezza (larghezza in termini nonda tipografo) del testo è molto larga

    una colonna di testo molto larga rende più difficoltosa la lettura di una colonna stretta perchè quando con gli occhi arrivi in fondo alla riga a destra fai più fatica a tornare indietro al margine sinistro per continuare a leggere

    facci caso, i giornali sono incolonnati in genere a colonne di giustezza abbastanza stretta, un tempo era anche perchè le linotypes avevano una giustezza della riga a piombo limitata, ma era comunque visivamente efficace, tanto è vero che si usa ancora oggi

    sul web alcune pagine aggiustano la giustezza al volo, ma non accade con questi templates di wp

    guarda il mio sito: nulla di speciale, è il tema standard addirittura, ma ho preferito comunque un tema a giustezza stretta

    grafici e tipografi come me son noiosi, e se anziani anche pallosi proprio, mi scuso…

  8. Ghgh, figurati. Oggi sono stanca (reduce da una presentazione in PowerPoint e da due esamini), altrimenti ti beccheresti la filippica sul ‘Ma noooo, perché, anziano tu?!’. Ecco.

    Sulla questione della larghezza del riquadro di testo hai ragione, e per altro mi sovviene una cosa letta nella tesi di una mia amica sulla dislessia: aumentare la grandezza dei caratteri non aiuta per niente, contrariamente a quanto qualcuno crede, il dislessico a capire e leggere meglio. In verità non aiuta nemmeno un normodotato, dal momento che un’eccessiva grandezza costringe l’occhio a vagare molto e compiere molti aggiustamenti visivi per captare tutti i punti essenziali delle lettere e coglierle nel loro insieme.
    Purtroppo, però, io desideravo proprio dare respiro alla pagina, e per quanto pochi elementi incorpori una colonna laterale a questo punto me lo impedirebbe. Peccato, ma sono certa che con un po’ di pazienza mi seguirete lo stesso… ehem (si spalancano in contemporanea le decine di finestre di un palazzo, ed uno alla volta gli inquilini urlano: Egoiste!).

  9. l’unica accortezza per amuentare la leggibilità in qeusto caso è non lesinare gli a capi, in modo da evitare blocchi uniformi troppo compatti

    sono stato assai pignolo, carissima, questo è un ottimo blog, e trovo molto azzeccata l’immagine di testa

  10. Giusto. Niente monoliti di parole (a volte dovrò scompattare ed andare a capo a posteriori, ‘ché c’è una bella differenza tra il riquadro di scrittura ed il risultato impaginato, come sai).

    Il dipinto di Cavallerin.
    Bellissimo: non so quanto c’entri con l’idea di seme o di salute o di buona novella o che so io, però sono un’appassionata di mici.
    In sere come queste, ben consapevole che dovrei sciropparmi le 141 slide di Metodologia, finisco per fregarmene e bazzicare di tutto un po’ senza concludere nulla. Tendo al malinconostalgiromantico, e uffa ‘sono buona’ solo a pensare che quei due mici sono appunto in due, mentre io sono sola. E non mi piace.
    E vorrei che fosse mattina e non avere esami in programma per fiondarmi a casa di quel vecchio amico, per capire se può diventare un nuovo amico, uno attuale. E magari qualcos’altro. O magari no, ma almeno bermi un po’ di sano corpo maschile che mi manca da tanto.
    Naturalmente so che non sarebbe un bene: sto fantasticando troppo ed è evidente che sono preda dei miei vuoti.

    Ecco, perdonami: è quel che capita quando si ha a che fare con donzellette che non si fanno remore a farti fare i fatti loro.

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